ITALIA – Giorgiana Masi,vittima della violenza del regime.Roma, ponte Garibaldi, 12/5/1977

Di Andrea Zennaro

Non sorride ma il suo sguardo punta lontano, verso un futuro che non vedrà. Pur non essendo particolarmente bella, i suoi capelli lisci scuri le danno grazia. Con questa espressione si presenta la fanciulla, nell’unica fotografia nota con cui conosciamo il suo volto.

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È il pomeriggio del 12 maggio1977 quando una ragazza di diciannove anni cade a terra nei pressi di ponte Garibaldi a Roma. Tutti i soccorsi sono inutili. In un primo momento le cause del suo rapido decesso restano incerte, solo più tardi verrà notato il foro di un proiettile entrato nella sua schiena e fuoriuscito dall’addome. Nel frattempo i giovani intorno a lei continuano a correre senza meta, inseguiti, manganelli alla mano, dallo Stato, che colpisce anche dall’alto con una fitta pioggia di candelotti lacrimogeni. Giorgina Masi, meglio nota come Giorgiana, era uscita di casa quella mattina dicendo di star andando a una festa, anche se gli eventi di quella giornata erano alquanto prevedibili.

In piazza Navona si parla di femminismo e autodeterminazione, di aborto e divorzio, di parità sociale e libertà di scelta. L’iniziativa è stata indetta dal Partito Radicale per sfidare l’ordinanza imposta alla città dal sindaco Giulio Carlo Argan che vieta qualsiasi manifestazione pubblica in seguito agli scontri avvenuti il 12 marzo tra la polizia e il movimento, in particolare l’area dell’Autonomia, davanti alla sede centrale della Democrazia Cristiana.

Lo stesso Ministro dell’Interno Francesco Cossiga definisce il divieto illegale ed extra legem in quanto estrapolato non da una legge della Repubblica Italiana ma dal codice penale fascista, non riconosciuto dalla Costituzione del 1948. Quel 12 maggio un cartello, ironico ma neanche tanto, chiede ai militari schierati intorno alla piazza di non sparare sul pianista: tale è infatti l’aria che si respira nelle iniziative politiche da quando lo Stato ha inaugurato quella che è nota come “strategia della tensione”.

Commentare l’uccisione di una manifestante con le solite frasi – che in questi casi non mancano mai – del tipo “se l’è cercata” o “poteva starsene a casa o prestare più attenzione” non solo sarebbe semplicistico ed estremamente riduttivo, ma mancherebbe di rispetto a tutte le persone uccise da un regime contro il quale lottavano. Allo stesso modo non basta limitarsi a constatare quanto criminale sia stato l’operato delle cosiddette forze dell’ordine durante quella giornata: è necessario attribuire le responsabilità in modo corretto e soprattutto approfondire il contesto storico in cui l’assassinio è maturato.

Nessuna persona in buona fede ha mai sostenuto che si sia trattato di un incidente.

Negli anni ’70 la società italiana è in fermento. I sindacati riconoscono e tutelano soltanto chi ha un contratto a tempo indeterminato, escludendo quindi le nuove forme di lavoro sempre più frequenti. Le precarie e i precari, i disoccupati e le disoccupate, di conseguenza, non credono più nelle istituzioni in cui invece avevano creduto le generazioni precedenti.

L’estensione della scuola dell’obbligo e l’apertura dell’università a chiunque, indipendentemente dalla scuola superiore frequentata, fanno sì che l’università, prima riservata a un’élite, diventi di massa, esasperando l’agitazione studentesca: gli atenei non raccolgono più i figli della ricca e media borghesia ma l’intera società giovanile con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, diventando così il luogo di concentramento di disagi ben più grandi. Inoltre, le facoltà si ritrovano a essere, di fatto, anche sede di preparazione al lavoro salariato e precario, sfruttato ed estraneo alla rappresentanza sindacale. E per le istituzioni chi non è rappresentato costituisce un problema non politico o sociale ma solo di ordine pubblico. Diversamente dal Sessantotto, non sono intellettuali e studenti privilegiati a criticare la società, ad assaltare i centri della cultura, ma la parte più disagiata e meno riconosciuta della società, tagliata fuori dalla società stessa: la fantasia del decennio precedente lascia spazio a frustrazione e rabbia.

L’altro fattore di novità consiste nel fatto che le prime agitazioni studentesche scoppiano al Sud. Quando la riforma Malfatti diminuisce la possibilità di ripetere gli appelli d’esame e pone forti restrizioni al diritto degli studenti di scegliere liberamente quali corsi inserire nel piano di studi, le università già in fermento esplodono. La circolare Malfatti non è stata la causa determinante delle lotte ma solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la scintilla su una polveriera già da tempo pronta ad incendiarsi.

Giorgiana vede un’Italia in fermento in cui i diritti individuali aumentano.

Nel 1974 un referendum sancisce il diritto al divorzio, nonostante la forte contrarietà della Chiesa e della DC. Pochi anni dopo venne il diritto all’aborto: la maternità deve essere una scelta consapevole e non un obbligo. Per il movimento femminista e per le donne in generale è una vittoria mai vista, inimmaginabile fino a poco prima.

È bene ricordare che il movimento del ‘77 è ostile non solo al governo democristiano ma anche e soprattutto al principale “partito non di maggioranza” (sarebbe fuori luogo definirlo partito di opposizione). Nel 1972 alla segreteria del PCI viene eletto Enrico Berlinguer, con cui il Partito cambia totalmente volto. In uno dei suoi primi discorsi da segretario, Berlinguer dichiara che la spinta propulsiva data dalla Rivoluzione del lontano ottobre 1917 è ormai finita e che c’è bisogno dunque di un’energia nuova. Il PCI, filosovietico ma non antagonista al sistema liberale, apre le trattative con il governo: il comunismo è messo in soffitta sostituito da una blanda socialdemocrazia. La CGIL, sindacato fedele al PCI, preme per calmare le spinte rivoluzionarie ancora presenti nelle fabbriche e nelle università, smettendo di fatto di guidarne le lotte.

In generale si potrebbe dire che la forma Partito, nata in Italia all’inizio degli anni ’20, egemone durante la Resistenza e ancora funzionante negli anni ’50, dopo il Sessantotto abbia smesso di funzionare e negli anni ’70 si sia ritrovata a essere come una scarpa troppo stretta rispetto ai piedi cresciuti di una società che si evolve rapidamente.

Abbandonati gli ideali rivoluzionari che avevano prima dato vita al PCI subito dopo il biennio rosso e poi animato gran parte della Resistenza contro il Nazifascismo, non riuscendo a ottenere alcuna maggioranza parlamentare per via elettorale pur crescendo nei sondaggi, il partito di Berlinguer cambia strategia cercando di avvicinarsi a posizioni di governo tramite accordi interpartitici. Il cosiddetto compromesso storico, noto anche come “governo della non-sfiducia” o “delle astensioni”, consiste in un governo “monocolore” (cioè monopartito) della DC reso possibile grazie all’astensione del PCI alla Camera, che non vota contro la fiducia al governo Andreotti per garantirsi un maggior peso istituzionale.

È chiaro che nel 1977 il PCI sia ormai un partito filogovernativo e quasi conservatore, ma in quanto forza egemone della sinistra, non può tollerare di essere deriso e non rispettato proprio da sinistra. Il PCI, scavalcato da questo nuovo movimento incontrollabile che non riesce a imbrigliare, non manca mai occasione di ripetere che chi occupa le università (e l’Autonomia in particolare) è estraneo alla legalità e quindi alla democrazia e che i raduni di giovani militanti sono solo covi di violenza, delinquenza comune e addirittura squadrismo quasi fascista.

La sfiducia di studenti e futuri precari versi il partito e il sindacato in cui le persone più anziane avevano creduto finisce per dar vita a un conflitto senza precedenti in cui la generazione protagonista della Resistenza si sente tradita da quella successiva che a sua volta si vede tagliata fuori da istituzioni obsolete.

Non c’è da stupirsi, quindi, che il Partito accusi pesantemente chi non crede nella legalità dello Stato repubblicano, né tanto meno che ragazzi e ragazze abbandonino le sezioni di partito per cercare rifugio altrove.

