Nome di donna: l’importanza di chiamare le cose con il loro nome

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Sabato 17 marzo, la Casa del Cinema di Roma ha ospitato la proiezione del nuovo film di Marco Tullio Giordana e la sceneggiatura di Cristiana Mainardi, Nome di donna (https://www.youtube.com/watch?v=WcQREWwm_J8), ispirato a una storia vera di molestie sul posto di lavoro.

La giovane protagonista, Nina (C. Capotondi), da tempo disoccupata, trova finalmente lavoro in una clinica in Brianza, dove si trasferisce con la figlia. Il prestigio apparente che circonda la struttura cela in realtà un odioso circuito di molestie e violenze sessuali, ricatti e umiliazioni, orchestrato dal direttore (V. Binasco) con la connivenza di un’altra figura dirigenziale della clinica, Don Ferrari (Bebo Storti). Nina sporge denuncia a seguito di un approccio sessuale tentato dal direttore nel suo studio, dalla cui finestra l’aveva seguita con sguardo rapace dal primo giorno; la travagliata ribellione della donna porterà alla luce la fragilità di un complesso sistema di omertà, ipocrisia, menzogne.

La forza del film non sta tanto nella vicenda processuale in sé (dopo la proiezione del film, Giordana chiarisce: ‘al di là del finale del film, sappiamo tutti che l’incriminato verrà poi assolto’) ma nello scoperchiare dinamiche distorte lungo un asse di potere verticale e gerarchizzato, come anche su un piano orizzontale di relazioni professionali inquinate: le colleghe di Nina non solo non la sostengono, ma la osteggiano minacciandola. Non è casuale la cornice sociale riflessa dalla protagonista, una ‘ragazza madre’ senza lavoro: in un contesto lavorativo reso precario e incerto come quello in cui viviamo, il lavoro può diventare la leva di un ricatto, specie per le persone più vulnerabili; la dinamica della molestia messa in atto ricorda molto quella della corruzione, tutte e tutti se ne lamentano e vorrebbero estirparla, ma i fatti non incoraggiano chi si ribella, percepito come elemento di disturbo.

Notevole l’impegno di attori e attrici, in primis di Capotondi, dato anche l’alto valore simbolico degli sguardi, forse più che delle parole, in una dinamica dove molto viene taciuto o fatto tacere. Binasco, che ha avuto il coraggio di interpretare un ruolo veramente detestabile, veste l’espressione imperturbabile del molestatore che sa di farla franca. Anche i personaggi minori, però, sono significativi: il compagno di Nina (S. Scandaletti) si cala in un percorso di crescita man mano che la battaglia della ragazza si fa più dura; la figlia e la moglie del direttore rappresentano le ‘altre’ vittime di violenza, quelle a cui è distribuito un carico diverso, ma pur pesante, di vergogna e dolore. Prezioso il riferimento all’avvocata Tina Lagostena Bassi, omaggiata nel personaggio dell’appassionata avvocata Tina Della Rovere (M. Cescon).

Adriana Asti interpreta un’ospite della clinica con cui Nina allaccia un rapporto particolare, e che circa le molestie dice: ‘Prima li chiamavano complimenti’. La frase ha ispirato il dibattito aperto dopo la proiezione del film, ‘Non chiamateli complimenti’, iniziativa proposta da Se non ora quando – libere, con la presenza in sala del regista, della sceneggiatrice, di Maria Serena Sapegno e di Cristina Comencini.

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Cristiana Mainardi commenta: ‘con la crisi economica stanno emergendo nuove fragilità circa la posizione delle donne. Ho riscontrato un portentoso mondo di omertà, di vergogna. Era facile parlare di molestie ma difficile arrivare alle donne che le hanno subite. Non è solo una questione di disuguaglianza, ma anche di potere e accesso al potere’. Sulla stessa linea, Comencini: ‘Questa faccenda è una valanga. È accettato come normale il silenzio delle donne e che gli uomini usino il potere; non c’è il sostegno del mondo della comunicazione, della stampa. Spesso le donne che denunciano subiscono un vilipendio perché hanno aspettato a farlo, come si dice. Nel contesto lavorativo, è bene sottolineare che non sono atti di seduzione, sono atti di potere volti a ricordare alle donne che possono lavorare a patto che siano ridotte in subalternità tramite il sesso’.

Giordana ringrazia la sceneggiatrice per aver dato voce alla vergogna delle donne che non riescono a parlare delle molestie, e prende posizione contro chi concorre a neutralizzare i racconti di violenza banalizzandoli con l’ironia. E conclude: ‘il senso comune è protettivo verso le molestie, è necessaria quella che con un termine un po’ nostalgico definirei una rivoluzione culturale; ma questo avverrà quando la gerarchia verrà vista come una responsabilità e non come privilegio’.

Eterogenei e molto vivaci gli interventi del pubblico in sala, a dimostrazione del fatto che film come questo sono necessari per diffondere rappresentazioni della violenza di genere che siano a portata di tutti e tutte, in un momento in cui tale tema va dibattuto, individuato, misurato e contrastato, perché così sta chiedendo la società.

 

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Ina Macina, pugliese per nascita e nomade per divenire. Vive tra Italia e Barcellona. Formatrice in questioni di genere, consulente in diversity management, umanista. Nel 2017, consegue un dottorato presso l’Università di Barcellona in filologia moderna, con specializzazione in letteratura e studi di genere. Blogger ed entusiasta della fotografia, dal 2009 ha scritto per diverse riviste online nella sezione cultura, in particolare letteratura, arte e cinema. L’interesse per la critica cinematografica matura durante la prima edizione del Bif&st, Per il cinema italiano, tenutasi a Bari nel 2009; durante il festival, frequenta il laboratorio ‘Fare critica cinematografica’ e fa parte della giuria per i documentari (il vincitore della categoria sarà Gianfranco Rosi). Nel tempo, il suo approccio critico è andato specializzandosi nella prospettiva di genere.