Sulla lettura

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In Italia pare che, alla più diffusa e elevata scolarizzazione degli ultimi decenni, non corrisponda una maggiore capacità di comprendere ed interpretare in modo adeguato il significato di testi scritti; la cosiddetta «literacy» , nella popolazione adulta italiana è molto più bassa della media dei Paesi dell’Ocse . Secondo i dati dell’indagine comparativa internazionale del 2014, il 70% della popolazione italiana in età da lavoro (16-65 anni) si guadagna l’ultimo posto della classifica, insieme alla Spagna, nonostante il nostro Paese abbia un tasso di alfabetizzazione che sfiora il 100%. I nuovi analfabeti in Italia sono costituiti per il 10% da disoccupati, svolgono lavori manuali e ripetitivi, poco più della metà sono uomini e uno su tre ha superato i 55 anni. Tra loro sono ampiamente rappresentate le fasce culturalmente più deboli dei pensionati e delle persone che svolgono un lavoro domestico non retribuito, geograficamente il sud e il nord ovest da soli ospitano più del 60% dei low skilled, ovvero le persone con bassissime competenze, in ambito nazionale. La percentuale di analfabetismo funzionale aumenta proporzionalmente al crescere dell’età, passando dal 20% della fascia 16-24 anni all’oltre 41% degli ultracinquantacinquenni, sostanzialmente per due ragioni: chi è nato prima del 1953 non ha usufruito della scolarità obbligatoria della scuola media unica e, comunque, nelle fasce più adulte si soffre maggiormente dell’analfabetismo di ritorno. Una condizione di analfabetismo così diffuso ha pesanti ripercussioni anche sullo sviluppo economico e sociale del nostro Paese. Secondo quanto affermava nel 2016 il linguista Tullio De Mauro, recentemente scomparso “All’interno del 30% di meglio alfabetizzati solo una percentuale modesta ha una buona conoscenza di lingue straniere e di linguaggi tecnico-scientifici. In attesa di indagini mirate e specifiche, che stiamo avviando, si può ipotizzare che solo il 10% della popolazione in età di lavoro capisce bene tecnicismi e forestierismi”.

Henri Matisse, Donna che legge con parasole

Oltre a essere analfabeti funzionali, siamo un popolo di non lettori. Secondo La produzione e la lettura di libri in Italia, relazione ISTAT pubblicata nel gennaio 2015, oltre 23 milioni e 750 mila persone, dai 6 anni in su, dichiarano di aver letto almeno un libro in un anno, per motivi non scolastici né professionali. Solo il 14,3% della popolazione italiana, i cosiddetti “lettori forti”,  legge più di 12 libri l’anno, e questa percentuale risulta essenzialmente stabile nel tempo. Un lettore/lettrice su due (circa il 45%), dichiara di aver letto al massimo 3 libri in un solo anno, mentre il 60% della popolazione italiana dichiara di non aver letto nemmeno un libro nel corso di un anno. Secondo i dati ISTAT 2016, nel periodo 2010-2016 si sono persi 3 milioni e 300 mila lettori, invertendo la tendenza all’aumento dei lettori degli anni ’60-’80 del secolo scorso. All’inizio degli anni ’60, l’8% della popolazione è analfabeta, il 75% ha la licenza elementare e solo il 16,3% legge libri, percentuale che più che raddoppiata nel 1988; ma da quel momento e nei vent’anni successivi rallenta il ritmo di crescita dei lettori di libri, anche se sarebbe più appropriato parlare di lettrici, visto che le donne leggono più degli uomini. Nel 2016 solo un terzo degli uomini legge libri contro quasi la metà delle donne. Dopo il 2010 i lettori maschi tra 11 e 14 anni sono diminuiti più del 25%, rispetto ad altri Paesi europei abbiamo livelli di lettura più bassi, caratterizzati da grandi differenze sociali e territoriali, con il Sud in svantaggio di 20 punti percentuali. Nel periodo 2010-2016, tra gli 11 e i 14 anni i non lettori sono il 46,8%, mentre tra i 65 e i 74 anni la percentuale cresce e si attesta sul 61%, con picchi del 73,5 % tra coloro che hanno dai 75 anni in su. Secondo l’ISTAT, la tendenza più negativa si riscontra fra le persone di sesso maschile (64,5% di non lettori), mentre la parte femminile si attesta sul 51,1%.

Pablo Picasso, Donna sdraiata che legge

Non risulta che l’uso di Internet sia significativamente entrato in concorrenza con la lettura di libri cartacei, anche per le fasce giovanili della popolazione. In una prima fase, al contrario, i maggiori fruitori di internet erano anche i maggiori lettori di libri e più in generale fruitori di cultura, e la lettura di e-book non decolla più di tanto:  nel 2016 sono solo 4 milioni coloro che hanno letto  un e-book, il 7% della popolazione. Strettamente correlato all’elevato numero di non lettori e all’analfabetismo funzionale è, non solo in Italia, il fenomeno delle cosiddette fake news, letteralmente notizie falsificate, artefatte, inventate e costruite per essere verosimili, o alimentate. Tra le più celebri rientrano senz’altro le strisce chimiche degli aerei e l’incendio di Roma attribuito da Nerone ai Cristiani. Di solito le fake news nascono quando chi fa qualcosa non ne spiega in modo trasparente e verificabile le ragioni e preferisce puntare sull’emotività o spostare l’interesse su temi secondari, e tendono a propagarsi in periodi di eccezionale crisi e disorientamento, come per esempio le guerre. “Kommt der Krieg ins Land,/Dann gibt’s Lügen wie Sand”  recita un vecchio proverbio tedesco. Secondo Marc Bloch, “Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita” , ed “è lo specchio in cui la “coscienza collettiva” contempla i propri lineamenti” . Lo storico francese osserva che, durante la Grande Guerra, la carenza dei giornali, la censura e l’incertezza dei collegamenti postali al fronte, insieme alla distruzione del senso critico dei soldati, causata dall’emozione e dalla fatica, determinano “un rinnovarsi prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti” . Oggi, nell’era della cosiddetta post truth – letteralmente “post verità” e sostanzialmente dopo la verità, nel senso di oltre la verità, e dunque non verità –paradossalmente, l’enorme quantità di informazioni dalla quale si è sommersi fa sì che, non riuscendo a selezionarle, si sia disinformati quanto i soldati al fronte  studiati da Marc Bloch. Lo spirito critico, traumatizzato dalla complessità multiforme e sfuggente della contemporaneità, appare decisamente appannato. In forme e con modalità differenti si ripresentano dunque le condizioni favorevoli al riproporsi della tradizione orale, del “sentito dire”, amplificati quantitativamente e mutati qualitativamente dal nuovo medium che li propaga a una velocità vertiginosa: il web, nel quale è facile restare impigliati come in una tela di ragno. Non ci si informa, si è informati, anzi disinformati, nell’era delle fake news e della post truth; ciò è quanto avviene ora, in Italia e in buona parte del globo.

In copertina. Edward Hopper, Compartimento C, Vagone 293

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Nata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia. speziali.c@impagine.it