Le madri del sabato. La protesta silenziosa delle madri turche

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Ogni sabato a Istiklal Strett, nel distretto di Galatasaray a Istanbul, decine di donne si incontrano a mezzogiorno e protestano silenziosamente. Sono le “madri del sabato”, che ancora chiedono giustizia per i loro figli e familiari scomparsi, e che con cartelli, foto alla mano e garofani mostrano il loro dolore e la loro rabbia.

Un’iniziativa ispirata alle madri di Plaza De Mayo, che in Argentina chiedevano verità e giustizia per i loro figli desaparecidos. Anche in Turchia, infatti, dagli anni del golpe militare del 1980 in poi i ragazzi, gli attivisti e i militanti scomparsi (e a volte ritrovati cadaveri) nelle mani della polizia politica sono aumentati di anno in anno. Per poi intensificarsi negli anni ‘90. Le madri del sabato hanno iniziato a riunirsi dopo l’ennesima scomparsa, quella di Hasan Ocak, rivoluzionario comunista, scomparso nel 1995 per 57 giorni e poi ritrovato morto con evidenti segni di torture.

Dopo la campagna che chiedeva allo Stato di ritrovare il figlio, la madre di Hasan ha iniziato una battaglia per la giustizia e per la verità e con lei altre madri, altre donne. Lo slogan “Trovare i responsabili, condurre i responsabili sotto la giustizia” è sempre presente, ripetuto con forza ogni sabato. Dal 1995 al 1999 queste donne si sono ritrovate settimanalmente nello stesso luogo, imperterrite. Perché proprio in quegli anni si consumava la repressione più dura in Turchia, nei confronti dei rivoluzionari che erano perlopiù curdi. Ma anche nei confronti di chi semplicemente li aiutava o sceglieva di non collaborava con lo Stato. Si calcolano 792 scomparse e uccisioni documentate. Poi è arrivata la repressione anche per queste donne. Scontri violenti con la polizia e arresti, che di sabato in sabato hanno impedito la manifestazione per diversi anni. Fino a che nel 2009 le madri del sabato hanno ricominciato a incontrarsi come prima, più forti di prima: da decine sono diventate centinaia.

Loro si definiscono un movimento di disobbedienza civile e chiedono prima di tutto verità, ma anche cambiamento: aprire gli archivi di Stato, arrestare i colpevoli, rendere lo Stato stesso più trasparente cambiando il codice penale che impedisce di indagare approfonditamente sugli omicidi politici. Ma chiedono anche che si fermi la militarizzazione della Turchia, che sta sprofondando sempre più in un clima violento e repressivo. Una lotta urgente, quella di queste madri, e forse altrettanto disperata dal momento che la Turchia di Erdoğan ha abbandonato anche l’ipocrita facciata di nazione democratica per mostrare il suo volto più dittatoriale e bestiale. Eppure la tenacia di queste donne stupisce. C’è chi, come Elmas Eres, chiede verità per suo figlio scomparso 36 anni fa. C’è chi, come Hanam Tosun, moglie dello scomparso Fehmi Tosun, ha affrontato la detenzione in carcere pur di manifestare nel 1998. Maltrattata, picchiata, lasciata per quattro giorni in una cella senza aria.

Nel 1998, quando le madri del sabato erano nel pieno della loro lotta, Amnesty pubblicava un rapporto in cui denunciava i soprusi subiti dalle manifestanti. Violenza durante il sit-in, violenza anche mentre venivano deportate in caserma, violenza quando non ce n’era bisogno. Una testimonianza parla di manganellate, calci e pugni e dell’utilizzo di gas nelle celle per indebolire le donne. La stessa donna afferma: «Noi non andiamo a Galatasaray per divertimento o perché ci piace il posto, ma perché vogliamo che lo Stato dica qualcosa di ufficiale, perché centinaia di persone “si sono perse” durante la detenzione. Per esempio mio marito era in prigione di fronte la nostra casa e ci sono almeno venti testimoni oculari che hanno visto che era incarcerato. E durante la detenzione altri prigionieri erano minacciati con queste parole: “Ti dovremmo trattare allo stesso modo in cui abbiamo trattato Fehmi Tosun e ucciderti come abbiamo ucciso lui”. Noi vogliamo una risposta a ciò che lo Stato ha fatto a mio marito».

Non sono storie singolari, al contrario sono episodi che accomunano tutte, che diventano passato collettivo e coscienza politica. Ancora oggi le madri del sabato dichiarano che non si fermeranno.

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Elisabetta Elia, classe 1992, in lei vivono tre mondi: quello della Calabria, dove è nata, quello di Roma, dove ha studiato Lettere Moderne e poi giornalismo, quello del Kurdistan, dove non è ancora stata ma è sicura che andrà. Appassionata del mondo del sociale, dei cambiamenti che vengono dal basso e delle lotte femminili e femministe: la sua ambizione è vederli e raccontarli. E con le parole, magari, trasformare il mondo. elia.e@impagine.it