La I Guerra d’indipendenza e lo Statuto Albertino

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Il 1848 è un anno di grande fermento politico e sociale e in tutta Europa, fermento che non manca di farsi sentire anche nella penisola italiana. Napoli e Palermo insorgono chiedendo una Costituzione sul modello di quella di Cadice che limiterebbe il potere assoluto del sovrano, Milano si ribella al dominio austriaco in nome di una monarchia più liberale, a Venezia la rivolta viene egemonizzata dai democratici che danno vita alla Repubblica di San Marco sotto la guida di Daniele Manin, persino a Roma scoppia una rivolta contro il papato che culminerà nell’esperienza democratica della Repubblica Romana del 1849. Ma la repressione non si fa attendere: Ferdinando II di Borbone ripristina l’ordine e attua centinaia di condanne a morte, il Papa Pio IX riprende il potere grazie all’appoggio francese e torna alla precedente politica conservatrice e nel Lombardo-Veneto viene mandato il generale austriaco Joseph Radetzky, noto per la repressione più sanguinosa. 

Nel Regno di Sardegna la situazione è diversa: Carlo Alberto di Savoia, invece di ricorrere alla repressione militare, concede una Costituzione, che, con il nome di Statuto Albertino, sarà poi confermata dal suo successore Vittorio Emanuele II. Questa Carta rimarrà in vigore esattamente per cent’anni. È l’unico dei Regni della penisola italiana ad abbandonare definitivamente l’assolutismo.

 

Foto 1. Carlo Alberto, re di Sardegna, firma lo Statuto. Arazzo, Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino

Lo Statuto Albertino è una Costituzione concessa dall’alto. Si tratta, ovviamente, di una Carta liberale. Sancisce l’uguaglianza formale ma non sostanziale dei sudditi davanti alla legge senza preoccuparsi di renderla effettiva: è di per sé significativo il fatto che tale eguaglianza non venga menzionata fino all’articolo 24. Lo Statuto Albertino crea un apparente equilibrio tra le parti sociali: il Senato nominato dal Re rappresenta i nobili, mentre la Camera eletta dai sudditi più abbienti tutela gli interessi della borghesia. Il suffragio elettorale è maschile e ristretto: hanno diritto di voto solo gli uomini al di sopra di una certa soglia di ricchezza, le donne e i poveri non sono rappresentati e non hanno diritto di voto. Il Parlamento ha la facoltà di scrivere le leggi e di bloccarle, ma il Governo è responsabile soltanto di fronte al Re: se un governo non ha l’appoggio del Parlamento farà fatica a governare ma non per questo decade. L’elasticità di questa Carta è ciò che le ha permesso di sopravvivere durante un intero secolo ma anche di vedere governi diversissimi alternarsi senza mai infrangerlo. Il testo dello Statuto resterà in vigore fino al 1948, dopo la fine della II guerra mondiale e l’istituzione della Repubblica.

Il Regno di Sardegna comprende la Savoia (regione alpina oggi francese), il Piemonte, la Liguria fino alla città di Nizza (anche questa oggi francese) e la Sardegna. Approfittando della difficile situazione austriaca nel fronteggiare le rivolte di Praga e Budapest, Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria appoggiato da tutti gli Stati del Nord della penisola con l’intento di espandere il proprio Regno e sottrarre il Lombardo-Veneto all’Austria. L’iniziativa prende il nome di I Guerra d’indipendenza. In occasione di questa guerra torna in Italia Giuseppe Garibaldi, prima impegnato nel sostenere le lotte indipendentiste in America Latina. Uno dei motivi che ha spinto casa Savoia a tentare l’espansione è quanto accaduto a Venezia: la guida repubblicana della rivolta potrebbe mettere a rischio il futuro della monarchia. Ma il fronte italiano è diviso e l’evidente volontà espansionistica piemontese preoccupa gli altri sovrani. Così la guerra si rivela un totale fallimento. Sconfitto, Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

In copertina

La battaglia del ponte di Goito sul fiume Mincio, durante la Prima guerra d’Indipendenza, in un’incisione del XIX secolo conservata a Roma presso il Museo Storico dei Bersaglieri.

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