Interroghiamo il fuori tema

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Molti assassini di donne si suicidano dopo aver compiuto il femminicidio: l’ultimo caso – avvenuto a Prato – ce lo ricorda. Distruggono se stessi con l’oggetto di attaccamento (a volte coinvolgendo anche figli e figlie), poiché per loro non esiste distinzione tra i soggetti. 

Qui sta la loro “anormalità”, ma davvero è solo la loro?

Questo dato agghiacciante parla delle patologie non di singoli, non di culture lontane e arretrate, ma di una cultura attuale, la nostra: parla di una concezione diffusa che esalta l’amore fusionale e la coppia romantica, che in loro nome non vede la vocazione al controllo e giustifica l’incapacità di elaborare i lutti e le perdite.

Dobbiamo ragionare a fondo su quanto è nascosto nelle relazioni intime, nella vita delle coppie, nei rapporti familiari. Dobbiamo trovare il coraggio di portarlo alla luce senza temere che questo comporti complicità con gli assassini.

Finalmente nominiamo il potere, ma troppo a lungo abbiamo eluso il nesso tra amore e violenza, nonostante il lavoro magistrale di Lea Melandri (Amore e violenza; Come nasce il sogno d’amore):

Separandosi, la donna non colpirebbe solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’amore di sé, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’autoconservazione. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

Abbiamo preferito ignorarlo, perché fa male, destabilizza e può mettere in crisi racconti antichi di amori salvifici, idealizzazioni comode di universi incantati dal “per sempre”, forti desideri inconsci di risarcimenti: composizioni utopiche di interezza, “due in uno”, metafore potenti di pezzi di mela che si ricongiungono, sogni di beatitudini originarie, armonie perfette, reciproche indispensabilità. In definitiva, indistinzioni tra soggetti (“senza di te non sono niente”). 

Troppo facile, persino liquidatorio ripetere “questo non è amore”, come se l’amore non abbisognasse di aggettivi: come se non conoscessimo legami esclusivi, legami perversi, amori malati, amori masochistici, amori che fagocitano, passioni abusanti, abbracci mortali. 

Nella postmodernità è cambiato il sogno d’amore? La commercializzazione della sessualità ha avuto almeno il vantaggio di svelare le trappole del sogno romantico? L’autodeterminazione conquistata dalle donne con l’emancipazione economica ha ridotto almeno la necessità della dipendenza emotiva?

Da quanto posso ascoltare nelle scuole e tra la gente io non lo credo; sono convinta che sia arrivato il momento di portare il tema in primo piano, nelle discussioni pubbliche e nei discorsi privati.

Troppo ne stiamo tacendo con i nostri figli e le nostre figlie, senza accorgerci che spargendo miele a piene mani facciamo loro del male e che li prepariamo male alla vita.

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Graziella Priulla, già docente ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, vive a Roma e lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre esplicitamente l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “La libertà difficile delle donne”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.