Oltre la piazza: Modena parking

 

Se pensi che la vita abbia un senso se non trascendentale almeno concreto, sei capitato nella città sbagliata.

Se pensi che pagando le tasse comunali ti spetti di diritto un posto dove poter parcheggiare la tua auto senza subire atti vandalici, inizia anche a pensare di cambiare città.

Perché a Modena  non puoi proprio lasciare l’auto e rimanere tranquillo.

Non puoi nemmeno fartene una ragione attribuendo la colpa della tua preoccupazione alla caotica vita cittadina tipica di una grande città, di una metropoli, perchè Modena non lo è.

Puoi solamente avvelenarti il fegato quando vai a riprendere l’auto e la trovi sfregiata con raschi e ammaccature di dimensioni varie.

Puoi ammalarti di gastrite a forza di pagare multe per la segnaletica impazzita.

Possedere un auto a Modena costa più di quanto dovrebbe.

Guardiamo questo tratto di via Francesco Selmi.

Un senso di qua

E l’altro in direzione opposta, verso il semaforo posizionato all’estremità della stessa strada.

Ma quello che proprio non va sono i divieti di sosta. Ci sono e nessuno li rispetta. Incomincia così il dramma del povero visitatore che, non conoscendo le zone e chi vi abita, pensa che anche questi segnali siano stati posizionati erroneamente.

Sarà vero? Si domanda, senza poter ricevere risposta.

La multa è assicurata. L’unica cosa certa in una vita senza senso.

Qualcuno si vendica imbrattandoli con la vernice, ma niente, l’illegittimità regna sovrana e non l’annulli con nessun mezzo.

Con un’amministrazione comunale assente diventa legittimo creare la propria segnaletica. Ed ecco che qualcuno delimita il proprio posto auto abusivo.

Questa è la situazione in via San Paolo, a due passi da Piazza Grande e dalla Ghirlandina, patrimonio dell’Umanità.

A cosa servono queste videocamere? Soltanto a multare i residenti che non pagano il pass per transitare  e per parcheggiare! Nel centro storico. Un modo come un altro per fare cassa e non fornire servizi.

I ciottoli del selciato sono gli stessi della piazza ma, la tutela ambientale e dei cittadini, il benessere, finiscono dove termina il marketing per il turismo.

 

Dove saranno finiti i vigili urbani? Cosa fa tutto il giorno la polizia municipale di Modena?

Questo resta un grande mistero.

Il confronto con altre città nasce spontaneo: pensiamo alla vigilata, ordinata, pulita e ben gestita Verona.

Eppure i modenesi si paragonano ai veneziani. “Anche a Modena c’erano i canali”, dicono. “Modena era come Venezia”. Era.. Secoli fa!

Sta di fatto che i veneti la segnaletica non l’hanno venduta.

 

Ed ecco qui le strisce abusive grigie, metallizzate e  fluorescenti in via San Paolo.

 

Queste, invece, sono strisce e segni lasciati con tutt’altra finalità sull’auto del malcapitato che ha parcheggiato dove non doveva.

Diciamolo pure, Modena lascia il segno!

Insomma, più che un “Modena Park” sarebbe servito e servirebbe un Modena parking!  Sicuramente la vita avrebbe un senso, almeno per chi si sposta in auto!




Israele accetti lo Status Quo

Nomi arabi anche per luoghi della tradizione ebraica. Il documento – che usa sempre la terminologia araba per definire luoghi chiamati in modo diverso da musulmani e ebrei – è in sostanza una denuncia delle violazioni degli accordi internazionali compiute – ad avviso dell’organismo dell’Onu – da parte israeliana per quanto riguarda lo Status Quo storico della spianata delle moschee, ancora formalmente sotto giurisdizione giordana.

La risoluzione si sofferma soprattutto su due aspetti: il fatto che gruppi della destra ebraica sempre più spesso si rechino sulla Spianata delle moschee (e non solo al Muro del Pianto), rivendicando il diritto a pregare sul ‘Monte del Tempio’, che sorgeva in quel luogo prima di essere distrutto dai romani nel 70 dopo Cristo. L’Unesco deplora fermamente – si legge – “le continue irruzioni da parte di estremisti della destra israeliana e dell’esercito nella moschea di Al Aqsa e nell’ Haram al Sharif, e chiede a Israele, potenza occupante, di adottare misure per prevenire provocazioni che violano la santità e l’integrità” della Spianata dello moschee. Secondo punto, il documento denuncia gli scavi fatti e le infrastrutture costruite unilateralmente dalle autorità israeliane nel complesso che riguarda anche la spianata delle Moschee, e agita “il crescendo di aggressioni e di misure illegali contro la libertà di preghiera dei musulmani nei loro luoghi santi”.

