Veronica Gambara

Veronica Gambara, assai nota come poetessa tanto da essere accostata a figure quali Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, e lodata, ancor prima di conoscerla personalmente, da Pietro Bembo – il quale conclude uno dei suoi sonetti affermando “e la voce udirò, che Brescia onora”- in realtà si caratterizza per uno sfaccettato profilo nel quale coesistono e si integrano la letterata, l’accorta politica e reggente del feudo del marito, la lucida intellettuale profonda conoscitrice del suo tempo e l’instancabile animatrice di cenacoli culturali. La sua cifra essenziale è quella di “poetessa reggente”, come emerge anche dalla sua corrispondenza con Pietro Bembo, che ci presenta l’immagine di una donna intenta a comporre versi e, allo stesso tempo, “politicamente impegnata, sempre attenta a cogliere l’occasione per creare una rete di protezione per la famiglia e il feudo”.  

1. Brescia. Foto di Claudia Speziali

Veronica nasce nel vecchio castello, poi distrutto nel XVIII secolo, di Pratalboino (oggi Pralboino) la notte tra il 29 e il 30 novembre 1485, figlia di Alda dei Pio di Carpi e di Gianfrancesco Gambara, titolare del feudo. La famiglia Gambara, nobile e assai colta, fa crescere figli e figlie in un ambiente nutrito di cultura e profonda ammirazione per i classici e l’antichità. Veronica riceve un’ottima educazione umanistica che comprende lo studio della filosofia, della teologia e del latino.

Per le famiglie nobili vige la consuetudine di cimentarsi con la poesia e la conversazione letteraria e Veronica comincia quindi a scrivere versi già nell’adolescenza, prendendo a modello la lirica petrarchesca e mostrando un notevole talento e un accento personale, una voce poetica unica e privata che si discosta fin dall’inizio dalle tante imitazioni di maniera. La ragazza trascorre l’adolescenza tra Pratalboino e Brescia. All’epoca la città, molto ricca, è caratterizzata da un vivace fermento culturale, che vede, con un gruppo di poetesse petrarchiste, l’affermazione autorevole delle donne delle “corti, tra cui la giovane Gambara.

2. Varese. Foto di Maria Pia Ercolini

Nella ricerca di un marito per Veronica, degno di lei per rango e ricchezze, i genitori si muovono in un ambito parentale e umanistico, scegliendo Gilberto VII (o Giberto), signore di Correggio, già padre di due figlie e vedovo di Violante Pico, nipote del celebre umanista neoplatonico Giovanni Pico della Mirandola. Il matrimonio civile viene celebrato per procura a Brescia il 6 ottobre 1508, mentre quello religioso, ottenuta la dispensa papale dovuta alla parentela, in forma privata ad Amalfi nel 1509. Il matrimonio, per quanto combinato, pare rivelarsi felice: la giovane si stabilisce nel piccolo feudo di Correggio ambientandovisi con facilità e si inserisce a pieno titolo nel fervore culturale e religioso del suo tempo.

Nel 1510 nasce Ippolito, che ha come padrino di battesimo il cardinale Ippolito d’Este e come madrina Isabella Gonzaga, scelta suggerita da ragioni di convenienza politica, visto l’incombere sul piccolo stato dell’ombra del potente ducato estense, e l’anno successivo viene alla luce il secondogenito Girolamo. Nel 1518 Giberto, a causa di un contagio da febbri malariche, muore non prima di averla nominata amministratrice dei beni dei figli e averle conferito la facoltà di coreggente della signoria, affiancandole il nipote Manfredo III.  

3. Correggio. Presunto ritratto di Veronica Gambara  (1517-18)

Il dolore per la morte del marito induce Veronica a escludere qualunque ipotesi di nuove nozze. Si occupa con grande abilità e determinazione dell’amministrazione dello stato, e con familistica lungimiranza dell’educazione dei due figli maschi e della strategia matrimoniale delle figlie femmine di primo letto di Giberto, rivelandosi una delle grandi madri reggenti del XVI secolo. 

