BARI – Annalisa Marrone, capitana della squadra di rugby di Bitonto

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Sono arrivata al campo sportivo cittadino dove aspetto Annalisa Marrone, la capitana della squadra di rugby femminile di Bitonto. Fa molto freddo, febbraio in Puglia è uno dei mesi più rigidi; guardo i tre splendidi campanili illuminati che cingono l’orizzonte molto oltre il campo, sembrano guglie di una corona, sento il mio freddo di questa sera, e mi domando se sarei capace di allenarmi con questa temperatura. Sì, penso di sì.

Arriva la capitana, e di lei noto subito lo sguardo fiero e una complicata acconciatura a trecce; glielo dico, e lei mi risponde subito: ‘Ci leghiamo i capelli perché altrimenti vengono avanti, sono molto lunghi. E poi è una specie di rituale’. L’intervista è già cominciata naturalmente e sono già ammaliata da questa informazione sui capelli.

Se io volessi avvicinarmi avvinarsi al rugby, cosa mi racconteresti?

Innanzitutto, che il rugby è uno sport di contatto, in cui con un gruppo di persone amiche si va a sfidare un altro gruppo di persone amiche.

Mi piace molto la questione del contatto, del corpo.

In genere, questa è la cosa che più spaventa gli altri. Quando si parla di sport di contatto, di placcaggio, cadere per terra, gli adulti, e solo gli adulti, si spaventano. Per i bambini è una cosa normalissima, abbracciarsi, placcare, è normalissimo, invece i pregiudizi dei genitori verso il nostro sport limitano l’afflusso di persone. È paura dell’altro, quando invece il placcaggio è un abbracciare e cadere insieme alla persona, un qualcosa, quindi, che non ha un elemento di violenza in sé. È il timore del placcaggio che conferisce questo alone di violenza. Tuttavia, a differenza, per esempio, della boxe, dove magari è più esplicito il riferimento alla violenza, il nostro obiettivo non è sferrarsi colpi, questa paura deriva più dall’essersi allontanati da qualcosa di naturale come cadere (insieme) per terra. I bambini lo fanno, tutti cadiamo, noi sappiamo come cadere, difficilmente ci feriamo a differenza di tante persone che non fanno sport in generale e non sono abituate a concepire il proprio corpo. Impariamo a gestire la caduta, e ci riappropriamo del contatto col compagno. Ho notato spesso che quando chiedo ai bambini, in allenamento, di abbracciare il compagno, restano un po’ intimoriti, specie quelli più grandi, adolescenti. Invece dovrebbero riabituarsi al contatto, abbracciarsi, cadere insieme, stare col proprio compagno di squadra: è proprio lì che crescono.

Quindi non si stimola l’aggressività, ma al contrario, si sollecita il contatto con l’altro.

Al massimo si torna a casa con qualche livido in più. Interviene l’allenatore, Marco Marcario: È una metafora di vita, come ripetiamo sempre ai corsi. Tu puoi stare sempre con gli amici, ma prima o poi incontri qualcuno che ha un obiettivo che è opposto al tuo, con cui ti devi confrontare; non per questo è un nemico da distruggere. È solo una persona che hai di fronte che ha un obiettivo opposto al tuo. A volte si assumono dei toni un po’ da scontro, ma dipende da quanto è acceso. Se è molto acceso, comunque non ti puoi tirare indietro, perché tirarsi indietro significa non raggiungere l’obiettivo, e questo succede anche a lavoro. Viceversa, quando incontri una condizione favorevole, non spingi. Non significa distruggere o essere violenti, ma riappropriarsi del fatto che non sempre possiamo essere amici di tutti, a volte affrontiamo qualcuno che ha un obiettivo diverso, e questa è la lotta, a volte scontro.

Immagino che questo sport abbia anche delle ricadute positive, alla luce di quello che ci stiamo dicendo, in termini di fiducia in se stess*.

Sì: sulla sicurezza, sull’autostima, sul decision making. Nel campo hai il pallone, e devi scegliere: corro, lo passo, qualsiasi cosa, però devi scegliere immediatamente.

Quanto è un gioco di squadra e quanto conta l’iniziativa del singolo?

Contano entrambe. La squadra è composta da quindici membri (uno contro uno in partita), tutti giocano ma solo chi ha la palla può essere placcato, quindi solo chi ha la palla, in quel momento di gioco, è partecipante attivo e deve avanzare verso la meta. Gli altri compagni, quando lui verrà placcato (o se non viene placcato attendono un passaggio) sono vicini a prestare sostegno.

