Vanda

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L’importanza dei personaggi letterari non è definita dallo spazio che occupano nell’opera in cui compaiono, e ciò è immediatamente evidente, per esempio, riguardo all’azione di un romanzo in cui l’assassino appaia improvviso e inatteso sul finale, agisca e si dilegui immediatamente e per sempre. Spesso più sottile da cogliere per il lettore, e a volte, credo, persino per l’autore, è il peso simbolico, ma pure biografico, psicologico, delle creature che, di invenzione o realmente esistite, vivono tuttavia, per un breve tratto o anche solo per accenni, nelle narrazioni. È questo, mi sembra, il caso di un personaggio che viene intensamente, ma brevemente narrato, senza neppure citarne il nome, nella grande opera di esordio di Primo Levi, Se questo è un uomo, ma che, attraverso le notizie e le testimonianze sulla vita dell’autore, attraverso sparsi lacerti e tracce nelle sue opere successive, per accenni nelle interviste dei giorni che precedettero immediatamente la sua tragica morte, e per altre testimonianze, sappiamo essere Vanda Maestro, donna fondamentale nella vita di Primo Levi.

Vanda Maestro, di famiglia ebraica, nacque nel 1919 a Torino, dove suo padre, Cesare, di Trieste, si era trasferito e dove, con la moglie Clelia Colombo, gestiva un negozio. Conseguita la maturità classica a Torino, Vanda si laureò in chimica a Genova nel 1942. A Torino, nella Biblioteca della scuola ebraica, presso il Tempio in via Sant’Anselmo, già da qualche anno aveva stretto amicizia con alcuni coetanei con cui condivideva l’intellettualità, l’antifascismo e l’amore per la montagna, fra questi vi erano Primo Levi, Luciana Nissim, Franco Momigliano, Ada della Torre, Emanuele Artom, Eugenio Gentili Tedeschi, Bianca Guidetti Serra e altri ancora che non furono risparmiati dalle leggi razziali. A partire dal 1942, mentre gli eventi precipitavano, una parte del gruppo si trasferì a Milano, ma continuò a incontrarsi in casa di Ada della Torre. Dopo l’8 settembre, Vanda, Luciana Nissim, Primo Levi con pochi altri amici costituirono una minuscola banda partigiana presso Amay. Arrestati il 13 dicembre 1943, dopo due mesi di carcere ad Aosta, furono portati a Fossoli, dove riuscirono a restare insieme e si riunì a loro anche Franco Sacerdoti, ebreo napoletano, che aveva lavorato a Torino entrando nel gruppo degli amici della Biblioteca, anch’egli salito in montagna, ma con un altro gruppo, e poi catturato. Franco sarebbe stato fucilato durante una “marcia della morte”. Dopo un mese a Fossoli, ancora insieme i quattro amici vengono deportati ad Auschwitz-Birkenau. Dopo atroci vicende, Primo e Luciana sarebbero tornati a casa, Franco sarebbe stato fucilato durante una “marcia della morte”, Vanda inviata alle camere a gas nell’autunno del ‘44. 

Poche le parole a lei dedicate in Se questo è un uomo. I prigionieri sono ammassati nei vagoni che li portano verso una destinazione ignota, fra questi Primo e i suoi amici, che non sanno illudersi sula tragicità di quanto sta per succedere. ”Accanto a me, serrata come me fra corpo e corpo, era stato per tutto il viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e la sventura ci aveva colti insieme, ma poco sapevamo l’uno dell’altra. Ci dicemmo allora, nell’ora della decisione, cose che non si dicono tra i vivi. Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell’altro la vita. Non avevamo più paura.” 

