Il capro espiatorio

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La storia produce di continuo capri espiatori: possono essere minoranze etniche o religiose, oppure portatori di comportamenti minoritari, o addirittura corpi non conformi. La figura è ben nota, e i sistemi autoritari e oscurantisti l’adottano da sempre, con fredda premeditazione. Si tratta per loro di un’operazione facile e molto conveniente. Lanciano il sasso nello stagno: il resto lo fa con gratuito entusiasmo il tam tam  della gente. Il caso degli ebrei è la memoria più tragica e più immediata, ma si può ricordare anche l’antico esempio manzoniano degli untori. Il capro espiatorio si chiama così perché  come vittima sacrificale accoglie su di sé i mali della comunità, attira la punizione divina: deve rappresentare un bersaglio contro cui scagliarsi e su cui riversare la propria rabbia, e serve a scaricare il malcontento, le frustrazioni e le ansie diffuse nel vissuto popolare.

Altrettanto “normale” per i regimi è l’espediente di inventare problemi inesistenti per distogliere l’attenzione dai problemi veri, che non si sanno o non si vogliono risolvere.

Si usa in questo caso – a malo proposito – il termine ‘emergenza’, e si diffondono parole d’ordine esasperate, si citano dati molto spesso farlocchi, si gonfiano singoli episodi, si spargono fake news, contando sulla disinformazione e sulla credulità dei più. Le false emergenze diventano discorso quotidiano e dunque business per molti, successo elettorale per alcuni. Penso ovviamente alle migrazioni: basta conoscere un poco la storia umana per capire che esse non sono un’emergenza, bensì una dinamica costitutiva delle comunità e dei popoli. Siamo tutti figli e figlie di migrazioni.

Il progresso scientifico, la diffusione dell’istruzione, la laicizzazione delle società avrebbero dovuto cancellare le prassi discorsive infondate e strumentali, ma non è stato così. La potente riemersione in Occidente di una domanda di capri espiatori, di cospirazioni e di complotti, impone ai difensori della razionalità la ricerca di argomenti e metodi nuovi per smascherare e smontare gli stereotipi: è un impegno che spesso i social, con i loro post assertivi, con le loro parole d’ordine dicotomiche, con le loro logiche tribali, rendono più difficile.

I social stessi, però, possono offrire strade alternative, diffondere ragionamenti, incitare alla riflessione: noi ci proviamo.

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Graziella Priulla, già docente ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, vive a Roma e lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre esplicitamente l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “La libertà difficile delle donne”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”. priulla.g@impagine.it