Le mujeres del Chiapas

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Nel cuore dell’America centrale, un altro esperimento rivoluzionario ha preso vita a partire dal 1994 e ha trovato nelle donne uno dei suoi agenti principali. In Messico, dalle montagne del Chiapas le donne indigene lottano contro patriarcato e colonialismo.

Qui come in Kurdistan, l’emancipazione della donna è diventata un fattore politico importante e indispensabile per una società che si possa dire libera e rivoluzionaria.

Qui le donne guidano – al fianco degli uomini – la rivoluzione, partecipano alle assemblee, supportano la lotta anche grazie al lavoro domestico e sono uscite da un buio secolare in cui il maschilismo della loro cultura d’origine e quello dei colonizzatori europei le avevano relegate.

La loro lotta va inserita all’interno di quella dell’EZLN (Ejercito Zapatista de Liberaciòn Nacional), che è un movimento clandestino anticapitalista e libertario legato al territorio del Chiapas, uno dei più poveri del Messico. L’EZLN si è fatto conoscere in tutto il mondo a partire dal ‘94, quando, entrato in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement), ha deciso di insorgere ‘prendendo’ alcune città del Chiapas e instaurando un autogoverno che dura tuttora.

All’interno di questo grande contenitore, dove la popolazione indigena ha deciso di vivere secondo le proprie regole di democrazia diretta, si è avuta la rivoluzione delle donne, che è allo stesso tempo parte e inizio della rivoluzione stessa.

«Se non partecipiamo non possiamo cambiare la nostra situazione, non può trionfare una rivoluzione; se partecipano solo gli uomini alla lotta allora non è una lotta completa, perché mancherebbe la partecipazione delle compagne; è meglio lottare uniti, uomini, donne e bambini perché un giorno i nostri figli possano vivere una vita giusta e degna». Così hanno dichiarato le zapatiste.

Lo stesso subcomandante Marcos, infatti, a posteriori ha affermato che la data di inizio della rivoluzione era non il 1994, ma il 1993, anno in cui la “Legge rivoluzionaria delle donne” era stata adottata dall’EZLN. Una legge che si esprime contro ogni discriminazione sessista, per l’autonomia personale delle donne e per l’emancipazione e la dignità.

Da quel momento c’è stato un cambiamento: nelle comunità indigene qualcosa si è mosso, le donne hanno cominciato a partecipare alle assemblee, a dire la propria opinione, ad autogovernarsi e a indicare la direzione della lotta rivoluzionaria. Nel 1994, a San Cristobal, c’è stata una prima grande riunione fra le donne chiapaneche: la “Primera Convenciòn Estatal de Mujeres Chiapanecas”. Un incontro che ha rappresentato un passo avanti nella lotta per l’emancipazione da una “triplice oppressione”: di genere, di classe, di etnia. La loro lotta si è saldata inestricabilmente con quella della popolazione contro l’oppressione capitalista.

Nei venti anni e passa che sono seguiti le chiapaneche hanno dato vita a un filone di pensiero femminista, che però non è da intendere alla maniera occidentale. Sebbene vi siano dei punti in comune – come la battaglia per gli stessi diritti –, il femminismo zapatista si esprime anche contro la tradizione tipicamente occidentale e opta per un recupero della propria radice comunitaria.   È per questo che si parla di “femminismo comunitario”: una lotta contro il patriarcato e il maschilismo che tenga conto dei bisogni specifici delle indigene, delle loro tradizioni, della loro cultura. Il filtro del colonizzatore europeo viene eliminato, nel femminismo zapatista così come nel concetto di rivoluzione dell’EZLN.

Proprio lo scorso marzo, nei giorni che vanno dall’8 al 10, si è tenuto il “Primo incontro internazionale politico artistico sportivo e culturale delle donne che lottano”, nel caracol zapatista di Morelia “Torbellino de Nuestras Palabras”. Un evento aperto a donne di tutto il mondo, in cui si è discusso insieme sui modi di continuare la lotta ed eliminare la paura che condiziona quotidianamente la vita di ogni donna. Una paura spesso legata al proprio corpo: paura di essere violentate, molestate, giudicate. Un segno che la strada da percorrere è ancora lunga, ma che piccole comunità come quelle delle donne indigene del Chiapas possono essere d’esempio per tutti e per tutte. E sprigionano una luce che brilla al di là di qualsiasi confine.

 

 

 

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Elisabetta Elia, classe 1992, in lei vivono tre mondi: quello della Calabria, dove è nata, quello di Roma, dove ha studiato Lettere Moderne e poi giornalismo, quello del Kurdistan, dove non è ancora stata ma è sicura che andrà. Appassionata del mondo del sociale, dei cambiamenti che vengono dal basso e delle lotte femminili e femministe: la sua ambizione è vederli e raccontarli. E con le parole, magari, trasformare il mondo.