Tina Modotti: fotografia e rivoluzione

Tina Modotti nasce a Udine nel 1896 da una famiglia povera di idee socialiste. Le poche notizie che abbiamo sulla sua biografia sono solo in parte affidabili in quanto provengono dagli archivi dell’OVRA (polizia segreta fascista 1930-1945) e della GPU (polizia segreta sovietica stalinista).

La sua sorprendente bellezza influenzerà il suo modo di vedere il mondo: cresce sapendo bene come gli uomini guardano le donne, anche quelle giovanissime.

Figlia amatissima di un carpentiere, emigra in California per seguire il padre e trova lavoro nel cinema muto: i suoi colori scuri contrastano con il biondo delle protagoniste dei film americani del primo dopoguerra e, di conseguenza, compare sempre nel ruolo di amante passionale e mai in quello di moglie.

 

Trasferitasi a Città del Messico, collabora con i maggiori intellettuali e artisti locali: le sue principali amicizie sono Frida Kahlo, Rafael Alberti, Diego Rivera Álvaro Siqueiros ed Edward Weston. Quest’ultimo, forse il più grande amore della sua vita, è l’autore dei ritratti più belli che tuttora conserviamo di lei. Da lui e dal precedente marito Robo, impara l’arte della fotografia.

 

In copertina: Tina Modotti ritratta da Edward Weston, 1923 (particolare)

 

Quella di Tina è una fotografia sociale e al tempo stesso astratta: nelle immagini scattate sono molto frequenti elementi geometrici (linee, riquadri, curve, cerchi…) di una estrema semplicità. Il modo in cui il vento inarca i fiori da lei fotografati in Messico (foto 3) ricorda il modo in cui lei stessa inarca la schiena nel posare nuda per Weston (foto 1): è un richiamo astratto che difficilmente è casuale, è anzi fedele alle tendenze di quegli anni, in cui vanno di moda il Cubismo e la Bauhaus.

FOTO 1-2

La fotografia di Tina è forse l’opera in assoluto che meglio rappresenta la società messicanadegli anni tra le due guerre, una società fatta di lavoratori sfruttati, di indios depredati della proprie terre, di bambini e bambine di strada, di donne provenienti da classi disagiate e soprattutto di un acceso fermento sociale.

Nelle sue immagini è evidente la povertà delle persone ritratte, accentuata dalla drasticità dei tagli nelle forme e nelle luci. Coglie la miseria e la dignità, la sofferenza e la rabbia, cercando di usare la fotografia per incidere sulla società.

FOTO 3-4-5

L’insurrezione zapatista esploderà oltre mezzo secolo dopo la sua morte, ma accostare una chitarra, una pannocchia di mais e una cartuccera di proiettili sembra già un inno ai popoli del colore della Terra, cancellati dalla Storia (foto 6).

FOTO 6-7

In Messico, nonostante la tanta luce, Tina, eccelsa conoscitrice della tecnica fotografica,tende a usare tempi lenti; predilige le macchine di grande formato, in cui l’immagine va pensata ed elaborata a lungo prima di essere impressa sulla pellicola.

Nei primi anni Trenta torna in Europa. In Germania scopre le macchine fotografiche di piccolo formato, le 35 mm, e i tempi molto veloci, strumenti usati per documentare l’agonia della Repubblica di Weimar in quanto discreti e silenziosi, utilizzabili in fretta e di nascosto. Ma a Tina la Leica non piace, lei non lavora bene nella fretta.

La sua militanza comunista la porta ad allontanarsi sempre più da Edward Weston.

FOTO 8-9

Durante la guerra di Spagna milita nelle Brigate Internazionali, la formazione stalinista responsabile di aver soffocato la nascente Rivoluzione del proletariato spagnolo. È fidanzata con Vittorio Vidali, spietato agente della GPU e importante membro del Komintern, che in quei mesi è a capo del famigerato V Reggimento, noto per aver fucilato più anarchici che fascisti e per non aver fornito l’appoggio promesso alle milizie popolari che combattevano contro Franco. Già nel 1929 Vidali aveva assassinato Juan Antonio Mella, probabilmente amante di Tina, che cercava consensi in Messico per dar vita a una rivoluzione a Cuba.

