ITALIA – II Convegno di Toponomastica Femminile per la Provincia di Rovigo

Di Rosanna Beccari

Diffondere la cultura delle pari opportunità attraverso la toponomastica femminile è stato il fulcro del secondo Convegno per la Provincia di Rovigo di Toponomastica Femminile, svoltosi sabato 7 novembre presso la Sala Consiliare del Comune di Lendinara (RO), fortemente voluto da Rosanna Beccari, in qualità di referente di Toponomastica Femminile per la Provincia di Rovigo, e realizzato in tempi record con la collaborazione della Commissione Pari Opportunità e dell’amministrazione comunale lendinarese – assessorato Pari Opportunità -, oltre al patrocinio della Provincia di Rovigo, del Comitato dei Beni Culturali del Polesine e di Soroptimist. Si tratta infatti di un argomento ancora poco noto nel territorio rodigino ed il convegno si proponeva proprio la mission di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso la divulgazione della sua conoscenza. “Pertanto, in una situazione di carenza istituzionale dopo lo scioglimento della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Rovigo, che ha seguito le sorti di Palazzo Celio – ha riconosciuto la neo presidente dell’appena insediata Commissione P.O. della Provincia Rafaela Salmaso -, fondamentale è stato il ruolo di supplenza assunto autonomamente dalla Beccari, la quale da sola è riuscita ad organizzare tale convegno, dopo il primo dell’anno scorso a San Martino di Venezze, grazie anche alla straordinaria disponibilità incontrata in Lendinara ed avviando quindi i presupposti per una tradizione a cadenza annuale”.

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L’incontro ha visto una grande presenza dell’amministrazione comunale lendinarese, a partire dal sindaco Luigi Viaro, che ha elogiato con calore l’iniziativa proponendo una futura continuità collaborativa, le assessore Sandra Ferrari, alle Pari Opportunità, e Francesca Zeggio, per la Pubblica Istruzione, il presidente del Consiglio Comunale Dario Dainese, la presidente della Commissione P.O. Sebastiana Giliberto, dalla quale è partito l’invito, che ha poi avviato la collaborazione con la Beccari.

Le relatrici di Toponomastica Femminile – Maria Pia Ercolini, presidente nazionale, Nadia Cario e Giulia Penzo, referenti regionali del Veneto, Angela Alessandra Milella, referente per la provincia di Verona e Rosanna Beccari, referente per la provincia di Rovigo – hanno presentato alcune delle innumerevoli attività dell’Associazione Nazionale, “tra scuola e cittadinanza”, con il patrocinio di Fnism e del Senato della Repubblica, tra cui quattro convegni nazionali e molti provinciali, altrettanti concorsi scolastici nazionali, mostre e pubblicazioni, iniziative varie ed eventi, attività in rete, nuove intitolazioni in rosa, fino alla recente proposta innovativa di un gioco didattico ideato da Maria Pia Ercolini con Livia Capasso, per le scuole primarie e medie con tanto di diploma di “Super Toponomasta”. Il “Memory Street a Rovigo”, propone una versione odonomastica del classico Memory, basandosi su abbinamenti tra carte raffiguranti volti di donne con le corrispondenti carte riportanti le targhe stradali della loro intitolazione nei vari comuni polesani. L’attività ludico-didattica permetterà in un primo tempo di dare una identità ai nomi di strade e piazze e, in un secondo momento, a discrezione dei singoli docenti, potrà divenire il presupposto per ulteriori approfondimenti sulla conoscenza di quelle figure. “Perché – ha precisato la Ercolini – è importante che la formazione paritaria inizi prima possibile, quando i bambini non hanno ancora sviluppato certi pregiudizi e barriere sessisti tuttora molto diffusi nella nostra società”. Nell’ordine degli interventi, la presidente nazionale Maria Pia Ercolini ha parlato di “Toponomastica Femminile tra scuola e cittadinanza. Azioni e prospettive”, mettendo in luce la persistenza di stereotipi e pregiudizi sessisti nella segnaletica e cartellonistica pubblica.

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Quindi Giulia Penzo ha relazionato sul “IV Convegno Nazionale (il quarto) di T.F.: Lavoratrici in piazza”, tenuto tra il 18 e 20 settembre scorso alla Libera Università Alcatraz, presso Gubbio (PG), sotto l’egida del suo fondatore Jacopo Fo. La convention, ha precisato Giulia, è stata anche l’occasione per una serie di tavole rotonde sulla toponomastica nella didattica, sulle prospettive dell’associazione a livello nazionale ed internazionale, sul lavoro femminile tra presente e passato e sulla figura simbolica della Dea Madre, dall’atavico matriarcato all’era post-femminista. E su questo tema ha dato il proprio contributo Nadia Cario, che ha presentato la sua ricerca “Alla scoperta delle archeologhe”, corredata di una mostra da lei stessa curata. Un excursus su alcune pioniere dell’archeologia, che hanno avviato una reinterpretazione e riscrittura della storia tenendo conto anche della presenza femminile, a partire dalle numerose testimonianze fin dalla preistoria di una Grande Dea con spiccati attributi femminili e materni. È stata poi la volta di Angela Alessandra Milella, la quale ha raccontato la sua esperienza realizzata come docente in una scuola superiore di Verona: “La polis borghese: modelli e ruoli sessisti nella comunicazione”: una ricerca storica sulle presenze di genere nella comunicazione di massa dagli inizi del secolo scorso ad oggi, segnalando le pubblicità irrispettose e sessiste attraverso il blog “PubblicAnti”, appositamente creato con i suoi studenti. Con l’occasione, la Milella ha anche annunciato il suo nuovo lavoro in corso: “Montenegro: il fascino delle donne da raccontare”.

