La ragazzina del Ghetto

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Lo scialle andaluso, di Elsa Morante, raccoglie dodici racconti, scritti tra il 1935 e il 1963, alcuni già pubblicati prima dell’uscita del volume per i tipi di Einaudi, altri inediti, distesi dunque su un lungo periodo dell’esperienza umana e intellettuale dell’autrice. Sono storie che hanno in comune una fitta presenza di bambini, spesso protagonisti, magari anche voci narranti, e di adulti che conservano tratti fanciulleschi molto accentuati, ma alla cui età, o personalità, non corrisponde un’interpretazione del mondo immatura, o infantile nel senso che comunemente diamo al termine. Al contrario, questi personaggi hanno uno sguardo, insieme realistico e fantasioso sugli esseri e sugli eventi, che può arrivare fino alla visionarietà profetica, a volte a linguaggio antico, solenne e terribile.

È in particolare il caso, nel primo racconto, L’uomo dei lumi, il più antico della raccolta, ma pubblicato per la prima volta solo in essa. L’Io narrante, femminile, il cui nome resta ignoto, ci racconta situazioni e fatti di pressoché cinquant’anni prima, quando ella era una ragazzina di circa sei anni, ma la Narratrice ancora non sa se era poi proprio lei stessa l’Io di cui si ricorda, malgrado ormai, dopo più di cinquant’anni, dovrebbe ormai saperlo. E cosa? La misera, sudicia strada del Ghetto in cui abitava, con la madre, triste e violenta, col padre gobbo, con la sorella bella, grande, bella e distante, con la nonna sorda e avara, e in fondo alla strada il Ghetto con le vetrate colorate e le sue luci rosseggianti nella notte, e ricorda la sua paura del buio. Ma al centro del ricordo sono due antichi peccati: il primo, quello del custode del Tempio, Jusvin, bello e solenne come un angelo o un profeta, che aveva rubato l’olio alle lampade dei morti, lasciandoli in un buio che li rendeva inquieti, e che era stato punito dal Signore con la malattia il cui nome spaventoso, col rimando “alla feroce fauna marina e ai tropici africani”, lo aveva colpito sulla lingua, consumandolo rapidamente e facendolo morire tra urla senza parole. E subito la Narratrice aveva sentito la gente dire e lei stessa aveva compreso, che i sei figli di Jusvin, per sfamare i quali egli aveva peccato, erano definitivamente segnati dalla colpa paterna, privi anch’essi di giustificazione, bellissimi e laceri, esposti alla Vendetta.

Il secondo peccato era stato commesso dall’Io narrante stesso, poco dopo quello del custode del Tempio. Un giorno, suo padre le aveva dato una moneta perché la giuocasse al lotto. Distratta dalla vita intorno a lei, la piccola aveva perso il biglietto e l’aveva colta lo sgomento per la sua distrazione colpevole. Singhiozzando, aveva vagato in cerca del biglietto, frugando nella polvere delle strade misere e squallide, finché, giunta presso il Tempio, s’era addossata ai suoi muri mentre la notte scendeva. Piangeva la piccola, non poteva tornare a casa: il padre l’avrebbe picchiata, la madre, come sempre quando lei disubbidiva, l’avrebbe maledetta con solenni parole in ebraico, col viso sciupato rivolto verso il Tempio. E la Narratrice, ora anziana, con terrore rinnovato, ricorda ancora: di aver pensato di uscire dal Ghetto e andar via da tutto e morire, perché aveva peccato, come Jusvin aveva peccato, come Jusvin, che ora era in presenza del Signore e che non poteva parlare, non poteva giustificarsi, chiedere perdono. E stava muto davanti a Lui, il senza-forma, anch’egli muto, il cui silenzio diceva a Jusvin -Tu, ladro-. Ed ecco – il ricordo continua – i morti erano usciti dalle mura del Tempio, pallidi, muti, laceri, trascinando i piedi pesanti, alcuni ella aveva riconosciuto. Tutti tendevano le labbra come a chiedere acqua, brancolanti a cercare la luce, tolta loro dal guardiano infedele.  Risaliti sulla terra per ritrovarla, avevano scoperto che solo i vivi avrebbero potuto dargliela o togliergliela, questa la volontà del Dio silenzioso, che castiga i vivi e chiude i morti nella terra.

Così era il suo Dio, dice la Vecchia. E quella ragazzina forse era lei, o forse sua madre o forse sua nonna, poiché ella è nata e morta molte volte, e ogni nuovo inizio è un processo incerto. Eppure il passato non è finito: laggiù, nell’ombra, la ragazzina che, forse, lei è stata, ancora trema nella paura e nel dubbio, in un mondo e davanti a un Dio incomprensibili.

Ma, sua o di un’altra, la comprensione, o meglio, la rivelazione sul mondo ricevuta nella prima età è stata definitiva, non per una fissazione sull’infantile, bensì per la ‘visione’ che le è stata data del destino umano, tremendo in vita e in morte.

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Alba Coppola è docente di materie letterarie negli Istituti di istruzione secondaria di II grado. Italianista, ha lavorato per sette anni presso l'Università di Salerno per le cattedre di Letteratura Italiana e di Storia della Grammatica e della Lingua. Ha pubblicato su riviste specializzate, atti di convegni, quotidiani e riviste generaliste. Si è accostata da alcuni anni agli studi di genere con particolare riguardo alla toponomastica.