Brescia alle urne, fra allineamenti e controtendenze

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Due dati emergono con nettezza dai risultati delle elezioni amministrative del 10 giugno 2018 a Brescia: la più bassa partecipazione al voto mai registrata nella storia cittadina (57,44%) e la vittoria al primo turno della coalizione di centro-sinistra che ha guidato la città negli ultimi cinque anni. Il sindaco Del Bono viene riconfermato con il 54% dei consensi dei votanti, mentre al PD va il 35% dei voti. Il primo dato, abbastanza anomalo per una città di solito piuttosto massicciamente partecipe alle urne, è sostanzialmente in linea con le tendenze a livello nazionale, mentre il secondo appare più in continuità con la tradizione locale e in decisa controtendenza con l’andamento nazionale.

Al successo della coalizione di centro sinistra hanno contribuito sia lo scarso peso politico a livello locale del Movimento 5 stelle – completamente escluso dalla sfida per l’elezione del primo cittadino e in flessione non solo rispetto alle politiche di marzo ma anche alla precedente tornata amministrativa – sia l’exploit del PD cittadino. Oltre al PD, si sono schierate con il sindaco eletto due liste civiche e due liste guidate da donne, entrambe di ispirazione latamente  socialista. Fuori dalla coalizione è rimasta la sinistra “dura e pura” di Potere al popolo e il  PCI.

La campagna elettorale

La campagna elettorale, svoltasi sullo sfondo degli esiti delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, ha visto il confronto tra due candidate (una per la coalizione di centro destra e una per Forza Nuova), e sei candidati alla carica di sindaco, sostenuti da diciotto liste. Partita senza grande slancio propositivo, soprattutto a destra – i primi grandi cartelloni elettorali della coalizione guidata successivamente da Paola Vilardi consistono in un annuncio alla ricerca di qualcuno che “mandi a casa” il sindaco uscente Emilio Del Bono – è stata poi martellante e aspra, non priva di attacchi personali.

Nonostante la candidatura di Emilio Del Bono sia stata supportata da leader nazionali quali Graziano Del Rio e Maurizio Martina, che lo ha definito “il miglior sindaco che la città abbia mai avuto” , il sindaco uscente ha incentrato la sua campagna sulla realtà locale, tenendosi a debita distanza dalla realtà nazionale e separando  la dimensione amministrativa da quella parlamentare. Del Buono ha avuto un approccio alquanto pragmatico e concreto, vicino alla sensibilità locale, e, se un tocco di personalismo vi è stato, si è manifestato nell’uso dei social e nei frequenti incontri con la cittadinanza, da quelli organizzati con gli abitanti dei diversi quartieri, a quelli estemporanei e informali con singole persone, nelle strade e nelle piazze. In questo il primo cittadino uscente riprende una consolidata tradizione locale, iniziata con il democristiano Bruno Boni, sindaco di Brescia dal 1948 al 1975.

La presenza fisica nel tessuto urbano del “corpo del sindaco” è metafora plastica della capacità di Del Bono e della sua coalizione di iscriversi nella tradizione nella città, caratterizzata dalla presenza di un solido cattolicesimo democratico, quello di Martinazzoli sul versante politico e di un ricco e variegato mondo dell’associazionismo e del volontariato su quello sociale, e del dialogo tra mondo cattolico e comunista.

Foto 1. Emilio Del Bono

La sua ricerca del consenso si è basata su due punti: l’illustrazione degli effetti del suo buongoverno e la promessa di attuazione di altri interventi già deliberati. Con la sua giunta Brescia negli ultimi cinque anni ha registrato l’abbattimento del cromo esavalente nell’acqua, la raccolta differenziata al 65% (+ 27%), l’incremento del 50% del presidio della Polizia locale sul territorio e di quasi 13 milioni di utenti sul trasporto pubblico locale, il 113% in più di visitatori nei musei della città, il restauro e la riapertura della Pinacoteca, chiusa da nove anni. Restano ancora da fare la bonifica del sito industriale della Caffaro, azienda chimica che ha iniziato a inquinare i primi anni del Novecento, la realizzazione di un grande parco tematico, il taglio delle imposte comunali, l’istituzione del nucleo di Polizia locale di quartiere, il trasporto pubblico a zero emissioni, il doposcuola gratuito per bambini e bambine dai 6 ai 13 anni, la candidatura di Brescia a capitale italiana della cultura nel 2022.