Del resto, gli artefici della guerriglia partigiana, cresciuti sotto il regime ed educati dalla scuola gentiliana a non disdegnare le figure autoritarie, vedevano molto più di buon occhio il rigore del Partito che la stravagante libertà del movimento. E il principale cavallo di battaglia della retorica vicina al PCI è sempre stato il mito dell’epopea partigiana. Quando a Bologna i carabinieri uccidono Francesco Lorusso, venticinquenne militante di Lotta Continua, il PCI indice un presidio sotto il monumento ai caduti della Resistenza per celebrare non un ragazzo ucciso, ma la legalità dello Stato; quando gli studenti occupano l’università di Roma, è proprio il segretario della CGIL, legata al PCI, a dar vita alla provocazione che conduce allo sgombero dell’università, ammettendo egli stesso che il fine di tale operazione è quello di riportare l’ordine e mettere fine alle agitazioni per “ripristinare la vita democratica e legalitaria all’interno dell’Ateneo”; quando gli studenti reagiscono alla provocazione e lo cacciano, i mezzi d’informazione legati al Partito sottolineano con insistenza che Luciano Lama è stato partigiano; quando viene uccisa Giorgiana Masi, il PCI si limita a tacere, continuando a votare la “non-sfiducia” al governo. L’apice di questo scontro avviene a Bologna in quanto storico baluardo del PCI e al tempo stesso città universitaria, quindi teatro della più grande incompatibilità sociale e generazionale.

Dopo aver lasciato a terra una ragazza, i manifestanti continuano la fuga disperata e le truppe proseguono il loro feroce inseguimento. Smarrito nella confusione e accecato dai gas lacrimogeni, un fotografo trentacinquenne vaga per il centro di Roma con la sua Leica sempre al collo. È uno dei pochi che ha mostrato ciò che nessuno ha voluto vedere, regalando alla Storia testimonianze fondamentali e di rara bellezza.

La sera stessa il Ministro dell’Interno dichiara di non aver mandato nessun agente in borghese nel corteo. Dichiara inoltre che non sono state usate armi da fuoco per l’attività di ordine pubblico. Dunque Giorgiana Masi risulta uccisa da una pallottola vagante sparata dai manifestanti in direzione delle forze dell’ordine. E questi, sicuramente autonomi ed evidentemente distratti, non hanno notato che in mezzo tra loro e il bersaglio vi erano altri manifestanti in corsa, tra cui la ragazza colpita.

È la versione ufficiale del Ministero.

Servirebbe poi un esperto di fisica fantascientifica per spiegare come mai una pallottola sparata da davanti l’abbia colpita alla schiena.

Un’immagine mai pubblicata dai quotidiani mostra un uomo in borghese con una pistola in mano mentre riceve istruzioni da un superiore e alle spalle ha un gruppo di uomini armati e in divisa difficilmente riconducibili all’Autonomia.

(foto 2)

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Così un fotografo ha palesemente smentito un ministro. La sua stessa Leica ha testimoniato la frettolosa violenza degli uomini in divisa: è un’immagine molto potente che richiama il mondo classico: gli uomini armati sullo sfondo fanno capire di cosa si parla, mentre lo sguardo disperato e intenso delle ragazze in primo piano mostra la tragicità della scena.

(foto 3)

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Accostare la bellezza e la pena, la grazia e la brutalità, è uno strumento efficace e fastidioso, di certo non gradito dal signor Ministro.

Un’altra immagine dello stesso autore mostra la determinazione delle donne che sotto una pioggia battente porgono l’ultimo saluto alla loro sorella “uccisa dalla violenza del regime”, come recita la targa in memoria di Giorgiana Masi presso ponte Garibaldi.

(foto 4)

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Le foto di Tano D’Amico sono importanti per rileggere gli ultimi decenni in quanto mostrano la bellezza, la grazia, la poesia dei volti e delle istanze di chi non dovrebbe averne, di chi l’Unità avrebbe preferito descrivere come teppista scalmanato attraverso immagini brutte e prive di significato. Quelle immagini sono sempre state tenute nascoste perché non si pensasse che le invadenti femministe avessero qualche ragione, che i cattivissimi autonomi si scontrassero con un Partito in cui era vietato avere dubbi, che gli stravaganti indiani metropolitani non facessero poi così schifo. Sono foto, quelle di Tano D’Amico, che non hanno bisogno di didascalie, che colpiscono e restano nell’eternità, diversamente da quelle dei giornali, che vivono un giorno solo per poi scomparire nel nulla senza lasciare segni nella memoria, fagocitate dall’oblio collettivo.

Nel 2001 un enorme movimento internazionale viene schiacciato dalla repressione.

A Genova i carabinieri uccidono un ragazzo di ventitré anni: prima uno sparo in faccia, poi una jeep dell’arma lo schiaccia due volte ancora vivo, e infine il colpo di grazia è un sasso che gli spacca la fronte per mano di un uomo in divisa. Ci vuole una buona dose di coraggio e immaginazione per sostenere che si sia trattato di un incidente. Il commento del Premier è “poteva restarsene a casa”; invece i galantuomini delle istituzioni osano molto di più, e non sorprende che a farlo per primo sia il vicepremier fascista, presente nella caserma in cui venivano torturati i manifestanti fermati: è legittima difesa spaccare la fronte a un ragazzo agonizzante a terra ed è legittima difesa schiacciarlo due volte con un defender, sparare in faccia con armi fuori ordinanza, figuriamoci, è degno di una medaglia, parole sue.

Nel 2001 Francesco Cossiga è senatore a vita ed è proprio lui a intervenire non interpellato quando una parte delle opposizioni presenta una mozione di sfiducia al presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno dopo i tragici fatti di Genova; la cosa particolare è che Cossiga in aula non difende né il Ministro dell’Interno né il Premier né il Vicepremier ma se stesso: con un intervento furioso trova inammissibile la mozione di sfiducia in questione e rivendica la brutalità con la quale ordinò di agire nel 1977. A decenni di distanza, l’assassinio di Giorgiana Masi è motivo di vanto per il suo principale responsabile.

Oggi, a quarant’anni dal suo assassinio, una piccola strada intitolata a Giorgiana Masi è presente a Bassano in Teverina (VT) e in villa Pamphili a Roma (foto 5), dove la ragazza è ricordata insieme a varie antifasciste e donne eroiche della Repubblica Romana.

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Checché ne dica l’ex Presidente della Repubblica, ministro degli Interni ai tempi della sua e di altre uccisioni di Stato, la targa su ponte Garibaldi riconosce Giorgina Masi come “vittima della violenza del regime” (foto 6).

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ITALIA – “Beacon waves”: la radio si fa a scuola, tra lavoro e passione. Gli studenti intervistano la giornalista-docente Angela Milella

MODENA – “La radio e la musica fanno parte della mia storia sin dalla nascita”, così la giornalista-docente dell’Ites Jacopo Barozzi, Angela Alessandra Milella,  racconta di “Beacon waves”, nuovo progetto radiofonico da lei ideato, che servirà a potenziare le competenze degli studenti nella cultura musicale, nel cinema e nei media. Questa è l’intervista rilasciata agli studenti della 3AAFM.

D – Il progetto approvato che finalità ha? Ha mai fatto una radio sul web?

R – Il progetto serve a potenziare le competenze degli studenti nella pratica e nella cultura musicale, nel cinema, nelle tecniche e nei media di produzione e diffusione delle immagini e dei suoni anche mediante il coinvolgimento degli altri istituti pubblici e privati operanti in tali settori. Ho collaborato con alcune radio in passato, web e non.

D – Come è nata questa idea? In cosa consiste e qual è l’obiettivo? E’ stata aiutata da qualcuno in questo progetto? Durante la realizzazione si è avvalsa di qualche collaboratore? Da dove ha tratto ispirazione? Chi ha aderito e partecipato con lei a questo progetto?

R – E’ nata in Veneto nella primavera del 2016, quando, gironzolando tra Mestre, Padova, Venezia e Verona, sperimentavo la didattica dei media con un altro progetto e studiavo per mettere a punto altri strumenti. Nella ideazione, nella predisposizione dei metodi, delle strategie e degli obiettivi non mi ha aiutato nessuno. Per la realizzazione mi servirà l’aiuto di molte persone. Il titolo e il brand sono modenesi, per idearli mi sono ispirata alla città, alla Ghirlandina, ero in Piazza Grande quando ho sentito tornare nella mente la parola waves, radio waves, che ho voluto legare al termine beacon: “Onde dal radiofaro”. Amo molto la musica non solo il giornalismo e la letteratura. Ho subito lanciato l’idea. E’ piaciuta alla preside Roberta Pinelli del Liceo musicale Sigonio e alla professoressa Antonella Battilani del Liceo artistico Venturi. Il progetto si rivolgerà a tutte le scuole modenesi.

D – Cosa potrebbero imparare i ragazzi da questo progetto?

R – Sono previsti obiettivi specifici di apprendimento da raggiungere, ma impareranno anche a far parte di una redazione radiofonica, a utilizzare programmi e supporti informatici ed elettronici, a conoscere un’impresa radiofonica.

D – Oltre a essere un’ insegnante ha altre professioni?

R – Sono giornalista, scrittrice e regista.

D – Riesce sempre a gestire due lavori contemporaneamente?

R – Sì, anche più di due, sono sempre stata una donna molto impegnata.