I due corpi serrati, in una intimità tremenda eppure ancora dolce e confortante, poi l’ora estrema della decisione. Cosa resta da decidere a coloro che erano già destituiti di scelta?, a loro indotti a dirsi cose che i vivi non si dicono? Decidere, forse, se restare umani, decidere se piegarsi o continuare una ostinata, disperata resistenza, ancora più disarmata, ancora più invisibile. Mentre salutano uno nell’altro la vita, cioè il desiderio, l’amore e il futuro, privi di paura, come chi non spera più, loro, le vittime innocenti, sono più vive e vitali dei carnefici. Eppure, Levi lo sa, qualcosa muore allora per sempre in loro. Muore la giovinezza, muore l’illusione antica sull’uomo. Dopo la shoah, per molti muoiono l’arte e la filosofia, muore Dio. Tuttavia, Levi continuerà a vivere e a testimoniare, continuerà a credere che l’uomo può educarsi a fare il bene, e Vanda tornerà ancora nei suoi scritti. Nel 1953, nell’articolo “Testimonianza di un compagno di prigionia”, ritrovato e attribuitogli con certezza da Giovanni Falaschi dal 2001, Levi scrive: “Chi da Birkenau è tornato, ci ha raccontato di Vanda, fin dai primi giorni prostrata dalla fatica, dagli stenti, e da quella sua terribile chiaroveggenza che le imponeva di rifiutare i penosi inganni a cui così volentieri si cede davanti al danno supremo. Ci ha descritto la sua povera testa spogliata dei capelli, le sue membra presto disfatte dalla malattia e dalla fame, tutte le tappe del nefando processo di schiacciamento, di spegnimento, che in Lager preludeva alla morte corporale. E tutto, o quasi tutto, sappiamo della sua fine: il suo nome pronunciato fra quelli delle condannate, la sua discesa dalla cuccetta dell’infermeria, il suo avviarsi (in piena lucidità!) verso la camera a gas ed il forno di cremazione”; e ne La tregua riporta la testimonianza di Olga, una compagna di prigionia di Vanda “Vanda era andata in gas, in piena coscienza, nel mese di ottobre: lei stessa, Olga, le aveva procurato due pastiglie di sonnifero, ma non erano bastate”. Ne Il sistema periodico, del 1975, fa il suo nome narrando la storia del piccolo, ingenuo gruppo partigiano in cui erano insieme: […] i partigiani più disarmati del Piemonte, e probabilmente anche i più sprovveduti”. 

E certo ancora pensando a Vanda, aveva scritto il 9 gennaio 1946 la poesia 25 febbraio 1944, data della sua entrata a Monowitz) pubblicata poi nella raccolta Ad ora incerta, uscita nel 1984:

Vorrei credere qualcosa oltre,

Oltre la morte che ti ha disfatta.

Vorrei poter dire la forza

Con cui desiderammo allora,

Noi già sommersi,

Di potere ancora una volta insieme

Camminare liberi sotto il sole.

Tornerà ancora Vanda, come un dolore, come un tormentoso rimorso degli ultimi giorni, dolore e rimorso confidati, tra molte reticenze a Giovanni Tesio (si veda per questo l’articolo di G.Falaschi, su “Doppiozero” dell’8 aprile 2016).  

Potremmo chiederci se si può parlare di Vanda come “personaggio letterario”. La materia è storia, atroce e vera. Ma, dal canto suo la letteratura non è finzione, bensì universalizzazione e resa esemplare della vita.     

Anche Luciana Nissim ci racconterà della prigionia di Vanda ad Auschwitz, vissuta con lei in larga parte, ma non fino in fondo, prima in una testimonianza del 1946 e poi più diffusamente nel suo tardo libro di memorie Ricordi della casa dei morti e altri scritti, del 2008, in cui si spingerà a parlare anche dei sentimenti di Primo per Vanda, ma è una storia diversa che sarà utile, doloroso e necessario, raccontare in un’altra occasione.

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Alba Coppola è docente di materie letterarie negli Istituti di istruzione secondaria di II grado. Italianista, ha lavorato per sette anni presso l'Università di Salerno per le cattedre di Letteratura Italiana e di Storia della Grammatica e della Lingua. Ha pubblicato su riviste specializzate, atti di convegni, quotidiani e riviste generaliste. Si è accostata da alcuni anni agli studi di genere con particolare riguardo alla toponomastica.