Analisi del voto

Un dato significativo su cui riflettere è quello dell’elevato e crescente astensionismo, rispetto al quale nessuno può, né dovrebbe, cantare vittoria. Alle amministrative dell’aprile 2008, abbinate alle politiche, aveva votato l’84,7% degli aventi diritto, alle politiche del 4 marzo 2018 il 74,37%, alle amministrative del 10 giugno solo il 57,44%. L’unico partito che è riuscito a conservare il proprio zoccolo duro è il PD. Sia a sinistra, sia a destra si è registrato un insuccesso dei partiti minori, schiacciati dalle due coalizioni.

Secondo alcuni, il forte astensionismo, nonostante la buona affermazione della Lega (24,71%) avrebbe danneggiato la coalizione di centro destra, il cui  programma si è incardinato su cinque parole chiave – sicurezza, ambiente, famiglia, lavoro e futuro – non specificamente legate alla realtà locale, ma sostanzialmente una sorta di  passepartoutper Matteo Salvini, unico leader nazionale recatosi a Brescia a sostenere Paola Vilardi.

I mutamenti demografici, determinati dai fenomeni migratori, che hanno interessato Brescia negli ultimi decenni, si riflettono anche nella composizione delle liste elettorali. Fra gli aventi diritto al voto circa 12.000 sono neo-cittadini di origine immigrata, che hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana, e rappresentano l’8,5% del corpo elettorale, mentre i residenti stranieri in città, al primo gennaio 2017, risultano essere il 18,5%.

In termini di candidature la presenza dei nuovi cittadini è veramente scarsa: sono solo 23 – 12 uomini e 11 donne, di cui nessun/a eletto/a – le candidature a consigliere/a, pari a meno del 4% del totale: certamente poche per una città che è terza in Italia, dopo Prato e Milano, per numero di stranieri residenti.

Una lettura di genere

Su 8 candidati a sindaco 2 sono donne (25%)  – una è la candidata della coalizione di centro destra e l’altra quella di Forza nuova – mentre le aspiranti consigliere costituiscono il 44,8% del totale con una leggerissima superiorità nelle liste del centrosinistra. La lista più “rosa” è quella di Fratelli d’Italia, che forse a Brescia si sarebbe potuta ribattezzare Sorelle d’Italia, con 19 candidate su 32 (59%), mentre fanalino di coda è il Movimento 5 Stelle con il 33% e Brescia Italiana. La coalizione di centro sinistra, presenta 16 uomini e 16 donne in ciascuna lista (50%).

Se si guarda in un’ottica di genere il risultato elettorale la situazione cambia poco. Su un totale di 32 consiglieri 12 sono donne (37,4%), di cui 8 su 20 (40%) nella coalizione di centro sinistra  e 4 su 11 (36,3%) in quella di centrodestra. Nello specifico, la lista civica di Laura Castelletti, Brescia per passione, elegge una donna e un uomo (50%), cui seguono il PD con 7 donne su 15 eletti (46,6%),  la Lega con 3 donne su 7 eletti (42,8%), Forza Italia con una donna su tre eletti (33%), mentre la Civica Del Bono sindaco, Sinistra a Brescia, Fratelli d’Italia e il Movimento 5 Stelle vedono l’elezione di soli candidati uomini.

Conclusioni

In questi risultati elettorali si può leggere l’intreccio tra continuità e cambiamento, il permanere di una tradizione accanto al lento e faticoso emergere dei mutamenti in corso nella società, una certa disaffezione critica rispetto alle imperfezioni della democrazia rappresentativa e contemporaneamente un’apertura di credito per il futuro all’uscente, e riconfermato, sindaco della giunta “del fare”, che ha indicato la propria mancanza di arroganza come una delle ragioni della riconferma della coalizione di centro sinistra.

Sicuramente Brescia, con l’esito di queste elezioni amministrative, conferma la propria anomalia nel panorama politico nazionale, tuttavia è ancora troppo presto per dire se il caso bresciano riuscirà a divenire modello o resterà confinato all’ambito locale.