In sintesi, l’Unesco chiede a Israele di accettare il rispetto pieno dello Status Quo, concordato tra lo Stato ebraico e la Giordania dopo la guerra del ’67, che però dovrebbe garantire anche agli ebrei la possibilità di visitare la Spianata, ma non di pregare, riservando questo diritto ai soli musulmani. Secondo lo Status Quo, l’esclusiva autorità sulla Moschea di Al Aqsa e sulla spianata dell’Haram al Sharif spetta al dipartimento per gli affari religiosi giordano, il Waqf. Lo Status quo – bisogna ricordare – venne di fatto messo in discussione dalla famosa passeggiata, nel settembre del 2000, di Ariel Sharon sulla spianata, che anticipava chi oggi rivendica il diritto degli ebrei a salire a pregare sul Monte del Tempio (come gli israeliani chiamano l’Haram al Sharif). Il documento dell’Unesco definisce Israele “la potenza occupante” su Gerusalemme est. Un termine corretto da un punto di vista del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu post 1967, ma che certo è indigeribile per le autorità israeliane, come anche l’intero tono accusatorio del documento.

Presidente Ucei: “Gravissima l’astensione dell’Italia”: “E’ gravissimo che questo accada senza l’opposizione dell’Italia, la cui politica estera non può certo essere dettata dal caso, dalla superficialità o, peggio ancora, dall’opportunismo. Non ci meravigliamo allora se il domani porta con sé atti e fatti di odio e sangue”. Così la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni. “Tremila anni di storia, ebraica ma anche cristiana, cancellati con una decisione di chiaro stampo revisionistico e negazionistico. Questa risoluzione, che tratta in modo fuorviante anche l’identità di alcuni siti di Hevron e Betlemme, è un insulto all’intelligenza, alla decenza, alle battaglie che tante persone di buona volontà combattono ogni giorno per contrastare i professionisti dell’odio e della menzogna. Dando credito a questi malfattori e favorendo una vergognosa manipolazione politica che già vediamo in atto, l’Unesco si pone fuori dalla storia e scrive, con pesanti responsabilità dell’Italia e gli altri Paesi astenuti e favorevoli, una delle pagine più gravi e al tempo stesso grottesche della storia dell’Onu”.

Insopportabile è per noi, invece, sapere del perpetrarsi di cotanta violenza e distruzione. Penosa anche la reazione del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che non sa più dove arrampicarsi.




Donne estoni tra leggenda e realtà

di Livia Capasso

Tallinn, capitale dell’Estonia e suo principale porto, affaccia sul Mar Baltico, nel Golfo di Finlandia, quasi di fronte a Helsinki.

1_panorama Tallinn

Fig. 1

L’etimologia del nome è ancora incerta, probabilmente deriva da Castrum Danorum, nome che la città aveva durante il periodo danese (1219-1346), e che tradotto in estone divenne Tannin lidna, poi abbreviato in Tallinn. Toompea è il nome della collina che si erge sul centro della città, col suo castello medioevale, sede del governo estone, con le ambasciate e le rappresentanze diplomatiche.

Tallinn è stata crocevia dei commerci dal Nord Europa alla Russia; i mercanti tedeschi ne fecero uno dei più importanti porti della Lega anseatica. Passata dal dominio danese, che convertì gli abitanti al cristianesimo, a quello svedese e poi a quello della Russia zarista, divenuta indipendente nel 1918, fu occupata dall’URSS nel 1944, e Tallinn divenne la capitale delle Repubbliche socialiste sovietiche estoni, che comprendevano la Lituania, l’Estonia e la Lettonia. Il periodo di occupazione sovietica, durato quasi cinquant’anni, terminò nel 1991, quando l’Estonia proclamò la propria indipendenza.

