Rojava, dove la società è libera solo se anche le donne lo sono

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Immaginate una città dove le donne sono libere, autonome, non discriminate. Immaginate un Paese in cui i luoghi delle donne sono valorizzati, incentivati, sostenuti. Immaginate un’intera società in cui la liberazione della donna è uno dei principi cardine, che sta alla base di tutto. Non si tratta di una città dell’Occidente femminista – in cui ogni anno centinaia di donne muoiono per femminicidio e i luoghi adibiti alle donne vengono chiusi, invece che sostenuti – ma di una regione nel cuore del Medio Oriente: il Rojava, il Kurdistan occidentale, comunemente conosciuto come Nord della Siria.

Proprio lì, dove “le donne sono costrette ad usare il velo”, è in atto una rivoluzione democratica, ecologica, di genere. Una rivoluzione che mette al centro proprio le donne, perché “la liberazione delle donne è la liberazione della società”.

Principali agenti di questa rivoluzione sono i curdi e le curde del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e del PYD (Partito dell’Unione Democratica). Si tratta di due partiti politici curdi radicali e rivoluzionari. Mentre il primo (turco) è considerato un’organizzazione terroristico da USA, Ue, NATO e Iran ed è illegale in Turchia, il secondo è il suo fratello siriano e ha avuto un ruolo centrale nella costituzione del Rojava dopo l’inizio della guerra in Siria e mantenimento dei suoi cantoni (Afrin, Kobane e Jazira).

Il Rojava, infatti, è una striscia di terra a nord della Siria al momento controllata dai curdi, ma di fatto costituisce una confederazione autonoma di popoli basata sull’autogoverno e sul rispetto reciproco, in cui accanto ai curdi vivono arabi, turcomanni, assiri, ceceni. È l’applicazione pratica del confederalismo democratico, ideologia sviluppata dal leader del PKK Öcalan, all’interno della quale la liberazione delle donne diventa per la prima volta un elemento fondamentale per creare una società libera da ogni schiavitù. Il femminismo, assieme all’ecologia e alla democrazia, è la base fondante di questa nuova società.

Una liberazione, quella delle donne, che avviene prima di tutto nelle città d’origine, nelle case, dentro sé stesse. Bisogna abbattere il maschilismo, che però non è soltanto quello dei miliziani di Daesh che mutilano i corpi delle combattenti curde, ma anche quello della propria società di origine, dove le stesse famiglie sono pregne di idee patriarcali. Dai primi anni ‘90, infatti, le donne del partito hanno svolto un lungo lavoro in questa direzione. Ma è solo ora, nel Rojava, che queste donne hanno la possibilità concreta di mettere in atto una società “liberata”.

Ma è anche una liberazione del sapere: ai concetti di Stato e capitalismo – che richiamano quelli di dominio e schiavitù – si oppongono le idee di “società naturale” ed etica, che appartengono a quelle civiltà pre-sumere a cui le donne curde guardano come modello di ispirazione alternativo a quello di Stato-nazione. In questa società le donne avevano autorità, sorvegliavano e proteggevano la comunità così come gli uomini e tutto era basato sulla convivenza sociale e sul legame etico fra le persone.

Non si tratta semplicemente di permettere alle donne di partecipare alla vita politica e di “avere gli stessi diritti degli uomini”, ma di ribaltare il punto di partenza secondo cui ciò che caratterizza una donna è sminuito, meno importante rispetto alle azioni dell’uomo, e ridargli la giusta importanza. A questo serve la Jinealogia, la scienza delle donne: indagare il sapere, la storia e la società nel loro insieme per decostruire il paradigma dominante che vede l’uomo al centro di tutto. La conseguenza riguarda non soltanto la vita delle donne, ma la comunità intera: politica, società, economia cambiano e si modellano secondo nuovi canoni.

È per questo che il Rojava pullula di luoghi gestiti da (e destinati a) le donne. Yekitiya Star è l’organizzazione più importante delle donne nel Kurdistan occidentale: fatta da e per le donne, organizzata in comitati, autonoma e indipendente, lavora per l’emancipazione femminile partendo dalle donne stesse, ragionando insieme e mandando avanti la vita in comune.  La Foundation of Waqfa Jin Azad in Rojava (Fondazione delle Donne Libere in Rojava) è un’organizzazione femminista fondata nel 2014 che prosegue sulla stessa scia e che si concentra sugli altri aspetti della vita delle donne (salute, educazione, lavoro, costruzione di luoghi per le donne). Jinên Ciwan – Giovani donne – è un’organizzazione giovanile che educa e diffonde la rivoluzione fra le più giovani, attraverso libri, musica, teatro, danze. Jinwar è un villaggio per donne al momento ancora in costruzione, un posto in cui le donne si allontanano dalle violenze e si riappropriano degli spazi mettendo in atto le regole di una nuova società. Accademie, cooperative, case delle donne sono i veri e propri spazi delle città dedicati alle donne: la più conosciuta è la casa delle donne di Kobane, che al momento è in fase di ricostruzione.

Il simbolo più evidente di una recuperata centralità del ruolo della donna è il sistema della co-presidenza, che garantisce che per ogni villaggio, comune, città e regione vi siano un presidente e una presidente, un uomo e una donna. Non si tratta di un contentino per le donne né del semplice accedere delle donne alla vita politica. Piuttosto, la copresidenza si ispira ad un principio di complementarietà: maschile e femminile si completano, aiutandosi vicendevolmente e garantendo così una gestione della comunità più equa e attenta ai bisogni di tutti.

Parlare di “potere delle donne” sarebbe a questo punto sbagliato: potere è una parola del vecchio paradigma patriarcale ed è strettamente legata all’idea di dominio (sull’altro). Il potere è di chi lo esercita, ma nel Rojava cessa di essere tale: è la comunità stessa che si autogoverna, comunità di cui le donne sono una parte fondamentale.

È per questo che i resoconti dell’Occidente e della stampa mainstream risultano spesso banalizzanti, oltreché fuorvianti. Si limitano a raccontare la storia delle belle guerriere curde che si sacrificano contro l’Isis, ma dimenticano quella di tutte le donne (dalle giovani alle settantenni) che lavorano incessantemente sul campo per costruire una società migliore. E così facendo, dimenticano di dire che è in atto una vera rivoluzione.

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Elisabetta Elia, classe 1992, in lei vivono tre mondi: quello della Calabria, dove è nata, quello di Roma, dove ha studiato Lettere Moderne e poi giornalismo, quello del Kurdistan, dove non è ancora stata ma è sicura che andrà. Appassionata del mondo del sociale, dei cambiamenti che vengono dal basso e delle lotte femminili e femministe: la sua ambizione è vederli e raccontarli. E con le parole, magari, trasformare il mondo.