Lingua di genere in… formazione (prima parte)

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La percezione del maschile e del femminile all’interno di un gruppo di adolescenti esprime certamente in alcuni casi conflittualità, spesso convergenza, molto spesso fa emergere diversità più o meno profonde, a volte frutto del radicarsi degli stereotipi proposti dal mondo adulto.  Possiamo dire comunque che, all’età che corrisponde al periodo di frequentazione della Scuola secondaria di primo grado (la scuola media), i rapporti di forza tra il gruppo maschile e quello femminile sembrano ancora piuttosto simmetrici. In classe maschi e femmine risultano ugualmente visibili, si esprimono alla pari, ottengono successi ed insuccessi equamente distribuiti.

È evidente che la sfida di una sensibilizzazione e di una educazione alla parità di genere (che non significa ovviamente annullare le diversità ma offrire percorsi equi di realizzazione e di accesso alla costruzione di sé e della società sia ai bambini che alle bambine) si gioca, oltre che nella famiglia, anche nelle aule scolastiche e rendere questo sottile equilibrio – che di per sé dovrebbe essere naturale – un modello solido, che si sviluppa e si afferma invece che affievolirsi e spegnersi, è un compito che un educatore o un’educatrice dovrebbe avere fra i suoi obiettivi prioritari.

Purtroppo questa è una direzione verso la quale la scuola stenta ad orientarsi, ne è un segno il lento naufragare del progetto Polite (Pari opportunità nei libri di testo), promosso dal Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio tra il 1999 e il 2001, nell’ambito del Quarto programma d’azione a medio termine per la parità di opportunità tra le donne e gli uomini, ma rimasto lettera morta.

È quindi lecito chiedersi che tipo di formazione viene generalmente impartita in classe, anche attraverso i libri di testo adottati, ad un uso della lingua che non sia sessista e discriminatorio. Non si tratta solamente di cambiare prospettiva nei libri di storia, letteratura o nelle raccolte antologiche in modo da proporre modelli di femminilità e mascolinità che siano liberi da stereotipi e rispettosi, pur nella diversità, delle pari opportunità che la società può e deve offrire a bambine e bambini. Pare utile porre attenzione anche a come insegniamo ad alunni e alunne a sviluppare competenze linguistiche avendo chiaro il legame tra lingua, società e cultura, così come la relazione tra discriminazione linguistica e discriminazione sociale, evitando di cadere in quella forma di sessismo linguistico che ultimamente è divenuto oggetto di accesi dibattiti dopo anni di indifferenza. Ma c’entra qualcosa la lingua con la sensibilità di genere? Come osserva giustamente Stefania Cavagnoli in una recente intervista:

La lingua c’entra perché crea la realtà ed è lo strumento per esprimere noi stessi, rappresentare il mondo, metterci in comunicazione con gli altri e creare relazioni. Perciò la lingua di genere rappresenta una realtà adeguata alla nostra situazione. In molte professioni, come nell’avvocatura o nella scuola, le donne sono la maggioranza, eppure sono sottorappresentate dal punto di vista della lingua. Ma ricordiamoci che quello che non si nomina non esiste.

(Cf. http://www.corriereromagna.it/news/cultura—spettacoli/25423/la-lingua-e-una-questione-di-potere-quello-che-non-si-nomina-non-esiste.html).

Come è noto, la prima pubblicazione sull’argomento uscita in Italia risale a trent’anni fa: Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma fino ad oggi il cambiamento in termini di un uso delle norme linguistiche e della comunicazione verbale che non penalizzi l’identità sessuata e la visibilità delle donne è ancora molto lontana.  Nel terzo capitolo del volumetto intitolato Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, sono segnalati comportamenti linguistici da evitare, tra cui le forme del femminile in –essa, come avvocatessa, e l’uso del maschile degli agentivi indicanti cariche o titoli professionali prestigiosi riferiti a donne, come “il ministro Tina Anselmi”.

La polemica ancora oggi particolarmente accesa attorno a quest’ultimo punto segnala che le raccomandazioni sono ancora tutt’altro che acquisite.

 

 

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Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Bologna e in Linguistica presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Attualmente frequenta il Dottorato in “Studi Comparati: Lingue, Lettarature e Arti” con indirizzo in “Linguistica Italiana e Teoria della Lettaratura” presso l’Università di Tor Vergata. I suoi recenti lavori si occupano di formazione alla lingua di genere e di scrittura femminile.