Benché nel corso della sua storia la città sia stata più volte attaccata, saccheggiata e assediata, e durante la seconda guerra mondiale anche pesantemente bombardata, la città vecchia medioevale mantiene intatto il suo fascino, ed è divenuta patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 1997. Da visitare la chiesa di Sant’Olav, in stile gotico, fino al 1600 l’edificio più alto del mondo; il palazzo del Municipio, con la guglia del Vecchio Tommaso, risalente agli inizi del 1300, la chiesa medievale di San Nicola, oggi utilizzata prevalentemente come parte del Museo d’arte medioevale e come sala da concerti; il Duomo, cattedrale di Tallinn, dedicato a Maria Vergine; la cattedrale ortodossa dedicata ad Aleksandr Nevskij; la Colonna della Vittoria dell’Indipendenza dell’Estonia che sorge in piazza della Libertà. Notevoli anche la Cinta muraria, medioevale con torri di guardia, il Monastero domenicano e il Passaggio di Santa Caterina.

2_Passaggio S. Caterina

Fig. 2

Quest’ultimo (in estone: Katariina Käik) è un passaggio pedonale di origini medioevali, nel centro storico di Tallinn. È un tipico e caratteristico percorso pedonale, con la pavimentazione risalente all’epoca medioevale. È chiamato di Santa Caterina, in quanto conduce al monastero domenicano o di Santa Caterina, uno degli edifici più antichi della Città Vecchia. Da una ventina di anni ospita la Gilda di Santa Caterina: un insieme di botteghe di artigianato tradizionale che vendono oggetti di vetro, cappelli, piumini, ceramica, gioielli, seta dipinta a mano e altre merci.

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Fig. 3

Linda è un personaggio della mitologia finnica, sposa di Kalev e madre di Kalevipoeg; compare nel poema epico in lingua estone Kalevipoeg, redatto nell’Ottocento dallo scrittore Friedrich Reinhold Kreutzwald e pubblicato dal 1857 al 1861. Linda nacque da un uovo che la madre aveva trovato al pascolo assieme a un pulcino, che si trasformò in sua sorella Salme, e un corvo, che diventò una piccola serva. Sposò Kalev, da cui ebbe moltissimi figli, forti e coraggiosi come il padre; ma l’eredità delle sue virtù doveva essere destinata, per intero, a un solo figlio, e nessuno, per quanto avesse ricevuto dal padre la forza, sembrava degno di succedergli. In età molto avanzata Kalev chiamò la moglie per annunciarle una nuova maternità, un figlio che avrebbe ereditato tutto. Nella speranza di salvare l’ormai vecchio Kalev, Linda chiamò una coccinella e la mandò alla ricerca di un grande mago che potesse scongiurare la morte dello sposo, ma ben tre maghi predissero l’imminente morte di Kalev. Linda pianse il marito per sette giorni, poi lo seppellì in una fossa profonda, infine eresse un tumulo sulla cui sommità voleva trasportare un grande blocco di pietra, ma, mentre faticosamente saliva, cadde e la pietra rotolò alla base della tomba. Linda allora cominciò a piangere, e le sue lacrime divennero dapprima una pozza, poi uno stagno e infine un lago che oggi è individuato nel Lago Ulemiste presso Tallinn. Poco tempo dopo mise al mondo il figlio postumo di Kalev, e in suo onore lo chiamò Kalevipoeg ovvero “Figlio di Kalev”. Questi crebbe rapidamente e fu l’immagine del padre, ereditando tutte le sue virtù. Kalevipoeg è l’eroe nazionale estone. Si dice che la tomba di Kalev sia sulla collina di Toompea, che è sorta proprio dal mucchio di pietre trasportate da Linda.

4_Elfriede Lender

Fig.4

Elfriede Lender Amanda (nata Elfriede Meikov, Tallinn, 19 maggio 1882 – Stoccolma, 10 aprile 1974) è stata la fondatrice della prima scuola femminile estone.

Nata da famiglia operaia (suo padre era un sellaio, la madre si guadagnava da vivere cucendo), dopo aver studiato all’Alexander Gymnasium, si laurea all’Università di Tartu e diventa insegnante. Comincia a lavorare con bambini che avevano difficoltà di apprendimento e problemi con la disciplina. Sposa nel 1904 l’ingegnere Voldemar Lenderig, che nel 1906 diventa il primo sindaco estone di Tallinn. Elfriede deve però rinunciare al suo insegnamento perché allora le leggi non permettevano alle donne sposate di lavorare nella scuola pubblica. Nel 1907, a soli 25 anni, fonda l’Elfriede Lender Eragümnaasium, scuola secondaria per ragazze estoni, di studi umanistici. A quel tempo, c’erano solo le scuole tedesche, che fornivano l’istruzione scolastica secondaria, Elfriede Lender diede alle ragazze l’opportunità di studiare in estone anche nella scuola secondaria. Subito dopo l’apertura della scuola, purtroppo, arriva una battuta d’arresto. Poche sono le iscrizioni e i genitori considerano Elfriede troppo giovane e non credono in lei. Nel 1927 la scuola però raggiunge un livello di élite.

