Itinerario religioso attraverso un dannato

0
551
image_pdfimage_print

Giusi Sammartino

Freud dice che in Dostoevskij coesistono lo scrittore, il nevrotico e il moralista e il peccatore. Dunque chi pensa che Dostoevskij sia un uomo e soprattutto un artista religioso, intendendo questo termine nella sua accezione più “chiusa” di voce fedele della chiesa ortodossa, ha certamente dimenticato di leggere “tutto” Dostoevskij, in tutti i suoi risvolti e contraddizioni che ne fanno, infine, la sua grandezza.

Dostoevskij è il più anarchico dei credenti, la sua è soprattutto una religione del Cristo la cui apologia è scritta per mano di uno dei suoi più riusciti personaggi “doppi” e dannati” all’interno de I fratelli Karamazov, un autentico piccolo capolavoro nel capolavoro, intitolato da Ivan Fedorovic Karamazov, vero ideatore del crimine contro il padre, La leggenda del Grande Inquisitore. Un Cristo come portatore del “pane celeste” che rischia una nuova condanna a morte per non aver dato al popolo quello che si aspettava: il pane terreno che lo fa vivere biologicamente.

A Dostoevskij interessa una religione basata su un concetto tutto rinascimentale dell’universo. Una religione dell’uomo che direttamente porta a quella del Dio-uomo con tutte le sue implicite possibilità di “tentazioni” nel deserto e delle conseguenziali scelte verso l’uomo-Dio.  “Cristo è contraddizione”, questa è la definizione che più affascina lo scrittore russo perché più consona al suo modo di concepire l’uomo. Infatti, la complessità dell’autore di Delitto e castigo è proprio nel concetto di ambiguità. Per questo scrittore si è parlato di “polifonia” e questa complessità di voci, che poi vengono a comporre i suoi romanzi, non esiste al di fuori di lui, uomo, ma in lui stesso. Facilmente, attraverso i suoi personaggi, si potrebbe arrivare di nuovo a quelle quattro definizioni (che sono poi a loro volta moltiplicabili) date da Freud, il padre della psicanalisi.

È in un periodo immediatamente precedente a Freud che Dostoevskij intuisce la complessità dell’animo dell’uomo e della sua coscienza, che sfoga sempre nell’ambiguità. “L’uomo è troppo complesso, io l’avrei fatto un pochettino più semplice”, dice Dmitrij Fedorovic Karamazov ad Alesa, contestando, con un po’ di ironia, davanti al religiosissimo fratello, la pretesa perfezione della creazione divina.

Nei personaggi dostoevkiani c’è sempre questo tormento causato da una lacerazione. Dal vero e proprio “sosia” dell’omonimo romanzo, egli crea L’uomo del sottosuolo: qui la lacerazione non è concretizzata in uno stacco, ma rimane nell’uomo stesso che si rifugia nel suo “cantuccio, un tema che ricorrerà in uno degli ultimi romanzi, L’Adolescente, che dialoga con il suo “sottosuolo”.

La serie dei “sosia” non si esaurisce presto. Nei grandi romanzi questa figura si fa addirittura “altro” nel senso più concreto che possa avere questo termine. Proprio con Ivan Karamazov ci mostrerà la vera definizione di questo “doppio” dell’uomo. Ivan Fedorovic avrà addirittura due “sosia”: il servo-fratellastro Smerdiakov e il diavolo! Nelle sue allucinazioni, nella notte antecedente il processo, Ivan rinfaccia al Demonio di essere la sua parte peggiore. Definisce così il “sottosuolo” e la parte svolta dal “sosia”. “L’uomo del sottosuolo” tenta di ribellarsi al suo “cantuccio”. Ma c’è una forza centripeta, quella che poi sarà descritta come la “forza dei Karamazov”, che lo respinge di nuovo nella stessa direzione. 

