ITALIA – Gallura: percorso al femminile fra mito, storia e devozione

di Laura Candiani (testo e foto)

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FOTO 0. La Gallura

La Gallura (Gaddura in gallurese, Caddura in sardo) è la parte all’estremo nord della Sardegna e costituisce una regione storica e geografica comprendente ventuno comuni, dei quali venti appartenenti alla provincia di Olbia-Tempio, uno (Viddalba) a quella di Sassari. Il nome ha una origine incerta; secondo alcune teorie deriverebbe da una popolazione seminomade preromana, per altre dal gallo sullo stemma pisano dei giudici Visconti, oppure sembra significhi “rocciosa, sassosa” e in effetti -sia nella parte propriamente costiera sia nell’interno ricco di rilievi montuosi- le conformazioni bizzarre delle rocce rendono questa area straordinariamente pittoresca: quelle di Capo Testa, ad esempio, fecero esclamare al celebre scultore Henry Moore: «Ho trovato chi sa scolpire meglio di me!» E poi la roccia dell’Orso, l’incredibile Valle della Luna, i massicci granitici modellati dal vento, dal mare e dalle piogge nel corso di millenni. Affascinante la vegetazione, che unisce oleandri, macchia mediterranea, boschi di querce da sughero, pinete e olivi millenari. Una terra aspra, spesso battuta dal maestrale, come la vicinissima Corsica con cui ha molte somiglianze (anche linguistiche), ma piena di colori e profumi, specie durante la primavera.

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Arzachena

  1. via Eleonora d’Arborea. La figura di Eleonora è talmente immensa da meritare ben più di un cenno, ma è sempre opportuno ricordare colei che – in un mondo totalmente maschile – per quasi vent’anni portò avanti il sogno irredentista del padre Mariano IV che avrebbe voluto unificare la Sardegna in un unico regno. E’ anche colei che in anni lontanissimi (intorno al 1392), con la Carta de Logu (rimasta in vigore in Sardegna fino al 1827) fa segnare una tappa fondamentale del diritto. La Carta – di 198 articoli- presenta straordinarie novità come la distinzione fra dolo e colpa, la centralità del bene comune, la mancanza totale di leggi contro ebrei ed eretici, il rifiuto della vendetta privata, i risarcimenti in denaro a una donna violentata (il matrimonio è previsto solo se LEI è d’accordo), la collegialità della giustizia; emerge inoltre, fra le righe, l’assenza di rapporti feudali, comune a tutta la Sardegna ed eredità del modello bizantino.Secondo Carlo Cattaneo Eleonora «è la figura più splendida di donna che abbiano le storie italiane, non escluse quelle di Roma antica».
  2. via Regina Elena. Elena del Montenegro (Cettigne 8.01.1873-Montpellier 28.11.1952) fu moglie di Vittorio Emanuele III di Savoia; bella donna, molto alta e robusta, dette nuova linfa al sangue malato di emofilia dei Savoia e fu madre di cinque figli, fra cui Umberto II, il “re di maggio”. Regina dal 1900 al ’46, riservata, amante delle arti, dotata per le lingue, attiva e generosa verso il suo popolo, ricevette la laurea “honoris causa” in Medicina e fu molto apprezzata per la sua dedizione alle opere caritatevoli e assistenziali tanto che Pio XI le conferì la “Rosa d’oro della cristianità” e nel 2001 è stata nominata “Serva di Dio”.

La storia ha lasciato profonde tracce che precedono la civiltà nuragica: questa area fu abitata dall’uomo fin dal neolitico e la sua posizione certamente favorì gli scambi con il continente, passando attraverso l’arcipelago toscano: doveva essere, infatti, il corridoio dell’ossidiana e della ceramica, l’oro nero e l’oro bianco dell’antichità. Qui si trovano nuraghi importanti, tombe, siti in parte ancora da studiare; i Romani -mai del tutto tranquilli in Sardegna e circondati dal pericolo costante di rivolte -trovarono il modo di sfruttarne l’abbondanza di granito: sulla spiaggia delle Colonne sono ancora ben visibili gli abbozzi di quelle abbandonate, là dove ora giocano i bambini in acque calme e piatte come meravigliose piscine naturali. I Pisani lasciarono evidenti impronte nell’architettura religiosa e gli Aragonesi nelle imponenti strutture difensive. I Piemontesi -con i loro ingegneri militari- hanno tracciato l’urbanistica di alcune cittadine (Santa Teresa), costruite a scacchiera con le strade perfettamente rettilinee che si incrociano, mentre le case talvolta mantengono la tipica struttura gallurese a un solo piano.