Nel 1944 Elfriede fugge in Svezia durante il periodo di occupazione tedesca. Qui scrive le sue memorie, pubblicate nel 1967. Muore all’età di 92 anni.

Nel 2006 le è stato dedicato un francobollo.

L’autore della targa commemorativa, di granito nero, con in rilievo il ritratto di bronzo, è lo scultore Aime Kuulbusch-Molder.

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Fig.5

ll Palazzo Kadriorg è un edificio in stile barocco petrino risalente al 1718: situato nell’omonimo parco di Kadriorg fu costruito per volere di Pietro il Grande in onore della moglie Caterina I di Russia da Gaetano Chiaveri, su progetto dell’architetto veneziano Nicola Michetti. Originariamente era chiamato Catherinethal (la Valle di Caterina); dopo la morte dello Zar Pietro, Caterina si mostrò disinteressata a questa proprietà, che entrò progressivamente nell’oblio. Con l’indipendenza dello stato, nel 1918, prese il nome estone di Kadriorg, utilizzato anche per il quartiere e il parco circostante. Il palazzo odierno è il risultato di drastici restauri ordinati da Nicola I di Russia nel 1827. Attualmente in parte è sede del Museo estone d’arte.

Sculture femminili si possono ammirare in giro per Tallinn.

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Fig.6

Il Russalka Memorial è un monumento in bronzo scolpito da Amandus Adamson nel 1902 a Kadriorg, in occasione del nono anniversario del naufragio della nave da guerra russa Russalka, o “Sirenetta”, affondata in Finlandia nel 1893. E ‘stato il primo monumento in Estonia realizzato da uno scultore estone. Raffigura un angelo che regge una croce ortodossa verso la direzione assunta dal naufragio. Il modello per l’angelo fu la governante dello scultore Juliana Rootsi.

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Fig.7

Eve (Hämarik) è una statua di donna nuda con la mano sulla testa. Secondo una leggenda, nei tempi antichi Eve (Hämarik= Crepuscolo) aveva il compito di mettere a riposo il sole ogni sera e Dawn invece doveva accendere la sua luce ogni mattina. Nei paesi nordici l’estate è il periodo delle notti bianche. In questo momento i due si incontrarono e si innamorarono. Il Creatore suggerì che si sposassero, ma gli amanti rifiutarono, sostenendo che il loro amore sarebbe rimasto in questo modo sempre fresco e nuovo. Il Creatore rispettò il loro desiderio e li benedì.

L’autrice della scultura è Mare Mikoff (Tallinn 1941). Mare ha studiato storia presso l’Università di Tartu e scultura presso l’Istituto Statale d’Arte Estone. Dal 2005 è docente di scultura presso l’Estonian Art Academy. Ha iniziato a impegnarsi attivamente nel campo delle arti nei primi anni ‘70, influenzata dalla pop art e dall’iperrealismo. Tra i suoi lavori più noti, oltre a questo di Eve nel centro di Viru, anche Nõmme Madre (1998) a Tallinn nel dstretto di Nõmme. Allo stesso tempo produce anche immagini digitali. Mostre personali hanno avuto luogo in Estonia, Austria e Russia, mostre collettive in Estonia, Cina, Lituania, Francia, Finlandia, Russia e molti altri paesi.

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Fig.8

Le Cariatidi sono 6 figure femminili sulla facciata del Tallinna Reaalkool (The Building of Tallinn Secondary Science School). Si intervallano tra ampie finestre e raffigurano varie discipline scolastiche, avendo in mano libri, scultura, tavolozza con pennello e altri attributi.

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Fig.9

La poeta estone Lydia Koidula è stata raffigurata sulle banconote da 100 korone.

