ITALIA – Non conviene uscire dall’euro, ma bisogna cambiare rottaNON CONVIENE USCIRE DALL’EURO MA BISOGNA CAMBIARE ROTTA

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Dopo le recenti elezioni degli europarlamentari, restano irrisolte alcune questioni. Abbiamo posto alcune domande a ad Alessandro Morselli, docente di Complementi di Politica Economica all’Università di Roma “La SAPIENZA”.

DOMANDA: In che modo, secondo Lei, è possibile risolvere il problema della moneta unica?

RISPOSTA:

Ogni qualvolta siamo in prossimità di una scadenza elettorale si accende il dibattito sull’uscita dall’euro dell’Italia. Sono convinto che a questa soluzione non ci crede nemmeno chi la sostiene fortemente. Sarebbe invece auspicabile programmare un piano di crescita in cooperazioni con gli altri paesi europei.

 

DOMANDA: Quali sarebbero le politiche economiche più idonee alla crisi?

RISPOSTA:

Di fronte a questa recessione è sempre più urgente un ritorno a politiche europee di rilancio della domanda, condizione indispensabile per uscire dalla crisi. Si tratta di attivare nuovi strumenti europei per sostenere l’economia e avviarla verso un sentiero di crescita sostenibile, con un ampliamento di bilancio dell’Unione, il varo di Eurobond destinati a finanziare progetti di investimento per l’economia reale e un ruolo maggiore della Banca europea degli investimenti.

DOMANDA: Cosa causerebbe l’uscita dell’Italia dall’Euro?

RISPOSTA:

L’uscita dall’euro come fonte risolutiva dei problemi economici non mi pare la strategia adeguata anzi, penso che aggraverebbe le già condizioni precarie dell’economia italiana.

1) Gli investitori sposterebbero le attività finanziarie verso valute più forti: ci sarebbe una vera e propria fuga di capitali; 2) i possessori dei titoli di stato non accetterebbero di convertire i loro crediti in una nuova moneta che vale meno. Così il rapporto tra debito pubblico e Pil potrebbe arrivare intorno al 160%; 3) i sostenitori dell’uscita dall’euro pongono in evidenza i possibili benefici che l’Italia potrebbe avere da una moneta svalutata: le nostre esportazioni aumenterebbero. Si ricorda che l’Italia non è solo un paese esportatore ma anche un importante importatore di materie prime. Il deficit energetico del nostro paese si aggira intorno ai 70 miliardi a causa dell’import di gas e petrolio, il cui valore sui mercati internazionali viene calcolato in dollari e quindi ci sarebbe un forte incremento dei prezzi se l’Italia avesse una moneta svalutata; 4) la svalutazione della moneta provoca l’aumento dell’inflazione, a seguito di un incremento del costo delle materie prime importate, inoltre l’aumento dei prezzi spesso viene ostacolato aumentando anche i tassi di interesse, vale a dire il costo del denaro. L’Italia, inoltre, sarebbe investita da ritorsioni commerciali da parte degli altri paesi che certamente non avrebbero un atteggiamento passivo nei confronti della perdita di competitività conseguente alla rivalutazione della loro moneta rispetto alla nuova moneta italiana.

DOMANDA: La Banca d’Italia che ruolo potrebbe avere?

RISPOSTA:

Certo potremmo riappropriarci della sovranità monetaria e, quindi, la nostra banca centrale avrebbe la possibilità di acquistare titoli pubblici, ma la Banca d’Italia in nome di una sua indipendenza potrebbe rifiutare l’ipotesi di essere interventista. Inoltre, la soluzione della monetizzazione incentiverebbe la pratica dell’azzardo morale; un governo sarebbe tentato ad espandere la spesa pubblica a dismisura, poiché è consapevole che potrebbe contare sull’intervento della banca centrale per l’acquisto dei titoli del debito pubblico.

DOMANDA: Quali rapporti ci sono tra domanda, debito pubblico e welfare?

RISPOSTA:

Dobbiamo smetterla di pensare che qualsiasi stimolo alla domanda provoca automaticamente crescita dell’inflazione e incremento del debito pubblico. Nell’industria europea vi è parecchia capacità produttiva inutilizzata, proprio a causa del calo della domanda. Uno stimolo alla domanda non sarebbe inflazionistico, perché verrebbe coperto da un incremento di produzione, per cui vi è ampio margine di manovra.

