Dalle Trobairitz alle Trovatore di oggi

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“Note femminili” ha aperto con un salto storico, per festeggiare l’8 marzo in memoria di Mary Ethel Smyth. Da oggi iniziamo una narrazione  cronologica per permettere, a voi lettrici e lettori, di costruire un immaginario storico abbastanza lineare, sotto la lente dell’interpretazione sociologica. Ma non mancheranno interviste a compositrici e musiciste contemporanee, indicazioni su Festival, Convegni, Seminari, Mostre.

E’ dunque un dato di fatto che le compositrici hanno quasi sempre dovuto lottare per ottenere libertà di studiare, di creare e lavorare professionalmente, e la giusta visibilità per le proprie opere. Per far tutto questo hanno seguito strade formali e  informali: nell’ambito della vita quotidiana della propria famiglia, nei micro sistemi sociali di riferimento (Corti, Salotti, Club, ecc), fino ai movimenti di rivoluzione popolare.

Già nell’antichità é possibile trovare le prime musiciste che denunciano le ingiustizie della vita privata e sociale: le trobairitz. Nel Medioevo i trovatori non furono solo uomini: anche alcune donne delle classi inferiori divennero musiciste di corte, e utilizzarono l’arte dei versi non per idealizzare l’amore, ma per denunciare soprusi, tradimenti, infelicità della vita quotidiana. Tra le più famose fu Beatriz, Contessa de Dia vissuta nella seconda metà del XII secolo, la più alta tra le voci femminili della scuola trobadorica. Visse tra la Provenza e la Lombardia. Nei suoi versi, fieri ed eleganti, utilizza un linguaggio spregiudicato per i costumi dell’epoca:

“Devo cantare ciò che non vorrei,

tanto mi amareggia colui di cui sono l’amore,

poiché l’amo più di ogni altra cosa;

con lui grazia e cortesia non mi giovano,

né la mia bellezza, merito o intelletto,

perché sono ingannata, tradita

quanto sarebbe giusto se fossi colpevole”[1].

Anche Azalais de Porcairagues (Portiragnes 1140 –1177) di origini nobili, scrisse in lingua occitana, dedicando la maggior parte dei suoi versi al marito, Gui Guerrejat.

Delle sue testimonianze resta la Vida, con la chanson musicata, Ar em al freit temps vengut:

“ L’amore di una donna è mal servito

Quando si mette a discutere con un uomo ricco,

(uno sopra il rango di vassallo):

E chi lo fa è folle!”

L’eredità delle trobairitz giunge al ‘900, scoprendo nuove modalità compositive con le grandi jazziste e cantanti blues, fino alle più recenti trovatore rivoluzionarie che cantano in difesa di popoli oppressi; per esempio Violeta Parra, Mercedes Sosa, e a seguire, nel  rock esploso contro la guerra, negli anni ’70, nella musica folk-popolare italiana, in cui molte musiciste creano i canti del quotidiano, per denunciare la fatica e le ingiustizie della vita contadina e operaia, la condizione della subalternità femminile e della violenza in famiglia. In particolare ricordiamo Rosa Balistrieri e Caterina Bueno; fino ad arrivare al rap che oggi denuncia la marginalità sociale delle subculture giovanili. Esemplare è la storia di Sonità, una rapper afgana in lotta contro la Sharia. La sua famiglia decide di darla in sposa, a soli quattordici anni, a un uomo disposto a pagare novemila dollari, soldi necessari al fratello di Sonità per comprare una moglie.

I versi della sua canzone gridano:

“Lascia che ti sussurri queste parole, così che nessuno senta che sto parlando delle bambine vendute. La mia voce non dovrebbe essere ascoltata perché contro la Sharia, le donne devono rimanere in silenzio”[2].

All’età di dieci anni Sonità fugge in Iran, lontana dal regime talebano, ma non può frequentare la scuola perché rifugiata e senza documenti, così inizia a frequentare un’ONG dove studia anche musica, con una predilezione per l’hip-hop. A Teheran inizia a cantare la sua storia. Compone un inno alla pace e un brano a favore di elezioni democratiche in Afghanistan, superando il divieto che proibisce alle donne di fare musica in Iran.

Forse, come scriveva Herbert Marcuse, una reale azione utopica e rivoluzionaria avverrà grazie alle popolazioni ribelli di Paesi considerati del “Terzo Mondo”, perché:

“Queste categorie permangono al di fuori  del processo democratico; la loro presenza prova come non mai, quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni e istituzioni intollerabili”[3].

La sociologa e scrittrice marocchina, Fatima Mernissi, già negli anni ’80 aveva previsto che l’uso di internet sarebbe potuto essere uno strumento di emancipazione e di maggior apertura e libertà per le donne e per quei popoli soggetti alla censura e dunque all’impossibilità anche solo ipotetica di entrare in contatto con altri mondi:

«Educazione é conoscere i hudud, i sacri confini, asseriva Lalla Tam, direttrice della scuola coranica dove, all’età di tre anni, fui mandata a raggiungere i miei dieci cugini. […] Io desideravo tremendamente di compiacere Lalla Tam, e una volta che lei non era a portata d’orecchio chiesi a mia cugina Malika, di due anni maggiore di me, se poteva mostrarmi il punto esatto dove si trovavano i hudud. Da allora, cercare i confini é diventata l’occupazione della mia vita.[4]»

 

[1]Le manuscript du roi, canzoniere copiato nel 1270 per Carlo D’Angiò.

[2] Dal Rap “Bride for sale”. La storia di Sonita é raccontata nel documentario “Sonita” diretto da Rokhsareh Ghaemmaghami e presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna.

[3] Cfr. Herbert  Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1968, pag. 57.

[4] Cfr., Fatima Mernissi, La terrazza proibita. Vita nell’harem, Firenze, Giunti, 1996, pag. 42.

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Milena Gammaitoni è ricercatrice e docente di Sociologia Generale presso l’Università di Roma Tre - Dipartimento di Scienze della Formazione - l’Università Jagellonica di Cracovia e la Sorbonne Nouvelle di Parigi. Suoi temi di studio riguardano la questione dell’identità, storia e condizione sociale di artiste e artisti, la metodologia della ricerca sociale di tipo complementare; dal 1998 cura e pubblica saggi in libri collettanei, riviste scientifiche e culturali ed è autrice di tre volumi monografici.