La Nuoro di Grazia

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Ai piedi del monte Ortobene, nella Sardegna continentale, si estende Nuoro, città natale di Grazia Deledda1.

Mi aspetta davanti alla scuola elementare del centro, con i capelli bianchi raccolti e quei tratti così marcati da conferirle un’apparente, perenne severità.

“Buongiorno signora Deledda!”

“Buongiorno a te! Prima volta a Nuoro?”

“Sì, sono stata più volte in Sardegna ma Nuoro mi mancava…”

“Dai, allora ti faccio fare un giro in città! Partiamo da qui: questa è stata la mia scuola elementare, nonché l’unica che io abbia mai frequentato.”

“Come mai si è fermata negli studi?”

“Non mi sono fermata, ho solo proseguito per conto mio! L’istruzione superiore qui a Nuoro, e non solo, era ancora preclusa alle ragazze, quindi, finita la quarta elementare, i miei genitori mi hanno fatto prendere lezioni private di italiano, latino e francese. Dopo di che ho continuato a studiare totalmente da autodidatta.”

“Non aver frequentato il liceo le ha mai creato problemi durante la sua lunga carriera?”

“Assolutamente sì, la nomea di “illetterata” ha gravato sulle mie spalle come un macigno! Pensa che, agli esordi, ho fatto molta fatica ad essere presa in considerazione, perché molti editori si rifiutavano anche solo di leggere ciò che scrivevo.”

“Poi però i suoi romanzi hanno ricevuto gli apprezzamenti di personaggi del calibro di Verga e Capuana, no?”

“Sì, ma non credere… Il marchio di non istruita me lo sono portato sempre appresso, anche quando ho vinto il Nobel del ‘26 c’è stato chi gridava all’ingiustizia, proprio a causa dei miei studi!

La vedi quella chiesa che sbuca lì in cima? È il mio posto preferito di tutta Nuoro, è la Chiesa della Madonna della Solitudine.”

Lo vedo nei suoi occhi quanto è innamorata di quest’isola.

“Cosa c’è della Sardegna in ciò che ha scritto?”

“C’è tanto, tantissimo: direi che è la protagonista indiscussa dei miei romanzi. C’è la sua meravigliosa natura, i suoi paesaggi ancestrali, ma c’è anche la società fortemente patriarcale che a me è sempre stata così stretta. Anche il sardo è un elemento importante, perché credo che, anche se stemperato dall’italiano letterario, abbia contribuito molto a rendere veri e realistici i miei personaggi.”

“E la Sardegna come ha reagito al successo raggiunto con ‘Elias Portolu’ prima e ‘Canne al vento’ poi?”

“Da una parte credo ci sia stato il classico orgoglio regionale, dall’altra, ti dirò, ho suscitato un’antipatia generale, dovuta al fatto di aver restituito un’immagine poliedrica della Sardegna, mettendone in luce il bene e il male. Io credo di averla descritta con autenticità, c’è chi crede io l’abbia invece dipinta più arretrata di quanto non fosse.”

“Secondo lei, c’è qualcosa che lega i personaggi dei suoi romanzi, a prescindere dalle vicende?”

“Sì, se ci fai caso, i protagonisti sono in questo stato di smarrimento, consapevoli della fatalità della vita umana, ma incapaci di arrendersi ad essa. L’uomo è così: si dimena tra angosce e pulsioni e, nel frattempo, incassa i colpi della sorte, proprio come una canna al vento.”

 

 

1GRAZIA DELEDDA: nata a Nuoro nel 1871, è stata una scrittrice italiana, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura del 1926.

L’esordio letterario avvenne a soli 17 anni, quando inviò alla rivista romana “Ultima moda” il primo scritto “Sangue sardo”, chiedendone la pubblicazione.

Il suo primo romanzo di successo fu “Elias Portolu”, ma fu consacrata al grande pubblico da “Canne al vento”, del 1913.

L’ultimo romanzo “La chiesa della solitudine” venne scritto nel 1936. La protagonista è, come l’autrice, ammalata di tumore.

Di lì a poco, il 15 agosto dello stesso anno, Grazia Deledda si spense.Lasciò un’opera incompiuta, che verrà pubblicata l’anno successivo a cura di Antonio Baldini con il titolo “Cosima, quasi Grazia”.