La tua storia. Come ti sei avvicinata a questo sport, che fai, cosa ti dà questo sport…

Ho iniziato a giocare a rugby a diciassette anni, prima praticavo atletica leggera, che è uno sport individuale, per questo ritengo che l’individualità sia una parte fondamentale di me come giocatrice, però nell’atletica leggera, come ogni sport individuale, manca il gruppo, componente che noi abbiamo qui. Quello che ripeto sempre durante i corsi è che il bello del nostro sport è che la vittoria è condivisa – si vince e si gioisce tutte insieme – come anche la sconfitta. Dopo una sconfitta si riflette, ci si allena, tutte insieme. Questa capacità di essere tutte insieme, essere una comunità, il gruppo squadra, ti permette di affrontare meglio le problematiche che si presentano. Perché le capacità che ognuno di noi ha sono limitate, magari un’altra persona ha un’altra idea, una proposta, qualcosa di diverso che ci permette di migliorare tutte.

Parli spesso di fare corsi, quindi tu sei già allenatrice.

Sì. Fino all’anno scorso allenavo la categoria under 16, adesso cerco di fare anche reclutamento nelle scuole, per ragazzi e ragazze, riscontrando di tutto e di più. Proprio oggi, una ragazzina mi ha detto: ‘Rugby? Cos’è rugby? È uno sport a maschi, io so’ femmina’. Per me non esistono gli sport da maschi o da femmine; lo sport è sport. Le ragazze corrono e placcano come i ragazzi, i ragazzi danzano meglio di me, se ci mettiamo a confronto. Lo sport è una passione e perseguire i propri obiettivi. Ognuno sceglie quello che vuole fare. Se una ragazza vuole fare rugby, può benissimo farlo, l’importante è che lei voglia farlo. Voglia correre con noi, giocare con noi, non è una cosa limitante essere donna. Limitante è vedere sport da maschio e sport da femmina. So che è più rassicurante mettersi in questa bella casellina – sport da maschio, no, non lo faccio così mamma è contenta.

Alla luce di questo discorso, che ruolo gioca il corpo? Quanto conta avere una certa fisicità? Si può raggiungere comunque un obiettivo, migliorando?

Sì, il miglioramento è possibile in tutti i giocatori. Ognuno di noi entra in campo non sperando di essere il miglior giocatore, ma di migliorare, ogni giorno dobbiamo crescere. Chi ha il fisico più robusto si concentra di più sullo sfondamento della linea avversaria, prendendosi il placcaggio; invece chi è più esile può superare l’avversario ma girandogli intorno, cercare di scappare, non farsi prendere. L’obiettivo di tutti è fare meta, ma c’è chi usa il mezzo del contatto, perché ha un fisico che glielo permette, chi usa il mezzo della velocità perché gli conviene più evitare il contatto. Per ogni fisico c’è il ruolo adatto nel nostro sport. Ciò che importa è voler correre tutti insieme nella stessa direzione.

E per le donne, come funziona quando avete il ciclo?

In realtà l’allenamento fa diminuire sia il dolore che il flusso per azione dell’adrenalina. Nessun problema.

Che progetti hai per te?

Per ora sto continuando a studiare, mi sono laureata a dicembre in matematica e ora sto continuando la specialistica, mi piacerebbe molto entrare nell’ambito dello sport, anche coinvolgendo le scuole. Molti ragazzi e ragazze, in generale, non si dedicano allo sport con la scusa dei compiti, ‘devo studiare’, mi dicono, ma tutti studiamo, io mi sono laureata! Ci sono altre ragazze che studiano, che si sono laureate…L’importante è sapersi organizzare. Mi auguro di riuscire un giorno o a lavorare nell’ambito della matematica, e lasciare come passione il discorso dello sport, credo sia difficile possa diventare, da solo, un vero e propio lavoro, anche perché girano davvero pochi soldi. Ad esempio, nelle scuole vado come volontaria per diffondere la cultura del rugby. Questo sport ci mette tutti alla pari. Da noi, il rispetto per l’avversario e per l’arbitro sono cose fondamentali. Con l’arbitro parla solo il capitano, e il non rispetto di questa regola, da parte dei giocatori, può comportare un’ammonizione – cosa che si è verificata, in partita.