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Aglientu

  1. piazza Sirenella (villaggio Rena Majore). La piazzetta centrale del villaggio (in cui quasi tutti i nomi di strade sono legati al mare oppure alla vegetazione) è dedicata alla Sirenella, con esplicito riferimento nell’immagine di ceramica dipinta alla Sirenetta di Andersen più che alle sirene che incantarono Ulisse.

Oggi è la regione con il più alto reddito pro-capite della Sardegna grazie ad una florida economia in parte ancora agro-pastorale e all’importante risorsa del turismo, non solo perché comprende l’arcipelago della Maddalena, la Costa Smeralda e note località come Budoni e San Teodoro, ma anche per la costa in gran parte incontaminata; afferma il giornalista Beppe Severgnini, abituale frequentatore di Rena Majore: «ancora oggi penso che i venti chilometri tra Santa Teresa e Vignola siano il tratto di mare più spettacolare, affascinante – e rispettato- del Mediterraneo».

Venendo alla odonomastica, emergono alcuni elementi interessanti: per primo la presenza quasi ovunque di due nomi ricorrenti in Sardegna, ovvero Grazia Deledda ed Eleonora d’Arborea; il secondo dato si riferisce alle intitolazioni di tipo devozionale; alle Madonne (d’Itria, di Pompei, del Carmelo) si affiancano le sante di epoca e provenienza davvero varia: Caterina, Rita, Lucia, Anna, Chiara, Cecilia, Ilaria, Giusta, Degna, Barbara, Agnese, Margherita fino alla marchigiana Maria Goretti e alla lucchese Gemma Galgani, a testimoniare una fede popolare che si è rinnovata nel tempo. Un terzo elemento riguarda il frequente ricordo delle donne della famiglia Savoia: dalla amata prima regina degli Italiani, Margherita, alla regina Elena, fino alle principesse Iolanda e Mafalda, morta nel lager di Buchenwald nel ’44. Altre presenze sono legate al periodo risorgi-mentale: Anita Garibaldi (alla Maddalena, a Tempio Pausania e a Olbia) e la fervente patriota mazziniana Giuditta Bellerio Sidoli (Olbia); rimandano alla Resistenza e alla storia più recente i nomi di Nilde Iotti (Olbia) e Luigina Comotto, fucilata a settanta anni il 1° novembre del ’44 (Tempio Pausania). Un altro dato riguarda le donne attive in vari ambiti culturali: oltre alla già ricordata Deledda, compare più volte Maria Montessori, cui si affiancano la pittrice Artemisia Gentileschi, l’attrice Eleonora Duse, la cantante folk Maria Carta, la studiosa locale Maria Azara, autrice di un libro sulle tradizioni galluresi edito nel 1943. Nei comuni di Santa Teresa, Palau, Golfo Aranci, Aglientu fanno poi la loro comparsa nomi tratti dal mito e dall’epica: troviamo, infatti, Penelope, la maga Circe, la ninfa Calipso, Clitemnestra, Galatea, le Sabine, Sirenella (forse più fiabesca e disneyana nella raffigurazione che si accompagna al nome, nel villaggio di Rena Majore).