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Rosanna Beccari, che ha condotto i lavori, per ultima, nella relazione “L’avventura di Toponomastica Femminile a Rovigo. Le attività svolte nel territorio polesano e sviluppi futuri.”, ha presentato gli eventi organizzati nella sua città “da quando sono entrata in questa splendida avventura, in cui ho coinvolto spesso anche i miei studenti del Liceo Scientifico Statale P. Paleocapa di Rovigo”, ha commentato, realizzando, tra l’altro, alcuni significativi progetti risultati vincitori alle varie edizioni del Concorso Nazionale di T.F. “Sulle strade della parità” ed accolti con interesse dalla cittadinanza. A partire, nel 2014, dalla proposta di sette nuove intitolazioni in rosa nella città capoluogo dedicate ad alcune figure illustri conterranee (vincitrice del I Concorso, edizione 2014); successivamente, nel dicembre dello stesso anno, una mostra storico-documentaria (vincitrice dell’edizione 2015), che raccoglie le biografie di circa una settantina di donne nate, vissute o semplicemente passate per la terra Polesana, divenuta ora itinerante per i vari comuni della Provincia di Rovigo con il titolo “Tracce Femminili in Polesine”; l’iniziativa estiva di “Pedalare sotto le stelle per le vie delle donne”, organizzata per le serate d’agosto in collaborazione con Fiab Amici della Bici, che ha riscosso tanto gradimento e la recente proficua collaborazione avviata con il Comune di Lendinara, che ha portato ad una tappa della mostra ed al convegno, oltre a promettere futuri sviluppi in fase di elaborazione. Quindi le due studentesse Sofia Dainese e Hiba Jbali, della classe 2^ C liceo scienze applicate, hanno illustrato l’”Itinerario di Genere a Rovigo”, che sarà realizzato nella primavera del prossimo anno, con la collaborazione degli studenti del liceo rodigino e l’associazione Fiab, per la quale era presente al convegno la vice presidente Cinzia Malin. “In realtà – ha concluso la Beccari – il discorso della T.F. è una continua miniera stimolante di idee e progettualità. A questo proposito, mi preme sottolineare l’accoglienza favorevole e sempre disponibile che incontrano le mie proposte, il che mi incoraggia senz’altro a proseguire. Come la straordinaria sinergia creatasi con il comune di Lendinara e l’attivissima Commissione P.O. locale, con la quale, dopo questa avventura, proseguiremo una proficua collaborazione, sostenuta ed incoraggiata anche dal primo cittadino, che è letteralmente entusiasta delle nostre tematiche”.

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Al termine dei lavori, i presenti sono stati accompagnati nei locali adiacenti alla sala consiliare, dove per l’occasione era stata allestita la mostra itinerante “Tracce Femminili in Polesine”, realizzata con gli studenti del Liceo “Paleocapa”, già in Lendinara da due mesi, prima presso la Casa Albergo, e che il sindaco a sorpresa ha proposto di trasferire nella Biblioteca comunale per darle ulteriore visibilità invitando anche le scuole. Con una gradita novità: la rassegna sulle “Archeologhe”, curata da Nadia Cario, illustrata nel corso del convegno. Ma il risultato forse più importante, di cui la promotrice del convegno e l’amministrazione lendinarese sono particolarmente orgogliose, è stato l’aver ottenuto una nuova intitolazione ad una figura illustre polesana femminile, protagonista della Mitteleuropa fra Otto e Novecento, Giannetta Ugatti Roy, le cui spoglie riposano proprio a Lendinara. A lei il comune, accogliendo la proposta della Beccari, ha deciso di dedicare una rotatoria, creando un clamoroso precedente locale, che ci auguriamo sarà seguito da altri comuni e, poiché tutto è avvenuto in meno di un mese, non essendo ancora pronto il cartello stradale, l’assessora Sandra Ferrari ha mostrato la delibera dell’approvazione, invitando tutti alla cerimonia inaugurale di cui avremo presto notizia.

Rosanna Beccari

Docente di lettere e latino al Liceo Scientifico Statale “P. Paleocapa” di Rovigo e referente di Toponomastica Femminile per la Provincia di Rovigo.