Siamo ossessionati dalla competizione, la corsa alla competizione è sfrenata e senza criterio. La competizione di mercato premia soltanto chi è in grado di mettere in campo il migliore rapporto produttività/costi, e per fare ciò è necessario liberalizzare ed eliminare ogni monopolio pubblico. Ad esempio, per quanto riguarda la sanità ogni individuo ha il sacrosanto diritto alle cure, e quindi che giustificazione ha una sanità privata dove può curarsi solo chi è in grado di pagare? Mentre le banche, che in fondo non sono indispensabili per sopravvivere, sono al riparo dagli effetti della concorrenza, salvandole con iniezioni di denaro pubblico se si trovano in difficoltà. Tutto questo serve a giustificare il capitalismo moderno essenzialmente finanziario e non produttivo, e quindi senza banche crollerebbe.

DOMANDA: Da quale fattore è determinata l’occupazione femminile?

RISPOSTA:

Il Fondo Monetario internazionale suggerisce di aumentare l’occupazione giovanile e femminile diminuendo il salario di ingresso ed i contributi sociali, senza pensare che un motivo fondamentale che ostacola l’occupazione femminile non è tanto il costo contributivo, quanto l’assenza di un welfare pubblico che permetta di elaborare efficienti servizi di conciliazione vita/lavoro; pertanto se si taglia il welfare per ridurre i contributi sociali non si crea alcun effetto incentivante sull’occupazione femminile.

DOMANDA: Quali sono i limiti delle tesi economiche tedesche?

RISPOSTA:

La Germania lancia sempre lo stesso appello: “occorre coniugare crescita e rigore”, quindi continuare a tagliare la spesa pubblica, e deprimere ancora di più la domanda aggregata.

In questo modo si aggrava solo la scenario economico, e non si stimola nessuna crescita. Così facendo le imprese aumenteranno solo una produttività puramente potenziale, dato che i consumi sono bassi e non ci sono sbocchi per la vendita del surplus produttivo realizzato dall’extra produttività.

Xenia“Auspicabile un piano di crescita in cooperazione con gli altri paesi”

Dopo le recenti elezioni degli europarlamentari, restano irrisolte alcune questioni. Abbiamo posto alcune domande a ad Alessandro Morselli, docente di Complementi di Politica Economica all’Università di Roma “La SAPIENZA”.

DOMANDA: In che modo, secondo Lei, è possibile risolvere il problema della moneta unica?

RISPOSTA:

Ogni qualvolta siamo in prossimità di una scadenza elettorale si accende il dibattito sull’uscita dall’euro dell’Italia. Sono convinto che a questa soluzione non ci crede nemmeno chi la sostiene fortemente. Sarebbe invece auspicabile programmare un piano di crescita in cooperazioni con gli altri paesi europei.

 

DOMANDA: Quali sarebbero le politiche economiche più idonee alla crisi?

RISPOSTA:

Di fronte a questa recessione è sempre più urgente un ritorno a politiche europee di rilancio della domanda, condizione indispensabile per uscire dalla crisi. Si tratta di attivare nuovi strumenti europei per sostenere l’economia e avviarla verso un sentiero di crescita sostenibile, con un ampliamento di bilancio dell’Unione, il varo di Eurobond destinati a finanziare progetti di investimento per l’economia reale e un ruolo maggiore della Banca europea degli investimenti.

DOMANDA: Cosa causerebbe l’uscita dell’Italia dall’Euro?

RISPOSTA:

L’uscita dall’euro come fonte risolutiva dei problemi economici non mi pare la strategia adeguata anzi, penso che aggraverebbe le già condizioni precarie dell’economia italiana.

