Max Manganelli e l’armonica per caso

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Racconta Tom Joad, il protagonista diFuroredi John Steinbeck: «L’armonica è uno strumento facile da portare. La togli di tasca, la batti sulla palma della mano per scuoterne via i detriti di tabacco e di porcheria, ed è pronta. Puoi fare quel che vuoi con un’armonica: note staccate, accordi, melodie ritmate. Puoi plasmare la tua musica con le due mani, ci tiri fuori il suono lamentoso e nostalgico della zampogna, le note grandiose e angeliche dell’organo, i trilli acuti e pungenti del piffero. Poi smetti di suonare e te la rimetti in tasca. […] E se la perdi o la rompi, la perdita non è grave. Con pochi cents te ne puoi comprare un’altra».

«È vero», mi dice Max Manganelli mentre siamo seduti in macchina davanti alla Scuola popolare di musica di Testaccio, a Roma, una mezz’ora prima che cominci il suo corso di armonica diatonica. «Un’armonica a bocca diatonica costa poco rispetto ad altri strumenti. Quando ne ho avuta una in regalo, all’inizio degli anni Novanta, non ne sapevo niente, però mi aveva incuriosito e così ho cominciato a cercare di capire che potevo farci. Soffiavo e aspiravo in quei dieci buchi e ne venivano fuori suoni diversi, e nient’altro. La musica mi piaceva, ma non avevo molte preferenze. Ascoltavo di tutto. Poi, a un certo punto, ho incontrato il blues e ho capito che l’armonica è l’anima del blues, perché può cantare come una voce umana, e mi sono messo ad ascoltare blues e a provare, e più ascoltavo e più provavo. È cominciata così».

A quell’epoca Max, dopo essersi diplomato, faceva un po’ di tutto. «Pure l’idraulico, l’elettricista, il muratore. Insieme ad un amico ristrutturavamo appartamenti. Questo amico aveva un’armonica a bocca e ogni tanto la suonava, io ne ero affascinato e lui me la regalò, così per qualche tempo ci ho giocato. Niente di più. Nel frattempo lavoravo».

Il Monte dei Cocci manda un odore di terra, in accordo con il colore scrostato dell’ex mattatoio e con la pioggia che va e viene in questa primavera ancora in incubazione. Il mattatoio è stato riadattato per ospitare la facoltà di Architettura dell’università Roma Tre, la Città dell’altra economia, una sede del Museo di arte contemporanea, una dell’Accademia di belle arti, il centro sociale curdo Ararat, le stalle dei pochi cavalli che ancora tirano le carrozzelle per i turisti cinesi. Anche se molta gente entra ed esce dal cancello sovrastato dalla statua della Tauromachia, memento dell’ecatombe infinita che ha nutrito Roma per quasi un secolo, e anche se molta di questa gente entra ed esce dal portone della Scuola popolare di musica recando custodie dei più vari strumenti musicali, l’Ex Mattatoio non riesce a farmi dimenticare il suo passato. Per fortuna ci sono i suoni che escono dalle sussiegose finestre ottocentesche, passaggi musicali ripetuti, scale, accordi vocali, percussioni, barriti ambigui di neofiti del sax e della tromba, archi nella fase incerta dell’accordatura, il minestrone allegro e confuso degli strumenti e delle voci di tante persone che hanno scelto di migliorare la loro vita con la musica proprio qui, trasformando la vecchia architettura della morte seriale in una scuola sempre in festa.

Max, sollecitato dalla mia curiosità, continua a raccontare. Dopo il periodo dei lavori qua e là, è arrivata l’officina. «Da operaio mi occupavo di meccanica di precisione, quindi ho imparato a lavorare di fino cose molto piccole. Un pezzo o è preciso al centesimo di millimetro o è da buttare. Ma avevo sempre quell’armonica in tasca e ci soffiavo dentro appena possibile, e la sera ascoltavo dischi e frequentavo locali dove si suonava».

Ricordo che anch’io avevo comprato un’armonica per suonare come Bob Dylan, e mi era sembrata una cosa elementare. Lo era. Infatti Bob Dylan non sapeva suonare, la mia armonica aveva un suono infame e io non me n’ero neppure accorto.