17 OTTOBRE – Giornata mondiale contro la povertà: il progetto “Diritti per le nostre strade”

Riceviamo e pubblichiamo:

“Anche come “Diritti per le nostre strade” vogliamo aderire e contribuire alle iniziative volte a mettere al centro la lotta alla povertà. E lo vogliamo fare col solito taglio radicale che abbiamo espresso durante questi mesi di lavoro:
– andare alla radice dei processi di impoverimento, per dichiarare illegale la povertà e non i poveri (guerra ai poveri);
– inquarare la povertà in termini di disuguaglianza e ingiustizia sociale e lavorare per contrastare ogni concessione al dramma della guerra tra poveri;
– superare il pietismo compassionevole sui poveri per rivendicare una cittadinanza inclusiva ed eguale come garanzia di pienezza di diritti;
Il riferimento all’articolo 3 (secondo comma) della Costituzione è anche per noi il perno di una politica e una cultura seriamente orientate a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Su di esso abbiamo costruito il progetto “Diritti per le nostre strade” e ad esso sono ispirati i 12 principi del nostro recente “Manifesto dei diritti”.
Per questo ora sosteniamo lo sforzo che “Libera”, con la campagna “Miseria Ladra”, sta mettendo in questa direzione e invitiamo a passare presso il banchetto all’interno di Equa – Festa delle Interazioni solidali (16-17-18 ottobre, c/o Arsenale di Verona) per raccogliere materiale e sostenere la campagna.
E vi invitiamo a partecipare alle altre iniziative che in questi mesi stiamo proponendo a Borgo Nuovo, presso la sede dell’Associazione per la pace tra i popoli (Casa della Pace “Filippo De Girolamo”, via Enna 12):

> venerdì 23 ottobre, ore 20.45: parlando con Tiberio Bentivoglio di lotta alla mafia come lotta all’impoverimento morale e civile di una comunità;
> venerdì 30 ottobre, ore 20.45: condividendo con gli amici di Self Help le possibili forme di riscatto dall’impoverimento sociale, relazionale e di diritti;
> sabato 28 novembre, ore 16.30: riflettendo con Angela Milella di povertà educativa, impoverimento della scuola e precarietà dei docenti”.

“LA POVERTA’ RUBA LA SPERANZA, LA DIGNITA’, I DIRITTI”
(Miseria Ladra)

“DICHIARIAMO ILLEGALE LA POVERTA'”
(Banning Poverty)

“IL POVERO CHE NON ORGANIZZA LA PROPRIA RIBELLIONE NON MERITA COMPASSIONE PER LA SUA SORTE”
(Thomas Sankara)

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ITALIA – “Precarious”. Dell’ultimo titolo di Wip Edizioni parlano anche i sindacati

A cura di Giusy Michielli

L’associazione “Pietra su Pietra” presenterà il libro “Precarious: quello che della Scuola non si dice” di Angela Alessandra Milella. L’evento si terrà il 4 settembre, alle ore 18.30, in via Amendola, 5 – BARI. Nel dibattito, moderato da Adele Dentice (insegnante e scrittrice), interverranno: Angela Alessandra Milella (autrice),  Stefano Ruocco (editore), Paolo Battista (attore).

“Precarious. Quello che della Scuola non si dice” è il secondo titolo della collana I Bibliotecabili della casa editrice WIP Edizioni di Bari. Un libro in più capitoli e riccamente illustrato, che fa discutere. Su cui, in vista della presentazione, anche  Uil com Bari – Puglia e  Fiom Puglia hanno rilasciato commenti.

UILCOM – L’Italia E’ una repubblica democratica fondata sul lavoro. Nel 1948 si scriveva E’ nel 2015 si legge con amarezza ERA.

La crisi socio-economica dell’ultimo periodo unitamente alla richiesta sempre più pressante di una flessibilità del lavoro (avviata con il pacchetto Treu e perfezionata con il governo Berlusconi) si è tradotta in ‘Precarious’, che ha raggiunto la sua massima precarizzazione con il job’s act.

Il Lavoratore ovvero il potenziale tale oggi vive ne l’ansia dell’attesa, una attesa riferita non solo alla ricerca del Lavoro (evanescente speranza) ma anche al suo mantenimento oltre che alla qualità dello stesso.

Perché cara Angela tu scrivi ‘…io cerco solo di non affondare…’ io invece auguro un futuro in cui quando verrà data la possibilità di scegliere tra affondare e galleggiare si possa decidere di volare.

Antonia Di Tommaso (segretaria regionale Uil com Bari-Puglia)

FIOM – Se è difficile far capire il termine “precario” a uno straniero, chi si ritrova a vivere in quello che assomiglia a un vero e proprio girone infernale trova altrettante difficoltà a raccontare le esperienze kafkiane che l’atipicità del lavoro, tipicamente italiana, riserva ai propri malcapitati, tradendone le speranze e negando loro il futuro.

In un mondo del lavoro in cui si è passati da “lavorare per vivere” a “lavorare per sopravvivere” e ci si rassegna all’idea che la differenza tra le due definizioni sia sostanzialmente nulla, si fa altrettanta fatica ad accettare che sulla condizione precaria poggi l’ossatura dell’istruzione scolastica. Quella che in un sedicente Paese civile dovrebbe rappresentare il polo dell’eccellenza pubblica, la connessione tra società ed educazione, progresso e formazione, universalità e inserimento, è in realtà la pietra dello scandalo dei governi avvicendatisi negli ultimi vent’anni.

Tagli lineari, “merito” e “competenza” proclamati solo per prosopopea e mai praticati, risorse stanziate pari a zero: questo è il risultato dei provvedimenti che hanno interessato la scuola italiana, diventata nel frattempo una declinazione di acronimi (Ssis, Tfa, Gae) e definizioni altisonanti (Invalsi, concorsone, Buona Scuola) che hanno ottenuto il solo scopo di ricevere le contestazioni degli addetti ai lavori.