Dostoevskij, innamorato di Raffaello fino a farne un ideale, ama anche Shakespeare e vede in Tiziano la pienezza del messaggio pittorico. Così è chiaro che quella dicotomia, quella sofferta lacerazione presente nei suoi personaggi è soprattutto in lui. Forse, o molto probabilmente, tra le cause gioca un ruolo importante l’epilessia determinata dal parricidio o dalla grazia ricevuta dopo la condanna a morte, quando lo scrittore era già stato legato e incappucciato.  Per dirla con Freud, in proposito si parla di “isteroepilessia” e non di una epilessia vera e propria originata da una ferita nel cervello. André Gide parla dei grandi epilettici e dei grandi “malati” della Storia e osserva che “alla base di ogni grande riforma morale c’è sempre un piccolo mistero fisiologico, un’insoddisfazione della carne, un’inquietudine, un’anomalia”.  Gide ricorda che Maometto era epilettico e che lo erano i profeti d’Israele. Che Socrate aveva un demone e San Paolo la famosa “scheggia nella carne”, Pascal la sua voragine e Nietzsche e Rousseau la loro follia. Per Gide è come se il genio fosse determinato da una profonda sofferenza, dal fatto di aver acconsentito a essa. Un amico, parlando allo scrittore francese dall’America scrive: “ È per questo che l’America non ha ancora un’anima” e – spiega – noi sappiamo che la letteratura tedesca, tutt’altro che priva di anima, conosce le profondità abissali di Faust, o che quella greca ha saputo darci con le sue tragedie, un “terribile inno” alla sofferenza e al dolore. 

Il peccato e la sofferenza necessaria a espiarlo sono anche per Dostoevskij necessari perché l’uomo senta il potere e lo spazio della propria libertà. “Più di ogni altra cosa ti fu cara la loro libertà”, dice il Grande Inquisitore a Cristo additandolo come causa della sofferenza dell’uomo. Questi, secondo lo scrittore russo, si è trovato a scegliere tra il Cristo, Dio-uomo, e la proclamazione di se stesso come uomo-Dio, tema che nell’opera di Dostoevskij si specificherà nella figura di Kirillov ne I Demoni.  Il tema del “superuomo” si preannuncia in tutta la sua forza dirompente, in tutto il suo conflitto, nell’intera opera dostoevskiana e si può ben dire che Dostoevskij ne sia il precursore. Si è parlato di cristianità dei due autori, il russo e il tedesco, proprio in quanto religione del Cristo, perché Cristo entra pienamente sia nell’opera di Dostoevskij che in quella nietzschiana: “Nietzsche – scrive Gide – è geloso di Cristo”. Per questo crea un suo anticristo, per distruggere il Dio-uomo crea un uomo-dio, un altro dannato appassionatamente credente!

Affascina ricordare, riferendoci a una tradizione culturale, a Lucifero, l’angelo ribelle che si prostra a Dio, soprattutto quello delle prime pagine del Faust.

Dostoevskij, che aveva aderito al circolo di Petrasevskij e che per questa sua partecipazione ebbe la famosa condanna, non dimentica la sua esperienza giovanile di aderenza al socialismo utopistico di Fourier. È vero che egli combatte aspramente il socialismo e lo mette sullo stesso piano della Chiesa di Roma perché, come questa, toglie all’uomo la libertà e lo fa umile servo dei suoi bisogni più immediati, ma parla anche di un “socialismo russo” come di un “Cristo russo”. Dopo la terribile esperienza della “casa morta”, cioè della prigione siberiana, Dostoevskij traspone in Cristo la sua “utopia”, perché lo sente completo, con più possibilità di libertà. È questo che interessa, più di ogni altra cosa, Dostoevskij, anche quando parla ripetutamente della Madonna Sistina di Raffaello ne I Demoni, quando dice che “la bellezza salverà il mondo” e che bisogna preferire Shakespeare a un paio di stivali, Raffaello al petrolio. E soprattutto in molte pagine dei suoi Taccuini ci parla sempre dell’uomo e lo pone al centro dell’universo perché possa scegliere “il pane celeste” a quello meramente “terreno”.