Lydia Koidula (Vana-Vändra, 24 dicembre 1843 – Kronštadt, 11 agosto 1886) è considerata la prima autrice di poesia patriottica della letteratura estone. Figlia di Johann Voldemar Jannsen, attivo nel movimento nazionalista estone, fondatore del primo giornale in lingua estone e autore dell’inno nazionale estone, collaborò strettamente col padre, e fu una pioniera del giornalismo femminile estone. Non ebbe una produzione letteraria molto vasta, ma le sue raccolte di poesie Emmajöe Öpik (L’usignolo del fiume Emma) e Vaino-Lilled (I fiori del campo) sono ritenute la prima espressione di poesia patriottica estone.

Fu legata da una forte amicizia con Friedrich Reinhold Kreutzwald, l’autore del Kalevipoeg, il poema epico nazionale estone.

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Fig.10

Betti Alver (Jõgeva, 23 novembre 1906 – Tartu, 19 giugno 1989) è stata una delle poete estoni più importanti. Appartenuta alla prima generazione educata nelle scuole dell’Estonia indipendente, ha studiato a Tartu. Ha fatto parte dell’Arbujad (“Indovini”), un piccolo gruppo di poeti estoni. Dopo la guerra il marito Heiti Talvik è stato imprigionato dai sovietici ed è morto in Siberia. Per qualche decennio Betti è rimasta in silenzio come poeta, in segno di protesta contro il dominio sovietico, poi ha ripreso a scrivere nel 1960. Da segnalare in questo secondo periodo la raccolta del 1966 Tähetund o Starry Hour. Ha scritto anche romanzi e ha fatto il lavoro di traduzione. Nel centesimo anniversario della sua nascita le è stato dedicato un francobollo.

E per finire, sapevate che la nostra Ornella Muti è nata a Roma nel 1955 da padre napoletano, giornalista, e da madre estone, Ilse Renate Krause, scultrice?

 




PARIGI – L’Unesco ha detto sì ai Caschi blu della cultura

La risoluzione italiana, cofirmata da 53 Paesi, è sostenuta dai membri permanenti del Consiglio di sicurezza.

Il Consiglio esecutivo dell’Unesco riunito a Parigi ha approvato la proposta italiana di istituire meccanismi per l’impiego dei «Caschi blu della Cultura». La risoluzione italiana, cofirmata da 53 Paesi e sostenuta dai membri permanenti del Consiglio di sicurezza, è stata votata per acclamazione dopo un dibattito molto intenso e articolato che ha coinvolto la maggioranza delle delegazioni presenti a Parigi.
Per il ministro del Mibact, Dario Franceschini, si tratta di “un successo internazionale del nostro Paese dopo quello ottenuto a Milano  con l’approvazione di 83 Paesi della Dichiarazione sulla protezione del Patrimonio culturale: adesso occorre definire subito gli aspetti operativi della nostra proposta. Occorre una task force internazionale che dovrà intervenire laddove il patrimonio dell’umanità è messo a rischio da catastrofi naturali o da attacchi terroristici”.
Il Consiglio esecutivo dell’Unesco si è anche impegnato a proseguire a lavorare in sede Onu per includere la componente culturale nelle missioni di pace come richiesto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi nel suo recente intervento all’Assemblea Onu.




Ai vertici donne senza potere. La nuova prassi mondiale

Ha giurato qualche giorno fa il primo premier donna della storia democratica greca, il presidente della Corte suprema Vassilikì Thanos, chiamata dal capo dello Stato Procopios Pavlopoulos a risolvere l’impasse politica nel Paese.

Secondo le prime indiscrezioni, i ministri tecnici sarebbero l’80% dei nuovi, come banchieri, tecnocrati e magistrati. Agli Esteri dovrebbe andare l’87enne Petros Molyviatis, uno stretto collaboratore di Kostantino Karamanlis, già ministro degli esteri nel 2012 sotto il governo tecnico Pikrammenos e anche dal 2004 al 2006. Tecnocrate di lungo corso, è diplomatico di carriera, e ha servito nella delegazione permanente della Grecia presso l’Onu a New York, e la Nato a Bruxelles. Ha anche lavorato nelle ambasciate greche di Mosca, Pretoria e Ankara.

Il suo curriculum basta a far intendere che il premier Vassilikì Thanos poco avrà da fare e poco conterà. Ancora una volta visibilità senza potere alle donne chiamate in politica, per citare l’analisi e il saggio di Milly Buonanno.

La stessa sorte per le donne dell’Onu, un’organizzazione nata 70 anni fa e che ha avuto soltanto segretari uomini, 8 per l’esattezza.