Certo, alle responsabilità degli esecutivi di ogni colore che ne hanno provocato la decadenza, si aggiunge anche quella di un sistema che tende ad autoconservarsi, quasi in maniera corporativa, e a non andare di pari passo con il grado di innovazione necessario per l’auspicato miglioramento.

Il lento e continuo degrado della scuola si abbatte su docenti e studenti per poi propagarsi all’esterno nelle pratiche quotidiane, nella consapevolezza civica e nelle relazioni sociali.

A spezzare definitivamente le aspirazioni di rilancio, la riforma targata Renzi-Giannini che trasforma la scuola in senso aziendale, attraverso la creazione di consorterie di docenti alla sequela del preside-manager (che viene elevato a scolastico) e aumenti salariali che assumono l’aspetto di premi-fedeltà al dirigente invece di riconoscimenti dovuti.

A farne le spese, sempre e comunque loro: gli insegnanti precari. Assunzioni a rischio, nonostante la recente sentenza della Corte di Giustizia europea che chiede la stabilizzazione per quasi 300 mila soggetti interessati. Allargando il raggio a chi langue nel limbo delle graduatorie, la guerra tra poveri è servita.

non vuole essere un plastico esercizio di operazione-verità. La testimonianza offerta dall’autrice Angela Milella esprime la rabbia e l’indignazione di una categoria di lavoratori “invisibili” le cui storie quotidiane, in un Paese assuefatto a nefandezze e ingiustizie, non conosciamo o lasciano indifferenti. Alcune iniziano alle 3 del mattino per una supplenza a quasi 150 chilometri, altre ancora sono fatte di compensi non riconosciuti e spese non restituite. Tutte contengono un senso di frustrazione e di incompiutezza.

Di Nicola Rotondi (Fiom Puglia)




ITALIA – Notizie di pessimo gusto. Piero Angela: “Sto bene, torno a Roma”

“STO BENE”.  «Un attimo di mancamento, dovuto al caldo mentre camminavao ieri sui sentieri della Prima Guerra Mondiale, sulle colline di Dolina dei Bersaglieri. Ma è tutto risolto, sto bene e sono stato già dimesso dall’ospedale di Montefalcone (Gorizia, ndr). Sto tornando a Roma». Lo disse all’Adnkronos Piero Angela, giornalista e divulgatore scientifico, rassicurando sulle sue condizioni di salute un anno fa e smentendo quanto, con cattivo gusto, affermato da diversi siti internet che hanno creato una nuova usanza, quella di dare per decedute persone del mondo dello spettacolo, della televisione e della cultura.  Un po’ come avviene nelle scuole quando i ragazzini inventano storie buffe quando non denigratorie  sui docenti.

La “notizia” è stata rilanciata qualche giorno fa.

Purtroppo non ci sono speranze: non perdono il vizio e restano impuniti.

LA NOTIZIA E I SITI

“Il creatore di Superquark, che ha 87 anni, si è sentito male ieri durante una passeggiata tra le trincee nel Goriziano.

Il giornalista e conduttore è ricoverato all’ospedale di Monfalcone (Gorizia) in seguito ad un malore accusato ieri. Angela, che aveva 86 anni, ha da prima visitato ieri un museo e poi, durante una passeggiata tra le trincee nel goriziano ha avuto un malore. E’ stato ricoverato per semplici accertamenti ma il suo cuore è subito risultato in condizioni critiche, dopo svariati tentativi di rianimazione non c’è stato nulla da fare”.

(malore/gazzaweb.altervista.org/piero-angela-cordoglio-per-il-giornalista-e- conduttore-ricoverato-e-morto-dopo-un-malore/

www.reppubblica.altervista.org/piero-angela-cordoglio-per-il-giornalista-e- conduttore-ricoverato-e-morto-dopo-un-

www.liquida.it/piero-angela/piero-angela-morto/‎

www.gamesvillage.it/…/showthread.php?…morto-piero-angela…)




L’Italia che crolla. La lezione attuale del Vajont

Ancora un caso di soffitto che crolla in una scuola italiana  a dimostrazione dello stato di fatiscenza in cui versano gli istituti scolastici nel nostro paese. Due bambini sono rimasti feriti nel crollo del soffitto di un’aula della scuola elementare Enrico Pessina di Ostuni, in provincia di Brindisi. Ci chiediamo che fine abbiano fatto il Piano generale di edilizia scolastica che obbligava il Ministero dell’Istruzione ad adottare precisi provvedimenti in materia  e il famoso piano sulle ‘scuole sicure’ annunciato dal premier Renzi che prevedeva 400 milioni di euro per 2400 interventi a partire dal 2015.

Non siamo più al sicuro sulle strade e nemmeno i bimbi tra i banchi di scuola. l’Italia continua a perdere pezzi: dopo il crollo di parte dell’autostrada Palermo-Catania, ora un tratto della Statale che doveva collegare Cagliari alle località turistiche – la “Nuova 554″ – è stato colpito: l’asfalto è esploso e tra le quattro corsie si è creata una voragine di oltre un metro, per colpa di uno smottamento.

Emergono particolari inquietanti sullo scandalo della strada statale 554 che ormai da trenta giorni è vietata al traffico con un’ ordinanza senza tempo”.

