Elogio del cartoccio. A che serve la scuola? (Prima parte)

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Con le vacanze scolastiche la cronaca nera ha subito un arresto. Fino a settembre, infatti, i casi di aggressione a docenti e presidi da parte di studenti e genitori – oltre 30 quest’anno – dovrebbero interrompersi, per riprendere presumibilmente alla riapertura delle scuole. Le notizie delle violenze hanno riempito le pagine dei giornali, i social media le hanno fatte rimbalzare e la percezione di esse si è moltiplicata. Della situazione della scuola italiana si parla molto, perché alcuni aspetti appaiono paradossali o addirittura drammatici e molte voci lamentano un progressivo e inarrestabile peggioramento generale. Vorrei però non tanto soffermarmi sugli aspetti più grandguignoleschi, che si trovano facilmente sui media, quanto riflettere su cambiamenti, cause, prospettive. Comincerò con un aneddoto.

Un simpatico e bravo studente quattordicenne, che per comodità chiameremo A., un giorno fu sorpreso dal suo insegnante di disegno e storia dell’arte, che per comodità chiameremo professor Z., a temperare la matita sul banco, disseminandolo di trucioli e grafite. Il professor Z. lo riprese immediatamente, intimandogli di pulire subito il banco e di usare il cestino. A. rispose che la punta della matita aveva un continuo bisogno di essere affilata e che  il continuo andirivieni suo e del resto della classe avrebbe causato grande confusione. Il mio amico Z. convenne che A. aveva ragione e gli disse di farsi un cartoccio con un foglio di carta usato, attaccarlo al banco con del nastro adesivo e adoperarlo come cestino personale, gettandolo via alla fine dell’ora. «Un cartoccio? Cioè?» chiese A. «Ma sì, un cartoccio, un cono di carta, hai presente quello delle caldarroste?». «Ah, sì» rispose A., «e come si fa?». Il mio amico Z., perplesso, glielo fece vedere e poi disse «Ora fallo». A quel punto A. assunse un’espressione sinceramente angosciata e disse: «Prof, per favore, me lo faccia lei, che a me mi viene l’ansia». 

1. Costruzione del cartoccio

Mentre mi racconta l’episodio, Z. è turbato. La parola “ansia”, a quanto mi dice, è diffusissima nel lessico scolastico e compare spesso anche, e soprattutto, nei colloqui con i genitori, i quali parlano dell’ansia che provano nei rapporti con i figli e le figlie nell’attesa di prestazioni che viene continuamente frustrata. Il numero di disturbi specifici dell’apprendimento (o dsa, per usare uno degli infiniti acronimi che ormai funestano la vita dei e delle docenti) come dislessia, disgrafia, discalculia e via discorrendo, e di bes (bisogni educativi speciali) pare aumentare a dismisura. I dsa sono diagnosticati da appositi esami psicologici mentre i bes sono testimoniati da dichiarazioni genitoriali. Bes e dsa danno la possibilità di un trattamento di riguardo: programmi semplificati, interrogazioni programmate, possibilità di usufruire di “mappe” (schemini riassuntivi) che aiutano nelle verifiche scritte e orali. Il professor Z., che non ha competenze psicologiche precise se non quelle affinate da anni di lavoro scolastico, sostiene che, secondo la sua esperienza, non è affatto detto che chi sia affetto da dsa, alla prova pratica, dimostri poi un’effettiva difficoltà o raggiunga comunque risultati inferiori a quelli del resto della classe. «Quanto ai bes», aggiunge, «stiamo parlando di adolescenti. Vorrei sapere quale adolescente normale non ha bisogni educativi speciali. Oggi si può chiedere il riconoscimento dei bes perché i genitori si stanno separando, perché si è subita una delusione d’amore, perché la morte della nonna ha inferto un duro colpo al proprio mondo affettivo, cioè perché è accaduto quello che la vita, inevitabilmente, ci regala: l’incontro con il dolore, la frustrazione del senso di onnipotenza infantile, lo scontro con le avversità, insomma tutto ciò che ci fa crescere». Z. ha anche la sensazione che lo stesso status di bes o di dsa, così solennemente affibbiato dall’alto allo scopo di semplificare la vita scolastica, contribuisca invece al convincimento della propria debolezza. «Tanto è vero» aggiunge Z., «che parlando di loro si sbaglia sempre ausiliare: si dice che il tizio o la tizia non hanno un bes o un dsa, bensì sono bes o dsa. Non una caratteristica della persona ma la persona stessa. Poi vorrei anche vedere che non si sentono inferiori».

