Giulia Domna, una donna alla guida di un impero

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Di Alice Vergnaghi

Moglie dell’imperatore romano Settimio Severo, Giulia Domna si occupò dell’amministrazione dell’impero per conto del figlio e fu oggetto di pesanti discriminazioni di genere.

Nacque a Emesa, in Siria, nel 170 d.C. in una famiglia di beduini che, grazie al commercio, era entrata a far parte della classe aristocratica nella sezione orientale dell’impero. Il padre era sacerdote di una divinità molto celebrata in Oriente, Elagabalo, dio del Sole, che si sarebbe poi imposto nel pantheon ufficiale romano anche grazie all’azione delle figlie dell’uomo.

Ricevette un’educazione molto sofisticata basata sulla conoscenza della lingua e della cultura greca e sugli studi di retorica. Com’era consuetudine nelle province orientali dell’impero, venne data in sposa al miglior offerente e cioè a un esponente dell’aristocrazia senatoria romana, Settimio Severo: il matrimonio venne celebrato a Lione nel 187 d.C.

Giulia sostenne e accompagnò il marito durante tutti i suoi viaggi sia prima sia dopo la nomina imperiale e contribuì a dare una nuova immagine del potere: mentre Settimio si occupava della gestione amministrativa e militare, l’imperatrice animò importanti circoli culturali e intellettuali di cui facevano parte personalità di spicco della medicina (Galeno), della storiografia (Dione Cassio) e della filosofia (i sofisti Eliano e Filostrato). Nel frattempo, grazie alla sua raffinata preparazione classica, si occupò integralmente dell’educazione dei due figli, Bassano e Geta. Dopo la morte del marito, si batté per assicurare la successione di entrambi gli eredi, che instaurarono una diarchia destinata a durare ben poco, visti i temperamenti opposti e difficilmente compatibili dei due fratelli. Giulia tentò in ogni modo di pacificare gli animi, ma alla fine dovette accettare, suo malgrado, l’estromissione dal potere di Geta che venne poi fatto assassinare dal fratello.

Le minacce dei Parti sul confine orientale costrinsero Bassano – divenuto imperatore con il nome di Caracalla per via di un suo mantello gallico – a intraprendere una lunga e difficile campagna militare che lo tenne impegnato a lungo tanto da costringerlo ad abbandonare l’amministrazione ordinaria dell’impero. Ad Antiochia, Giulia Domna sostituì il figlio occupandosi della cancelleria di Stato e redigendo tutti quegli atti necessari all’amministrazione dell’impero: tale incessante attività le valse il titolo di mater populi romani.

L’assassinio di Caracalla da parte di Macrino, prefetto del pretorio, gettò nella disperazione la madre, che tentò il suicidio. Come se non bastasse, Giulia dovette subire la campagna diffamatoria di Macrino, volta a screditarne l’immagine di donna colta, intelligente e dotata di notevoli facoltà intellettive, associandola alla dissolutezza e all’immoralità, tanto da sostenere che ella avesse tentato di sedurre il figlio presentandosi a lui senza veli. Fu lo storico Cassio Dione che smentì il fatto e riabilitò Giulia Domna, ma non poté impedire a Macrino di esiliarla.

Giulia Domna si lasciò morire rifiutando il cibo.