Ni una menos: nuovi femminismi dall’America Latina all’Italia

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Proprio quando tutto sembrava più depresso e avvilito, un grido dall’America Latina risveglia le coscienze femministe e le scuote: Ni una mujer menos, ni una muerta más («Non una donna in meno, non più neanche una morta»). Un grido che nasce in Argentina, nella primavera del 2015, preso in prestito dalla poetessa e attivista messicana Susana Chávez (di lei si parla oggi nella nostra rubrica letteraria Les Salonnières) e diventato simbolo internazionale della lotta delle donne.

All’inizio è solo un gruppo di giornaliste, attiviste e artiste a riunirsi, ma il richiamo è forte: organizzazioni dal basso, comunità locali, donne e uomini si avvicinano alla campagna diffusasi presto in tutta l’America Latina. Ni una menos è la parola chiave, proprio perché è sul corpo delle donne che la violenza maschilista e femminicida continua a manifestarsi ogni giorno. 

L’America Latina, infatti, ha registrato negli ultimi anni un aumento dei casi di femminicidio e del numero di violenze contro le donne, spesso avvenuti nella completa impunità. Al grande insieme di attiviste per i diritti umani, ambientali, locali si accompagna un egual numero di donne minacciate, violentate, uccise. Susana Chávez è una di loro, ma con lei anche Berta Cáceres, Marielle Franco, Maria Guadalupe Hernández Flores. Per non parlare poi delle donne ‘che non conosce nessuno’, quelle che vogliono semplicemente vivere la loro vita ma che vengono bruscamente fermate: secondo la CEPAL (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi) sono 4.000 ogni anno (12 ogni giorno) le donne uccise nel continente sudamericano per motivi legati al loro genere.

Per questo motivo le donne di Ni una menos hanno posto fin dall’inizio l’accento sulla lotta alla violenza di genere e sulla necessità di predisporre un piano antiviolenza che entri nell’agenda politica di ogni comunità. 

Quali sono i punti fondamentali di questa agenda? 

Rendere accessibili aiuto e protezione alle vittime di violenza e garantire un percorso legale che porti alla denuncia delle violenze subite, ma anche monitorare – costantemente – il numero dei femminicidi (perché solo misurando quello che succede si potrà costruire una politica pubblica efficace) e portare l’educazione sessuale completa nelle scuole. Un punto fondamentale, perché è proprio dall’insegnamento delle differenze che nasce il rispetto e si annulla la violenza machista. 

La prima vera battaglia è stata lanciata con uno sciopero di un’ora contro il femminicidio, un’ora in cui le donne si sono astenute da tutte le attività (anche quelle riproduttive). Un modo per attirare l’attenzione, certo, ma anche per far capire l’importanza delle attività svolte da ognuna di loro. Lo sciopero è presto diventata un’arma di lotta internazionale, globale.

La loro lotta, infatti, ha ridato slancio ai vari gruppi e movimenti femministi nel resto del mondo e ha germogliato in America, ma soprattutto in Europa e in Italia, dove Non una di meno è grido nelle piazze del 25 novembre e dell’8 marzo, scritta sui muri, parola d’ordine nel “Piano Femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere” del movimento in Italia.  

Consultori, associazioni contro la violenza di genere, centri antiviolenza, nuove femministe e femministe storiche hanno contribuito alla nascita di questo piano e lottano ogni giorno per attuarlo. Come la violenza sulle donne è trasversale, così lo deve essere anche il piano che la combatte: «libere dal sessismo» nelle scuole, negli ospedali, nella famiglia, nel lavoro. 

Ogni anno, in Italia e nel mondo, i cortei promossi da Ni una menos diventano più folti e trasversali dal punto di vista generazionale, uniscono i sessi nella lotta al patriarcato e al maschilismo, crescono e creano nuove progettualità sul territorio. 

Proprio per questo, accanto allo slogan Ni una menos, ne è stato aggiunto un altro: Vivas nos queremos. Non solo queste donne non vogliono morire, ma vogliono essere libere di sentirsi vive e di vivere senza paura.