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Santa Teresa di Gallura

  1. via Circe (località Conca Verde). Secondo una credenza popolare presso il vicino Porto Pozzo si troverebbe il mitico paese dei Lestrigoni, giganti antropofagi che nell’”Odis-sea” distrussero la flotta di Ulisse e uccisero tutti gli uomini, eccetto quelli della sua nave, rimasta fuori dal porto. Proseguendo il viaggio Ulisse avrebbe incontrato nell’isola di Eea la maga Circe che li trasformò in animali. La maga fa parte della mitologia greca e, oltre che nel poema omerico, compare anche nel mito degli Argonauti.
  2. via Calipso (località Conca Verde). La ninfa (o dea del mare) vive nell’isola di Ogigia e trattiene Ulisse presso di sé per sette anni, promettandogli inutilmente l’immortalità.
  3. via Nausicaa (località Conca Verde). La fanciulla -figlia del re dei Feaci- soccorre l’eroe omerico e lo aiuta a ripartire fornendogli una nave.
  4. via Penelope (località Conca Verde). Ulisse,  dopo mille peripezie, riesce a ritornare a Itaca e alla amata sposa che lo ha atteso fedelmente per venti lunghissimi anni.
  5. via Maria Teresa. La cittadina di Santa Teresa fu fondata nel 1808 per controllare il contrabbando lungo la costa (Bocche di Bonifacio) e creare un avamposto contro le mire espansionistiche di Napoleone; era l’epoca del re Vittorio Emanuele I di Savoia che la volle dedicare (attraverso la santa omonima) alla moglie, Maria Teresa d’Austria-Este (1773-1832).
  6. biblioteca comunale Grazia Deledda. Grazia Cosima Deledda (Nuoro 27.09.1871-Roma 15.08.1936) è stata l’unica italiana a ricevere il premio Nobel per la letteratura (1926). Nelle sue opere la Sardegna non è altro che uno spaccato del mondo e dell’eterno conflitto fra male e bene: i drammi sono gli stessi ovunque; scrive: «L’uomo è, in fondo, uguale dappertutto». I suoi romanzi della maturità (Canne al vento, Elias Portolu, La madre, L’edera, Marianna Sirca) sono spesso incentrati sul senso di colpa, sulla potenza del peccato, sulla forza implacabile del destino, sul caos morale, ma «i suoi colpevoli e i suoi delinquenti» – scrisse Momigliano – incutono in noi lettori un «interesse intenso», «rispetto», «senso di pietà e di elevazione»: la colpa non viene rappresentata in modo superficiale o semplicistico, ma porta «a meditare sul drammatico destino che a tutti è imposto di peccare per poter sapere veramente che cosa è il bene e che cosa è il male». Sempre Momigliano ebbe a dire: «Nessuno dopo il Manzoni ha arricchito e approfondito come lei, in una vera opera d’arte, il nostro senso della vita».
  7. via e piazza Santa Lucia. In alto rispetto al paese, sul lato est, vicino all’antico mulino a vento, sorge la graziosa chiesetta di Santa Lucia nella piazza omonima. La devozione per la martire siracusana (283-304) -uccisa durante le persecuzioni di Diocleziano- è presente ovunque nei paesi cattolici e ortodossi, ma anche presso i luterani in Svezia; è la patrona di molte città e protettrice degli occhi e degli oculisti. Si festeggia il 13 dicembre, secondo la credenza popolare “il giorno più corto dell’anno”.

Per concludere, merita una breve riflessione a parte l’odonomastica di Olbia: quarantatré donne ricordate a fronte di 484 uomini, ma che donne! Oltre ai nomi citati e alle undici sante, vanno per forza evidenziate alcune scelte interessanti e poco comuni, iniziando dalla medica Ernestina Paper, prima laureata dopo l’unità (1877); troviamo poi la scienziata Maria Sklodowska Curie (unica ad aver ottenuto il Nobel in due diversi campi: la fisica e la chimica), le scrittrici Joyce Lussu, Maria Bellonci, Jane Austin, Matilde Serao, Sibilla Aleramo, e infine due giovani vittime della violenza di diversa matrice: la poliziotta Emanuela Loi e la giornalista Ilaria Alpi.

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La Maddalena

piazza Santa Maria Maddalena. Qui sorge la chiesa parrocchiale, dedicata alla patrona dell’isola; i lavori per la costruzione iniziarono nel 1780, ma poi nel 1814 l’edificio ebbe una radicale trasformazione in stile neoclassico; in seguito subì ampliamenti e rimaneggiamenti, fino al recente ripristino della vecchia facciata e l’eliminazione di stucchi e affreschi.