D – Quando si è laureata e quando è iniziata la sua passione per la letteratura? Quale argomento della letteratura le piace di più?

R – Mi sono laureata con anticipo e brillantemente nel 2004. Ho sempre letto molto e scritto bene. Mio nonno mi ha trasmesso la passione per la lettura, per i libri, i giornali e il telegiornale. Le mie zie mi hanno insegnato a leggere e a scrivere, tra i tre e i quattro anni. Mi piace molto il Verismo.

D – Le piace di più la letteratura o la storia?

R – La storia.

D – Che scuola superiore ha frequentato?

R – Il liceo scientifico

D – Perché ha deciso di fare per professione la professoressa?

Lavoro solo per chi mi paga. Nonostante la crisi mi hanno dato da subito 1.200 euro netti.

D – A che età ha iniziato a lavorare? Dove ha lavorato? Ha mai viaggiato all’estero per lavoro?

R – Per me lo studio è stato un grande lavoro, non ho perso tempo e ho conseguito il massimo dei voti a ogni livello. Avevo 25 anni quando ho iniziato a insegnare e a scrivere per i giornali. Ho lavorato sempre nella scuola statale. Ho partecipato al progetto Erasmus in Belgio e sono stata in Grecia per uno stage in un’impresa turistica.

D – Perché si è appassionata al giornalismo? Ha mai scritto per giornali o magazine?

R – La mia maestra elementare è stata la moglie di un noto giornalista barese. A sette anni leggevo i quotidiani che mio nonno acquistava, seguivo il dibattito in Tv, fumavo e bevevo il caffè. Mi sono iscritta all’Ordine dei giornalisti, non ho più tempo per stare con i miei nonni, non fumo e raramente compro caffè.

D – Ha vinto premi per il suo lavoro?

R – Sì, qualche borsa di studio, una medaglia dal Presidente della Repubblica per l’organizzazione di un premio letterario, il premio internazionale “Tra le parole e l’infinito” per ”Precarious”, il primo premio nazionale in comunicazione per un progetto didattico finanziato da “Bando alle ciance” del Comune di Sommacampagna (Vr).

D – Quando era una studentessa ha mai pensato di fare la professoressa e anche la giornalista?

R – Sì, l’ho dichiarato alla Gazzetta del Mezzogiorno. La mia foto è al centro, in alto, nella pagina che riporta i volti dei diplomati con il massimo dei voti.

Quando lo dissi di fronte alla Commissione degli Esami di Stato, tutti mi risposero che sarebbe stato molto difficile. Oggi posso dire di aver vinto una battaglia.

D – Quanto ha studiato per diventare professoressa?

R – Una vita intera. Più intensamente all’Università e per prepararmi al concorso dato che non avevo raccomandazioni.

D – Dopo la laurea, quanto è stato difficile entrare nel mondo del lavoro?

R – Tanto, non avrei scommesso. Otto anni di precariato con spese notevoli per la formazione continua.

D – Ha dovuto spostarsi dal suo paese di nascita per inseguire i suoi sogni da giornalista e da professoressa?

R – Sì, nella mia città ho lavorato solo per un anno scolastico. Ho lavorato 5 anni in provincia di Foggia, 2 in quella di Bari, 2 in quella di Verona e adesso a Modena, come racconto in “Precarious: quello che della scuola non si dice”.

D – Qual è stato il suo primo articolo di giornale? Su che giornale è stato pubblicato?

R – Ho iniziato stando in redazione, dai taccuini di cultura e spettacolo, e dalla cronaca amministrativa. Dopo ho iniziato a seguire eventi e personaggi da inviata e da corrispondente. Il primo articolo l’ho scritto su “Calici di stelle” un evento enogastronomico pugliese. Sono tornata in redazione con una bottiglia di buon vino! Ho iniziato a scrivere per il Quotidiano Puglia di Mario e Rossana Gismondi.

D – Sappiamo che ha scritto un libro, ce ne può parlare? Perché l’ha voluto scrivere? Che messaggio voleva trasmettere ai lettori? Da cosa ha preso spunto? Avremo occasione di leggere un altro suo libro?

R – Ho descritto la scuola e i docenti italiani. E’ un libro di denuncia. Volevo e tuttora desidero migliorarla. Ho raccontato la mia esperienza. Nella penna ho una nuova storia da raccontare. Spero di farlo al più presto.

D – Qual è la cosa più affascinante nel giornalismo?

R – La ricerca della notizia, l’indagine, l’inchiesta. Il giornalismo ti permette di cercare e ascoltare gli altri, di osservare e descrivere la realtà, di raccontarla, di orientare l’opinione degli altri e suscitare reazioni, di far conoscere i fatti che vorrebbero tenere nascosti. I giornalisti consegnano il presente alla storia.

D – Le piace insegnare ai ragazzi?

R – Soprattutto a quelli educati, sensibili e intelligenti, che hanno voglia di imparare, di ascoltare, di studiare con e per gli altri, che sono curiosi. Ho scelto di insegnare nella scuola secondaria di secondo grado perché la scelta dell’indirizzo di studi non è obbligatoria e per questo motivo c’è o meglio ci dovrebbe essere, se le attività di orientamento funzionassero, più consapevolezza e motivazione.

D – Cosa La motiva a introdurre i giovani nel mondo giornalistico? Cosa L’ha motivata nella realizzazione del progetto “Beacon waves”? Che soddisfazione Le dà?

R – Il desiderio di un mondo più vero e migliore. La radio e la musica fanno parte della mia storia sin dalla nascita, come la scuola. Il testimone di nozze dei miei genitori era un dirigente scolastico. Pertanto questo progetto mi dà una grande soddisfazione.

D – Da quanti anni insegna?

R – Insegno da 11 anni.

D – In quali scuole ha insegnato?

R – In scuole di frontiera, Istituti di istruzione superiore ai margini della provincia.

D – Se avesse scelto un’altra strada quale sarebbe stata?

R – La ricerca scientifica.

D – In futuro Le piacerebbe continuare a fare questo lavoro o le piacerebbe fare altro? Ha altri progetti?

R – Ho dei conti in sospeso…




EUROPA – #SafePassage: tornano in piazza migranti, precari e reti sociali

Da domani fino al primo marzo, e in alcune città oltre questa data, torneranno a mobilitarsi migliaia di attivisti, studenti, migranti, precari e reti sociali spinti dalle tante emergenze che vedono coinvolti, indistintamente, sia i nuovi migranti che i cittadini europei.

Tutto nasce dalla decisione dell’Austria di limitare gli ingressi giornalieri (massimo di 80 richieste di asilo al giorno e passaggio consentito a non più di 3.200 persone che intendono chiedere rifugio in Germania o in altri paesi dell’Ue) in seguito alla quale diversi Paesi dei Balcani si sono organizzati per limitare il passaggio dei migranti provenienti dalla Grecia e diretti verso il Nord Europa: il 18 febbraio i responsabili delle polizie di Austria, Croazia, Macedonia, Slovenia e Serbia hanno definito un accordo che prevede una forma unica di registrazione in Macedonia, e nella pratica l’ingresso viene ora consentito solo ai profughi di nazionalità siriana o irachena. I migranti di tutte le altre nazionalità, compresi gli afghani, vengono bloccati.

La fase in cui si inseriscono queste manifestazioni è drammatica sotto molti punti di vista: l’Europa, mai come ora, sta rendendo palese che il rispetto dei diritti umani, la solidarietà ed in generale il pieno accesso al welfare e ad una vita dignitosa sono degli orpelli ai quali si può anche rinunciare. I fatti, se osservati dalla prospettiva delle politiche di austerità, sono conseguenti a questo processo: i dispositivi messi in campo per risolvere la crisi dei migranti sono legati esclusivamente al minare le basi del diritto d’asilo e all’esclusione fisica dei migranti attraverso il ripristino delle frontiere e dei i muri con il filo spinato; la selezione per coloro che riescono a raggiungere il vecchio continente è su base etnica, poiché tutta la “filiera dell’asilo”, dall’accesso, al meccanismo degli “hotspots” fino alle Commissioni Territoriali, è regolamentata in modo da negare diritti e produrre clandestinità. Le stesse politiche d’austerità coincidono con lo smantellamento del diritto del lavoro e la dismissione di welfare.