A questo punto arte e militanza si separano: come già accadde al fotografo francese Gaspard-Félix Tournachon, in arte Nadar, con la Comune di Parigi, Tina abbandona la fotografia per concentrarsi integralmente sull’attività politica. Durante il periodo trascorso in Spagna non scatta nessuna foto. Qui incontra intellettuali internazionali di rilievo, come Ernest Hemingway, Robert Capa, Gerda Taro e Pablo Neruda, con cui stringe una forte amicizia. All’arrivo dei franchisti, l’esercito repubblicano lascia Malaga senza tentare alcuna difesa; poi tocca a Madrid cadere, poi a Valencia, a Barcellona è il Komintern a fucilare gli anarchici al posto dei fascisti. Tina non può obiettare ma comincia a capire. Vive la guerra di Spagna con tragicità, vede continuamente i suoi compagni attaccarsi a vicenda, stalinisti contro trozkisti, e questi ultimi sparire nel nulla con frequenza. Alla fine degli anni Trenta è esausta, sfinita. Viaggia a Mosca, che è in preda alla paranoia: chiunque potrebbe essere una spia o un traditore, un trozkista o un controrivolulzionario. Stremata da questo clima, torna in Messico. Poco dopo un sicario mandato da Stalin uccide Lev Trozkij, rifugiato a Città del Messico: da tempo Vidali parlava di un «obiettivo delicato». Poi Stalin firma un patto con Hitler: questo Tina non lo può accettare. In silenzio, lascia Vidali e decide di non rinnovare la tessera del partito comunista.

Nel 1942 viene invitata a una cena a cui è presente Vidali. Subito dopo viene colpita da un misterioso malore. Sarà ritrovata morta sul taxi abbandonato che avrebbe dovuto condurla in ospedale, stessa sorte di numerosi oppositori dello stalinismo. Ma lei è una donna, e per i giornali del Komintern una donna che non sta al proprio posto è sicuramente non solo una controrivoluzionaria ma anche «una zoccola dei trozkisti».

FOTO 10. Diego Rivera. La distribuzione delle armi, 1928. Mexico City

Oggi a Città del Messico un murale di Diego Rivera la ritrae (ultima a destra) mentre distribuisce armi agli insorti, come ringraziamento per la magnifica rappresentazione della società messicana che questa donna ha lasciato all’umanità.

 

Testo consigliato: Pino Cacucci, Tina, Feltrinelli, 2005

 

 




ITALIA – Un caleidoscopio di artiste tra le strade romane

Di Livia Capasso

Su 613 donne titolari di strade romane, sante, madonne, figure storiche, personaggi del mito, scienziate, nobildonne e benefattrici, solo diciannove sono artiste.

Marianna Dionigi è l’unica a trovarsi in area centrale, nel 1° municipio. Pasquarosa Marcelli Bertoletti ed Emma Gaggiotti figurano nel 5°; Antonietta Biscarra, Giovanna Garzoni, Giovanna Marmochini Cortesi, Giuliana Staderini Piccolo nel 6°; Mary Pandolfi De Rinaldis nel 7°; Tina Modotti nell’8°; Amalia Camboni, le sorelle Giussani, Tea Bertasi Bonelli, Lina Buffolente nel 9°; Benedetta Cappa Marinetti, Edita Broglio, Maria Grandinetti, Novella Parigini nell’11°; Artemisia Gentileschi Lomi nel 12°; e infine Maria Felicita Tibaldi nel 13°.

Si tratta di artiste ad ampio raggio che hanno dato prova della loro abilità e del loro valore in tanti campi diversi dell’arte visiva, a riprova che non c’è ambito, settore in cui le donne non possono cimentarsi.

Sono in gran parte pittrici vissute tra 800 e 900, interessate anche alla letteratura e alla musica; molte ritrattiste di personaggi storici, spesso al servizio di corti italiane e di case regnanti europee; miniaturiste e pittrici specializzate in nature morte.

Un ponte cavalcavia a Villa Pamphilj è dedicato ad Artemisia Gentileschi, uno dei simboli della pittura al femminile ma anche della rivalsa del ruolo delle donne nella società, esponente di primo piano del caravaggismo romano.