Per garantire l’indipendenza della piccola contea di Correggio attua una politica di prudente e guardinga amicizia con i potenti vicini, in continuità con quella del defunto marito, e abbandona il tradizionale atteggiamento filofrancese dei feudatari padani e ricerca l’amicizia e la protezione di Carlo V, cui dedica cinque sonetti. Il suo passaggio da un orientamento filofrancese a uno filoimperiale si colloca sullo sfondo di forti spinte centrifughe, il definitivo tramonto dell’universalismo medievale, la scissione della Cristianità, determinata dalla Riforma protestante, e la minaccia turca. L’imperatore le appare dunque come l’unico garante dell’ordine e baluardo della tradizione e della fede, colui che “duo mondi ha vinto”, ovvero la Francia di Francesco I e i Turchi. Veronica spera inoltre che Carlo V si adoperi per il reintegro dei Gambara nei loro possedimenti di Brescia, confiscati dalla Serenissima. Il suo feudo riceve una nuova investitura dall’imperatore nel 1520 e la restituzione dei possedimenti agognati nel 1532.

4. Roma. Foto di Barbara Belotti

Nella politica familiare l si appoggia ai potenti fratelli per consolidare le sorti dello Stato attraverso la scalata a cariche prestigiose. Con l’obiettivo di non dividere l’esiguo patrimonio, destina il primogenito Ippolito alla successione e lo fa avviare al mestiere delle armi, mentre Girolamo viene indirizzato alla carriera ecclesiastica. Quando nel 1528 il Papa Clemente VII nomina Uberto Gambara governatore di Bologna, Gerolamo viene inviato presso lo zio per impratichirsi nei maneggi diplomatici, e Veronica stessa, alla fine dell’anno, si trasferisce a Bologna, occupando una posizione di primo piano grazie alla stretta parentela con il governatore, che le consente di godere di un rango prestigioso in occasione dell’incoronazione imperiale di Carlo V da parte del Papa e a ottenere una condotta per Ippolito nell’esercito imperiale. Per l’occasione si recano a Bologna molti nobili e uomini di cultura, tra i quali Francesco Guicciardini, Pietro Bembo, Francesco Maria Molza, Gian Giorgio Trissino, Francesco Berni, e la reggente di Correggio coglie l’opportunità di rinsaldare i suoi legami con il mondo delle lettere e dare  vita a un ben frequentato salotto nella città emiliana. La corte di Correggio, del resto, proprio grazie a Veronica, è un centro di rilievo nel panorama culturale del Rinascimento e vanta ospiti eccellenti quali Lodovico Ariosto, Pietro Bembo, Pietro Aretino, Bernardo Tasso e Carlo V, che si reca a Correggio in due occasioni, nel 1530 e nel 1533. 

Al fine di concentrare nelle mani del figlio le sorti patrimoniali e dinastiche del piccolo stato, inizia le trattative per il matrimonio di Ippolito, con Chiara di Correggio, figlia ed erede universale del cugino Gianfrancesco. 

Dagli anni Quaranta il governo del feudo passa nelle mani di Ippolito e dunque Veronica può concentrarsi maggiormente sull’attività letteraria, da lei mai davvero trascurata. 

È del 1549 il suo ultimo viaggio, a Mantova, per le nozze del duca Francesco III con Caterina d’Asburgo; muore, infatti, il 13 giugno 1550.  

Secondo il letterato correggese Rinaldo Corso, sarebbe stata sepolta con un ramo di ulivo e in bocca uno di lauro, a simboleggiare l’indole pacifica e il culto delle Muse.

5. Viterbo. Foto di Maria Pia Ercolini

Della sua produzione letteraria ci restano le Rime, molto amate dai lirici contemporanei e da poeti successivi come Giacomo Leopardi, e le Lettere, dalle quali emerge una figura capace di reggere il confronto con le grandi donne del suo tempo, prima fra tutte Isabella d’Este con cui condivide la vivace partecipazione alla vita culturale e politica del primo Cinquecento.  

Numerose sono le intitolazioni stradali in tutta Italia, da Milano a Roma, da Palermo a Brescia, dove esiste anche un liceo con il suo nome, e un premio del Museo Musicale, conferito a donne che si sono distinte nella valorizzazione e promozione culturale in città.

