Il malinconico “Ricorditi di me” di Pia de’ Tolomei

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La morte giunta all’improvviso per mano dell’uomo che le aveva promesso sposandola amore e protezione e l’umile e discreta richiesta di essere ricordata sono i due elementi essenziali che caratterizzano un personaggio dantesco che, probabilmente, non avrebbe avuto voce se a dargliela non fosse stato il grande poeta fiorentino.

 

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via”,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

 

“ricorditi di me, che son la Pia

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ’nnanellata pria

 

disposando m’avea con la sua gemma”.

 

(Purgatorio V, 130-136)

 

Lei è Pia de’ Tolomei, anima penitente che Dante colloca nel secondo balzo dell’Antipurgatorio fra coloro che sono morti a causa della violenza omicida, ma si sono pentiti prima di spirare. La vicenda di questa donna occupa pochissimi versi ed è circondata da un alone di mistero di cui volutamente e sapientemente Dante non analizza i dettagli, fornendoci una delle prove più alte della sua poesia che è capace di stringere e rappresentare in sette versi una storia d’amore e di violenza che rischierebbe di essere dimenticata per sempre.

Pia de’ Tolomei prende la parola dopo aver pazientemente atteso che altre due anime – Jacopo del Cassero e Bonconte di Montefeltro – abbiano concluso il resoconto della loro tragica fine; lo fa in modo mite e discreto chiedendo a Dante solo di essere testimone di una storia che rischia di non essere mai raccontata. Chi sia stata realmente questa donna, è difficile ricostruirlo in modo preciso e, avventurandosi nel labirinto delle varie ipotesi, si rischia di togliere a questo personaggio quel fascino che sta proprio nel fatto di essere circondato da un alone di mistero. Partendo, quindi, dalle parole del poeta fiorentino, possiamo dire che “la Pia”, come lei stessa si nomina, apparteneva a un’importante famiglia senese, i Tolomei, ed ebbe come marito un assassino che fu la causa della sua sventura. Su di lui abbiamo molte informazioni che ci provengono da antichi commentatori: era Paganello, detto Nello, d’Inghiramo dei Pannochieschi, signorotto maremmano che ricoprì vari incarichi fra i quali quello di Capitano del Popolo a Modena (1284), di Podestà prima di Volterra (1277) e poi di Lucca (1313), nonché di Capitano della Taglia Guelfa, l’insieme dei mercenari che ciascun comune della Lega Guelfa forniva per combattere i ghibellini. Di lui le cronache dicono che fosse un cavaliere molto abile e di bell’aspetto (“bello e savio cavaliere”), ma anche un uomo meschino e traditore (“vile uomo e poco leale”). Era inoltre feudatario della potente famiglia degli Aldobrandeschi che gli affidò la gestione del Castello della Pietra, un maniero costruito nella Maremma grossetana nel quale, secondo alcuni, si consumò l’assassinio di Pia.

È giusto precisare che c’è chi ritiene che la donna non fu sposata a Nello Pannochieschi, ma ad altri uomini: le ipotesi a riguardo si accavallano e probabilmente la diatriba non avrà mai fine.

Così come l’identità del marito di Pia de’ Tolomei non è ancora stata definita in modo univoco, allo stesso modo sia le cause che il movente del suo omicidio sono sconosciute e fonte di continue ipotesi. Un anonimo fiorentino del XIV – XV secolo sostiene che Nello mandò un suo fante nelle stanze della moglie che venne presa per i piedi e defenestrata sprofondando nella valle su cui sorgeva il castello in modo da non far sapere più nulla di lei. Altri ritengono che la violenza venne commessa nel territorio della Maremma grossetana mediante strangolamento; altri ancora parlano di abbandono della donna malata di malaria.

La scelta di Dante di collocare l’anima di Pia fra le anime penitenti, morte in modo violento e le parole della donna ci fanno optare più per l’anonimo fiorentino anche se ciò su cui il poeta vuole porre l’accento non sono le cause della morte, bensì l’atteggiamento di Pia di rassegnata accettazione della propria fine senza rancore, né desiderio di rivalsa; è questo, infatti, che fa scaturire in Dante un sentimento di affettuosa pietà nei suoi confronti.

Anche il movente non viene indicato forse perché Dante non ne era a conoscenza oppure non ne era certo: alcuni commentatori dell’epoca, sono propensi a pensare al desiderio di Nello di liberarsi della prima moglie per potersi poi risposare con Margherita Aldobrandeschi, un ottimo partito; altri parlano, invece, di gelosia del marito per un presunto o reale tradimento della donna.

Quello che oggi rimane della vicenda di Pia de’ Tolomei nella toponomastica femminile è il “salto della contessa”, il nome di un dirupo presso i resti dell’antico Castello di Pietra dove  il 10 di agosto di ogni anno termina la ricostruzione storica della tragica vicenda organizzata dal comune di Gavorrano.

Foto 1. Gavorrano (GR). Castel di Pietra

Non è tutto! Il personaggio dantesco ha ispirato la letteratura, il teatro, l’arte e il cinema. Nel 1554 Matteo Brandello, autore di una raccolta di novelle fra le quali quella dalla quale Shakespeare trasse ispirazione per il suo Romeo e Giulietta, ne dedicò una a Pia accusandola di essere un’adultera. Poi fu Bartolomeo Sestini nel 1882 a scrivere in suo onore un poemetto in ottave che diede al librettista Cammarano l’opportunità di realizzare, insieme a Donizzetti, l’opera lirica “

”, rappresentata per la prima volta nel 1837 presso l’allora Teatro Apollo di Venezia. Infine, una scrittrice, Carolina Invernizio, nel 1879 diede alle stampe un romanzo storico con la Tolomei protagonista. I pittori che la rappresentarono furono quasi tutti influenzati dalla corrente romantica, tra di essi troviamo il fiorentino Stefano Ussi, il romano Vincenzo Cabianca, ma anche uno dei principali esponenti del movimento preraffaelita e cioè Dante Gabriel Rossetti che ne realizzò un ritratto utilizzato spesso come copertina delle edizioni scolastiche del Purgatorio dantesco. Anche in ambito cinematografico Pia de’ Tolomei è stata protagonista di due pellicole: una del 1941 diretta da Esodo Pratelli, uno dei fondatori di Cinecittà; l’altra del 1958 girata da Sergio Grieco.

La Pia di Dante rimane comunque unica sia per le emozioni che trasmette l’essenzialità del suo ritratto enigmatico e della violenza patita che affiorano appena dal silenzio; ma anche e soprattutto per la sua testimonianza. Dante infatti le affida un compito molto importante e cioè quello di ricordarci che i morti sono vivi fino a quando abitano nei nostri pensieri, ma la materna raccomandazione che Pia rivolge al poeta, al quale dice di parlare di lei ai vivi non prima però di essersi adeguatamente riposato per il lungo viaggio, va oltre e conferma un’illusione senza la quale i vivi farebbero fatica a sopravvivere: i morti ci pensano e si preoccupano per noi.

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Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si è occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l'Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.