C’è una ceramista, una scultrice, una fotografa, un’orafa, alcune fumettiste, una futurista, una surrealista, trasgressiva animatrice della Dolce Vita romana. Hanno tutte dovuto lottare contro stereotipi e pregiudizi che vedevano la donna madre e angelo del focolare, a cominciare dal giudizio espresso dal Vasari nel ‘500, che arrivò a dire: “Le donne non si sono vergognate, quasi per toglierci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche, fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro”. O quello del maestro Giacomo Grosso che, accorgendosi della presenza di una donna tra i suoi allievi, le si rivolse in questi termini: “Ma cosa fa qui lei, non sa che le donne devono stare a casa a fare la calza? Non voglio donne nel mio corso… Sappia allora che dovrà lavorare il doppio dei suoi colleghi maschi”.

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Tina Modotti

(Udine, 1896 – Città del Messico, 1942)

Foto di L. Zennaro

Modella, attrice, fotografa e attivista politica, incentrò le sue opere su contadini, operai, bambine al lavoro nei campi e nelle fattorie. Fu la fotografa ufficiale del movimento muralista messicano.

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Tea Bertasi Bonelli

(Milano, 1911 – 1999)

Foto di A. De Carlo

Moglie di Gian Luigi Bonelli, creatore di Tex Willer e Dylan Dog, rilevò e proseguì l’attività del marito, improvvisandosi vignettista ed editrice, negli anni della seconda guerra mondiale.

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Sorelle Giussani

Angela (Milano, 1922 – Gavirate, 1987) e

Luciana (Milano, 1928-2001)

Foto di M. Zennaro

Sono le creatrici del famoso fumetto “Diabolik”, geniali, e imprenditrici di sé stesse.

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Lina Buffolente

(Vicenza, 1924 – Milano, 2007)

Foto di L. Zennaro

Definita “la Signora del fumetto”, è stata forse la prima disegnatrice di fumetti in Europa. Ha dato vita a tanti personaggi, quali Colorado Kid, Calamity Jane, e a serie quali Lupo, Furio Mascherato, Tom Mix e Tom Bill, Liberty Kid e Fiordistella, Nick Reporter e Capitan Walter.

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Marianna Candidi Dionigi

(Roma, 1756 – Civita Lavinia, 1826)

Foto di R. Loia

Pittrice e scrittrice, immortalò le città della Ciociaria, fondate dal re Saturno, in incisioni e scritti raccolti durante i suoi viaggi nel Lazio.

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Benedetta Cappa Marinetti

Detta Beny (Roma, 1897 – Venezia, 1977)

Foto di S. Coluzzi

Allieva di Giacomo Balla e moglie di Filippo Tommaso Marinetti, sperimentò diverse forme d’arte, dalla pittura, alla letteratura, alla scenografia, in linea con la poliedricità del Futurismo.

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Edita Broglio

Edita Walterovna zur Muehlen (Smiltene, Russia, 1886 – Roma, 1977)

Foto di A. Virgilio

Proveniente da una nobile famiglia baltica, a Roma incontra e sposa Mario Broglio, con cui collaborerà nel gruppo “Valori Plastici”, aderendo in seguito alla corrente del Realismo magico. La sua pittura è ricca di suggestioni internazionali, dalla cultura dell’avanguardia russa, al Blaue Reiter, al primitivismo.

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Antonietta Alessio Biscarra

(Milano, 1833 – Torino, 1866)

Foto di M. Pezzini

Miniaturista, specializzata in lavori a smalto, era particolarmente portata per i ritratti, notevoli per la loro rassomiglianza. Dopo un periodo passato a Ginevra, tornò in Italia ed eseguì i ritratti di personaggi contemporanei del Risorgimento come Cavour, Vittorio Emanuele II e Garibaldi.

9.ROMA.Marmochini.MPezzini.leggera

Giovanna Marmochini Cortesi

(Firenze, 1666 – 1731)

Foto di M. Pezzini

Pittrice barocca, ritrattista ufficiale della corte medicea, si applicò a diverse tecniche pittoriche: miniatura, pittura ad olio, tecnica dei pastelli, smalti.

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Pasquarosa Marcelli Bertoletti

(Anticoli Corrado, 1896 – Camaiore 1973)

Foto di B. Belotti

Giovanissima modella del pittore Nino Bertoletti, che diventerà suo marito, fu presente nelle maggiori occasioni espositive del suo tempo. Notevole il suo antiaccademismo e la sua verve coloristica