Violenza fisica, violenza sociale, violenza simbolica

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Il 17 maggio di ogni anno – dal 2004 – l’Unione Europea indice la Giornata contro l’omofobia e la transfobia, conlo scopo di sensibilizzare i Paesi membri contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basato sull’orientamento sessuale.  Il 20 novembre di ogni anno ricorre poi la Giornata in ricordo delle persone uccise dalla violenza transfobica.

Il nostro Paese è il primo in Europa per numero di aggressioni e abbiamo il triste record di omicidi di transessuali e transgender.L’odio si propaga nelle scuole, nelle strade, su internet e nel discorso pubblico; si assiste al moltiplicarsi di discriminazioni, di attacchi e di violenze.

La motivazione che sorregge la transfobia è connessa al bisogno di mantenere rigidi i confini tra i generi. L’idea che le trans costituiscano una minaccia è diventata parte di una narrazione tossica che teme addirittura la sparizione delle donne. Ancor più dell’omosessuale, il/la trans diventa una specie di parente scomodo/a emarginato da ogni parte: da molte femministe e perfino da gay e da lesbiche.In ogni società e in tutte le epoche i corpi sessuati vengono addestrati e disciplinati da un insieme imponente di strutture perché si adeguino ai valori e alle credenze socialmente accettate, ai comportamenti, alle relazioni e alle pratiche accreditati, alle classificazioni dominanti. L’impianto si fonda su un rigido determinismo. Il tentativo di revoca dello statuto del codice binario della sessualità è ancor oggi per molti/e l’inimmaginabile, l’inedito, il non previsto. Un possente macchinario appiattisce la ricchezza delle differenze, preclude una conoscenza complessa della vita e dei soggetti.

All’in­terno dello spazio pubblico, definito dal linguaggio semplificatorio di quella contrapposizione, alcuni soggetti sviluppano caratteristiche necessarie per rientrare nella categoria degli individui “normali” mentre altri, classificati come irregolari e diversi, quindi giudicati pericolosi, sono screditati, patologizzati, marginalizzati o addirittura esclusi, perseguitati.

L’ignoranza aggiunge disagio al disagio[1]. Se alcuni “esperti” tentano ancora di classificare le persone omosessuali come soggetti devianti, camuffando da “scienza” i propri pregiudizi, la situazione si complica ulteriormente quando si parla di transessualità: la confusione e i preconcetti su questo tema sono enormi, l’interdetto sociale è la norma. Ne sono affetti/e persino molti/e insegnanti.

L’antibinarismo non vuole ovviamente eliminare o contestare orientamenti, identità, ruoli/espressioni binarie; semplicemente insiste perché non siano le uniche condizioni lecite o date per ovvie; per non relegare tanti esseri umani nelle categorie della malattia o della devianza, per non abbrutirli nel senso di colpa.Sappiamo che a causa dei potenti pregiudizi che collegano il transessualismo alla malattia mentale, alla perversione e alla prostituzione, le persone transessuali raramente trovano comprensione già nel nucleo familiare di origine.

Lo scopo va oltre quello di creare più caselle che siano di tutti i colori, oltre a rosa o azzurro. La soluzione è quella di eliminare le caselle, perché non si chieda più a nessuno/a di adattarsi. Perché nessun corpo si senta straniero.

La sessualità non binaria non è la fine della civiltà: semmai è la presa di coscienza della nostra complessa umanità, dopo secoli di repressione.

Identità e orientamenti diversisono sempre esistiti, ma solo da poco hanno portato le loro istanze alla luce del sole.La differenza con il passato è che un tempo tutte queste cose venivano vissute nella vergogna e nel silenzio, mentre oggi possono acquisire una dimensione pubblica, politica, che scardini la visione normativa e gerarchicamente ordinata.

Non vogliamo strade obbligate da percorrere, gabbie in cui farci incastrare: ognuno può e deve scegliere per sé il proprio modo di vivere il corpo, l’affettività e il sesso. La libertà non fa male a nessuno, fa bene a tutti e a tutte.

 

 

[1]L’omosessuale si identifica con il proprio sesso biologico, si rispecchia dunque nel proprio corpo, ma prova attrazione affettiva, fisica ed erotica per una persona del suo stesso sesso. Il transessuale, invece, sente una forte e persistente identificazione con il sesso opposto e un persistente malessere riguardo al proprio sesso, oltre aun totale senso di estraneità riguardo al ruolo sessuale socialmente previsto per il proprio sesso.

Le persone transessuali possono essere eterosessuali, omosessuali o bisessuali, in quanto l’identità di genere (come noi ci percepiamo) non è automaticamente legata all’orientamento sessuale (da chi siamo attratti).

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Graziella Priulla, già docente ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, vive a Roma e lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre esplicitamente l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “La libertà difficile delle donne”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.