PECHINO – Zero medaglie per gli Azzurri. Oro alle donne

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Gianmarco Tamberi non riesce a salvare la faccia della spedizione azzurra, nella giornata conclusiva dei Mondiali di atletica leggera di Pechino: l’azzurro chiude all’ottavo posto (2,25 m) nell’interminabile finale del salto in alto maschile, che ha visto Derek Drouin imporsi allo spareggio. Il canadese, infatti, aveva sbagliato tutti e tre i tentativi a 2,36 m, al pari di Bohdan Bondarenko e Guowei Zhang, ma è riuscito a saltare il 2,34 m di spareggio che gli è valso l’oro, lasciando sul secondo gradino del podio l’ucraino e il cinese a pari merito.

L’Italia non aveva mai fatto peggio di così. Anche in Germania sei anni fa, pur senza medaglie, era andata meglio perché un numero maggiore di azzurri era arrivato in finale. I numeri con cui la spedizione della Fidal torna dall’Oriente sono invece impietosi. Dodici atleti su quindici impegnati in batterie e turni eliminatori non si sono qualificati. Tamberi è arrivato in finale perché ripescato, come Libania Grenot nei 400 metri. Un po’ meglio è andata a Gloria Hooper nei 200 metri femminili, qualificatasi in semifinale senza passare per i posti bonus. A conti fatti, il miglior risultato è stato il 4° posto di Ruggero Pertile nella maratona maschile. L’atleta veneto ha 41 anni. Dietro di lui sono da salvare il 5° posto di Antonella Palmisano nella 20 km di marcia e l’ottavo di Daniele Meucci sempre nella maratona maschile. Non hanno fatto male le staffette, comunque senza qualificarsi per la finale.

È da Osaka 2007 che la truppa non rientra a Roma con un bottino cospicuo, ma la sofferenza era iniziata già due anni prima con una sola medaglia conquistata a Helsinki. A Pechino sono stati 42 i Paesi entrati nel medagliere. Ci sono Tajikistan e Uganda, ma il tricolore non è mai stato alzato sopra il Nido d’Uccello. E tra poco più di undici mesi iniziano i Giochi Olimpici.

Le colpe della Fidal sono tutte lì. La struttura tecnica è stata privata dei capi settori, una scelta che ha portato gli atleti a essere fin troppo liberi di organizzare la propria preparazione attraverso i loro allenatori, i quali devono solo coordinandosi con Magnani. E non basta il paravento degli ottimi risultati ottenuti a mondiali ed europei giovanili per nascondere una situazione disastrosa. “Abbiamo una generazione di giovani fantastica, dobbiamo metterli in condizione di crescere. Ci siamo riusciti, tranne che in questo momento. I risultati sono andati in controtendenza e dobbiamo capire perché. Mi assumo le mie responsabilità ma è necessario andare in fondo”, dice il presidente Alfio Giomi. Al di là dei risultati, la crisi è anche nei grandi numeri: l’Italia ha portato 30 atleti in gara (Marco Fassinotti ha rinunciato al salto in alto per un problema fisico, due dei 33 convocati sono le riserve delle staffette). Poi viene il discorso qualitativo: il miglior velocista azzurro, Jacques Riparelli, ha corso i 100 metri in 10.41. Solo in dodici sui 56 partecipanti alle batterie hanno fatto peggio. Il decatleta Ashton Eaton, neo-campione e primatista del mondo, ha chiuso in 10.23. Del resto lo certifica lo stesso Giomi: “E’ accaduto il peggio. Questa è la peggiore spedizione azzurra di sempre”. Risalire in fretta e presentarsi a Rio senza l’etichetta delle comparse resta impresa impossibile.
STAFFETTE – A chiudere la manifestazione iridata è la 4×400 maschile, che vede la conferma del titolo per gli Stati Uniti che, con tre quarti della squadra che si impose a Mosca (a Pechino hanno corso David Verburg, Tony McQuay, Bryshon Nellum e LaShawn Merritt), chiude in 2’57″82, primato mondiale stagionale. Argento a Trinidad&Tobago (2’58″20), bronzo per la Gran Bretagna (2’58″51) che brucia la Giamaica al photofinish. La nazione caraibica si consola con l’oro nella gara femminile, chiusa in 3’19″13 (primato mondiale stagionale) da Christine Day, Shericka Jackson, Stephenie Ann McPherson e Novlene Williams-Hills. Argento agli Stati Uniti (3’19″44), nonostante una splendida terza frazione di Allyson Felix, chiude il podio il quartetto britannico (3’23″62).

KIPROP FA TRIPLETTA. ALLA AYANA I 5000 DONNE – Il successo nel medagliere va al Kenya, che chiude la manifestazione con il terzo titolo mondiale di Asbel Kiprop sui 1500: 3’34″40 il suo crono, sufficiente a superare in volata il connazionale Elijah Motoneo Manangoi, argento in 3’34″63, e il marocchino Abdalaati Iguider, bronzo in 3’34″67. La giornata conclusiva va ancora meglio all’Etiopia, che in campo femminile conquista l’oro dei 5000 e della maratona. Sui 5000, l’oro se lo mette al collo Almaz Ayana, bronzo due anni fa e oggi vittoriosa in 14’26″83. Argento per Senbere Teferi (14″44’07”) che beffa al traguardo Genzebe Dibaba (14’44″14), che non riesce a ripetersi dopo l’affermazione nei 1500.

DIBABA ORO NELLA MARATONA  –  Nella maratona, invece, è Mare Dibaba ad imporsi, con il tempo di 2h27’35”; battute in volata la keniota Helah Kiprop (2h27’36”), e l’atleta del Bahrain Eunice Kirwa, bronzo col tempo di 2h7’39”. Fuori dal podio la campionessa uscente, la keniota Edna Kiplagat, che chiude al quinto posto col tempo di 2h28’18”. Completa il quadro dell’ultima giornata il successo di Kathrina Molitor, oro nel giavellotto femminile: la tedesca lancia l’attrezzo a 67,69 m, primato mondiale stagionale, all’ultimo tentativo; è argento per la cinese Huihui Lyu con 66,13, terzo gradino del podio per la sudafricana Sunette Viljoen con 65,79.