Il genere prima della lingua, nelle lingue e nella lingua in dieci domande (e risposte) – Prima parte

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Come si forma il genere nella lingua?
La marca di genere (ovvero il fatto che nelle parole sia presente un “pezzettino” riferito solo al genere o al genere in unione ad altre categorie, come avviene in italiano, dove il genere si trova fuso col numero, per esempio nella terminazione –o di bambino o in quella –a di ragazza) non è una necessità della lingua; quando usato, indica però che dai parlanti viene ritenuto appropriato e che viene usato come classificatore di elementi ritenuti simili. Nel caso di molte lingue indoeuropee, il genere è assegnato nel modo ritenuto appropriato, mentre un terzo genere, il neutro, è riservato agli individui che non hanno raggiunto la maturità sessuale. Ciò sembra funzionare relativamente bene quando i designati afferiscono a campi, come quello botanico o zoologico, dove gli esseri possono essere individuati su base sessuale. Tuttavia,  l’aumento dell’arbitrarietà innesca una serie di problemi.  Dal punto di vista storico-linguistico, il processo che si conclude con la formazione dei generi si è sviluppato nel corso di un tempo lunghissimo e, per quanto riguarda le lingue indoeuropee, ha portato dapprima ad una separazione tra animato e inanimato (stadio a 2 generi) e, successivamente, ad una ripartizione dell’animato in femminile e maschile (stadio a 3 generi). Il terminus post quem è dato dalle lingue anatoliche, il ramo più antico della famiglia indoeuropea (attestato nel III millennio), che non distinguono maschile e femminile. Nell’analisi dei vari sistemi linguistici, una volta venutosi a creare il sistema a più generi, emergono alcune questioni analizzabili nell’ottica di una “grammatica sessista”.

La determinazione di genere serve alla lingua? 

La determinazione di genere non è in sé necessaria al funzionamento del sistema. Anzi, dal punto di vista morfologico provoca lo “svantaggio” di dover adattare al meccanismo altre parti del discorso (si pensi all’aggettivo rispetto al nome) e di dover assegnare il genere anche a parole designanti, come si è detto, entità inanimate. Sul piano semantico questa determinazione è priva di qualsiasi utilità: in termini biologici non aiuta infatti a operare distinzioni che siano d’aiuto, mentre impone di creare coppie di parole completamente diverse per il maschio e la femmina, con un effetto deleterio quando riferito al criterio di economicità della lingua. Non così sul piano della sintassi, dove è invece di enorme utilità nel caso di lingue a ordine libero. Nel caso, ad esempio, di due alternative, il genere può risultare d’aiuto nell’individuare il sostantivo a cui l’aggettivo si riferisce. Comprova la correlazione tra ordine delle parole e genere una tendenza abbastanza sistematica: analizzando il fenomeno in diacronia e contrastivamente ci si accorge infatti che il genere viene mantenuto dalle lingue che conservano in modo più o meno completo il meccanismo della flessione (Meillet) e che al contrario tende ad atrofizzarsi laddove il sistema si ristruttura, in genere in senso analitico.

Perché il genere maschile si è imposto come non marcato? 

All’interno del genere animato, in diacronia il femminile si è distinto dal maschile in un primo tempo solo nell’aggettivo. Per esempio, la flessione di mater non si differenzia da quella di pater (ma mater bona si oppone a pater bonus). In varie lingue indoeuropee è dimostrato che molte forme femminili sono secondarie, morfologicamente derivate da quelle maschili, a imitazione del meccanismo già perfezionato dagli aggettivi. La non marcatezza del maschile è comunque una tendenza generale nel funzionamento del linguaggio, e non si può escludere che si tratti di un mero fatto tecnico; altri linguisti postulano invece una “imposizione di griglie maschili alla lingua in una situazione culturale dominata dal “patriarcato” (Vallini). Tuttavia, se ciò fosse vero, e che quindi il maschile realizza entrambi i generi quando l’opposizione m/f si neutralizza, quando a neutralizzarsi è l’opposizione animato/inanimato e quindi l’inanimato rappresenta entrambi i generi, si dovrebbe forse pensare a una mancanza di rispetto verso i vivi? 

Di che natura è il rapporto tra genere grammaticale e natura delle entità designate? 

Si tratta del problema più vistoso, se non altro alla luce delle numerose incongruenze tra le lingue, che possono marcare una stessa entità come maschile e femminile (con il “classico” esempio di sole, maschile e luna femminile in italiano ma non in tedesco, dove sono “rovesciati” dal punto di vista del genere (der Mund, die Sonne).
A monte della determinazione di genere, occorrerà anzitutto ricordare che non tutto quello che per noi è animato lo era nel mondo antico (è il caso della pioggia, sentita anche come animata perché fecondatrice della terra). L’attribuzione del genere maschile o femminile a oggetti, dal canto suo, sembra seguire criteri quasi del tutto arbitrari. 

Che dire del rapporto tra morfosintassi e categoria di genere? 

Sul piano prettamente linguistico, morfosintattico, resta da spiegare perché sia proprio -a ad indicare il genere, marcato, femminile. Come è noto -a segnalava entità astratte o collettive. Il passaggio da collettivo a plurale è abbastanza perspicuo; il passaggio da astratto a femminile non risulta spiegabile. Una spiegazione potrebbe però trovarsi in una coincidenza di natura formale: alla base dell’associazione -a/femminile potrebbe esserci la terminazione che il sostantivo per “femmina” aveva nelle locuzioni indicanti “la femmina di”, *gwena. Non è chiaro se questa -a fosse una desinenza o parte integrante del tema; in ogni modo sarebbe altro rispetto alla -a astratta e collettiva. La diffusione di la femmina di + nome della specie unitamente alla omofonia potrebbero essere state decisive per la sovrapposizione delle due forme.

*** Contenuti tratti da Francesca Dragotto (a cura di), Grammatica e sessismo, Questione di dati?, Universitalia, Roma, 2012 

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Francesca Dragotto è professoressa associata di Linguistica all’Università di Tor Vergata. I suoi campi di interesse includono semantica, lessico e pragmatica, sia sincroniche che diacroniche. In anni più recenti i suoi interessi si sono focalizzati sull’analisi del testo, considerata come un insieme cognitivo, culturale e sociale nel quale ciascun parlante ricostruisce la propria rappresentazione del mondo e dei ruoli e delle norme sociali che in esso agiscono.