In copertina: Milano, foto di Paola Bortolani




ITALIA – Letterate nelle vie di Milano

Di Nadia Boaretto

 Ci sono donne con le quali sarebbe bello prendere un caffè e chiacchierare in modo informale di interessi comuni. Magari sedute ad un tavolino della Galleria Vittorio Emanuele II, con affaccio sul Duomo. Scatterebbero ricordi, nostalgie, propositi per il futuro. Di queste donne rimane traccia nella loro opera e nelle targhe che ne riportano i nomi.

1.Germana de Stael

Ripercorrendo la storia dal passato si rivivrebbe l’età dell’Illuminismo con Germana de Stael, così italianizzata ma nata Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein (Parigi, 22 aprile 1766 – Parigi, 14 luglio 1817).

2.milano-germana de stael

Di lei scrittrice permane l’importanza del trattato De l’Allemagne, un elogio della cultura tedesca che fu sequestrato dal regime di Napoleone e le valse l’interdizione dal soggiorno a Parigi, con il divieto di avvicinarsi a meno di 150 chilometri. A seguito di ciò visse in esilio sul lago di Ginevra e poté tornare nella capitale francese solo dopo la caduta di Bonaparte.

Colei che è passata alla storia come Madame de Staël, figlia di Jacques Necker, ministro delle finanze del re di Francia Luigi XVI, e di Suzanne Curchod, aveva perfezionato la propria formazione accademica grazie al salotto letterario della madre, successivamente riprodotto in un proprio circolo culturale aperto ai maggiori intellettuali dell’epoca.

Innovatrice e degna discepola degli Enciclopedisti, scrisse il saggio Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, uscito a cura di Pietro Giordani nel primo numero della Biblioteca Italiana (gennaio 1816). Ne derivò un lungo dibattito tra classicisti e romantici in cui si metteva a confronto la letteratura tedesca ed inglese con quella italiana, ancora legata alla nostalgica imitazione del Neoclassicismo e dell’Arcadia. Si sottolineava come tale produzione, spesso scritta in latino e rivolta ad un ristretto pubblico di élite, fosse ormai in declino nell’ambito europeo e avesse bisogno di una nuova visione, in un più stretto rapporto fra società e cultura. Di questa querelle Madame de Staël fu il centro.

3.oriana-fallaci.foto_completa

Forse si sarebbe intesa bene con Oriana Fallaci o forse no.

Due caratteri forti possono fare fronte comune o farsi la guerra. Chissà…

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Fallaci dice di se stessa: «Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni. Sempre citando da Oriana: «Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».

Lei stessa dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, seguì il padre nella Resistenza. Aveva 14 anni e con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia” fece da staffetta consegnando armi, giornali clandestini, messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati.

Le iniziali collaborazioni giornalistiche la confermarono nella decisione di dedicarsi alla scrittura. Il primo romanzo fu Penelope alla guerra (1962), seguito da Gli antipatici (1963).

Il 1967 e il 1968 furono gli anni più importanti per la sua carriera, in quanto inviata in Vietnam, unica giornalista italiana presente al fronte, in posizione critica sia nei confronti dei soldati americani e sudvietnamiti sia nei confronti dei vietcong. Da tale esperienza scaturì il libro Niente e così sia (1969). Crescente fu da allora il successo come giornalista politica grazie ai reportage sulla rivolta di Detroit dopo l’uccisione di Martin Luther King, sul conflitto arabo-palestinese, sulle guerriglie contro le dittature del Sudamerica. Per non parlare della morte di Bob Kennedy e delle interviste a personaggi politici abitualmente inavvicinabili. La sua tecnica era per l’epoca molto innovativa, quasi un vero e proprio interrogatorio, studiato a tavolino e di taglio soggettivo. «Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in Oriana Fallaci intervista se stessa – LApocalisse. Ventisei di questi pezzi furono raccolti nel 1974 in Intervista con la storia.

Altri due libri sono autobiografici: Lettera a un bambino mai nato (1975), pubblicato mentre in Italia si discuteva di legge sull’aborto, e Un uomo (1979), sul rapporto con Alexandros Panagulis. Nel 1990 uscì Insciallah, ancora una volta sulla guerra e sul fondamentalismo islamico. Oriana Fallaci nell’intervistare Khomeini, polemicamente si tolse il velo dalla testa.

Nel 1992 scoprì di avere il cancro. Nel 2006, gravemente malata, volle tornare a Firenze dove morì il 15 settembre.