In un quadro così difficile è di vitale importanza che le manifestazioni siano in grado di intrecciare messaggi e appelli diversi e che le tante piazze europee provino tra loro a dialogare e contaminarsi. Sabato 27 febbraio l’hashtag principale delle manifestazioni che si svolgeranno in più di 100 città di tutto il continente sarà #SafePassage (link appello ed evento su Facebook), ovvero “viaggi sicuri”: uno slogan diretto che si affianca al simbolo dell’iniziativa, il giubbotto di salvataggio, per dire ancora una volta che è necessario aprire dei “canali umanitari sicuri” e permettere ai migranti di arrivare in Europa senza rischiare di perdere la vita. Un appello per troppi anni inascoltato dall’Unione. Se i canali umanitari fossero stati attivati, ad esempio dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, oggi ci sarebbero circa 8.000 vittime innocenti in meno. Una giornata, quindi, che vuole difendere il diritto di richiedere asilo e il diritto dei migranti a raggiungere la meta desiderata, l’antitesi di quello che sta accadendo in Grecia, uno Stato che sta diventando di fatto per i migranti bloccati ad Atene ed a Idomeni una “prigione a cielo aperto”. A Sid, sul confine tra Serbia e Croazia, proprio per denunciare i respingimenti di queste ultime settimane, gli attivisti “No Borders” hanno lanciato per domani un appuntamento nella zona dove avviene il blocco dei migranti.

A fianco di #SafePassage si inserisce il primo marzo, una giornata simbolo della lotta dei diritti dei migranti. Nata come una potente giornata di sciopero dei migranti nel 2010, di rifiuto del razzismo e di affermazione di una nuova cittadinanza, oggi la giornata rappresenta un’occasione per riportare in piazza tante voci contro le nuove forme di razzismo, di sfruttamento e di negazione dei diritti basilari. Gli appelli alla mobilitazione del primo marzo sono declinati a livello territoriale e toccano i nodi centrali dell’attacco ai diritti che i rifugiati e i cittadini stranieri subiscono: una giornata, come ad esempio si legge nel testo dello Sciopero sociale, “per dare visibilità e un volto pubblico a tutte quelle vertenze ed esperienze grandi e piccole che, pur presenti nei territori, faticano a trovare una reale forza politica espansiva. Un giorno nel quale prendere parte di fronte al tentativo di ridurre al silenzio i migranti e, insieme con loro, tutti quelli che cercano di sottrarsi allo sfruttamento e migliorare così la propria vita”. Ci saranno quindi iniziative molteplici comunicative contro le frontiere e la precarietà, o di denuncia contro il perverso sistema del requisito “alloggio – permesso di soggiorno” che lega il rinnovo del permesso di soggiorno alla disponibilità d’alloggio, e di come il governo a causa della crisi, del lavoro precario, dei tempi di consegna dei permessi e dell’atteggiamento di Questure e Prefetture stia rendendo i migranti dei nuovi clandestini (solo nel 2014 non sono stati rinnovati 150.000 permessi di soggiorno).

A Padova, il primo marzo, l’appuntamento sarà alle 18.30 sotto la prefettura per chiedere l’apertura di canali umanitari sicuri e un’accoglienza degna per chi arriva in Europa, ma soprattutto per denunciare l’atteggiamento della Commissione Territoriale che valuta le richieste di protezione internazionale. L’operato della Commissione, che ha competenze su tutto il nord est, è completamente oscuro e gli unici dati noti risalgono allo scorso 15 settembre: su 634 domande esaminate, ben 454 (il 71 %) sono state rigettate, con interi gruppi etnici sommariamente esclusi dall’ottenimento dello status, ciò significa che il sistema di valutazione delle richieste d’asilo altro non è che un meccanismo burocratico strutturato perlopiù per scoraggiare l’arrivo di nuovi profughi e limitare l’ottenimento del permesso di rimanere in Italia.
In Veneto ci saranno altri due importanti appuntamenti che parleranno di diritti nel mondo del lavoro dove i protagonisti sono principalmente i lavoratori stranieri: nei prossimi giorni si saprà se nella mattina del primo marzo, o nella giornata seguente, sarà lanciato uno sciopero del comparto agroalimentare nel caso in cui la trattativa inerente il Prix di Grisignano di Zocco (VI), dove una settantina di lavoratori e lavoratrici si sono trovati improvvisamente in mezzo a una strada, dovesse ulteriormente peggiorare. Lo sciopero sarà il preludio della manifestazione del 5 marzo nella città patavina, giornata in cui “convergeranno tutti i conflitti sul lavoro e per il reddito da ogni angolo del Veneto per ribadire l’unica vera espulsione che interessa ai lavoratori: quella delle aziende che sfruttano e fanno profitti sulle vite delle persone”.
Infine, il Tavolo Asilo, formato da numerose associazioni nazionali tra le quali l’Asgi, la Caritas italiana, il Centro Astalli, il Consiglio Italiano per i Rifugiati, MEDU, MSF e altri, ha deciso che il 1° marzo denuncerà pubblicamente, in un incontro con la stampa, il perdurare di pratiche illegali prodotte dall’approccio hotspot e dall’arbitrarietà con cui viene negato l’accesso alla procedura d’asilo.

Ogni città, ogni piazza avrà dunque la sua peculiarità, derivante dalle esperienze di lotta e di mobilitazione prodotte a livello territoriale e dalla composizione sociale degli stessi protagonisti. C’è estremo bisogno di scendere nelle strade, di farsi vedere, di riempire di contenuti e di numeri le piazze di tutta Europa. Un segnale fondamentale, che dice chiaramente che esiste una parte di società composita, molto spesso autorganizzata, che non si arrende di fronte alla barbarie, alla negazione dei diritti ed una vita di sfruttamento.




USA – Ennesima strage in un campus universitario: 10 morti e 10 feririti

Ennesima strage in un campus universitario americano. Stavolta è successo all’Umpqua Community College a Rosenburg, di Oregon, dove al termine di una sparatoria si contano a terra 10 morti e 10 feriti, 7 gravi. Quasi tutte le vittime sono studenti, colti di sorpresa mentre stavano facendo lezione in classe. Per loro nessuno scampo.

Il killer – Chris Harper Mercer, 26 anni, sarebbe questo il nome dell’autore della strage che non era uno studente del campus – è entrato classe per classe. Ogni volta – secondo una prima ricostruzione – ha fatto alzare in piedi le persone all’interno chiedendo loro di che religione fossero. «Ha chiesto loro se fossero cristiani. Se la risposta era sì, gli sparava alla testa, se era no, gli sparava alle gambe», ha raccontato una ragazza. L’omicida è quindi rimasto a sua volta ucciso nel corso dello scontro a fuoco ingaggiato con gli agenti di polizia intervenuti tempestivamente sul posto.

Il killer aveva con sè quattro pistole. Secondo quanto riferito dalla polizia, non è ancora noto il movente del gesto. Non si sa se il giovane assassino soffrisse di disturbi mentali. E – riferiscono alcune fonti investigative – al momento sarebbe esclusa ogni ipotesi di terrorismo. Di sicuro c’è che ci si trova ancora una volta di fronte a una tragedia annunciata, visto che il giovane assasino avrebbe annunciato ieri sul web il suo piano. Tra l’altro postando su Twitter un messaggio: «Domani non andate a scuola». Un copione purtroppo già visto in molti altri casi.

Così l’America fa ancora una volta i conti con l’impressionante scia di sangue provocata nel corso degli anni di tanti assassinii di massa: dal massacro della Columbine School a quello del campus di Virginia Tech, dalla strage di bambini della Sandy Hook Elementary School alla carneficina nel cinema di Aurora.

Il presidente Barack Obama, la cui stretta sulla vendita delle armi da fuoco è stata boicottata dal Congresso grazie al pressing della potente lobby della Nra (National Rifle Association) è stato immediatamente informato.

«Siamo l’unico Paese moderno al mondo che vede questo tipo di sparatoria quasi ogni mese. Sono diventati una routine», ha detto sconsolato Obama.

Il terrore all’Umpqua Community College è andato in scena sui social media, con alcuni degli studenti che durante la sparatoria hanno cominciato a twittare. «O mio Dio, stanno sparando», è il tweet di Kayla Marie. «Gli studenti stanno fuggendo ovunque, mio Diò», scrive ancora la giovane nei primi minuti della tragedia. Poi un altro tweet: «Ciao. Sto bene. Fisicamente. Ci stanno portando via dal campus con il bus».




ITALIA – Scuola: la tregua è finita. Docenti e studenti pronti per i prossimi scioperi

La bufera sulle assegnazioni e gli spostamenti da una regione all’altra ha spinto il Miur a concedere ai neoassunti di accettare incarichi di supplenza vicino  casa  per l’anno scolastico 2015-2016. Il tutto senza perdere il ruolo.

La mano tesa ai precari della scuola da parte del governo si è concretizzata nella richiesta operata dal ministro Stefania Giannini agli Uffici scolastici territoriali di effettuare le nomine per le supplenze sull’organico di fatto entro l’8 settembre. Una mossa che tuttavia non ha riscosso il successo sperato: c’è infatti chi la interpreta come un cedimento alle pressioni dei sindacati. Questi ultimi, dal canto loro, si dicono non soddisfatti del “compromesso” e annunciano uno sciopero in autunno.

