Quando definire è far finire il mondo in una scatola. Per una possibile origine del cosiddetto maschile non marcato (prima parte)

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La lingua consente nomi alle cose e, conseguentemente, le rende comunicabili. La lingua consente di vedere le cose anche al buio, con la mente, a distanza, anche quando non ve ne sia più traccia, grazie e al termine di un lungo processo di trasformazioni fisiche e funzionali (chissà se sapremo mai se avvenute linearmente o a salti), senza le quali saremmo altro da ciò che siamo. La lingua, insomma dà.

Una volta nominata, la realtà finisce allora di essere solo la realtà, giacché la nominazione, in modi differenti per ogni sistema linguistico, sceglie di mettere in risalto alcuni tratti a scapito di altri, facendone significato, e chi di quel nome si serve, dopo aver faticato per addomesticarvisi, perpetua inevitabilmente all’oblio (o almeno condanna all’ombra) ciò che dalle trame del nome è rimasto escluso. La lingua, insomma, prende.

Fissate queste coordinate, si potrebbe riflettere su quanto ciascuna categoria espressa dalla lingua costituisca un vantaggio e insieme uno svantaggio, anche (o forse soprattutto) in termini cognitivi. Su quanto la lingua, cui è da tempo incalcolabile attribuito l’onore di essere misura di tutte le cose, comporti un onere di identico peso del quale è impossibile liberarsi per via dello stesso convenzionalismo che rende la lingua tanto vantaggiosa per chi se ne serve.

Si potrebbe, insomma, tentare almeno di riflettere su quanto l’organizzazione della lingua, delle sue categorie e, a un altro livello di discorso, la sua formalizzazione (che si ottiene imbrigliandola in schemi logici e categorie), producano effetti misurabili andando a operare sul piano della realtà.

Scopo di questo contributo, concepito con l’auspicio di costituire un omaggio al pensionamento di una linguista, Cristina Vallini (dell’Istituto Orientale di Napoli, cui è stato di recente dedicato il volume miscellaneo, a cura di L. di Pace, A. Manco e A. De Meo, Al femminile. Scritti linguistici in onore di Cristina Vallini, edito dall’editore Cesati di Firenze), che con la propria riflessione pluridecennale e l’opera che ne è conseguita ha alimentato la riflessione sulla lingua e sul suo funzionamento, è la misurazione degli effetti del lavoro di sistemazione della lingua sulla percezione dei generi – di quello linguistico e, a cascata, di quello culturalmente costruito, nel senso di gender – nella società parlante italiano. 

Più precisamente, ciò che si ambisce a fare nel piccolo di questo spazio, è ipotizzare che alla base del cosiddetto maschile inclusivo e della sua successiva normatizzazione e normalizzazione possa aver agito quell’operazione di codifica metalinguistica resasi necessaria per preservare il latino in una società per la quale la latinitas era sentita come necessaria a preservare il senso di appartenenza a un mondo ambìto ma nei fatti distante. Un mondo del quale però illudersi di essere parte grazie alla conoscenza della lingua latina. 

Quanto all’epoca di questa operazione, il contesto per la sua individuazione (chi scrive ha però la convinzione che il processo abbia avuto inizio ben prima, ma su questo si ritornerà più avanti) potrà essere individuato nelle parole spese da Mario Geymonat a commento della situazione in cui nel V- VI (epoca segnata dalla sempre più marcata differenziazione tra Oriente e Occidente e, parallelamente, dalla formazione e dal consolidamento dei regni barbarici) versava la critica alla letteratura ereditata dai secoli precedenti.

Una o due generazioni dopo Servio il grammatico Prisciano, giunto dalle coste atlantiche dell’Africa fin nella capitale dell’impero d’oriente, tralascerà la critica della letteratura per svolgersi piuttosto alla difesa della lingua. Nelle sue opere minori come in quella più importante, l’Institutio de arte grammatica, lo studioso sente ormai la lingua di Roma come unico elemento unitario che può opporsi alla fine dell’Impero. Cercando di

mettere ordine nelle norme grammaticali egli si serve certo dei testi classici, di Virgilio in particolare, non però allo scopo di discutere le diverse possibili interpretazioni di singoli casi, ma per stabilire certezze, per confermare con esempi pertinenti la propria dottrina grammaticale e una serie di proposte normative che aveva introdotto. Il frantumarsi dell’interesse critico e la subordinazione del fatto letterario a quello puramente linguistico sono ancora più evidenti nella formazione dei lessici, quando il materiale virgiliano e non solo virgiliano di varia provenienza viene ordinato alfabeticamente, non più allo scopo di accompagnare e guidare la lettura del testo, ma solo per testimoniare, caratterizzare e difendere un uso di lingua.

Alla fase precedente l’attività di Prisciano, a quella lunga fase di individuazione, sedimentazione e poi cristallizzazione di criteri (cui ha fatto da pendant la canonizzazione dei testi letterari, da leggersi come classicizzazione e insieme scrematura ideologicamente guidata) di un’ars/techne della definizione, andrà perciò ascritta la causa, almeno materiale, di quella pratica tuttora consolidata di inclusione di uno o più generi in un altro. Ciò è quanto si proverà almeno a sostenere con credibilità, con il supporto di quello che risulta possibile inferire dai testi. Inferire e non riscontrare, giacché, nel caso di quel genere di testualità confluito nelle compilazioni grammaticali in generale e poi in quelle lessicografiche (alfabetiche) più specificamente, la gabbia concettuale imposta alla lingua per mezzo della lingua stessa non sembra lasciare traccia di quella fase, imprescindibile, di elaborazione e discussione dei criteri da impiegare. Criteri che, invece, in buona sostanza, a chi si misuri con la grammatica appaiono sempre uguali a se stessi, quasi che, fissati da sempre, si fossero replicati in ossequio a una pratica di ri-uso poco incline a considerare alternative.

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Francesca Dragotto è professoressa associata di Linguistica all’Università di Tor Vergata. I suoi campi di interesse includono semantica, lessico e pragmatica, sia sincroniche che diacroniche. In anni più recenti i suoi interessi si sono focalizzati sull’analisi del testo, considerata come un insieme cognitivo, culturale e sociale nel quale ciascun parlante ricostruisce la propria rappresentazione del mondo e dei ruoli e delle norme sociali che in esso agiscono.