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Tempio Pausania

via Madonna di Pompei. Il santuario a Pompei -dedicato alla Beata Vergine del Rosario- è uno dei più visitati del culto mariano con quattro milioni di pellegrini all’anno; i lavori di costruzione iniziarono l’8 maggio 1876 per volere del beato Bartolo Longo e della pia contessa Marianna de Fusco. Per rinvigorire presso i fedeli la pratica del rosario si cercò un dipinto adatto che fu trovato in un convento napoletano, in pessime condizioni; tuttavia, dopo vari restauri, la tela ora mostra l’opera di un valente artista della scuola di Luca Giordano e l’immagine continua a essere venerata come miracolosa




SPAGNA – Sulle strade di Barcellona

Di Ina Macina

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FOTO 1 – BARCELLONA (skyline)

Barcellona ha celebrato l’8 marzo con una serie di iniziative che mantengono viva l’attenzione, solitamente già alta, sulle questioni femminili.

A livello istituzionale, oltre ad associazioni e centri che non operano in una esclusiva prospettiva di genere ma che comunque la includono sotto l’ombrello del loro attivismo civico, la città accoglie una spaziosa costellazione di organismi, spesso in congiunzione tra loro, che lavorano su tutti gli aspetti della condizione femminile.

Ricordiamo, tra gli altri, l’Observatori Cultural de Gènere, il Centre de Cultura de Denes Francesca Bonnemaison, il Centre Dona i literatura (sede della Cattedra Unesco Donne, Sviluppo e Cultura, all’interno della Universitat de Barcelona) e l’Institut Català de les Dones-Generalitat de Catalunya.

Quest’ultimo è stato promotore del progetto ‘Carrers de dones’, uno strumento di mappatura digitale che raccoglie tutti i luoghi pubblici dedicati a donne e consente di effettuare ricerche nominative e approfondire la storia della dedicataria.

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Il giornale LaVanguardia ha stilato inoltre un elenco online con le donne che si sono particolarmente distinte nella storia e nella vita culturale del Paese, tra cui emergono i casi di ‘Josefa Sol – la paisana’ (Josefa Subirats), ‘Curandera de personas y animales’ e della scrittrice Caterina Albert, autrice del magniloquente ‘Solitudine’, che si firmava con il maschile Víctor Català. Il libro, di una scrittura potente, è un monumento alla cultura e alla lingua catalana percorso da vene di vibrante femminismo. La dittatura franchista ne ha vietato per decenni la diffusione.

Lo stesso quotidiano, nell’ottobre 2014, ha lanciato un appello alla cittadinanza affinchè emergessero altri nomi di donne cui dedicare nuove vie. http://www.lavanguardia.com/participacion/20140929/54416457074/mujer-mereceria-calle-nombre.html

Nelle strade del centro cittadino dominano incontrastate le intitolazioni a figure religiose. Sant’Eulalia è la dedicataria della cattedrale di Barcellona, cuore pulsante del Gotico, area completamente restaurata nel corso del Novecento e oggetto di un’efficace promozione turistico-culturale.

Eulalia (‘colei che parla bene’) è venerata come la patrona di Barcellona; nell’omonima ‘baixada’, una vicina strada in forte pendenza, si dice che abbia subito un martirio chiusa dentro una botte con pezzi di vetro.

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FOTO 3. BAIXADA DE SANTA EULALIA.

A santa Caterina è intitolato uno dei mercati di Barcellona. Dei trenta mercati alimentari della città, è stato il primo coperto, e forse tra i più famosi, e prende il nome dall’antico convento domenicano che sorgeva nello stesso luogo.

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FOTO 4. MERCATO DI SANTA CATERINA

La via dedicata a Santa Lucia costeggia la cattedrale e si innesta in un tessuto viario su cui sorgono numerosi edifici di rilevanza religiosa (chiese e conventi) e civile (palazzo del comune e della ‘Generalitat’). Sulla strada insiste anche l’archivio storico della città di Barcellona, tra il Palazzo Episcopale e l’Archivio Capitolare della Cattedrale; tutti questi edifici godono di cortili e chiostri magnifici.

A dicembre, la piazza antistante la cattedrale ospita un mercato dedicato alla stessa santa.