L’attesa per gli incarichi di supplenza si fa quindi snervante. Il “boicottaggio” della riforma da parte dei precari che, rifiutando l’assunzione per paura di essere trasferiti lontano da casa, non hanno presentato domanda per la seconda e la terza fase del piano straordinario, consentirà comunque di accettare una supplenza nella provincia di residenza. Sempre ammesso che ci sia un incarico disponibile.

La protesta dei sindacati si concentra sulle graduatorie. Secondo Domenico Pantaleo della Flc Cgil, le graduatorie non verranno infatti esaurite. Per il 23 settembre a Roma è prevista una mobilitazione di docenti e studenti.




ITALIA – Il Senato approva la riforma della scuola. Centomila non assunti pronti a chiedere risarcimenti

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Il Senato ha approvato la fiducia al disegno di legge di riforma della scuola. Il voto si è svolto in un clima di contrarietà generale, sia all’interno che all’esterno di Palazzo Madama.

A chiedere il voto dell’aula sul maxi-emendamento presentato dai relatori, Francesca Puglisi del Pd e Franco Conte di Ap, in commissione Istruzione.

Una risicata maggioranza che ha messo sotto ricatto il Parlamento pur di non stralciare il piano straordinario di assunzioni chiesto dall’Unione Europea, a prescindere dalla riforma più contestata della Repubblica italiana.

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L’adozione delle nuove norme porterà le scuole italiane indietro di decenni, sottraendo la libertà di insegnamento e trasformando gli istituti scolastici in prototipi di aziende. Perché con questa riforma i presidi sceglieranno il personale   a loro discrezione dagli albi territoriali non graduati.

Altri 70mila insegnanti, ma forse anche 100mila, non assunti, sono già pronti a chiedere congrui risarcimenti al tribunale civile di Roma, citando la Presidenza del Consiglio per la violazione della norma comunitaria che impone la stabilizzazione del personale precario di lungo corso. E questa volta per il sottosegretario all’istruzione, Davide Faraone, non ci saranno rievocazioni nostalgiche che tengano, dopo quella rilasciata in un articolo su “La Stampa”,  elogio sperticato delle occupazioni scolastiche come “lotta all’apatia”. L’apatia non si capisce bene di chi, se dei professori che si ostinano a “occupare” la cattedra o degli studenti che siedono di fronte.

“Io ho maturato la mia voglia di fare politica, proprio durante un’occupazione” (punteggiatura faraonica, ovviamente). E chissà quanti sono diventati leader politici o anche leader d’azienda “durante un’occupazione studentesca. Anche in questi contesti si seleziona la classe dirigente”, ha concluso. E i fatti confermano la sua provenienza. Con la sua riforma nelle scuole si creerà un caos senza precedenti.

Anche per il ritorno in classe dei vicepresidi. Con un periodo di interregno, che nella migliore delle ipotesi terminerà in autunno, durante il quale migliaia di dirigenti scolastici rimarranno privi di vicario, in attesa che si materializzi l’organico dell’autonomia richiesto dai collegi dei docenti solo con l’inizio del nuovo anno scolastico.

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Purtroppo la lista delle brutte notizie, collegate all’approvazione del ddl, è davvero lunga e riguarda pure il reclutamento: all’assurda esclusione dalle assunzioni degli abilitati dopo il 2011, che diventa illegittima per quelli che hanno svolto più di 36 mesi di servizio, si aggiunge la beffa per tutti gli abilitati laureati, che per i prossimi cinque anni non potranno partecipare alle nuove selezioni, né insegnare più nelle scuole statali.

Con il maxi-emendamento, arriva poi l’originalissimo comitato di valutazione dei docenti, che dovrà assegnare i fondi del merito distribuiti dall’amministrazione centrale ad ogni istituto: questo organismo, che nessun Paese europeo detiene con questo genere di componenti, prevede che degli studenti, anche quindicenni, stabiliscano non solo i criteri per valutare il merito dei docenti, con l’ultima parola comunque del dirigente-manager, ma anche che valutino l’insegnante nell’anno di prova.

“Chi continua a non comprendere i perché delle forti proteste tenute oggi davanti e fuori il Senato, durante la discussione del provvedimento, ha una visione della scuola miope e antidemocratica – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief, segretario organizzativo Confedir e confederale Cisal –  noi, come sindacato, che opera in difesa dei lavoratori e di chi vive la scuola ogni giorno, non possiamo accettare queste imposizioni, che non dovrebbero appartenere a un paese democratico quale è l’Italia. Abbiamo già predisposto la macchina organizzativa per portare dinanzi al tribunale civile di Roma la Presidenza del Consiglio italiano”.

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Riportiamo in sei punti cosa cambierà con le modifiche del maxi-emendamento votato  al Senato, che passerà il 7 luglio alla Camera:

1 – Saranno 100.700 i precari assunti nella scuola dal prossimo 1 settembre. Entreranno subito: i 99mila delle graduatorie di I fascia (Gae) e i vincitori residui del concorso del 2012 (1.700). 45mila otterranno la cattedra subito, entro il 15 settembre e altri 55mila saranno chiamati nel corso dell’anno scolastico. Restano fuori: gli idonei del concorso del 2012 (8.300), gli abilitati di seconda fascia non inseriti delle Gae (130mila in tutto divisi tra i 22 mila abilitati con i tirocini Tfa, i 60 mila usciti dai percorsi Pas e i 55 mila diplomati magistrali, quelli delle ex Siss che hanno fatto un esame con valore di concorso) molti dei quali già insegnano con supplenze annuali e i non abilitati di terza fascia (337.458). Per gli esclusi sarà inevitabile partecipare al concorso per 60mila cattedre previsto per il 2016 che, a differenza di quanto previsto prima delle ultime modifiche del ddl, non avranno una quota di posti riservati bensì gli sarà riconosciuto un punteggio aggiuntivo per il servizio già svolto. Tra gli esclusi anche circa 23mila aspiranti insegnanti delle scuole materne. Il Governo si è impegnato ad assumerli con una legge delega per la riforma della scuola dell’infanzia.

2 – Carriera, premi economici e “Carta elettronica del docente” per i professori. Gli aumenti di stipendio non saranno più legati solo all’anzianità ma anche ai crediti formativi e didattici che gli insegnanti acquisiranno nel tempo. Il dirigente scolastico, ogni tre anni, potrà distribuire premi ai docenti più meritevoli. Il Governo ha previsto 200 milioni di euro per il 2016 e la scelta dei destinatari di questi soldi non è più il preside ma è stata affidata a un Comitato di valutazione che resta in carica per tre anni, formato da 7 membri: oltre al dirigente scolastico ci saranno due genitori (un genitore e uno studente alle superiori) 3 insegnanti (erano 2) e un componente esterno nominato dall’Ufficio scolastico regionale tra docenti, dirigenti scolastici e dirigenti tecnici. Inoltre ogni insegnante sarà dotato di una “Carta elettronica del docente” con 500 euro all’anno da spendere per la formazione che diventerà strutturale, continua e obbligatoria. Le priorità di formazione per il 2015 sono lingue, inclusione scolastica, didattica innovativa e digitale.

3 –  Il  dirigente scolastico assumerà i docenti  sulla base di tre criteri: durata triennale e rinnovabile per ulteriori cicli triennali; conferimento degli incarichi con modalità che valorizzino il curriculum, le esperienze e le competenze professionali, anche attraverso lo svolgimento di colloqui; trasparenza e pubblicità degli incarichi conferiti e dei curricula dei docenti che saranno pubblicati sul sito internet della scuola. Il dirigente non potrà chiamare nella sua scuola parenti o affini. In questo modo sparirà la figura del supplente che sarà sostituito dall’organico funzionale d’istituto o di reti di scuole cioè un numero di docenti utili a coprire gli insegnanti assenti ma anche per lavorare a singoli progetti, come un progetto europeo o per l’alternanza tra scuola e lavoro. I presidi, dopo le modifiche del maxiemendamento, non potranno più chiamare, per l’organico funzionale, chi ha un’abilitazione diversa rispetto a quella della classe di concorso richiesta se nell’ambito territoriale della scuola sono disponibili insegnanti che sono abilitati in quella classe di concorso.