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A sua volta giornalista d’attacco fu Anna Politkovskaja, nata nel 1958 a New York da genitori diplomatici.

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Dopo aver lavorato per il giornale Izvestija, nel 1999 comincia a seguire per la Novaja Gazeta il conflitto in Cecenia. Nel 2001 vince il Global award di Amnesty International per il giornalismo in difesa dei diritti umani. Nell’ottobre 2002 accetta il ruolo di negoziatrice durante l’assedio del teatro Dubrovka di Mosca. Nel 2003 vince il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia. Nel settembre 2004 subisce un tentativo di avvelenamento mentre è in volo verso Beslan, durante il sequestro nella scuola. Il 7 ottobre 2006 viene uccisa a Mosca. Questa serie incalzante di eventi ben suggerisce l’idea di una rapida successione culminante nella morte violenta a soli 48 anni.

Anna scrive: “Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me… Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da “rieducare”. Non sto scherzando [Anna si riferisce al piano di “cecenizzazione” di Putin: ingaggiare i ceceni “buoni” e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni “cattivi” ostili a Mosca]. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell’amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev’essere “ripulita” da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me… Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età… Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c’era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c’era più. L’avevano portata via…». In questo clima Anna continua la sua battaglia per un giornalismo obiettivo e non distorto dalle leve del potere. Durante la cerimonia di intitolazione ad Anna dei giardini in zona stazione Garibaldi il 12 giugno 2013, la sorella Elena Kudimova ha espresso la speranza di vedere un giorno a Mosca una via dedicata ad Anna Politkovskaja.

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Le donne di lettere spesso iniziano con il giornalismo, poi passano alla saggistica e alla narrativa. È il caso di Graziella Romano, detta Lalla (Demonte, 11 novembre 1906 – Milano, 26 giugno 2001), celebre come poetessa, scrittrice, giornalista e aforista.

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Piemontese di origini ebraiche, frequenta i corsi di pittura di Felice Casorati, a cui segue un’attività di critica d’arte che la porta a conoscere i fermenti parigini e a dedicarsi all’insegnamento di questa disciplina. Vicina al movimento Giustizia e Libertà, prende parte attiva alla Resistenza e s’impegna nei Gruppi di difesa della donna. Incoraggiata da Eugenio Montale, pubblica alcune poesie: è del 1941 la raccolta Fiore edita da Frassinelli e del 1943 la traduzione dei Tre Racconti di Gustave Flaubert. Da qui in poi si moltiplicano le opere letterarie, tra cui il romanzo Le parole tra noi leggere (premio Strega nel 1969) e L’Ospite (1973), oltre alle collaborazioni giornalistiche con varie testate. Nel 1976 Lalla si avventura nella sfera politica e viene eletta consigliera comunale a Milano come indipendente del partito comunista italiano, ma dopo poco si dimette, delusa e annoiata. È quanto successe a Franca Rame, raro esempio di personalità politica dimissionaria dal senato per indignazione. La Romano, ugualmente anticonformista, aveva un carattere schivo che le valse il soprannome di “cardo selvatico” e che si riverbera nella sua scrittura talvolta spietata nel sottolineare i vizi della società borghese. Fu anche impietosa nel descrivere il figlio come persona disadattata nel romanzo Le parole tra noi leggere, che in lui generò un rancore durato tutta la vita.

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Diversissima la figura di Neera, pseudonimo di Anna Zuccari Radius (Milano, 7 maggio 1846 – Milano, 13 luglio 1918).

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A lei dobbiamo: Un romanzo (1876), Addio (1877), La Regaldina (1884), Il marito dellamica (1885), Teresa (1886), Lydia (1887), La vecchia casa (1900), Una passione (1903), Duello danime, (1911); novelle, pubblicate su riviste come Il Pungolo, Il Fanfulla della Domenica, L’Illustrazione italiana, Il Marzocco, Il Corriere della Sera; saggi, come Lamor platonico (1897), Lindomani (1890), Fotografie matrimoniali (1898), Battaglie per una idea (1898), Le idee di una donna (1903) e, in collaborazione col Mantegazza, un Dizionario digiene per le famiglie (1881).

Notevoli anche gli epistolari, comprendenti le lettere scambiate con i personaggi contemporanei più illustri (Verga, Mantegazza, Marinetti…), e l’autobiografia Una giovinezza del secolo XIX, iniziata nel 1917 quando era a letto inferma e interrotta solo qualche giorno prima della morte, in forma incompiuta.