Max prosegue. «Insomma, in officina avevo tutte le condizioni e le attrezzature per poter dare spazio alle mie idee e di come poter rendere questo strumento più prestigioso, quindi durante la mia breve pausa-pranzo, solo mezz’ora, facevo i miei primi prototipi. Mangiavo il mio panino a tempo di record e poi mi rimettevo al banco da lavoro, svitavo le viti dell’armonica, guardavo attentamente tutte le sue parti e mi chiedevo se davvero quello fosse il modo migliore di costruirle. Ho pensato a uno specifico design da poter adattare ad armoniche che si trovano abitualmente in commercio con un’imboccatura particolare che fosse più comoda, più ergonomica, insomma migliore.  Ho provato moltissimi materiali tra plastiche, metalli, legni duri e stagionati come si deve, anche di quelli più strani mai usati per strumenti».

Quindi, gli chiedo, sei un designer e un costruttore? «Diciamo un miglioratore. L’armonica mica l’ho inventata io. E ancora adesso il grosso del mio lavoro è migliorare le armoniche in commercio, anche cambiandole parecchio. Perché ci sono pure strumenti costosi, magari giapponesi, ma valgono solo quanto costano. Non è questione di soldi, è come se mancassero di attenzione, di una qualche logica di fondo. Tutto quello che facevo, soprattutto le armoniche con i corpi in alluminio colorato e i microfoni, inizialmente erano su misura per me, questo sia chiaro. Ma poi sono piaciute anche agli altri, perché era roba fatta per la musica e non per il business».

E com’è andata che sei uscito dalla fabbrica? «È andata che i tempi diventavano duri. La crisi, la cassa integrazione, i licenziamenti, cose così. Appena cassaintegrato ho preso il toro per le corna e mi sono licenziato. La fabbrica si fottesse. Non mi piaceva l’aria che ci si respirava, tollerare i soprusi non mi è mai riuscito, neanche da bambino. E poi mi volevo dedicare all’armonica e avevo anche bisogno di mettere insieme un tot di soldi tutti i mesi, così ho fatto due più due, ho affittato un laboratorio e mi sono messo a lavorare per conto mio. Ho inventato un nome: BluexLab, perché “blues” era troppo scontato e pure pretenzioso; “bluex” si pronuncia allo stesso modo, è diverso ma si capisce. Molte cose sono successe per caso, conosci qualcuno che lavora nel mondo dell’armonica, che produce amplificatori, poi qualcun altro, cominci a proporre e così via. L’armonica in Italia era praticata da poche persone, quindi i contatti sono diventati presto internazionali, e poi internet e l’e-commerce hanno fatto il resto. Adesso il mio lavoro va in tutto il mondo».

E il blues? «Il blues è arrivato come conseguenza. Io, te l’ho detto, ascoltavo quello che capitava, che passava la radio, e alla radio di blues ne ascolti poco. Ma mi sono messo a cercare dov’era la voce dell’armonica a bocca, e l’ho trovata nel blues. Quando sai suonare il blues puoi suonare tutto, però intendiamoci: il blues non è un linguaggio nostro. Noi in Europa possiamo ispirarci e imitare anche bene, ma credo che la musica afroamericana non la capiremo mai fino in fondo, non la possederemo mai. Il dolore della schiavitù non è il nostro dolore, punto. E anche i grandi musicisti bianchi americani hanno sempre suonato e vissuto insieme ai neri».

Dunque l’armonica è uno strumento blues per eccellenza? «La musica popolare è semplice e ripetitiva ma, se sei curioso, cerchi di non ripeterti mai. La struttura è elementare, quello che conta è la variazione sulla struttura. Devi essere curioso e cercare. Ma intendiamoci: con l’armonica diatonica si può suonare tutto, se la si studia come si deve è uno strumento completo, non si limita al blues. Occorre dedizione». Max ogni tanto si ferma a pensare, a soppesare una parola, a cercare quella esatta, è artigiano anche nel parlare. «Sì, è la parola giusta: dedizione».