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FOTO 5. FIERA DI SANTA LUCIA

Come proporre nomi se non si conosce la loro storia?

Barcellona si è attivata su questo versante, inaugurando, per esempio, un ciclo di incontri, conferenze e documentari dedicato alle donne che hanno avuto un ruolo nella storia della città.

La toponomastica fa emergere, dunque, delle dinamiche strettamente legate tra loro: partendo da un problema di percezione, ovvero lo squilibrio della presenza femminile anche nei luoghi pubblici, solleva a sua volta il problema della conoscenza, dell’informazione e del mancato riconoscimento; fenomeni che rimandando anche alla resistenza nei confronti del femminile, una sfiducia che, nel tempo, ha cercato di ricacciare le donne all’interno dell’ambito domestico, ostacolandone la presenza nel mondo della storia, della cultura, della scienza, della politica…

Resta tuttavia più frequente, ovunque, l’incontro con intitolazioni religiose piuttosto che laiche.

Juliana Morell, definita ‘umanista’ per la sua imponente formazione umanistica, laureata in giurisprudenza, prese i voti nel 1610.

La piazza a lei dedicata si trova in una zona poco frequentata anche se vicina a un grosso centro commerciale.

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La vicenda di Madrona si colloca tra leggenda e storia. Nata a Salonicco (o, secondo altre fonti, approdatta nella città greca da Barcellona) nel III secolo D.C., la ragazza comincia a lavorare presso la casa di una signora i cui maltrattamenti culmineranno con la morte di Madrona, cristiana devota. In odore di santità, le reliquie diventano oggetto di culto da parte dei fedeli fino al X secolo, quando, per arginare le forme di devozione cristiana, vendono vendute a dei mercanti in viaggio verso la Francia. Durante la navigazione, una tempesta costringe l’imbarcazione a riparare sulla costa nelle vicinanze di Barcellona; gli uomini leggono nella tempesta la volontà della santa di rimanere in territorio iberico, e quindi il corpo viene trasladato in un eremo da cui si diffonde il culto. Secondo alcune fonti la diversa dislocazione del luogo di culto delle due sante più venerate (insieme alla Mare de Déu de la Mercè) ha un significato ‘spaziale’ preciso, in quanto Sant’Eulalia si trova nel centro della città mentre il primo luogo di culto di Madrona si trova in una zona limitrofa – a Montjuïc, l’altura che ‘protegge’ Barcellona.

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Merrell, Capmany, Institut Català de les Dones si dislocano in una zona spiccatamente multiculturale, vivace e centrale, il Raval, dove sono sorti molti centri culturali (biblioteche, cineteche, musei, etc..) che hanno agito sulla riqualificazione del quartiere.

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FOTO 8-9 MERRELL

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FOTO 10 FLORISTES DE LA RAMBLA

La Rambla, ancora oggi costellata da chioschetti di fiori e di mercanzia varia, separa questa zona da quella sopra descritta. Poco distante, una stradina ricorda le fioraie che vi lavoravano.

LaVanguardia scrive di Maria Aurèlia Capmany: ‘scrittrice e assessora alla Cultura di Barcellona. Scrittrice prolifica e dai molti registri: romanzi, saggi, attrice e direttrice di teatro e cabaret… La sua opera ha uno spiccato carattere femminista ed il suo linguaggio, in generale, è semplice e diretto. Tra le sue opere, Un lloc entre els morts, Feliçment jo sóc una dona, El comportamiento amoroso de la mujer o Dona, doneta, donota. È stata assessora per la Cultura per il PSC a Barcellona tra il 1983 e il 1983. La città le dedicò una strada a dicembre del 1996’.

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Sulla mappa digitale viene segnalata anche la piazzetta ‘Anna Murià’, alle spalle del Teatro Principale; purtroppo non esiste nessuna targa – o è stata rimossa e mai più risistemata – a indicare questo slargo secondario e abbastanza degradato.

Sebbene la scelta degli abbinamenti tra strade e personaggi lasci trapelare una residuale marginalità della donna nella memoria collettiva, negli ultimi anni Barcellona sta investendo moltissimo nella lotta agli stereotipi di genere con oculate operazioni di recupero e valorizzazione culturale.