Per quanto riguarda le scuole, avete deciso voi di entrarci per promuovere il rugby?

Sì, è partito da noi, dalla società. Le scuole, in genere, non conoscono il nostro sport, però poi si incontrano insegnanti con particolare disponibilità a farci lavorare, anche se lavorare in una palestra, rispetto a un campo sportivo, è un po’ più pericoloso; però, prese le dovute precauzioni, siamo riusciti a lavorare.

Chi può fare questo sport, per quanto riguarda l’età?

Nelle scuole ci rivolgiamo alla fascia d’età 13-18, ma è uno sport che può fare chiunque tra i 6 e i 42 anni, limite fissato in Italia. Poi dopo i 42 anni c’è la categoria old, che riunisce tutte le persone sopra i 42 anni (possono giocare insieme).

Allenatore: gli old dovrebbero giocare con regole diverse, ma poi si vogliono sentire uomini, anche a 80 anni, e si placcano normalmente, con conseguente viaggio all’ospedale! Comunque, ho letto che tra due settimane (qualche giorno fa, quindi n.d.t.) si è tenuta a Napoli la prima competizione femminile per la categoria old, che poi è la prima generazione che rientra in questa categoria perché il rugby femminile è conosciuto in Italia da circa dieci anni, anche se ufficialmente parliamo del 1995.

Quando è arrivato a Bitonto questo sport?

Da tre anni, a gennaio 2015. Prima giocavo con un’altra squadra, poi con Angelica Lacetera (che ora studia fuori) abbiamo deciso di creare la squadra bitontina.

Allenatore: i risultati delle squadre femminili sono migliori per una ragione semplice: c’è un gap di 110 anni. Il fatto di essere partite alla pari con le altre nazionali ti porta a giocartela con le altre nazionali. Poi c’è un altro elemento importante: l’approccio della nazione allo sport. Per esempio, l’Inghilterra fa professionismo con le ragazze, cosa che da noi, oggi, è impensabile. Interviene Annalisa: chiaramente è diverso l’impegno che ognuna di noi può mettere in campo considerando che dobbiamo studiare, lavorare, curare la casa, invece col professionismo sarebbe molto più semplice, come in Inghilterra, dove vanno in palestra e vengono anche stipendiate. È questione di mentalità. Continua l’allenatore: in pochi altri sport ti è permesso di vedere i risultati se si fosse partiti tutti dallo stesso punto, il rugby può e lo sta facendo vedere, e nonostante questo non si mobilitano finanziamenti. Continua Annalisa: e molte persone non fanno sport, in generale. Nelle scuole, ormai, in una classe solo una o due persone praticano sport, magari lo facevano quando erano più piccoli ma crescendo se ne sono allontanati. I genitori preferiscono tenerli a casa, protetti. Interviene l’allenatore: i bambini non sono lasciati più neanche gattonare, si mettono direttamente nel girello, perdendosi una fase dello sviluppo motorio molto importante. Non si recupera più. Annalisa: invece è importante per la salute psico-fisica. E così molti ragazzi stanno accasciati, hanno problemi di postura.

Quante squadre femminili ci sono in Puglia?

Bitonto, Modugno e Lecce e Gioia del Colle di nuova formazione. Bitonto è seconda in classifica nel girone. Non abbiamo ancora fatto trasferte nazionali ma ora stiamo partecipando anche a un tutorato con Torre del Greco, abbiamo il doppio tesseramento.

Quante siete oggi, in allenamento?

10-12 ragazze, dai 16 anni. C’è una ragazza che ha iniziato quest’anno di 25 anni, io ne ho 23.

Come trovate questo campo?

È casa. Questo è quello che abbiamo (ride). Tecnicamente sarebbe meglio se avessimo l’erbetta.

Una domanda: perché non ti chiami/chiamano ‘capitana’?

Eh, l’italiano….anche quando faccio l’allenatrice mi pongo questo dubbio, come mi devo chiamare? Mister?

Capitana.

Ok! Allenatrice mi sembra troppo lungo, allora dico alle ragazze chiamatemi mister, coach, come vi pare, ci capiamo.

Io ti chiamerò capitana. La grammatica me lo consente ma è per me ancora più importante la filosofia che c’è dietro, riconoscere il femminile di un ruolo, come l’italiano mi consente di fare. Perché non è vero che uguale, poi le donne vengono invisibilizzate.