Tornando all’ansia, questa pare essere una caratteristica sempre più presente nei genitori. Non a caso, accade spesso che madri e padri pretendano di essere in contatto costante con la prole anche durante l’orario scolastico e al mio amico Z. è accaduto di dover intimare a qualche studente di non rispondere al telefono durante le lezioni, infrangendo peraltro il divieto di tenerlo acceso, e di sentirsi rispondere: «Ma è mio padre!». Il telefono, dunque, è diventato un legame inscindibile, una specie di nuovo cordone ombelicale. Tralasciando gli effetti dei mezzi digitali sulla crescita e sull’apprendimento, su cui torneremo, appare chiaro che ormai gli e le adolescenti non hanno più un momento di assoluta indipendenza. Il telefono, nella scuola del mio amico Z. (ma, sostiene, in tutte le scuole), è il mezzo che assicura un legame continuo con la famiglia. Contemporaneamente, il cosiddetto tempo libero appare sempre più inesistente. 

2. Il cellulare a scuola

«Da ragazzini» dice Z. «si andava a giocare a pallone da qualche parte, se andava bene al campetto dell’oratorio, altrimenti – e molto più spesso – dove capitava. Io andavo con i miei amici in un ritaglio d’erba sparuta delimitato dai bastioni delle mura, di forma triangolare e con un albero nel mezzo. Giocavamo con una sola porta e dovevamo stare continuamente di vedetta perché se arrivava un vigile ci sequestrava la palla. Le regole del calcio, giocoforza, le piegavamo alle nostre necessità; non avevamo divise né scarpe apposite, le mamme ci sgridavano perché rovinavamo i vestiti, litigavamo spesso e ci divertivamo un mondo perché eravamo liberi. Adesso chi fa sport – direi la maggioranza – lo fa all’interno di istituzioni, con precisi orari di allenamento, impegni agonistici, allenatori severi, abbigliamento tecnico e costi elevati. La mancanza di un tempo di gioco veramente libero comporta anche una maggior difficoltà nella formazione di una coscienza autonoma. Il gioco non è solo svago, è anche l’apprendistato di un ruolo sociale: non è un caso che maschi e femmine abbiano sempre fatto giochi diversi e adatti al ruolo che la società impone loro. Questo è un altro problema che prima o poi dovremo affrontare, ma nel gioco, al di là dei condizionamenti sociali, c’è sempre stato apprendimento e soprattutto libertà, perché non serve un campo regolamentare, una palestra attrezzata, una piscina olimpionica o un abbigliamento adatto, basta un cortile. 