Nell’aprile del 2009 i rilevatori georeferenziati di Google rilevavano e registravano in quel tratto di strada crolli evidenti e premonitori di quello che stava per accadere. Qualcosa di più di semplici segnali, vere e proprie trincee  che non potevano certo essere annoverate come assestamenti ordinari della piattaforma stradale. In queste ore il grande crollo si sta trasformando in una vera e propria voragine facendo emergere elementi che costituiscono di per sé una prova evidente della negligenza con la quale si è operato. A questo episodio va legato anche quello del crollo di un pilone di un viadotto sulla Palermo-Catania che da circa 72 ore divide in due l’Isola.

E come se non bastasse dopo le strade continuano a crollare pure le scuole.

In Sicilia si studia un piano di emergenza per rimettere in collegamento i due angoli dell’isola, mentre in Sardegna sarà molto più difficile trovare una soluzione immediata. Di certo non basterà continuare a rattoppare col bitume fresco: l’Anas lo ha già fatto per sei anni, spendendo inutilmente più di 400 mila euro in aggiunta ai 55 milioni iniziali che sono serviti per realizzare la strada: 11 chilometri che ora sono già off limits. Nel frattempo bisogna studiare un percorso alternativo e affrontare deviazioni non segnalate. Un vero e proprio disastro nazionale, denuncia Erasmo D’Angelis, coordinatore della Struttura di missione di Palazzo Chigi e uomo di fiducia di Matteo Renzi e del nuovo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio che accusa direttamente del disastro il vertice dell’Anas, a cominciare dall’apparentemente intoccabile presidente Pietro Ciucci.
Dopo essere stato di fatto “scaricato” da palazzo Chigi oggi il presidente dell’Anas ha annunciato le sue dimissioni.

Ciucci – spiega una nota Anas – ha incontrato questa mattina, presso la sede del Ministero a Porta Pia, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio, comunicandogli la sua intenzione di rimettere l’incarico di consigliere e di presidente di Anas a partire dall’Assemblea degli Azionisti per l’approvazione del bilancio 2014, che verrà convocata, nei termini di legge e di statuto, a metà maggio. La decisione, si legge nella nota dell’Anas, è stata presa «in segno di rispetto per il nuovo Ministro al fine di favorire le più opportune decisioni in materia di governance di Anas».
«Anas – aveva detto ieri D’Angelis – non può continuare con lo scaricabarile. A me sembrava già una vicenda incredibile il crollo di Capodanno del viadotto; quest’altro caso, che conoscevano da dieci anni, mi sembra francamente imbarazzante. Mi chiede se Ciucci deve prendere atto e andarsene? Io dico solo che ognuno si deve assumere le sue responsabilità». Per il collaboratore di Renzi certamente c’è il problema di un territorio fragile, maltrattato e malgestito: il 70% delle frane censite in Europa, quasi 500mila, sono in Italia. È il 7% del territorio nazionale. Ma la situazione delle strade è indice speciale dell’incuria. Sì, perché incredibilmente l’Anas – ma il discorso vale anche per le ex strade provinciali, per Autostrade e gli altri gestori della rete autostradale, con l’unica eccezione positiva delle Ferrovie – non effettua un «normale» monitoraggio delle sue strade. E anche se nel nostro paese sono disponibili tecnologie di eccellenza per il controllo di questi fenomeni, l’Anas non ne fa nessun uso. E forse solo nel 2016 si deciderà a dotarsi di un fondo per la protezione dal rischio idrogeologico.
In Italia, tragicamente, «l’ingegneria ha pensato di poter fare a meno della geologia». Come spiega D’Angelis, quasi sempre si realizzano opere infrastrutturali senza fare gli indispensabili studi geologici preventivi. E quando – come nel caso dell’autostrada siciliana – ci si accorge di un potenziale rischio di frana, si preferisce non intervenire. Così ha fatto l’Anas. Il risultato è che si sarebbe potuto consolidare il colle spendendo 30 milioni, adesso si dovrà rifare il viadotto sborsandone ben 350.  Il neoministro delle infrastrutture ha intenzione di intervenire con forza, pare. E a metà aprile la task force di Italiasicura varerà un fondo in collaborazione con la Ragioneria dello Stato e i ministeri di Ambiente e Infrastrutture per far decollare un piano nazionale di contrasti alle frane.

Speriamo non si debba arrivare, come sempre accade in Italia, a una vera e propria tragedia per vedere finalmente diventare fatti le norme di sicurezza.

Non dimentichiamo le 1910 vittime  della diga del Vajont, il torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno (Italia).

La storia di queste comunità venne sconvolta dalla  la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 si elevò un’ immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione.

Furono commessi tre fondamentali errori umani che portarono alla strage: l’aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l’aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.

Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, depositò la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo morirono, mentre Pancini si tolse la vita il 28 novembre di quell’anno.
Il giorno dopo iniziò il Processo di Primo Grado, che si tenne a L’Aquila, e che si concluse il 17 dicembre del 1969. L’accusa chiese 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vennero richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d’inondazione, aggravati dalla previsione dell’evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vennero condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non venne riconosciuta.
Il 26 luglio 1970 iniziò all’Aquila il Processo d’Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso.
Il 3 ottobre la sentenza riconobbe la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vennero riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi; condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vennero assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto.

Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolse, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni furono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell’evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni,

Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini fu assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restarono invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell’avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione.
Il 16 dicembre 1975 la Corte d’Appello dell’Aquila rigettò la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui  confluì la SADE, condannando l’ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison.
Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d’Appello di Firenze ribaltò la sentenza precedente, condannando in solido ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal comune di Longarone. Il ricorso della Montedison non si fece attendere ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigettò il ricorso alla sentenza del 1982.
Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condannò la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti e onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ebbe carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno fu rigettato il ricorso dell’ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l’ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico. La rivalutazione delle cifre hanno raggiunto il valore di circa 22 miliardi di lire.




ITALIA – A Lecce con la Scuola di Carol Cordella per festeggiare i 110 anni di Dior

di Giulia Basile

La sala consiliare della provincia di Lecce, si riempie di vita. Ragazzi e ragazze vocianti e con gli occhi freschi di meraviglia entrano e cercano di accaparrarsi i primi posti. Al centro della sala 4 manichini prestano umilmente sostegno a 4 splendidi abiti di DIOR, provenienti dalla Scuola‒Museo della Moda del Maestro Sartore Pino Cordella. La preziosità e l’armonia che subito colpisce lo sguardo fa silenzio e si percepisce che l’immaginazione di tutti i presenti sta facendo un volo pindarico, oltre il presente, e ognuno sta riportando alla mente ricordi, sensazioni, promesse, sogni. È in questa atmosfera di attesa creata dalla “Bellezza” che entrano le parole di benvenuto di Carol Cordella, figlia d’arte è il caso di dire.

Si festeggiano i 110 anni dalla nascita di uno stilista, un grande della Moda, un settore che ‒ per chi lo ritenesse il luogo della futilità ‒ trascina il PIL del Paese più dello stesso Turismo.

Ma non è certo questo quello che ha affascinato e zittito i presenti, sia gli alunni delle Scuole di settore del circondario, sia tutti i numerosi ospiti.

La relatrice ci ha preso per mano e ci ha fatto ripercorrere gli anni di vita dello stilista di Dior intrecciando, come si conviene a tutti i comuni mortali, gli episodi di vita personali con quelli della storia nella quale siamo inseriti. Solo che per i più gli eventi personali muoiono con loro, per altri, che si incanalano sulla via del”eternità”, i piccoli episodi di vita diventano straordinari e anzi segnano il tempo nel quale sono inseriti. La storia personale di Dior non ha influenzato solo la gente intorno a lui, ma ha influenzato i fatti sociali e di costume, uscendo dal tempo contestuale per viaggiare oltre. Molto oltre e arrivare fino a noi.

Certo si tratta di un artista eccezionale, il cui nome, come qualcuno disse, ha messo insieme la parola Dio e la parola oro. Il che è un bell’inizio. Carol ci ha raccontato che la famiglia fu la guida ispiratrice di Dior, la madre in primis. Fu lei ad aiutarlo a mettere su una galleria, sapendo che l’arte aiuta a vivere bene. Ma nel ’29 la crisi economica portò grosse perdite nella famiglia benestante del giovane Dior, che senza remore andò a lavorare la terra con suo padre per risollevarsi. E intanto disegnava e mandava in giro senza stancarsi le sue opere alle varie Maison francesi. Venne accolto presso uno stilista di Parigi, dove rimase fino al ’39, quando costretto ad andare in guerra, fino al ’41. Intanto disegna, soprattutto come via di fuga dalle miserie presenti, miseria che, dopo il razionamento dei tessuti, lo costringono di nuovo a tornare a lavorare la terra per riscattare la casa paterna. Finalmente incontra un mecenate, Marcel Boussac, il re del cotone lo chiamavano, che gli dette un credito illimitato. Si attribuisce a lui la frase: “Questo ragazzo farà resuscitare i morti della seconda guerra mondiale”.

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Gli intrecci tra Dior e il femminismo.

Seguirono anni di intenso lavoro, in cui, senza abbandonare mai le consultazioni con una sua amica cartomante Madame Delahaye (anche il genio vuole conforto sul futuro), cerca di disegnare modelli che esprimessero il suo ideale di donna, convinto che una donna veste bene solo quando con l’abito è come se apparisse nuda. Le nuove mode non gli piacevano: donne con capelli corti, braccia scoperte, una donna generata dalla guerra mondiale, una donna forte, mascolinizzata. Sappiamo tutti che le donne avevano sostituito mariti e fratelli nelle fabbriche e nei lavori pesanti, e certo questa era stata una grande conquista per uscire fuori dalla “prigione “domestica, ma Dior cercava una donna diversa, pur valutando una certa indipendenza estetica acquisita dalle nuove donne (per es. abolendo il galateo che richiedeva un abito per le varie circostanze della giornata). Dior cercava u’altra donna ispiratrice. Tornò ancora una volta a casa e si dilettò ad osservare i fiori che sua madre coltivava nel giardino della loro casa di Granville, con tanto amore. Da qui nasce ancora una volta l’aiuto, dalla Natura e da sua madre. Ecco viene fuori la “donna fiore”e la sua prima collezione, il   12 Febbraio 1947: al 30 di Avenue Montaigne a Parigi, Christian Dior presentò la sua prima sfilata. Una grande sfilata ispirata ai fiori e ai loro colori. La stampa francese la boicottò. Fu seguita solo dai giornali americani che la osannarono e parlarono di Dior come di un Alessandro Magno, di un imperatore della moda. La donna si allontanava dalla immagina di donna teutonica della guerra, per sostituirla con l’immagine di una donna “clessidra” (tipo Ingrid Bergman, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Grace Kelly). Di nuovo il bustino che segnava la vita e gli abiti che mettono in luce fianchi e seno. Il tailleur Bar con la giacca e le gonne lunghe di nuovo e plissettate. Tutto questo fu contestato dalle femministe, alle quali sembrò un voler tornare indietro rispetto alle conquiste già fatte e scesero in piazza anche contro di lui.