1) Gli investitori sposterebbero le attività finanziarie verso valute più forti: ci sarebbe una vera e propria fuga di capitali; 2) i possessori dei titoli di stato non accetterebbero di convertire i loro crediti in una nuova moneta che vale meno. Così il rapporto tra debito pubblico e Pil potrebbe arrivare intorno al 160%; 3) i sostenitori dell’uscita dall’euro pongono in evidenza i possibili benefici che l’Italia potrebbe avere da una moneta svalutata: le nostre esportazioni aumenterebbero. Si ricorda che l’Italia non è solo un paese esportatore ma anche un importante importatore di materie prime. Il deficit energetico del nostro paese si aggira intorno ai 70 miliardi a causa dell’import di gas e petrolio, il cui valore sui mercati internazionali viene calcolato in dollari e quindi ci sarebbe un forte incremento dei prezzi se l’Italia avesse una moneta svalutata; 4) la svalutazione della moneta provoca l’aumento dell’inflazione, a seguito di un incremento del costo delle materie prime importate, inoltre l’aumento dei prezzi spesso viene ostacolato aumentando anche i tassi di interesse, vale a dire il costo del denaro. L’Italia, inoltre, sarebbe investita da ritorsioni commerciali da parte degli altri paesi che certamente non avrebbero un atteggiamento passivo nei confronti della perdita di competitività conseguente alla rivalutazione della loro moneta rispetto alla nuova moneta italiana.

DOMANDA: La Banca d’Italia che ruolo potrebbe avere?

RISPOSTA:

Certo potremmo riappropriarci della sovranità monetaria e, quindi, la nostra banca centrale avrebbe la possibilità di acquistare titoli pubblici, ma la Banca d’Italia in nome di una sua indipendenza potrebbe rifiutare l’ipotesi di essere interventista. Inoltre, la soluzione della monetizzazione incentiverebbe la pratica dell’azzardo morale; un governo sarebbe tentato ad espandere la spesa pubblica a dismisura, poiché è consapevole che potrebbe contare sull’intervento della banca centrale per l’acquisto dei titoli del debito pubblico.

DOMANDA: Quali rapporti ci sono tra domanda, debito pubblico e welfare?

RISPOSTA:

Dobbiamo smetterla di pensare che qualsiasi stimolo alla domanda provoca automaticamente crescita dell’inflazione e incremento del debito pubblico. Nell’industria europea vi è parecchia capacità produttiva inutilizzata, proprio a causa del calo della domanda. Uno stimolo alla domanda non sarebbe inflazionistico, perché verrebbe coperto da un incremento di produzione, per cui vi è ampio margine di manovra.

Siamo ossessionati dalla competizione, la corsa alla competizione è sfrenata e senza criterio. La competizione di mercato premia soltanto chi è in grado di mettere in campo il migliore rapporto produttività/costi, e per fare ciò è necessario liberalizzare ed eliminare ogni monopolio pubblico. Ad esempio, per quanto riguarda la sanità ogni individuo ha il sacrosanto diritto alle cure, e quindi che giustificazione ha una sanità privata dove può curarsi solo chi è in grado di pagare? Mentre le banche, che in fondo non sono indispensabili per sopravvivere, sono al riparo dagli effetti della concorrenza, salvandole con iniezioni di denaro pubblico se si trovano in difficoltà. Tutto questo serve a giustificare il capitalismo moderno essenzialmente finanziario e non produttivo, e quindi senza banche crollerebbe.

DOMANDA: Da quale fattore è determinata l’occupazione femminile?

RISPOSTA:

Il Fondo Monetario internazionale suggerisce di aumentare l’occupazione giovanile e femminile diminuendo il salario di ingresso ed i contributi sociali, senza pensare che un motivo fondamentale che ostacola l’occupazione femminile non è tanto il costo contributivo, quanto l’assenza di un welfare pubblico che permetta di elaborare efficienti servizi di conciliazione vita/lavoro; pertanto se si taglia il welfare per ridurre i contributi sociali non si crea alcun effetto incentivante sull’occupazione femminile.

DOMANDA: Quali sono i limiti delle tesi economiche tedesche?

RISPOSTA:

La Germania lancia sempre lo stesso appello: “occorre coniugare crescita e rigore”, quindi continuare a tagliare la spesa pubblica, e deprimere ancora di più la domanda aggregata.

In questo modo si aggrava solo la scenario economico, e non si stimola nessuna crescita. Così facendo le imprese aumenteranno solo una produttività puramente potenziale, dato che i consumi sono bassi e non ci sono sbocchi per la vendita del surplus produttivo realizzato dall’extra produttività.