3. Il gioco in cortile

Invece ora i genitori sborsano un sacco di soldi e quindi si aspettano il successo. Inoltre spesso non sono pronti a cogliere i talenti: ho avuto in quinta liceo un ragazzo che era innamorato della meccanica e il cui massimo desiderio era stare in mezzo a motori e motociclette. I compagni e le compagne di classe gli affidavano i loro motorini e lui ne faceva dei gioielli, e mi diceva che il suo piacere era avere le mani sporche di grasso. I genitori, mamma medica e papà avvocato, volevano farne un ingegnere: non capivano che il figlio non voleva progettare, voleva agire, altrimenti sarebbe stato sempre un frustrato. Poteva diventare un meccanico geniale, e invece loro volevano un figlio di successo. Ecco, anche “successo” è una parola che sento spesso. La mia impressione è che madri e padri, sempre più indaffarati, si sentano colpevoli del cosiddetto “insuccesso” di figli e figlie». L’osservazione mi pare pericolosa: sarebbe dunque meglio la mamma casalinga come un tempo? «Ma no», ribatte Z., «la questione non è la mamma, è anche il papà, è la presenza fisica su cui puoi contare. Il contatto digitale perenne non la sostituisce, anzi: il cellulare sempre acceso è un controllo occulto che non lascia spazi di libertà. Di questi tempi è quasi impensabile, ma davvero credo che quando hai un figlio dovresti avere anche un orario di lavoro ridotto per potertici dedicare, naturalmente senza ripercussioni economiche, cosa impossibile di questi tempi in cui uno stipendio solo o un part-time sono un lusso. Se lavori dalla mattina alla sera, è ovvio che ti attacchi al telefono, ma il telefono non è come parlare, coccolare, litigare di persona. Poi i genitori vengono a dirmi: “Eh, certo che non se ne può più, mio figlio usa il cellulare anche a tavola!”. Una madre una volta mi ha detto piangendo: “Professore, io non capisco più mio figlio!”. E vorrei anche vedere! Quale quaranta-cinquantenne “capisce” un quindicenne? Padri e madri non devono “capire”: devono amare, educare, guidare, sorreggere, incoraggiare, magari premiare e punire. A capire ci pensano gli amici». A questo punto mi chiedo se la situazione sia uguale per ragazzi e ragazze. Le aspettative dei genitori sono le stesse? Anche le ragazze vorrebbero fare le meccaniche? «Be’, quello del meccanico era solo un esempio. Spesso accade il contrario. Ora mi sembra che per le femmine la situazione sia migliore, almeno nei licei. All’università si iscrivono sempre più ragazze, anche nelle facoltà scientifiche, ma non so quanto l’aspettativa sociale per loro sia cambiata. Quando uscì Astrosamantha, il film su Samantha Cristoforetti, portai di corsa le mie classi a vederlo. Le ragazze ne uscirono emozionatissime. Una piangeva. “Ma allora lo potrei fare anch’io!”, mi ha detto. Pare strano, ma nel ventunesimo secolo è ancora opinione comune che una ragazza possa magari essere brava in matematica, ma poi se ne debba stare a casa o faccia l’insegnante invece di andarsene a esplorare lo spazio». Ma quello dell’insegnante è ancora un mestiere di ripiego? «Sempre meno, direi. Una volta lo era certamente, in particolare per le donne. Come ho detto, una laurea a pieni voti in matematica o in filologia greca non apriva la strada alla ricerca ma, per molte donne, all’insegnamento, perché era – era, nota bene – un lavoro a mezza giornata, con un sacco di tempo libero per stirare le camicie del marito, il quale, nelle famiglie borghesi, guadagnava abbastanza da compensare il magro stipendio della moglie. Un sacco di brave studiose sono finite a insegnare e, d’altro canto, un sacco di ottimi maestri e professori hanno finito col diventare meccanici, ingegneri, medici o operai per soddisfare le aspettative o le necessità della famiglia. Ora, per chi insegna, il lavoro è raddoppiato e lo stipendio non è cresciuto, ma la percezione che ne si ha è ancora quella. Anzi, il prestigio sociale è diminuito e anche per questo, quando parli con i genitori, hai a volte la sensazione che ti considerino uno sfigato. Quanto al tempo libero e alle vacanze smisurate, non ne voglio neppure parlare. Basti dire che l’insegnante ha la responsabilità penale della classe e che non può neanche andare a fare la pipì quando ne ha bisogno». 