Non è dunque possibile pensare a un’azione che non tragga origine e motivazione da uno sforzo corale e che non pensi a un risultato integrato; la specificità degli ambiti di intervento – come Barcellona dimostra – sono la base solida da cui partire e dare finalmente valore al concetto – tanto nobile quanto abusato – di ‘rete’.

 




ITALIA – Sulle strade di Faenza

Di Monalisa Valmori

Quante volte avrò percorso le strade della mia città? Per anni ho guardato le stesse piazze, i corsi, i viali, le vie e i vicoli più reconditi del centro storico posando gli occhi sulle targhe di ceramica che contrassegnano questi luoghi. I nomi che si leggono, così per abitudine, restano nomi ma è quando ci si inizia a porre domande che diventano storia! Certo direte che non è poi questa grande scoperta, ma non crediate sia così facile. Ad esempio Domenico Baccarini lo conosciamo tutti o quasi, ma provate un po’ con Caterina Folli. “Ma Caterina Folli chi è ?” E poi perché a Faenza c’è un corso Giuseppe Garibaldi e neanche una via intitolata ad Anita Garibaldi?

Anche a Faenza di sante per le vie ne annoveriamo tante: Santa Lucia, Sant’Orsola, Orto Sant’Agnese, Santa Maria dell’Angelo, Santa Maria ad Nives, Sant’Umiltà.

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Umiltà

Quest’ultima, nata in città nel 1226 con il nome di Rosanese Negusanti, merita attenzione.

Nonostante la sua natura mistica accettò di sposare un nobile faentino, ma dopo la disgrazia della morte di due figlioli appena nati, si ritirò a vita monastica dove proprio per la sua presenza sempre servizievole nelle occupazioni più umili ricevette il nome di Suor Umiltà. Gli interventi divini che la videro protagonista e le prime documentate miracolose guarigioni da lei compiute la posero all’attenzione dei Monaci Vallombrosani che le offrirono quella vita da eremita, da lei desiderata, ospitandola in una celletta dove poteva dedicarsi totalmente tra digiuni e penitenze alle preghiere e alle letture delle Sacre Scritture. L’esempio monastico di Suor Umiltà attirò religiose a vivere come lei e in sua vicinanza, tanto da indurre l’allora Vescovo di Faenza ad assegnare a questa suora fuori dall’ordinario e alle sue devote un convento abbandonato affinché potessero costituire una nuova comunità religiosa. Pare che tale decisione avesse però spaventato molto Suor Umiltà tanto che per indurla a uscire dalla sua volontaria clausura si rese necessario abbattere un muro della sua cella e condurla alla nuova destinazione in processione. Quando la conoscenza delle sue doti taumaturgiche valicò i confini della Romagna venne invitata a fondare altri monasteri a Venezia come a Firenze. Scelse Firenze e vi si recò sola e a piedi per l’antica strada brisighellese tutt’altro che agevole e piena di insidie, ma la sua fama era conosciuta perfino ai temuti briganti che la riconobbero e le offrirono il loro aiuto. Al suo arrivo il Vescovo di Fiesole le concesse l’area dove ora a Firenze esiste via Faenza. Madre Umiltà fondatrice delle Monache Vallombrosane morì nel maggio 1310: venne confermata Beata nel 1720 e poi Santa nel 1948.

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Convertite

Ritornando alla Faenza odierna si rimane ancora in ambito religioso con via Convertite, in luogo di un podere assegnato di proprietà alle suore Francescane, denominate anche Convertite poiché il monastero accoglieva, togliendole dalle miserie della strada, le povere donne di malaffare. L’istituzione religiosa, fondata nel 1528, venne poi soppressa dai francesi insieme a molte altre nel 1798.

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Micheline

Troviamo poi una via Micheline, che deve il nome a un orfanotrofio femminile gestito dalle religiose omonime, e un Vicolo delle Vergini, dal nome con cui venivano appellate le monache cistercensi di Santa Lucia che vivevano nel monastero sito in quello stesso luogo.

