L’altra verità di Alda

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“Maria, ci porti due espressi fuori, per favore?”
“Signora Merini1, conosce la proprietaria?”
“Scherzi?! Fino a qualche anno fa venivo qui ogni giorno, con quelle che mi piace chiamare “le mie compagne di sventura”: ormai sono di casa. “La Chimera” era il nostro rifugio, il nostro confessionale, persino la barista conosce le nostre storie a memoria. Comunque, ti prego, dammi del tu e chiamami Alda, non sono mica così vecchia!”
Alda è innamorata di questa città, si vede lontano un miglio. Volge uno sguardo distratto, ma pieno d’affetto, al Naviglio su cui si affaccia il bar dove ha scelto di incontrarmi e si accende una sigaretta: un decennale rito quotidiano, trasformato, ormai, in una semplice gestualità automatizzata.
Chiude gli occhi, mentre aspira il primo, lungo tiro, e si lascia baciare dal raro sole di Milano.
“Alda, la tua figura è associata prevalentemente alle meravigliose poesie che hai scritto, ma forse le opere in cui più ci hai raccontato di te sono “La Terra Santa” e “L’altra verità. Diario di una diversa.”, entrambe in prosa e a tematica autobiografica. Perché ti definisci diversa? In cosa consisteva, o consiste tutt’ora, la diversità che racconti?”
“Cos’è poi in fondo la diversità? Siamo tutti diversi gli uni dagli altri, ti sfido a trovare due persone uguali! Io, anche da ragazzina, non mi sentivo capita e mi sembrava di fare pensieri diversi da quelli che facevano i bambini della mia età. Tuttavia, avevo imparato a conviverci e anzi, quei viaggi così strani che faceva la mia mente alimentavano il fuoco della mia creatività. Purtroppo, andando avanti con gli anni le cose sono peggiorate, ho perso spesso l’equilibrio e la mia salute era sempre più altalenante, però sai una cosa? Nonostante tutto, non penso di essermi meritata la mia prigionia, nessuno merita una cosa del genere.”
“Quando parli di prigionia, parli degli anni nell’ospedale “Paolo Pini”?”
“Parlo degli anni in manicomio, chiamiamo le cose con il loro nome. Sono stata rinchiusa in quell’inferno dal ’61 al ’72, seppur con dei brevi periodi di pausa, trascorsi a casa con la mia famiglia. Inutile dire che non è stato un ricovero volontario: è stato il mio primo marito a volerlo e a quel tempo aveva tutto il potere di decidere delle mie sorti. Ti ricordo che ancora non c’era la legge Basaglia, che ha regolamentato i trattamenti sanitari obbligatori, bastava veramente poco per essere etichettati come folli pericolosi. Tornando al tema della diversità, io non sono poi così diversa, ma non potrò mai più essere guardata come se fossi uguale agli altri, perché il manicomio mi ha marchiata a fuoco con il suo timbro di alienazione.”
“Non pensi, quindi, che il ricovero abbia funzionato? Che quest’esperienza ti abbia fatto anche del bene?”
“Non credo che i manicomi avessero alcuna utilità clinica, né tantomeno sociale, oltre a servire per scaricare gli istinti sadici dell’uomo. Però, in fondo, del bene me l’ha fatto. Infatti, è tra quelle mura che ho imparato ad accettare il male e questa, mia cara, è una prerogativa soprattutto dei poeti, perché il poeta indossa i propri dolori come fossero i suoi migliori vestiti, li rende poesia. Tra iniezioni forzate, elettroshock e tanta disperazione, ho anche conosciuto la gentilezza di una premura inaspettata, da parte delle mie compagne, o l’amore comprensivo di un abbraccio. Ho accolto tutto questo dentro di me, mi sono lasciata permeare dal dolore e dall’amore allo stesso modo e ho capito di cosa ho sempre avuto davvero bisogno:di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.2
Un ultimo tiro di sigaretta, ormai ridotta al filtro, e socchiude di nuovo le palpebre, ruotando un po’ quel viso stanco alla ricerca del dolce caldo di aprile. È in quel piccolo movimento insignificante che riconosco Alda, in bilico perenne tra caduta e risalita.

1 Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo 1931, è stata una grande poetessa e scrittrice italiana.
Dopo aver terminato la scuola elementare e tre anni di avviamento al lavoro, tentò di essere ammessa al Liceo Manzoni, ma, paradossalmente, non superò la prova di italiano.
Esordì come autrice a soli 15 anni, grazie a Giacinto Spagnoletti. È l’autrice di poesie che hanno segnato il Novecento letterario e di opere di grande successo, come “La Terra Santa” e “L’altra verità. Diario di una diversa.”, narrazioni autobiografiche di una vita molto tormentata.
Morì a Milano nel 2009, all’età di 78 anni.

2Verso tratto dalla poesia “Non ho bisogno di denaro”

 

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Emma de Pasquale è nata a Roma il 19/09/1997. Ha conseguito il diploma di maturità classica presso il Liceo Socrate con la votazione di 100/100 e attualmente è iscritta al secondo anno di Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.