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Le idee portanti dello stile Dior furono interpretate come un messaggio di chiusura alla modernità : non più donne indipendenti, ma donne che tornano in cucina. Infatti anche la pubblicità ricomincia a insistere su questo e ricorda alle donne che sono prima di tutto mogli. Gli slogan e le immagini di quegli anni del dopoguerra parlano di una donna casalinga e anche spesso stupida.

Dior andò avanti e portò sulla scena mondiale l’importanza della giacca e del tailleur e l’immagine di una ragazza giovane. Le sue modelle erano appunto giovani studentesse con lo stemma d’appartenenza sulla giacca, di alta moralità, e dette così spazio a quella generazione che era stata spazzata via dalla guerra.

Dopo 10 anni di successi la carriera e la vita di Dior si spensero nell’ottobre del 1957 a Montecatini.

Questo il cammino di Dior alla pari dei grandi letterati, scienziati, artisti del nostro tempo.

Le conclusioni dell’incontro le ha espresse, col giusto orgoglio per il lavoro che la Scuola di Formazione Cordella esprime sul territorio ( e non solo) la Consigliera provinciale di Parità Filomena Dantini, ma soprattutto un’ospite d’eccezione: la madre dello stilista Ennio Capasa, con la dolce determinazione delle sue parole e delle sue esperienze. Ha accennato ai sacrifici che si fanno in questo campo della moda, alle scelte coraggiose di Ennio tornato da Parigi a lavorare qui in Italia ‒ dove spesso l’ingegno non trova il giusto spazio ‒ per amor patrio e ha invitato i giovani a rimanere qui. La passione ‒ ha detto ‒ deve essere nutrita di sacrificio e il successo si può ottenere in ogni segmento del lavoro di uno stilista, perché intorno all’ideatore bisogna che ci sia professionalità alta per far sì che l’idea si perfezioni e si concretizzi in un abito. Un abito che può diventare un capolavoro e che può parlare di bellezza. Bellezza che, in qualunque campo, è ragione e scopo di quel Bene che ci salverà.




USA – Una macchia di sangue sull’arcobaleno della comunità LGBT. Leelah: “Le questioni di genere devono essere insegnate a scuola, prima è e meglio è”

Leelah era una ragazza speciale di diciassette anni dell’Ohio che come tutti i suoi coetanei alle prese con i problemi adolescenziali sognava e sperava di poter vivere la sua vita in maniera dignitosa senza dover mai sentirsi sbagliata. Era speciale, perché aveva avuto il coraggio di guardarsi dentro e di capire che il suo corpo maschile ingabbiava la sua vera natura, delicata e sensibile, per cui aveva deciso di intraprendere un percorso che avrebbe plasmato il suo corpo dandole l’aspetto che lei desiderava. La metamorfosi di genere è un percorso lento e difficile, che richiede una grande forza d’animo e il sostegno delle persone care, ma se dovesse mancare una di queste componenti, tutto potrebbe risultare agli occhi di chi si appresta ad iniziare questo cammino, impossibile. Se, poi le persone vicine in questione sono i propri genitori, che al contrario di comprendere ed amare il proprio figlio al di sopra delle loro originarie aspettative, si mostrassero ostili, il soggetto in questione potrebbe scivolare in uno stato depressivo che potrebbe condurlo a compiere gesti estremi. Leelah lo ha fatto, ha deciso di porre fine alla sua esistenza, prima però ha scritto sul suo blog un messaggio straziante che dovrebbe far riflettere tutti i perbenisti, in quanto nessuno può giudicare o denigrare una persona per via del suo orientamento sessuale. In basso è riportato il suo ultimo post, vi invito a leggerlo fino in fondo, perché il suo sacrificio, non resti solo una macchia di sangue sulla bandiera arcobaleno simbolo della comunità LGBT, ma sia motivo di riflessione per questa società bigotta che vivendo in funzione degli stereotipi, si ostina a calpestare la libertà di scelta di chi vive in maniera diversa dalla propria.