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Vergini

All’inizio del secolo scorso risale l’intitolazione di una via a Diamante Torelli, una giovinetta ventenne all’epoca in cui Cesare Borgia con le sue truppe avanzava alla conquista della Romagna. Il condottiero arrivato a Faenza trovò una città decisa a opporsi con una difesa a oltranza. Parteciparono alla resistenza anche le donne e tra di loro Diamante si distinse per il coraggio, ricacciando un invasore nella fossa sottostante le mura con un colpo di mazza.

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Torelli

Cercando notizie di Caterina Folli, accennata all’inizio di questa ricerca, ho scoperto essere stata praticamente una antesignana della moda! Caterina (1772 – 1835) era una tessitrice abile ed ebbe per prima l’intuizione di lavorare al telaio filati diversi ottenendo una tela di cotone e lino, alternando al colore bianco il turchino, realizzando così il cosidetto “rigatino” la cui produzione nell’800 incrementò lo sviluppo dell’industria tessile a Faenza tanto da divenire una delle nuove attività principali insieme all’ebanisteria ed al ferro battuto.

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Folli

Una piazza è intitolata a Suor Teresa Rampi (1757 – 1839), fondatrice del nuovo educandato di Santa Chiara.

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Rampi

Dal 1999, la pista ciclopedonale lungo l’argine sinistro del fiume Lamone è intitolata ad Amalia Fleischer. Nacque a Vienna nel 1885 da famiglia ebrea di elevata condizione sociale. Suo padre, diplomatico dell’Impero Austro-Ungarico, la portò a vivere prima a Innsbruck e poi a Merano ma quando questa città passò all’Italia i Fleischer vennero privati dei loro beni e ciò determinò la morte per crepacuore del padre seguita a breve da quella della madre. Rimasta sola Amalia si avvicinò al cattolicesimo e a 25 anni fu battezzata. Aveva una laurea in giurisprudenza, un’ottima conoscenza delle lingue straniere, nonché interessi in ambito artistico quando si traferì a Roma ed ebbe modo di conoscere l’allora preside dell’Istituto Magistrale di Santa Chiara a Faenza che le offrì un posto di insegnante proprio presso tale scuola. A Faenza si dedicò quindi all’insegnamento fino a che le leggi razziali lo permisero poi subì la triste sorte dei deportati ad Auschwitz, dove morì a 58 anni.

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Fleischer

All’Istituto di Santa Chiara ottenne il diploma di maestra Rosa Casadio (1913 – 1972), che si laureò poi in lettere con una tesi su Pascoli e insegnò al Liceo Classico Torricelli di Faenza. Le è stata dedicata una via come prima e unica donna ad essere eletta Consigliera comunale nel 1946: incarico che portò avanti insieme all’attenzione assistenziale ai bisognosi.

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Casadio

Oltre alle quattordici vie sopra descritte, si aggiunge la strada della vicinissima frazione di Granarolo Faentino intitolata a Maddalena Venturi (1860 – 1935), artista di una consuetudine tipica in Romagna, la decorazione dei carri agricoli una volta trainati dai buoi. Imparò l’arte dalla famiglia Chini, a cui apparteneva la moglie dello zio materno, e ne ereditò la conduzione della bottega artigiana. Le sue immagini erano caratterizzate da curatissime decorazioni floreali che incorniciavano figure sacre. Acquistava personalmente i colori a vernice e tutto ciò che le necessitava per la sua arte a Bologna e in circa quindici giorni di lavoro riusciva a dipingere un carro sul quale era solita apporre la dicitura “Maddalena Venturi dipinse”.  Nel 1911, all’Esposizione d’Arte Etnografica a Roma vinse la sua prima medaglia d’oro.

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Venturi

Recentemente una grande spinta urbanistica ha prodotto lo sviluppo di nuovi quartieri in città ma la Commissione comunale preposta alla toponomastica per ora non ha aumentato il numero delle vie intitolate al femminile. È stata avanzata in Consiglio Comunale a fine 2014 la richiesta di intitolazione a Oriana Fallaci. Staremo a vedere.

Per il momento la percentuale nel comune di Faenza delle vie dedicate alle donne è al di sotto del 4%, come da media nazionale