4 –  Nella riforma della scuola viene rafforzato l’insegnamento di musica, arte, lingue, educazione motoria. Maggiori investimenti sono inoltre previsti per rafforzare le competenze digitali e le strumentazioni. Alla scuola primaria si valorizzerà lo studio della musica e dell’educazione fisica. Previsti anche insegnamenti in lingua. Alla scuola media più lezioni di lingua straniera, cittadinanza attiva e laboratori. Alle superiori si potenziano arte, diritto ed economia. A partire dalla scuola superiore gli alunni potranno inoltre scegliere insegnamenti “opzionali” – attivati dalle scuole – a seconda delle loro attitudini che andranno ad arricchire il “Curriculum dello studente”. Prima di questa riforma erano esclusivamente gli studenti degli istituti tecnici e professionali a svolgere alcune ore di stage in azienda, ora tutti coloro che frequentano il triennio delle superiori (compresi i licei) dovranno farne almeno 400 ore, 200, invece, le ore “facoltative” per chi va al liceo. L’esperienza potrà essere fatta in aziende e anche in enti pubblici. Previsti piani educativi personalizzati per gli studenti con disabilità e bisogni educativi speciali, a cui tutti i docenti partecipano. Soprattutto nelle aree a forte presenza di alunni non italiani è previsto un piano di integrazione con gli stranieri oltre a laboratori linguistici per perfezionare l’italiano come seconda lingua e laboratori di lingue non comunitarie. Confermato il fondo previsto nella legge di stabilità: 1 miliardo di euro per il 2015 e 3 miliardi a partire dal 2016. Inoltre dalla Bei sono arrivati 940 milioni di euro per l’edilizia scolastica.

5 – Niente 5×1000 restano contributi e sgravi fiscali per donazioni alle paritarie. Dopo le proteste del Terzo settore, l’articolo 17 del ddl che dava la possibilità di destinare il 5×1000 a un istituto a scelta è stato abrogato. Via libera, invece, all’articolo 19, quello che permette alle famiglie che mandano i loro figli alle scuole paritarie (dall’infanzia alle superiori) di poter detrarre fino a 400 euro all’anno a studente per un risparmio di circa 80 euro. Fissato un tetto di 100mila per le donazioni dei privati di cui il 10%, e non più il 30%, sarà destinato a un fondo di perequazione per le scuole che ricevono meno contributi. Il beneficio fiscale per le donazioni varrà sia per le scuole statali e sia (questa è la novità) per le paritarie, e consiste in un credito d’imposta pari al 65 per cento della spesa per gli anni 2015 e 2016 e del 50 per cento per il 2017. Salvo anche l’articolo 18 sui contributi pubblici alle paritarie.

6 –  Nel maxi-emendamento il governo si è riservato la delega, cioè il potere di fare delle leggi in un secondo momento tramite decreti legislativi, su nove temi: riordino delle disposizioni normative in materia di sistema nazionale di istruzione e formazione.  Riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso ai ruoli di docente nella scuola secondaria, in modo da renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione. Promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità e ridefinizione del ruolo del personale di sostegno.  Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale. Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni, al fine di garantire a tutti i bambini e le bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, nonché al fine di garantire la conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori.  Garanzia dell’effettività del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni in materia, attraverso la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. – Promozione e diffusione della cultura umanistica, valorizzazione del patrimonio e della produzione culturali, musicali, teatrali, coreutici e cinematografici.  Revisione, riordino e adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all’estero.  Adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di stato, anche in raccordo con la normativa vigente in materia di certificazione delle competenze.

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MESSICO – Carovane in memoria dei 43 studenti scomparsi, ma il caso non è chiuso

E’ giallo sulla notte del 26 settembre 2014 a Iguala, quando  sei studenti sono stati assassinati, cinque sono stati feriti e altri 43 sono scomparsi. Tutti appartenevano alla scuola rurale di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero.

Quattro mesi dopo la loro scomparsa, il 27 gennaio, l’allora procuratore generale della repubblica, Jesús Murillo Karam, ha informato la società messicana che gli studenti di Ayotzinapa sono stati confusi con un gruppo di narcotrafficanti della zona (Los Rojos) e che per questo sono stati uccisi da un gruppo rivale. Per il procuratore, i corpi dei 43 studenti scomparsi sono stati incendiati in una discarica di Colula e le ceneri sono state gettate nel fiume San Juan.

A sette mesi di distanza ci sono più dubbi che certezze e altre inchieste giornalistiche e scientifiche hanno smentito una a una le prove ufficiali. Per esempio è stato dimostrato che i testimoni ascoltati dalla procura sono stati torturati e inoltre, secondo la squadra di antropologi forensi che sta lavorando con i familiari degli scomparsi, il dna dei resti identificati dalle autorità non corrisponde a quello dei 43 studenti scomparsi.

Gli esperti hanno manifestato dubbi sulla versione del rogo dei morti a Cocula: se i corpi fossero stati distrutti in un falò, l’incendio sarebbe durato diversi giorni, cosa impossibile se si pensa che in quei giorni in città pioveva, secondo le testimonianze del servizio meteorologico nazionale.

Anche se il governo messicano ha insistito fin dal principio sul fatto che l’esercito non ha partecipato in nessun modo ai fatti, le ultime inchieste giornalistiche mostrano il contrario. Secondo i sopravvissuti, che hanno anche ripreso l’accaduto con i telefoni, sono stati i militari a sequestrare i ragazzi e a consegnarli ai narcotrafficanti.

I diritti umani devono venire prima degli investimenti privati, ricorda Román Hernández, del Centro dei diritti umani della montagna Tlachinollan che in questi giorni ha cominciato il giro Eurocaravana 43 in 13 paesi europei, insieme a Omar García, studente di Ayotzinapa, ed Eleucadio Ortega, padre di uno dei giovani scomparsi.

Ayotzinapa si è caratterizzata da decenni per il suo lavoro di lotta, come quasi tutte le scuole rurali nel paese. Per questo rappresenta una minaccia, che si vuole sottomettere con la violenza.

Il tour attraverso le 13 città europee continuerà fino al 19 maggio. Prima c’è stata un’altra carovana negli Stati Uniti, e se ne pianifica una in Canada e in America Latina.

Queste carovane sono possibili grazie all’aiuto di reti, associazioni e collettivi internazionali con esperienza in zone di conflitto o in aree degradate a causa di cattive politiche sociali. “Ad Ayotzinapa e a Guerrero stiamo cercando di organizzarci, di costruire garanzie affinché questi episodi non si ripetano. E non possiamo chiederlo allo stato, che allo stesso tempo è colpevole. Questo tour serve affinché i fatti di Ayotzinapa non si ripetano. Una parte di quello che abbiamo imparato è che i diritti non si chiedono, si esercitano”.

Milano, una città che è quanto di più distante da Ayotzinapa, è stata scelta come prima tappa del giro. Circondati da Versace, Escada, Harmont Blaine, Prada e Louis Vuitton, Omar, Roman e don Eleucadio saranno accompagnati da cittadini messicani che da anni vivono in Italia. Ma all’incontro sono arrivati anche gli italiani, coinvolti nella lotta dei messicani, gli stessi che in questi mesi hanno organizzato cene e incontri per raccogliere fondi e raccontare quello che è successo in Messico.

Lo studente di Ayotzinapa, Omar, dice: “Chiunque di noi potrebbe scomparire. Oggi sappiamo che la cosa più importante è portare avanti una lotta collettiva”.




ITALIA – Il 5 Maggio, docenti in piazza contro la “Buona scuola” di Renzi

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In sciopero almeno mezzo milione di docenti e Ata. Dopo 10 anni la protesta proclamata per la giornata del 5 maggio ha diviso il personale della scuola, che da una parte organizza flash-mob e la manifestazione contro il ddl scuola, dall’altra spera di ottenere dal Governo le richieste dei docenti precari senza scioperare.

Lo sciopero generale nazionale della Scuola. È stato indetto unitariamente dai sindacati maggiormente rappresentativi del comparto FLC CGIL, CISL scuola, UIL scuola, SNALS e GILDA.

In sette grandi piazze si terranno altrettante manifestazioni: Aosta, Bari, Cagliari, Catania, Milano, Palermo, Roma vedranno sfilare lavoratori e anche studenti, che in un appello hanno chiesto ai loro docenti di aderire allo sciopero proclamato dai sindacati.

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Di seguito i percorsi e le mappe dei cortei:

AOSTA: ore 9.30 ritrovo in Piazza Chanoux.

BARI (Basilicata, Calabria e Puglia): ore 9.00 concentramento delle delegazioni in Piazza Castello (piazza Federico II di Svevia) con successiva partenza del corteo che proseguirà lungo il seguente percorso Via S. Francesco d’Assisi, Via Latilla, Via Quintino Sella, Via A. Gimma, Corso Cavour, Corso Vittorio Emanuele e raggiungerà Piazza Prefettura dove si svolgerà il comizio conclusivo.

CATANIA (Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Ragusa e Siracusa): ore 9.00 concentramento delle delegazioni in Piazza Europa con successiva partenza del corteo che sfilerà per Corso Italia, Piazza Verga per arrivare a Piazza Roma dove si svolgeranno i comizi.

CAGLIARI (Sardegna): ore 9.30 concentramento delle delegazioni in Piazza Giovanni XXIII, Via Dante, Via Paoli, Via Sonnino, Via XX settembre, Via Roma, Via Sassari, arrivo del corteo in Piazza del Carmina e inizio interventi dal palco.

