Le molte facce della resistenza femminile in Tanzania

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La Tanzania è considerata uno di quei paesi dell’Africa orientale con una società fortemente patriarcale e tradizionale, dove i diritti delle donne sono negati e la discriminazione di genere comporta ricadute sulla vita di ogni giorno. E, in effetti, in gran parte è ancora così.

Le mutilazioni genitali femminili sono una realtà ben presente, in molte famiglie è vietato parlare del ciclo mestruale della donna perché tabù, lo scopo della donna deve essere quello riproduttivo e della famiglia. A tutto questo si unisce una cultura che ritiene la donna necessariamente succube, sottomessa e dipendente economicamente dal marito. Secondo i dati della Banca Mondiale il 39% delle donne nelle aree rurali è analfabeta, il 59% delle donne non finisce le scuole elementari e meno del’1% termina le scuole superiori e il 76% delle adulte non ha ricevuto alcuna formazione scolastica. Segno che l’istruzione non viene vista come un mezzo per rendersi indipendenti. Piuttosto, si preferisce il matrimonio.

È per tutta questa serie di fattori, ma soprattutto per l’ultimo, che in Tanzania è nato TGNP Mtandao Limited (Women Leadership Training Programme), ufficialmente un’organizzazione no-profit sorta nel 1993 e registrata nel 2012, più semplicemente un network di donne che vuole eliminare la discriminazione di genere e promuovere la capacità delle donne di essere leader.

“Femminismo trasformativo” e “Tanzania trasformata” sono le parole d’ordine di questo gruppo, che da anni si impegna nel settore culturale, sanitario, dell’agricoltura e dell’istruzione. I programmi che hanno messo in atto sono numerosi e hanno svariate facce.

Foto 1. TGNP al lavoro

Un loro cavallo di battaglia, ad esempio, è la lotta contro il tabù del ciclo mestruale: insegnare alle bambine che si tratta di una cosa naturale e fisiologica e allo stesso tempo agire nelle scuole, sensibilizzando studenti e condannando la stigmatizzazione di cui le giovani sono vittime. E allo stesso tempo attrezzare le scuole affinché le ragazze si sentano accolte in ogni giorno del mese. Pare infatti che la maggior parte di loro durante il ciclo mestruale non vada a scuola anche per mancanza di strutture igieniche e sanitarie adeguate.

La salute, poi, è un altro punto su cui combattere: rendere gli ospedali accessibili e attrezzati anche per le specificità femminili, implementando i reparti maternità e il personale specializzato.

In linea più generale, poi, TGNP vuole portare le donne nei ‘luoghi di potere’, rendendole partecipi della vita pubblica e di quelle scelte fondamentali per la sopravvivenza o l’economia. Uno di questi campi è proprio l’agricoltura. L’obiettivo finale, infatti, è quello di fare in modo che anche le donne possano possedere i terreni e prendere decisioni.

Un approccio, quello del TGNP, che sotto alcuni aspetti potrebbe essere criticato e sfiorare solo un lato del problema. Lo scopo dell’organizzazione, infatti, è fare in modo che le donne possano fare le stesse cose degli uomini, sminuendo inconsapevolmente ciò che le donne già fanno. A ciò si aggiunge una problematica importante: in un contesto tradizionale come quello della Tanzania è difficile staccare in maniera così brusca le donne dal loro retaggio e proiettarle nella leadership, nonostante le politiche di sensibilizzazione promosse dal network.

Foto 2. Le resistenti di Zanzibar

È per questo che a volte la ‘vera’ resistenza la si ritrova nelle piccole botteghe, in chi decide di partire dal basso e costruirsi una propria strada con ciò che sa fare. A questo proposito, un’esperienza di tipo opposto è quella del gruppo di cucito “Le mie mamme”, un collettivo femminile di Zanzibar che ha deciso di mettersi in proprio nel 2016, dopo anni di esperienza professionale. Una scelta di per sé coraggiosa e forse anche in controtendenza, perché valorizza le capacità che queste donne già avevano per raggiungere un’indipendenza economica, prima chiave di accesso verso la libertà.

Sebbene si tratti di un progetto che non accenna pubblicamente al femminismo, in realtà del femminismo ha tutto: donne che vogliono essere indipendenti e libere, donne solidali, donne che danno l’esempio partendo dal basso e facendo rete. Secondo la testimonianza di Sara Moreno, volontaria del Servizio Civile Internazionale (https://sci-italia.it/femminismo-in-atelier-di-cucito-testimonianza-da-zanzibar/), le donne hanno vite diverse (chi è sposata, chi è single, chi già lavorava come insegnante) ma tutte hanno in comune “la scintilla” del voler fare e della rivoluzione che con questo laboratorio si portano dentro.

Foto 3. Il laboratorio di cucito