I tuoi maestri? «I dischi. Ascoltavo e provavo, imitavo e cercavo di farmi lentamente un linguaggio mio, che non sembrasse scimmiottato. Meglio poche note, ma quelle e non altre. Come si dice, “parla come mangi”. Adesso è diverso. Sono passati pochi anni ma mi pare che la gente sia mossa meno dall’amore per quello che fa che dall’ansia di raggiungere un certo livello e una certa fama. Io suono con gente che ama la musica». Quindi, chiedo, sei contemporaneamente un musicista e un “miglioratore”. «Musicista è una parola grossa. Sarei presuntuoso. Preferisco definirmi un appassionato. Il blues è un genere, non la musica. Se fai blues, al massimo sei un bluesman, la musica è molto di più». Però, obietto, tu suoni ad alto livello. «Sono uno che fa quello che gli piace. Musicista mi ci chiamano gli altri. Come per le armoniche e gli amplificatori, sono testardo: dai e dai, alla fine devo ottenere quello che voglio anche suonando».

E com’è il panorama musicale blues in Italia? Si lavora? «Se vuoi fare il bluesman no, se vuoi fare il musicista sì, ma è difficile e ti devi adattare. Anche qui, le cose sono peggiorate. Conosco pochissime persone che possono dire “faccio l’armonicista”, e spesso è qualcuno che se lo può permettere, non so se mi spiego».

Max suona prevalentemente con il chitarrista e cantante Marcello Convertini in un duo chiamato Mancon Blues, che spesso si allarga in quartetto, il Mancon Blues 100’s, con Marco Barbizzi al basso e Mimmo Antonini alla batteria.

E insegna a diverse persone. Com’è successo? «Mah, così, uno va a suonare in giro, nei locali, la gente lo sente, qualcuno chiede di imparare. Tu dici no, non sono un insegnante, mai poi arrivano altri a chiederti di dargli lezioni, dici di no, ma insistono e ti prendono, come dire, per sfinimento. Così alla fine mi sono arreso e ho cominciato a dare consigli in merito, io che non ho mai preso lezioni. Adesso mi piace, ma solo con le persone a cui piace. C’è gente che potrebbe prendere lezioni di uncinetto o di ceramica e sarebbe lo stesso. Con loro non mi piace».

Oggi Max “migliora” – o “customizza”, ovvero personalizza per le diverse esigenze – diversi modelli di armoniche, costruisce microfoni che soddisfano armonicisti di tutto il mondo, costruisce valigette e custodie per tutto l’armamentario che un musicista si porta sempre appresso. E, siccome la forma che segue la funzione ha inevitabilmente una valenza estetica, tutto ciò che esce dal laboratorio BluexLab è bello. Quando gli chiedo quale armonicista famoso usa armoniche e altri prodotti BluexLab, Max li elenca lentamente, quasi svogliato, e vengono fuori nomi fra i più importanti della scena mondiale. «Be’, c’è Gary Smith, c’è Marko Balland, David Bombo, sì, e poi Francesco Piu, Marco Pandolfi, Andy J. Forest, e poi altri, Big Pete, e ancora. L’altro giorno mi ha mandato una mail Kim Wilson. Insomma, tanti. Con molti di loro è nata un’amicizia. È una cosa che fa piacere».

C’è anche chi compra i suoi prodotti proprio per la bellezza e poi non li suona. Pare che succeda spesso, agli artigiani di un certo livello. «Io non glieli vendo volentieri perché non li possono apprezzare. Per esempio non li propongo mai a studenti perché la maggior parte di loro non è in grado di capire la differenza. Se insistono glieli do, è chiaro, ma un’armonica commerciale per loro va più che bene. Se e quando arrivano altre esigenze, allora arrivo io».

www.bluexlab.com

 

La citazione iniziale è tratta da John Steinbeck, Furore, traduzione di Carlo Coardi, Bompiani, 1940

 

 

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Federico Dall’Acqua è nato e vive a Venezia. Si occupa di liuteria, di musica e di scrittura. Ha vissuto a lungo a New York, dove ha svolto diversi mestieri, ha suonato in alcuni gruppi blues di risonanza locale, si è diplomato presso la School of Visual Arts con una tesi sull’interazione tra musica e arti visive e ha tenuto corsi universitari. dallacqua.f@impagine.it