Qual è stata la reazione di amici e parenti quando avete espresso la volontà di fare questo sport?

‘Ma davvero?’, ‘Ma non è che ti fai male?’. Quando dico che pratico il rugby, rimangono a bocca aperta, un po’ come quando dico che studio matematica! Uguale! Due cose viste come anticonvenzionali, tutti si disgustano o sono spaventati perché la matematica non si capisce, la stessa reazione di timore per il rugby!

Viene girata la domanda a una giocatrice: Mia madre ha detto più cose, più volte. Continua, in realtà! Innanzitutto ha detto che sono troppo magra, ha detto che gli altri mi avrebbero rotta, che non mi avrebbe accompagnata in ospedale (risate) e cose del genere.

Un’altra giocatrice: mia madre si è abituata, diciamo, all’inizio diceva: ‘Però, figlia mia, fai qualcosa di più normale!’…in realtà alle elementari facevo kick boxing, tutti maschietti io l’unica bambina, e mia madre ha cercato di costringermi a fare danza classica (risate)…la prima volta che mi ci ha portato, indossavo la tuta da kick boxing e il borsone, mi ha portato proprio con l’inganno perché il mio maestro era malato e mi propose questa nuova attività…e quindi arrivo io, tutte le bambine vestite di rosa e io con la tuta larga’. Interviene l’allenatore: anche io ho avuto le mie scocciature. E poi sento anche dire: ‘Si vabbè, falle giocare le femmine. Sì, sì, falle giocare le femmine; sì… quanto devono giocare? Quanto Corrono?’

Ho notato che scendete in campo con delle belle acconciature.

Sì. I capelli, soprattutto quando sono lunghi, se ne vanno in giro! È diventata una tradizione legarci i capelli, farci le trecce tra di noi per toglierli dal viso, ma è anche un gesto di gentilezza, di vicinanza.

Penso a Mandela, a come abbia veicolato anche col rugby l’esortazione alla conciliazione. Per voi, questo sport ha anche un significato politico, come rivendicazione di uno spazio che è storicamente maschilizzato?

In generale, non solo. Per il rugby, in Italia, non ci sono fondi, non ci sono campi, le squadre sono poche, è poco noto, a differenza per esempio del calcio. Il nostro sport è più marginale, quando invece a mio parere ha tanto da dare, per questo ho deciso di insegnarlo e promuoverlo nelle scuole: ha tanti valori da insegnare a una popolazione che ha bisogno di rispettarsi, di educazione, di saper affrontare le difficoltà.

Il nostro incontro si conclude con una riflessione di Annalisa, man mano che arrivano le giocatrici.

Quando si entra nello spogliatoio, è come se tutti quanti si spogliassero di quello che sono fuori, l’avvocato, il dottore, lo studente, come anche delle difficoltà, ci mettiamo la stessa maglietta e gli stessi pantaloncini e si scende in campo e siamo tutti uguali, si è una squadra anche in questo.

 

Info sulla squadra

Rugby Bitonto 2012

Allenatore: Marco Marcario

Segretario: Antonio Mattia

Capitana: Annalisa Marrone

Pilone: Annalisa Marrone, Angelica Passaquindici, Stefania Rubini

Tallonatrice: Ilenia Carella, Emanuela Zonno

Mediana di mischia: Chiara Spinelli

Mediana di apertura: Conny Generoso

Centro: Alessandra Cannillo

Ala: Rosanna Depalo, Valentina Fallacara

 

 

 

 

 

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Ina Macina, pugliese per nascita e nomade per divenire. Vive tra Italia e Barcellona. Formatrice in questioni di genere, consulente in diversity management, umanista. Nel 2017, consegue un dottorato presso l’Università di Barcellona in filologia moderna, con specializzazione in letteratura e studi di genere. Blogger ed entusiasta della fotografia, dal 2009 ha scritto per diverse riviste online nella sezione cultura, in particolare letteratura, arte e cinema. L’interesse per la critica cinematografica matura durante la prima edizione del Bif&st, Per il cinema italiano, tenutasi a Bari nel 2009; durante il festival, frequenta il laboratorio ‘Fare critica cinematografica’ e fa parte della giuria per i documentari (il vincitore della categoria sarà Gianfranco Rosi). Nel tempo, il suo approccio critico è andato specializzandosi nella prospettiva di genere.