Le sue protagoniste riflettono lo spirito del tempo e sono state tacciate di sudditanza alle figure maschili, tant’è che in epoca moderna appaiono desuete e trascurate dai lettori. Tuttavia si intravvedono alcuni accenni assai moderni al desiderio sessuale, malgrado Neera fosse una sostenitrice dell’amore platonico. Vicina alla corrente del verismo, grazie all’amicizia con Verga, seppe creare un equilibrio stilistico tra passione e ragione. Non ricorda in ciò Senno e Sensibilità di Jane Austen? Con le debite differenze, of course, perché quando scintilla lo humour britannico si è più portati al sorriso che alla partecipazione melodrammatica.

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È di una generazione precedente e di origine francese George Sand, pseudonimo di Amantine (o Amandine) Aurore Lucile Dupin (Parigi, 1º luglio 1804 – Nohant-Vic, 8 giugno 1876), scrittrice e drammaturga, considerata tra le più prolifiche della storia della letteratura.

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Scrisse un buon numero di romanzi, novelle e drammi teatrali, tra cui Indiana, Lélia, Consuelo, La palude del diavolo, La piccola Fadette, e l’autobiografia Un inverno a Majorca, resoconto di un soggiorno funestato da piogge continue all’abbazia di Valldemossa in compagnia dei due figli e di Chopin. Di spirito libero e pratico, amava indossare abiti maschili, ritenuti più comodi delle lunghe sottane, sporchevoli in passeggiata e ingombranti a cavallo.

In parallelo ai numerosi legami amorosi (Alfred de Musset e Fryderyk Chopin, più molti altri), si svilupparono adesioni politiche sempre più repubblicane e posizioni liberali, evidenti in Lettres à Marcie, sui temi dell’emancipazione femminile e delle idee socialiste.

Femminista moderata, George Sand fu attiva nel dibattito politico e partecipò, senza assumere un ruolo di primo piano, al governo provvisorio del 1848. L’opposizione alla politica del papato nel dicembre 1863 le costò la messa all’Indice di tutti i suoi scritti.

La vasta e variegata produzione letteraria comprende 143 tra romanzi e racconti, 49 scritti vari, 31 opere teatrali, le cui rappresentazioni si svolgevano nel teatrino privato della tenuta di Nohant. Molte vennero poi allestite sui prestigiosi palcoscenici parigini. Le commedie di costume, tendenzialmente serie e didattiche, riscossero notevole successo ma recensioni critiche poco calorose. Da ricordare inoltre numerose critiche letterarie e testi politici vicini alle idee socialiste.

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Un salto nel tempo ci avvicina a Veronica Gàmbara (Pralboino, 30 novembre 1485 – Correggio, 13 giugno 1550) la poetessa alla quale Milano dedica un piazzale.

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Appartenente a una famiglia di tradizione umanistica, per volere del padre Gianfrancesco, uomo di lettere, acquisì un’ottima educazione classica che comprendeva lo studio della filosofia, della teologia, del greco, del latino. Le sue ave godettero della stima di Francesco Sansovino e di Baldassarre Castiglione in quanto incarnazioni dello spirito del Rinascimento. Brescia era allora una città molto ricca, con fermenti culturali in pieno rigoglio. Per le famiglie nobili era d’obbligo cimentarsi con la poesia e la conversazione letteraria. In questo contesto Veronica cominciò a scrivere versi fin dall’adolescenza, obbedendo al modello petrarchesco imperante, ma rivelando al contempo un notevole talento e un accento personale che si distaccava dall’imitazione pedissequa di molti autori coevi. Con Pietro Bembo, conosciuto dal padre nella sua attività diplomatica, avvia una corrispondenza di lettere e sonetti già nel 1502, continuandola fino alla morte del suo interlocutore. Il primo testo della Gàmbara pervenutoci è una lettera a Isabella d’Este del 1º febbraio 1503, nell’ambito di uno scambio epistolare che ebbe modo di avvicinarla ulteriormente ai valori umanistici.

