‘Alla ricerca di Vivian Maier’, il documentario della storia di una scoperta

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Nel 2007, un giovane è in cerca di fotografie per tracciare una storia di Chicago. Si muove con disinvoltura nel mondo delle aste, ha una sorta di intuito magico, si è allenato a lungo a distinguere tra ciò che ha valore e ciò che non ne ha. Forse non è un caso che il caso scelga proprio lui, il suo intuito e la sua curiosità, per redimere dall’oblio una storia straordinaria. Il caso, quindi, gli mette tra le mani la vittoria di un’asta che includeva un’impressionante quantità di cianfrusaglie, tra cui centinaia di rullini da sviluppare. Quei rullini racchiudevano l’opera fotografica – ovvero la vita – di Vivian Maier, una bambinaia di origini francesi che aveva per natura uno straordinario talento con la macchina fotografica, e che oggi viene riconosciuta come la madre della fotografia di strada: è stata la prima a voler fissare la vita delle strade prima che questa corrente avesse una nomenclatura.

La donna muore nel 2009, prima di essere raggiunta dal ragazzo che ne aveva capito l’arte e che aveva ingaggiato una faticosa ricerca dell’occhio sconosciuto dietro un obiettivo che si era aperto sulla luce di circa quarant’anni prima.

Il ragazzo di chiama John Maloof e con Charlie Siskel ha voluto raccontare la storia della sua ricerca nel documentario del 2013 ‘Alla ricerca di Vivian Maier’. Ciò che sorprende è la sovrapposizione dei racconti di chi l’ha conosciuta, che rilasciano un ritratto a volte decisamente inquietante di Maier, e la bellezza e l’armonia compositiva delle sue foto, lo sguardo acuto; lo iato tra arte e vita è profondo ma non meno affascinante. Il documentario, infatti, racconta anche il lato oscuro della fotografa, fatto di estrema solitudine, manie di accumulazione e stranezze. Emerge per lei quella stessa bizzarria se non sgradevolezza che stanno dietro il sublime dei suoi scatti.

FOTO 1

La capacità di Maier di ‘vedere’ una fotografia è straordinaria: la macchina adagiata sulla pancia le permette di scattare con discrezione nel flusso di vita, e coglierlo indisturbata – aveva scelto intenzionalmente il lavoro di bambinaia per poter passeggiare e poter stare il più possibile all’aria aperta, tra la gente. Si diletta in giochi di luce, di composizione, con la prevalenza di un elegante bianco e nero e prediligendo soggetti umani. Si destreggia anche con filmati e videointerviste, improvvisandosi reporter tra la gente. A una donna, in un supermercato, chiede l’opinione sull’impeachment e di fronte alla risposta reticente, dichiara: ‘Non ha un’opinione? Si suppone che le donne possano averne’. Fotografa di tutto, si autoritrae, mentre si occupa dei bambini degli altri, mentre si occupa e fotografa la vita degli altri. Voracemente. Ossessionata dalla vita mentre ne rimane tagliata fuori. Dal documentario emerge il profilo artistico straordinario di una donna comune, e un ritratto di una donna comune con un numero impressionante di manie. Vivian accumula oggetti, serrandoli nelle sue stanze meticolosamente chiuse a chiave; non ama dichiarare il suo nome, si costruisce un’identità fittizia dietro cui osserva il mondo. Praticamente impenetrabile, attraversa la sua esistenza in una solitudine quasi assoluta. Più si conosce della sua arte, meno della sua vita.

FOTO 2

Quando il documentario è stato girato, Vivian Maier faticava a essere riconosciuta dai circuiti ufficiali dell’arte; ad oggi l’atteggiamento è mutato e la sua storia è decisamente più nota. Maloof ha avuto due intenzioni geniali: capire il talento di Maier e girare questo documentario che di quella storia personale testimonia l’omega, che coincide con l’alfa della storia artistica. In vita, la fotografa non ha mai pubblicato le sue foto, ne ha sviluppate pochissime, ma dal film emerge sorprendentemente la consapevolezza di essere dotata; in secondo luogo, pur non ‘avendo difeso se stessa come artista’, emergono anche deboli tentativi di dare alle stampe i suoi lavori rimanendo tuttavia l’enigma sul perché una persona abbia tanto brillantemente catturato immagini e le abbia di fatto rese quasi invisibili rischiando di farle sparire.

L’opera di Vivian Maier resta un enigma che il patrimonio dell’umanità ha guadagnato per caso, da avvicinare nel silenzio di una sequenza interminabile di bellissime fotografie, di cui è stato detto il meglio che si possa dire (da un fotografo intervistato nel documentario), che Vivian era capace di far vibrare e vivere insieme due persone, lei fotografa e il soggetto, nello stesso momento.

FOTO 3

Post scriptum: In mostra a Bologna fino al 27 maggio: https://www.palazzopallavicini.com/Blog_Eventi_single.php?id=36

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=Mvwn4lz9oeo

Sito dedicato all’artista: http://www.vivianmaier.com/gallery/self-portraits/#slide-8

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Ina Macina, pugliese per nascita e nomade per divenire. Vive tra Italia e Barcellona. Formatrice in questioni di genere, consulente in diversity management, umanista. Nel 2017, consegue un dottorato presso l’Università di Barcellona in filologia moderna, con specializzazione in letteratura e studi di genere. Blogger ed entusiasta della fotografia, dal 2009 ha scritto per diverse riviste online nella sezione cultura, in particolare letteratura, arte e cinema. L’interesse per la critica cinematografica matura durante la prima edizione del Bif&st, Per il cinema italiano, tenutasi a Bari nel 2009; durante il festival, frequenta il laboratorio ‘Fare critica cinematografica’ e fa parte della giuria per i documentari (il vincitore della categoria sarà Gianfranco Rosi). Nel tempo, il suo approccio critico è andato specializzandosi nella prospettiva di genere. macina.i@impagine.it