Il mandato di Ban scadrà nel 2016, anno in cui negli Usa per la prima volta una donna, Hillary Clinton, potrebbe essere eletta nuova inquilina dell’Oval Office. Il nome della Alta Rappresentante UE appare in una lista del gruppo indipendente Campaign to Elect a Woman UN Secretary General che offre le biografie di donne dal formidabile background: tra queste, la presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, la capo dell’FMI, Christine Lagarde, la Direttore Generale dell’UNESCO, Irina Bokova, la giurista canadese Louise Arbour, la responsabile di UNDP Helen Clark, Ertharin Cousin del WFP e Alicia Barcena Ibarra, segretario esecutivo della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi.

Donne usate come simboli, per ricoprire un incarico che, in tempi di crisi e di guerra,  potrà solo portare poco lustro.

Scrive il Times, unendosi a quanti chiedono più trasparenza nella selezione del nuovo capo del Palazzo di Vetro: “Non mancano le candidate. Nominare una donna ai vertici di una organizzazione nata 70 anni fa per affrontare i problemi più gravi del mondo attraverso diplomazia e consenso sarebbe un simbolo potente e rivitalizzerebbe il ruolo del Segretario Generale”.

E’ proprio giunto il tempo di cambiare… Anche nelle forme di protesta e di attivismo, per non ripetere, come stan facendo le donne   di Osez le féminisme! in Francia, in questi giorni, passando per rivoluzionarie, storie già viste.




USA – Potrebbe essere donna il prossimo leader dell’Onu

Il mandato di Ban scadrà nel 2016, anno in cui negli Usa per la prima volta una donna, Hillary Clinton, potrebbe essere eletta nuova inquilina dell’Oval Office.

Il nome dell’ Alta Rappresentante UE appare in una lista del gruppo indipendente Campaign to Elect a Woman UN Secretary General che offre le biografie di donne dal formidabile background: tra queste, la presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, la capo dell’FMI, Christine Lagarde, la Direttore Generale dell’UNESCO, Irina Bokova, la giurista canadese Louise Arbour, la responsabile di UNDP Helen Clark, Ertharin Cousin del WFP e Alicia Barcena Ibarra, segretario esecutivo della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi.

Sulla carta il posto spetterebbe a un rappresentante dell’Est Europa, di fatto però i giochi sono ancora aperti.  Tra le “papabili”, leader dalle ineccepibili credenziali in politica estera, spunta anche l’italiana Federica Mogherini.




ITALIA – Alla scoperta del patrimonio Unesco veronese

La bella Verona è patrimonio dell’umanità.  Per ammirare il suo eccezionale valore è necessario superare un percorso impegnativo, lungo 12 Km, che inizia dal Centro trekking Batteria di Scarpa.

Andando oltre il vallo di Cangrande  e percorrendo la Strada Castellana, tra muretti a secco e pergolati,

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è possibile raggiungere, attraverso i boschi, Poiano 3^ e 4^ Torricella. Il paesaggio che circonda la città di Verona cambia sotto gli occhi di chi si mette in cammino per raggiungere Castel san Felice che, con torri, rondelle, bastioni, fossati e terrapieni, fa parte della cinta muraria urbana, estesa oltre 9 chilometri e per quasi 100 ettari.

La flora costituita prevalentemente  da ornielli profumati, bagolare e carpini neri e bianchi ospita passeri italiani, cince,  scoiattoli, gheppi. I cipressi sono invece frutto delle opere di rimboschimento degli anni Sessanta così come gazze e cornacchie sono ospiti dell’inquinamento urbano a scapito di passeri e cince.

Tuttora rimangono imponenti i resti della città fortificata romana, il perimetro della città murata scaligera con i suoi castelli, la struttura della fortezza veneta, la grandiosa disposizione della piazzaforte asburgica, cardine del Quadrilatero. Per questo motivo nel 2000 Verona è stata decretata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, poiché “rappresenta in modo eccezionale il concetto di città fortificata durante diverse epoche significative della storia Europea”.

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Prima di risalire i colli per raggiungere il Parco delle Torricelle, così chiamato per la presenza di tre torri austriache edificate dall’esercito in ritirata, si attraversa il quartiere di Avesa, caratteristica località delle lavandaie costruita sulle grotte carsiche della Lessinia, preziose anche per i siti archeologici che conservano i resti dell’uomo di Neantherland.

Le case delle lavandaie mantengono un aspetto inalterato. Le acque carsiche fluiscono perennemente in questo angolo  silente tanto da sembrare incantato.