Veronica mise a frutto la libertà d’intelletto e il talento poetico scrivendo versi raffinati ed eleganti che ricevettero giusto riconoscimento dai contemporanei e che brillano tra i migliori della letteratura italiana. In particolare nelle stanze «l’accento moralistico, che le era naturale, addolciva la sua severità, i pensieri si snodavano con la grazia di un pacato ragionare, cui la lingua nobile ma non artefatta riusciva a conferire un accento aristocratico». Illustri estimatori furono Giacomo Leopardi, Antonio Allegri e Rinaldo Corso. Oltre alle Rime, sono conservate le Lettere, che rivelano una donna vivace, attenta, partecipe della vita culturale e politica del suo tempo.

Dal 1518, dopo la morte del marito, si occupò dello Stato di Correggio, che resse con notevole abilità e determinazione fino alla morte, sopravvenuta nel 1550.

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Di discendenza patrizia è Clelia Grillo Borromeo (Genova, 1684 – Milano, 1777), imparentata con illustri casate europee, figlia di Marcantonio Grillo duca di Mondragone e marchese di Clarafuente, e della marchesa Maria Antonia Imperiali.

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Andata in sposa all’aristocratico Giovanni Benedetto Borromeo, fu cardine della nobiltà milanese e per vari decenni nel palazzo di via Rugabella animò uno dei salotti cittadini più importanti, dove si coltivavano le arti liberali, con un vero e proprio culto per la scienza, tanto che vi si eseguivano esperimenti cui era solito partecipare il più illustre frequentatore della casa, il naturalista Antonio Vallisneri.

La contessa era adepta delle scienze naturali e della matematica, unite a un’ottima padronanza del latino, del greco e dell’arabo. Il suo salotto divenne man mano un centro politico avverso all’Austria, dove si riunivano aristocratici desiderosi di rovesciare il governo di Maria Teresa per tornare sotto la Spagna. Un ruolo principale ebbe il conte Giulio Antonio Biancani, che Clelia nascose e che aiutò poi a fuggire durante la repressione. Il conte fu però scoperto, arrestato e decapitato. Clelia pagò a caro prezzo l’impegno filospagnolo con l’esilio e la confisca dei beni. Malgrado tali traversie morì novantatreenne.

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Di origine nobile era anche Anna Maria Mozzoni (Milano, 5 maggio 1837 – Roma, 14 giugno 1920), nota come giornalista, attivista dei diritti civili e pioniera del femminismo. Educata alla luce delle idee illuministe, maturò una coscienza libera da pregiudizi che oggi definiremmo laica.

Scrisse La donna e i suoi rapporti sociali, pubblicato nel 1864 come auspicio di un risorgimento femminile e, fervente repubblicana, rimproverò a Mazzini l’idea retriva che il posto della donna sia soltanto in seno alla famiglia. Non meno dura fu l’accusa a Proudhon che, giudicando le donne esseri inferiori mentalmente e moralmente, quindi non meritevoli di una partecipazione attiva nella società, stabiliva un arretramento rispetto alle idee avanzate e riformiste del Settecento. Tuttavia anche la Mozzoni era convinta che la generalità delle donne, «a causa della fitta tenebra di sessanta secoli» d’oppressione, non fosse ancora matura per godere del diritto di voto, mentre era imperativo l’accesso all’istruzione e alle professioni. Fondamentale poi la riforma del diritto di famiglia, uno dei 18 punti esposti nel libro.

Analoghi sono i temi di La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano, un breve scritto pubblicato a Milano nel 1865.

A fronte delle nascenti scuole professionali riservate alle ragazze, nel 1866 Mozzoni diede alle stampe Un passo avanti nella cultura femminile. Tesi e progetto, a favore dell’introduzione delle lingue straniere, delle scienze e della storia della condizione femminile nel mondo, come presupposti necessari a formare «cittadine di uno stato moderno».

Nel 1870, dopo aver tradotto The Subjection of Women di John Stuart Mill, insegnò filosofia morale nel Liceo femminile «Maria Gaetana Agnesi» di Milano, e con la collega Maria Antonietta Torriani nel marzo 1871 tenne un giro di conferenze a Genova e a Firenze.

Si batté tutta la vita per la concessione del voto alle donne, presentando mozioni in Parlamento nel 1877 e nel 1906. Nel 1878 rappresentò l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. L’anno seguente fondò a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili.

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