Darwin

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Due giorni a Darwin, nel Top End, per conoscere l’Australia degli aborigeni, per vedere ancora parchi sterminati, per fare nuove scoperte. Il primo giorno ce ne andiamo a visitare il parco Nazionale di Litchfield, una enorme distesa di alberi giganteschi tra cui sbucano termitai alti come palazzi e cascate ricche di acque che si fronteggiano, come le Tolmer Falls.

Gli eucalipti hanno il tronco come diviso a metà: in basso la corteccia, in alto una superficie liscia e chiara. I rami sono bianchi, anneriti da tanti pipistrelli neri appesi a testa in giù. Spettacolo della natura veramente inquietante. La vastità degli spazi crea una sensazione di spaesamento e di solitudine. Si cammina per ore senza incontrare esseri umani, a parte qualche emù. Una lunga giornata punteggiata di soste fra eucalipti e foto vicino ai termitai.

Il secondo giorno segna l’incontro con gli aborigeni: entriamo in città camminando fra giardini e piccole case, mentre gruppetti di aborigeni sostano sulle panchine e ci osservano con una certa curiosità. Hanno lineamenti molto marcati, tanti capelli scuri e ricci che sembrano nidi; sono trascurati nel vestire, sembrano nullafacenti… In realtà la guida ci spiega che quelli che si incontrano in città sono i nativi che vivevano nelle riserve e che, non rispettandone le regole, sono stati scacciati dai loro conterranei. Dunque, sono persone scomode, che non hanno più dignità, prima chiusi come in gabbia, poi isolati dai loro stessi fratelli, infine abbandonati nelle strade, spesso alcolizzati. Ci sono alcune associazioni che in qualche modo se ne occupano; a me sembrano disperati e soli. Poi naturalmente ci sono gli aborigeni integrati che vendono oggetti di artigianato in dignitosi piccoli negozi.

La cittadina è graziosa, ordinata, strade ampie, negozi ben tenuti. Gli abitanti sono circa 130.000. Il waterfront – il lungomare – lascia vedere, lontana, la barriera corallina che crea una striscia bianca nel mare. Si passeggia, si respira un’aria sana, ma come a Sidney, Melbourne, Brisbane, Cairns i bambini indossano una bella divisa scolastica e coprono la testa con un berretto dotato di visiera e coprinuca. Fa caldo, ma tutti hanno maglie o camicie a maniche lunghe. Il sole fa paura. Entro in una farmacia per comprare una crema solare: non ci sono prodotti che abbiano meno di 30 spf, al contrario i 50+ si sprecano.

Nel pomeriggio, dopo un’ora e mezza di viaggio in bus, attraversando pianure smisurate, andiamo in battello sul fiume Adelaide alla ricerca di coccodrilli saltatori. Si naviga su acque giallastre e torbide, le rive sono verdissime a causa della vegetazione fitta. Ci hanno avvertito del pericolo di punture di insetti e io… finalmente! sfoggio il cappello da piccola esploratrice con veletta nera che arriva fino al collo. Si può rimanere sul ponte più basso per vedere meglio i coccodrilli, nonostante la parete di plexigas che non permette di sporgersi ma che protegge dai denti acuminati dei saltatori, o si può salire in alto e sporgersi, con qualche cautela. Noi arriviamo sul ponte più alto e vediamo i coccodrilli che sbucano violentemente dall’acqua e, con tutto il corpo fuori, addentano il pezzo di carne che una robusta ranger fa dondolare, appeso ad un lungo bastone.

Sono tanti, si intravedono sott’acqua quando si avvicinano e poi saltano con violenza, bocca spalancata, per conquistare il cibo. In cielo volteggia qualche aquila di fiume, attirata dalla carne proprio come i coccodrilli. Si scatena una battaglia senza esclusione di colpi e qualche volta l’aquila conquista il pasto perché è più veloce e soprattutto più intelligente. Sembra che capisca quale sarà l’oscillazione del bastone… È quasi buio quando si riprende il bus verso Darwin. Provo un senso di pena per quei giganteschi coccodrilli che, come al circo, devono esibirsi per conquistare un pezzo di carne.

Darwin è più vivace che di giorno, ci sono tanti piccoli bar e ristoranti affollati, c’è l’aborigeno che suona il suo didgeridoo, lo strumento musicale tipico di quelle terre, un ramo robusto di eucalipto scavato dalle termiti e decorato dagli stessi musicisti con disegni tradizionali. L’accompagnatore ci dice che quando è usato per riti sacri le donne non possono utilizzarlo, perché i riti sono quasi sempre legati all’iniziazione maschile. Il suono è profondo e ipnotico, oggi il didgeridoo viene suonato anche in sedute psicanalitiche.

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Nata a Potenza, cresciuta a Salerno, laureata a Napoli e poi vissuta tra Roma, Verona, Catanzaro, Benevento, Grado, Potenza e Trento (dove oggi risiede), ha insegnato Italiano, Latino, Greco, e Storia nella scuola superiore. Ha pubblicato racconti, eserciziari didattici e saggi, ha collaborato nell’allestimento di spettacoli teatrali e ha guidato per anni il Consiglio delle donne del Comune di Trento. Collabora con la testata online “L’Adigetto” e con il mensile Trentino Mese ed è segretaria di redazione della rivista trimestrale “Soroptimist News/La voce delle donne”.