Si chiamava Razan

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Sabato 2 giugno migliaia di persone hanno partecipato ai funerali della ragazza, mentre la bara sfilava per Gaza City avvolta nella sua bandiera. Si chiamava Razan Ashraf al-Najjar l’infermiera palestinese ventunenne uccisa venerdì scorso nella striscia di Gaza. Durante la cerimonia funebre, i genitori hanno mostrato le sue uniche armi: il camice insanguinato e un rotolo di garze. Aveva il volto scoperto e le mani alzate quando l’esercito israeliano ha aperto il fuoco e l’ha colpita al petto. Secondo alcuni (su questo le fonti non concordano), la sua assassina sarebbe una donna, cosa rara per il mondo occidentale, ove a commettere violenza sono quasi sempre gli uomini, ma che non sorprende nello Stato più militarista del mondo in cui il razzismo verso la popolazione araba è fortemente radicato. È in carcere accusata di terrorismo la sedicenne araba che a mani nude ha schiaffeggiato un soldato occupante, armato di mitra, pochi mesi fa, gesto che ha indignato l’opinione pubblica ebraica molto più delle migliaia di vittime fatte da Israele nel corso dei decenni. 

Oltre al quotidiano panarabo Al Jazeera, è il giornale israeliano Haaretz a riportare la notizia secondo cui lo stesso Stato di Israele starebbe aprendo un’inchiesta sui propri soldati per quanto accaduto a Razan. E non è affatto scontato che l’intransigente e spietato governo Netanyahu ammetta i crimini delle cosiddette Forze di Difesa Israeliane (IDF).

La sua uccisione rientra in un contesto molto più ampio. A partire dal 30 marzo la popolazione della striscia di Gaza, esasperata da decenni di umiliazioni e soprusi, ha dato inizio alla Marcia del Ritorno. Tale manifestazione, che ha luogo ogni venerdì, rivendica il diritto delle famiglie palestinesi di tornare nelle terre da cui furono forzatamente allontanate per fare spazio allo Stato ebraico-sionista. Infatti la striscia – una specie di carcere a cielo aperto ove mancano i generi di prima necessità – ospita quasi due milioni di persone, in maggioranza rifugiati e profughi cacciati dal resto della Palestina nel 1948 in occasione di Al Naqba (che significa «la catastrofe»), come è ricordata nel mondo arabo la nascita di Israele. A dare il via a queste manifestazioni è stata la decisione di Donald Trump di spostare a Gerusalemme (e la sua occupazione israeliana viola decine di risoluzioni ONU) la sede dell’ambasciata USA, gesto che umilia gravemente il diritto internazionale e la dignità dei popoli arabi ma che mostra  continuità, nei rapporti con Israele, tra la presidenza Trump e le precedenti amministrazioni statunitensi. La Marcia del Ritorno non è certo una provocazione di Hamas, come invece i vertici politici e militari israeliani vorrebbero far credere: con modalità estremamente pacifiche e nonviolente, la popolazione palestinese sta dimostrando in queste settimane una determinazione incredibile nell’opporsi alla violenza del «popolo eletto». Ma alla resistenza non violenta palestinese Israele risponde con crimini di guerra. Oltre ai gas letali e le bombe al fosforo bianco, le IDF usano spesso proiettili che, una volta penetrati nel corpo della vittima, si aprono diffondendo schegge: per i medici l’unico rimedio a queste ferite consiste nell’amputare gli arti dei sopravvissuti. Scandaloso, anche se giustificato da Netanyahu come «legittima difesa dal terrorismo», è stato lo sparare ai giocatori della squadra di calcio palestinese mirando alle ginocchia. L’ultimo ed ennesimo atto criminale della brutalità sionista, dopo aver sparato persino sulle ambulanze, è stato proprio l’omicidio di Razan, nonostante la sua inconfondibile uniforme da paramedica. Lo sparo è stato effettuato non durante un momento di “scontri” ma a freddo, durante la medicazione dei feriti; nello stesso contesto, una granata ha ferito un altro operatore sanitario. Sparare al personale medico e paramedico è considerato un crimine di guerra gravissimo secondo tutte le convenzioni internazionali. 

Foto Razan

Arriva così a 119 il bilancio dei palestinesi inermi uccisi dal fuoco Israeliano dal 30 marzo a oggi. Dopo il massacro di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila (Libano 1982) sotto la guida diretta di Ariel Sharon, gesto che non trova alcuna giustificazione umana né politica, già l’operazione Piombo Fuso contro la striscia di Gaza del 2008-2009, diretta dallo stesso Netanyahu che siede al governo oggi, aveva comportato per i vertici politici e militari di Tel Aviv (unica legittima capitale israeliana) l’apertura di un procedimento penale presso il tribunale internazionale dell’Aja per «crimini contro l’umanità» e «genocidio»: mai accuse tanto gravi avevano colpito governi sedicenti liberaldemocratici dopo la seconda guerra mondiale.

La cosa più eclatante di quanto sta accadendo è il totale silenzio dei nostri media: se si vuole avere una decente informazione sulla carneficina unilaterale in corso è necessario leggere Le Monde o Al Jazeera o Libération o The Guardian o il Middle East Eye, mentre i giornali e le televisioni italiane si limitano ogni tanto a parlare di «momenti di tensione» o addirittura di «nuovi scontri nel conflitto arabo-israeliano», come se i rapporti di forza tra le due parti fossero pari o quasi. Se invece fosse stato un soldato israeliano ad essere ucciso dai razzi di Hamas, l’Italia avrebbe visto levarsi un coro di slogan di solidarietà con la «vittima del terrorismo islamico».

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Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.