MILANO (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino, Veneto): ore 9.30 concentramento delle delegazioni in Piazza Repubblica (di fronte alla stazione centrale; fermata metropolitana M3 (gialla). Ore 10.00/10.15 partenza corteo con il seguente percorso V.le M.te Santo, Via G. Galilei, Via M.te Santo, P.ta Nuova, XXV Aprile, F. Crispi, P.ta Volta, Piazza Lega Lombarda, V.le Elvezia, Via G. Bayron, Via A. Bertani, Corso Sempione con arrivo del corteo all’Arco della Pace e inizio interventi dal palco.

PALERMO (Agrigento, Palermo e Trapani): ore 9.00 concentramento delle delegazioni in Piazza Marina con successiva partenza del corteo che sfilerà per Corso Vittorio, Via Roma, Via Cavour per arrivare a Piazza Verdi (Teatro Massimo) dove si svolgeranno i comizi. MAPPA

ROMA (Abruzzo, Campania, Lazio, Marche, Molise, Toscana, Umbria): ore 9.30 concentramento delle delegazioni in Piazza della Repubblica con successiva partenza del corteo con il seguente percorso Via V.E. orlando, L.go S. Susanna, Via Barberini, Piazza Barberini, Via Sistina, Piazza Trinità dei Monti, Viale Trinità dei Monti, Via G. D’Annunzio con arrivo del corteo a Piazza del Popolo e inizio interventi dal palco.

Gli articoli del Ddl contestati riguardano:

Il Piano assunzioni

E’ pronto un piano da 100mila assunzioni che si pone come obiettivo la chiusura delle graduatorie provinciali dei supplenti e il definitivo superamento della stagione del precariato scolastico in Italia. Tra i 100.701 insegnanti che a settembre potrebbero coronare il sogno del posto stabile rientrano tutti gli inclusi nelle liste dei precari della scuola primaria, media e superiore e i vincitori dell’ultimo concorso a cattedre. Rinviata per il momento l’assunzione degli insegnanti della scuola dell’infanzia, interessata dalla riforma 0-6 che dovrebbe coordinare i servizi per l’infanzia da zero a sei anni: nidi e scuole materne. In questi ultimi giorni, diversi esponenti del governo non hanno nascosto le proprie perplessità per una protesta che si contrappone anche al mega piano di assunzioni con 100mila posti in palio.
Ma, secondo quanto rilevato da tutti i sindacati, la proposta dal governo è una soluzione solo a metà: dal piano restano fuori gli idonei all’ultimo concorso, in un primo momento assunti anche questi, e migliaia – forse più di 50mila – precari d’istituto, che hanno prestato servizio per anni, cui verrebbe dato il benservito. E, al momento, il governo non dà nessuna risposta alla sentenza che a novembre ha condannato l’Italia per abuso di precariato nella scuola. Anzi, stabilisce che dopo tre anni di supplenze si viene “licenziati”.

Il preside-sindaco

L’idea che ha in mente Renzi è quella di rilanciare la scuola assegnando più potere ai dirigenti scolastici. Tra le competenze del capo d’istituto è prevista la compilazione del Piano triennale dell’offerta formativa della scuola – il documento politico-organizzativo dell’azione educativa – che svuota gli organi collegiali di importanti poteri deliberanti. Passa nelle mani del capo d’istituto la valutazione dei docenti neo immessi in ruolo e toccherà sempre al dirigente scolastico premiare, con un corrispettivo in denaro, gli insegnanti più bravi. Il preside dell’era Renzi potrà inoltre scegliere i docenti dagli albi territoriali in cui verranno piazzati i 100mila nuovi assunti e potrà “strappare” alle altre scuole i docenti migliori.

L’autonomia scolastica

Il piano di assunzioni e il preside “a trazione integrale” serviranno a realizzare, dopo quasi vent’anni, l’autonomia scolastica con risorse di personale ed economiche adeguate. Per queste ultime, oltre ai finanziamenti statali, sono previsti altri due canali: l’eventuale destinazione alla scuola del 5 per mille dalla dichiarazione dei redditi annuale da parte dei genitori e lo “school bonus”, eventuali donazioni in denaro da parte di privati. E gli istituti superiori potranno anche organizzare il curriculum dello studente, con materie aggiuntive da scegliere negli ultimi anni del percorso della secondaria di secondo grado. E’ anche previsto il potenziamento della musica e dell’educazione motoria all’elementare e dell’economia e della storia dell’arte al superiore. E un piano per sviluppare le competenze digitali degli studenti.
Ma sulle nuove modalità di finanziamento sul governo sono piovute critiche feroci. La paura è che, nonostante la quota perequativa del 10 per cento prevista dal disegno di legge, si accentuino i divari tra scuole frequentate dalle élite e gli istituti ubicati in contesti disagiati.

Il legame più stretto tra scuola e aziende

Si tratta della ricetta messa in campo dal governo per combattere l’enorme dispersione scolastica di cui soffre il nostro sistema educativo. Ma si tratta anche di un modo per avvicinare l’offerta formativa delle scuole e la domanda di professionalità delle imprese che spesso non riescono a reperire sul mercato alcune figure. Sarà l’alternanza scuola-lavoro – con almeno 400 ore in azienda nei tecnici e nei professionali nell’ultimo triennio e 200 ore nei licei – lo strumento per realizzare questi obiettivi.
Coloro che criticano l’intero impianto della riforma temono che la scuola venga piegata eccessivamente sul lavoro perdendo, almeno in parte, la dimensione educativa che ha avuto finora. Proprio quando la ministra Stefania Giannini ha iniziato a parlare di questo aspetto della riforma, alla festa dell’Unità di Bologna, è scoppiato il putiferio.

L’edilizia scolastica

E’ uno dei punti centrali, come ha detto nel suo discorso di insediamento il premier, dell’azione di governo. Sono quattro i miliardi di euro che si spenderanno nei prossimi anni per curare il sistema edilizio scolastico del Paese, con 36mila edifici non in regola. Tra gli obiettivi del governo, c’è quello di costruire “scuole innovative” e di prevedere “misure per la valorizzazione e la sicurezza degli edifici scolastici”. Ma, nonostante gli sforzi prodotti in un anno di governo, soffitti e infissi continuano a cadere. E gli scettici si convincono che non è cambiato nulla.

Le scuole paritarie e i benefit per i docenti

Tra le polemiche di coloro che non vorrebbero che lo stato finanziasse neppure con un euro gli istituti privati, arriva la detraibilità delle spese sostenute per la frequenza delle scuole paritarie – dell’infanzia e del primo ciclo – con un tetto massimo di 400 euro ad alunno per anno. Uno scherzetto che costerà alla collettività 100 milioni di euro all’anno
e si aggiungerà ai 472 milioni erogati ogni anno al sistema scolastico non statale. In compenso, ogni insegnante della scuola statale avrà a disposizione una Carta con 500 euro annui per spese culturali: acquisto di libri, software, abbonamenti teatrali ed altro.

le obiezioni dei docenti sono tante e in considerazione delle adesioni allo sciopero e alla nuova protesta che si prepara per lo slittamento delle prove Invalsi nella scuola primaria, il Ministero della Pubblica Istruzione avrà un risparmio di migliaia di euro, e già ci si chiede dove andranno a finire. Sono in molti a sperare che le trattenute dello stipendio siano utilizzate per portare avanti i progetti di miglioramento nelle strutture scolastiche, mentre la maggior parte degli scioperanti attende la copertura economica per avviare le assunzioni per l’a.s.2015/2016.

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La giornata di sciopero del 5 maggio costerà al personale della scuola, docenti e ata, una media di 62 euro circa, importo differente per ordine e grado di scuola, e sono in tanti a non scioperare per non subire la decurtazione dello stipendio. Eppure non sarebbe una cattiva idea se il Ministero della Pubblica Istruzione utilizzasse le somme detratte dalle buste paga dei docenti e ata scioperanti per avviare nell’immediato – considerata la liquidità delle somme – i progetti di ristrutturazione edilizia, le assunzioni per i docenti precari, il pensionamento per il personale della scuola ancora costretto in servizio a causa della Legge Fornero. Se volessimo pensare in numeri, un insegnante della scuola dell’infanzia e primaria avrà una decurtazione dello stipendio di circa 64,50 euro, per salire alle 65 euro degli insegnanti tecno-pratici, alle 70 euro per i docenti della scuola di II grado e fino a 68 euro per i docenti della scuola secondaria di I grado. Il personale ata avrà una decurtazione dello stipendio media di 54 euro. Una trattenuta giornaliera elevata se la si moltiplica per tutto il personale della scuola che aderirà allo sciopero del 5 maggio e che già ha aderito agli scioperi organizzati dall’inizio dell’anno scolastico. A questi importi deve essere sommata anche la trattenuta di alcuni dirigenti scolastici, che come il personale della scuola aderisce alla protesta.