4. I quadri di fine anno

Il tema del successo e dell’insuccesso mi pare interessante. Nella scuola i risultati sono misurati con i voti e la promozione appare il discrimine fondamentale anche se, in realtà, essa misura solo l’assimilazione di un programma svolto e la previsione che lo o la studente potrà affrontare l’anno seguente con un minimo di tranquillità. Non è, né è mai stata, il giudizio sulla persona né sui suoi molti e svariati talenti. Non ha un significato morale né, tantomeno, è una promessa o una condanna. Accade che una persona, nel delicato periodo dell’adolescenza, attraversi una fase più o meno lunga di distrazione e di fatica; in tal caso, ripetere l’anno è di aiuto. Il professor Z. prosegue: «La non ammissione all’anno seguente (guai, di questi tempi, a chiamarla bocciatura), così come il “debito” da recuperare a settembre, è una dilazione, un prolungamento dell’ospitalità che la scuola offre per acquisire una formazione sufficiente a proseguire. È una cosa buona, quando serve. Io, per esempio, sono stato bocciato in seconda liceo perché quell’anno mi ero innamorato e non capivo più niente. Lì per lì la cosa mi ha scottato, ma poi ho capito che quella prof di matematica, fermandomi con un cinque a settembre, mi ha salvato la vita. Poi è stato tutto facile. Ma ora, in altri Paesi europei, le superiori durano solo 4 anni, quindi abbiamo la sensazione di arrivare in ritardo. Ma in ritardo rispetto a cosa? La disoccupazione è arrivata a cifre drammatiche, i giovani, quando va bene, collezionano lauree stage e master e poi restano a casa, chi se la sente scappa all’estero e noi abbiamo fretta? Di che? Non sarebbe meglio approfittare e approfondire lo studio? Invece noi docenti, se fermiamo qualcuno, assistiamo a due fenomeni: innanzitutto la dolorosa delusione delle famiglie, che talvolta si tramuta in incredulità e in rabbia nei confronti della scuola, rea di non aver capito e/o di non aver aiutato; e poi il comportamento riflesso e timoroso di presidi e consigli di classe, che tendono a mitigare i giudizi e ad arrotondare i voti per eccesso. Ora, il punto è che il registro elettronico, che sta sostituendo ovunque quello cartaceo ed è consultabile in tempo reale dai genitori, ha eliminato qualunque forma di mediazione e di riflessione. I genitori vengono al colloquio non per conoscere e capire, ma per chiedere conto e contestare, dato che hanno accesso ai voti e dunque pensano di sapere già tutto. La media aritmetica è chiara e apparentemente oggettiva: i voti, allo scrutinio, sono arrotondati dal software, dunque da 5,00 al 5,49 è 5 e dal 5,50 al 5,99 è 6. È un calcolo molto semplice, meccanico. Poi, in sede di giudizio, il consiglio di classe può modificare il voto finale sulla base di varie considerazioni, ma intanto chi ha cinque virgola qualcosa sa già che avrà sei e, se ciò non avviene, si scatena la frustrazione. Non è solo una questione di decimali, perché nella scuola italiana la sufficienza è sei, dunque un voto inferiore a sei è insufficiente. Mi pare un ragionamento chiaro. E lo sanno bene anche gli e le studenti, infatti quando, appena compiuti i 18 anni, si mettono di lena a studiare per conseguire la patente di guida e si affannano ad esercitarsi per superare i quiz, è loro chiaro che dovranno rispondere a 40 domande in 30 minuti e che non potranno fare più di quattro errori. Il 10%. Se saranno cinque, ovvero solo il 12,5%, niente patente. Ma l’esame per la patente non presenta nessuna delle implicazioni psicologiche e affettive della scuola, ed è proprio tale anaffettività che dà l’illusione di un giudizio obiettivo, mentre la scuola è percepita come un prolungamento della famiglia, in cui tutto è riassorbito nella sfera affettiva. La scuola, in realtà, è una via di mezzo, un filtro fra la famiglia e il mondo esterno, quello adulto. Se in famiglia i conflitti vengono risolti sulla base degli affetti, nel mondo adulto gli errori hanno conseguenze gravi: paghi una multa, ti licenziano, vai in galera. La scuola è un filtro nel senso che gli errori sono sempre lievi, come pure le sanzioni, e hanno sempre uno scopo educativo e formativo. Il problema è appunto qui: l’educazione di una persona giovane deve basarsi sulla chiarezza, sulla precisione e sull’onestà. Non possiamo dare segnali ambigui, non possiamo dire sì quando intendiamo no. Anche perché rischiamo di minare alla base la stessa matematica. Il numero cinque virgola qualcosa, fosse anche una serie infinita di nove, non sarà mai sei. Se stabiliamo in confine fra sufficiente e insufficiente, dev’essere chiaro. E questa è solo la punta dell’iceberg di un problema molto serio che riguarda, tra l’altro, la comprensione della scienza». 

 

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Federico Dall’Acqua è nato e vive a Venezia. Si occupa di liuteria, di musica e di scrittura. Ha vissuto a lungo a New York, dove ha svolto diversi mestieri, ha suonato in alcuni gruppi blues di risonanza locale, si è diplomato presso la School of Visual Arts con una tesi sull’interazione tra musica e arti visive e ha tenuto corsi universitari.