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All’ingresso del piccolo quartiere delle lavandaie, nel 1.200, i monaci Camaldolesi edificarono una chiesetta.

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Anche l’altare fu costruito con un blocco unico di tufo.

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All’interno si conservano gli affreschi e le croci dei Templari.

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Ad Avesa sopravvivono tradizioni dimenticate.

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Le case hanno un aspetto caratteristico determinato  dalle piccole dimensioni.

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Attraverso viuzze lambite dalle acque risorgive si raggiungono i boschi e i sentieri delle colline veronesi.

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In cima a queste alture, si scorgono, in stato di abbandono, le suddette torricelle austriache, utilizzate come base di appoggio per ripetitori e trasmettitori.

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Si prosegue il cammino sulla Strada  del vino della Valpolicella. La leggenda narra che il nome della Valpolicella era composto dalle parole “valle”, “poli” e “cellae”, a significare “valle dalle molte cantine”. La zona comprende i comuni della fascia settentrionale della provincia di Verona, da est a ovest. L’uso della specificazione Classico è riservato al prodotto della zona più antica che comprende i comuni di Negrar, Marano, Fumane, S.Ambrogio, San Pietro in Cariano.

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Il sentiero si immerge nel bosco dell’alta Valdonega.

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Dopo un centinaio di metri ecco comparire la fontana di Sommavalle.

Un imponente costone di roccia pressoché verticale sembra accogliere il visitatore. I rilievi circostanti rappresentano il bacino di carico dell’acqua piovana che poi, continuamente, sgorga dalla sorgente, anche in periodi di siccità seppur in quantità minore.

La conformazione della sorgente sembra risalire all’ epoca romana.

Grazie alla presenza dell’acqua, si è creato un vitale e particolare ambiente naturale. Al piede del citato costone di roccia calcarea, è stata ricavata una grotta con due aperture sovrapposte nella roccia, simili a finestrelle, dotate di inferriate.

Realizzazione probabilmente finalizzata a salvaguardare il corretto attingimento e l’uso dell’acqua. Sopra le finestre, si possono individuare i resti di una scritta romana scolpita nella pietra o forse su una targa.

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Secondo alcuni, all’interno della grotta della sorgente, dovrebbe aver origine un tunnel  perforato dai romani, che condurrebbe in città.

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La sorgente della Fontana di Sommavalle affiora nella zona più alta della valle Valdonega situata subito a nord della città di Verona.

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Dirigendosi verso valle si giunge al castello S. Felice.

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Nello spazio urbano veronese sono visibili ancora oggi opere monumentali che formano un repertorio di quasi 2000 anni di storia dell’arte fortificatoria.

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Secondo le testimonianze storiche, gli antichi Romani costruirono una prima parte delle mura a difesa della città nel I secolo a.C. Decisero di trincerare artificialmente la parte a sud, perché a nord, ad ovest e ad est ci si avvaleva della protezione naturale fornita dal fiume Adige.

Nel 265 d.C. all’epoca dell’imperatore Gallieno, a causa della minaccia rappresentata dagli Alemanni, fu necessaria un’opera di restauro delle mura, la cui conservazione, dopo quasi due secoli di pace, era in pessimo stato. L’Arena venne inglobata nel complesso difensivo perché i nemici non fossero facilitati nell’ingresso in città. Di epoca romana rimangono ben conservate anche porta Borsari e porta Leoni.

Successivamente, in epoca scaligera fu aggiunto un impianto di mura che sosteneva l’azione del fiume a nord e che si estendeva fino a Castel San Felice.

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In epoca veneziana, a sud e ad est, furono aggiunti bastioni, torri e roccaforti grazie all’operato dell’architetto-ingegnere Michele Sanmicheli che realizzò peraltro le imponenti porta Palio, porta San Zeno e porta Nuova. (Nella foto i tipici mattoni veneziani)

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Per il ruolo strategico e prioritario che giocava Verona, l’Impero Austriaco fra il 1833 e il 1866 rinforzò, attraverso un consistente investimento, le fortificazioni della città e le inserì nel più ampio sistema difensivo austriaco, adottando i moderni criteri di difesa contro l’artiglieria pesante e con la capacità di sferrare ritorni controffesivi.

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Le mura di Verona hanno sempre scoraggiato i nemici, per questo la città non è mai stata protagonista di grandi battaglie.