Al momento dunque non è possibile fare una stima precisa delle risorse economiche che il Miur risparmierà, ma si ha la speranza che ‘il sacrificio’ del personale della scuola sia  utile.




Tra le celebrità invitate all’Expo manca il Lavoro. La protesta europea e italiana

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E’ stato un grande concerto  in piazza Duomo a Milano a dare il via ad Expo 2015, che si apre ufficialmente oggi, Primo maggio, giorno della Festa del lavoro. Un’accoglienza in grande stile, è stata quella che la città ha riservato all’Esposizione Universale e a tutti i partecipanti. Protagonista della serata, assieme all’orchestra della Scala, è stato Andrea Bocelli, che ha cantato per oltre tre ore per gli oltre 20mila milanesi e turisti che hanno assistito al grande show. Il concerto, presentato da Paolo Bonolis e Antonella Clerici, AmbassadorExpo Milano 2015, è stato trasmesso in diretta su Rai1 e in mondovisione, oltre che sulle frequenze di Rai Radio2 e in streaming sul sito di Expo.

Agnese Landini, moglie del premier Matteo Renzi, ha partecipato alla serata insieme alla figlia Ester. Ad accoglierle, al loro arrivo in piazza Duomo, c’erano il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina e Debora Serracchiani, vice segretario del Pd e governatore del Friuli. Renzi, invece, dopo aver partecipato all’inaugurazione del Silos Armani, museo che lo stilista ha aperto per i milanesi in occasione dei suoi 40 anni di carriera, ha preferito rientrare in albergo. Tra i 3700 ospiti seduti in platea c’erano anche il presidente del Coni Giovanni Malagò, l’ex ct della nazionale Marcello Lippi, che ora allena in Cina ed è stato un importante sostegno per Expo. Sono arrivati anche il calciatore dell’Inter Hernanes, Antonio Cabrini, gli chef Davide Oldani, Gianfranco Vissani, e poi Giorgio Squinzi, l’ad di Telecom Marco Patuano e di Rcs Pietro Scott Jovane. In piazza sono arrivati anche l’ex sindaco Letizia Moratti e l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni.

Ad aprire la serata è stato un brano molto conosciuto come il brindisi della Traviata, intonato da Andrea Bocelli, accompagnato dal soprano Diana Damrau e dall’orchestra della Scala. Tante le arie celebri cantate nel corso della serata, tra cui l’aria finale del primo atto di Violetta. Tra i brani interpretati anche il finale dell’Andrea Chenier, l’ouverture di Attila e l’immancabile Va’ pensiero del Nabucco, e a chiudere la serata il ‘Nessun dorma’ della Turandot, che cantato da Luciano Pavarotti ha accompagnato tanti momenti importanti della storia italiana.

Oltre a Bocelli, Ambassador Extraordinary di Expo Milano 2015, si sono alternati sul palco il pianista cinese Lang Lang, anche lui Ambassador della manifestazione, le soprano Diana Damrau e Maria Luigia Borsi, il tenore Francesco Meli, il baritono Simone Piazzola. Ad accompagnarli il coro e l’orchestra della Scala, diretti dai maestri Bruno Casoni e Marco Armiliato. A fare gli onori di casa il commissario unico di Expo Giuseppe Sala, che ha salutato il pubblico e ha mostrato in anteprima l’accensione dell’Albero della Vita, simbolo di Expo 2015 ideato da Marco Balich. Per il bis, infine, è stato scelto ‘O sole mio’. L’impegno di Bocelli continuerà con la partecipazione a Expo attraverso la sua fondazione, che ha l’obiettivo di aiutare persone affette da malattie rare, in condizioni di povertà ed emarginazione sociale.

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Chiusi in assemblee riservate per stabilire il programma della “May Day”, la manifestazione dei No Expo sfilerà a Milano, i movimenti antagonisti prevedono azioni diffuse per tutta la città. “Non ci preoccupiamo di ciò che possono fare dei gruppi singoli, ma della strumentalizzazione di polizia e media” spiega Elio di “Off Topic”, uno dei movimenti della rete No Expo. I No Expo stranieri, provenienti da Austria, Germania, Francia preferiscono invece non farsi intervistare.

Precari, studenti, contadini, lavoratori, sindacati di base, collettivi, centri sociali, produttori e movimenti ecologisti hanno individuato nella cinque giornate di Milano un momento centrale per una lotta comune nella costruzione di territori, città e di un mondo diverso. Dal 29 aprile al 3 maggio, prima, durante e dopo l’inaugurazione di Expo, Milano sarà laboratorio sociale di resistenze e alternative.

Storie diverse provenienti da luoghi differenti si uniranno in una sola opposizione, gioiosa, potente ed arrabbiata, ad un’idea di saccheggio e devastazione, secondo quanto affermato, ben rappresentata dal progetto Expo, dal sistema che promuove e di cui si fa portatore oltre i 6 mesi dell’evento: debito per tutti e tutte, colate di cementificazione e precarietà quotidiana perricattare il presente ed ipotecare il futuro.

La forza e il miscuglio di “intelligenze offensive”, che in quei cinque giorni invaderanno Milano, obbligheranno gli organi d’informazione, “oggi impegnati nella demonizzazione del percorso No Expo”,a parlare della potenza dei contenuti della protesta e della moltitudine che scenderà per le strade.

“La città vetrina che vogliono mostrare è una città buona per pochissimi, è una città che cancella diritti, possibilità e futuri. La città secondo Expo è la città che vorrebbero replicare ovunque, riproducendo dominio e sfruttamento in ogni luogo e su ogni essere. Alla vetrina preferiamo gli angoli nascosti e reali, le periferie e le esperienze di lotta, le diversità e le vite che si nascondono dietro le immagini patinate con cui si cerca di imbellettare la realtà di crisi e di fatica che tutte e tutti viviamo ogni giorno.

Apriamo allora questa città, per cinque giorni che altro non sono che i primi cinque giorni di contrasto ad Expo iniziato. Cinque giorni che vogliamo attraversati dal maggior numero possibile di persone, che costruiscano un corteo partecipato e di massa,che renda visibili le ragioni della nostra opposizione al modello Expo e che sappia parlare con gli strati popolari di questa città.

Cinque giorni che seguono anni di lotta e denuncia sociale.
Cinque giorni che precedono l’alterexpo, ovvero i nostri sei mesi di opposizione al grande evento.

Se i sei mesi di Expo significheranno per istituzioni e media confermare vane promesse, per noi saranno il periodo per sedimentare le anomale reti ricompositive che stiamo sperimentando per fortificare i percorsi contro il Jobs Act, per il diritto all’abitare, per i diritti ed il riconoscimento delle libertà sessuali e dei generi, per la difesa dei territori da eventi e opere grandi, piccole, medie che altro non sono che atti predatori di spazi, ricchezze, beni comuni, diritti, agibilità e risorse per tutti. Non solo in Italia.

Il nostro No Expo è un percorso di senso che non si esaurirà con le giornate dal 29 aprile al 3 maggio,e che certamente non finirà il 1 novembre. È, e sarà sempre, complice e solidale con le lotte No Tav che dalla Val di Susa a Brescia, passando per l’alessandrino e il territorio ligure, mostrano la dignità delle popolazioni locali contro un’opera inutile, così come è vicina a tutti i piccoli e grandi movimenti di resistenza alle grandi opere inutili ed imposte. È, e sarà sempre, dalla parte degli antifascisti che difendono la memoria ed il territorio dall’ignobile ideologia fascista, che in tempi di crisi lucra sulle difficoltà quotidiane per farsi spazio.

Per questo l’assemblea nazionale di sabato chiede l’immediata liberazione dei compagni colpiti da
arresti per avere difeso l’antifascismo a Cremona”.

Il programma della cinque giorni di Milano, “contro e oltre” il modello Expo 2015:

29 APRILE MILANO SI OPPONE ALLA MARCIA FASCISTA-coordinamento Fascisti e Razzisti No Grazie
30 APRILE: CORTEO STUDENTESCO NAZIONALE- INIZIO CAMPEGGIO INTERNAZIONALE NOEXPO che durerà fino al 3 maggio con dibattiti e workshop
1 MAGGIO: #NOEXPOMAYDAY ore 14 piazza XXIV MAGGIO
2 MAGGIO: MOBILITAZIONI DIFFUSE CONTRO EXPO
3 MAGGIO: ASSEMBLEA PLENARIA GENERALE di lancio della mobilitazione per i 6 mesi di Expo
DAL 3 MAGGIO IN AVANTI: 6 MESI DI #ALTEREXPO! conflitto, incontro e alternativa contro il modello Expo e oltre i grandi eventi.