“Se state leggendo questo messaggio, vuol dire che mi sono suicidata e quindi non sono riuscita a cancellare questo post programmato.
Per favore, non siate tristi, è meglio così. La vita che avrei vissuto non sarebbe stata degna di essere vissuta… perché sono transessuale. Potrei entrare nei dettagli per spiegare perché lo penso, ma questa lettera sarà già abbastanza lunga così. Per farla semplice, mi sento una ragazza intrappolata nel corpo di un ragazzo da quando avevo quattro anni. Per molto tempo non ho saputo dell’esistenza di una parola per definire questa sensazione, né che fosse possibile per un ragazzo diventare una ragazza, così non l’ho detto a nessuno e ho semplicemente continuato a fare cose convenzionalmente da maschi per cercare di adattarmi.
Quando avevo 14 anni ho imparato cosa volesse dire la parola “transessuale” e ho pianto di gioia. Dopo dieci anni di confusione avevo finalmente capito chi ero. L’ho detto subito a mia mamma e lei ha reagito molto negativamente, dicendomi che era una fase, che non sarei mai stato davvero una ragazza, che Dio non fa errori e che ero io a essere sbagliata. Se state leggendo questa lettera: cari genitori, non dite così ai vostri figli. Anche se siete cristiani o siete contro i transessuali, non dite mai questa cosa a nessuno: specialmente ai vostri figli. Non otterrete niente a parte far sì che odino se stessi. È esattamente quello che è successo a me.

Mia mamma ha iniziato a portarmi da terapisti ma solo da terapisti cristiani, tutti con molti pregiudizi, quindi non ho mai avuto le cure di cui avrei avuto bisogno per la mia depressione. Ho solo ottenuto che altri cristiani mi dicessero che sono egoista e sbagliata e che avrei dovuto cercare l’aiuto di Dio.
Quando avevo 16 anni mi sono resa conto che i miei genitori non mi avrebbero mai aiutata, e che avrei dovuto aspettare di compiere 18 anni per iniziare qualsiasi terapia e intervento di transizione, cosa che mi ha davvero spezzato il cuore. Più aspetti, più la transizione è difficile. Mi sono sentita senza speranze, sicura che avrei passato il resto della mia vita con le sembianze di un uomo. Quando ho compiuto 16 anni e ho capito che i miei genitori non avrebbero dato il loro consenso per farmi iniziare la transizione, ho pianto finché non mi sono addormentata.
Ho sviluppato nel tempo una specie di atteggiamento “vaffanculo” verso i miei genitori e ho fatto coming out come gay a scuola, pensando che forse sarebbe stato più facile così un giorno dire che in realtà sono transessuale. Per quanto la reazione dei miei amici sia stata buona, i miei genitori si sono arrabbiati. Hanno pensato che volessi compromettere la loro immagine e che li stessi mettendo in imbarazzo. Volevano che fossi il classico piccolo perfetto ragazzo cristiano e ovviamente non era quello che volevo io.
Quindi mi hanno tirato via dalla scuola pubblica, mi hanno sequestrato il computer e lo smartphone e mi hanno impedito di frequentare qualsiasi social network, isolandomi così completamente dai miei amici. Questa è stata probabilmente la parte della mia vita in cui sono stata più depressa, e sono ancora stupita di non essermi uccisa già allora. Sono stata completamente sola per cinque mesi. Nessun amico, nessun sostegno, nessun amore. Solo la delusione dei miei genitori e la crudeltà della solitudine.

Alla fine dell’anno scolastico i miei genitori finalmente mi hanno restituito il mio smartphone e mi hanno permesso di tornare sui social network. Ero felicissima, finalmente potevo riavere indietro i miei amici. Ma solo all’inizio. Alla fine mi sono resa conto che anche a loro non importava molto di me, e mi sono sentita persino più sola di quanto fossi prima. Piacevo agli unici amici che pensavo di avere per il solo motivo che mi vedevano per cinque giorni ogni settimana.
Dopo un’estate praticamente senza amici unita al peso di dover pensare al college, di risparmiare per quando avrei lasciato casa, di tenere alti i miei voti, di andare in chiesa ogni settimana e sentirmi di merda perché in chiesa tutti sono contrari a quello che sono, ho deciso che ne ho abbastanza. Non completerò mai nessuna transizione, nemmeno quando andrò via di casa. Non sarò mai felice con me stessa, col modo in cui appaio e con la voce che ho. Non avrò mai abbastanza amici da esserne soddisfatta. Non troverò mai un uomo che mi ami. Non sarò mai felice. Potrò vivere il resto della mia vita come un uomo solo che desidera essere una donna oppure come una donna ancora più sola che odia se stessa. Non c’è modo di averla vinta. Non c’è via d’uscita. Sono già abbastanza triste, non ho bisogno di una vita ancora peggiore di così. La gente dice che “le cose cambiano” ma nel mio caso non è vero. Le cose peggiorano. Le cose peggiorano ogni giorno.

Questo è il succo, questo è il motivo per cui mi sento di uccidermi. Mi dispiace se per voi non sarà abbastanza una buona ragione, lo è per me. Per quel che riguarda le mie volontà, voglio che il 100 per cento delle cose che possiedo sia venduto e che il denaro (più i soldi che ho da parte in banca) siano donati a un movimento per il sostegno e per i diritti delle persone transessuali, non importa quale. L’unico momento in cui riposerò in pace arriverà quando le persone transessuali non saranno più trattate come sono stata trattata io: quando saranno trattate da esseri umani, con sentimenti validi, sinceri e legittimi, e con dei diritti umani. La mia morte deve significare qualcosa. La mia morte dev’essere contata tra quelle dei transessuali che si sono suicidati quest’anno. Voglio che qualcuno guardi a quel numero e dica “questa cosa è assurda”, e si occupi di sistemarla. Sistemate la società. Per favore.
Addio”.

(Leelah) Josh Alcorn

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