ITALIA – Le corti femminili e maschili di Venezia e Mestre

di Nadia Cario

 A Mestre, nel rione di Viale San Marco, esistono due quartieri chiamati Corti femminili e Corti maschili. Ideati nel dopoguerra per rispondere al sovraffollamento del centro storico di Venezia, l’intenzione di realizzare questo villaggio nasce dall’idea di ricreare il paesaggio urbano veneziano in terraferma, con case aperte sulle corti che da sempre hanno facilitato la socializzazione, per consentire alle persone che dovevano abbandonare Venezia, di poter ritrovare a Mestre condizioni simili di vita.

Il progetto viene realizzato a metà degli anni ’50.

Le Corti femminili intorno a cui vengono costruite le case – sviluppate al massimo su due piani, con ampie corti collegate da calli – hanno i nomi di figure tratte dalle opere del drammaturgo veneziano Carlo Goldoni, che nel suo teatro ha introdotto un linguaggio preso dalla quotidianità, dando voce a popolane piene di freschezza e vitalità: attive, vivaci, intraprendenti che agiscono amministrando e curando interessi e reputazione.

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Foto 1 – Corti Femminili

Rosaura è La vedova scaltra, giovane e ricca, che ha vari pretendenti tra i quali sceglie, dopo varie “messe alla prova” da lei ideate, chi le è più fedele.

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Foto 2 – Corte Rosaura

 Mirandolina è la famosa protagonista de La locandiera: fiorentina esuberante, complessa, intelligente, sempre lucida e capace di autocontrollo, riesce a superare ogni ostacolo per badare ai propri interessi assicurandosi benessere economico e mantenendo un costante equilibrio tra reputazione, tornaconto e libertà.

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Foto 3 – Corte Mirandolina

Diverso è il ruolo di Clorinda presente nell’opera Gl’innamorati; è una figura secondaria che si trova ad essere di ostacolo, senza volerlo, tra l’amore di Fulgenzio (presente nelle Corti maschili) e l’innamorata Eugenia, amore che andrà a buon fine.

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Foto 4 – Corte Clorinda

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Foto 5 – Corte Fulgenzio

I personaggi delle opere di Goldoni sono frutto di un’attenta osservazione della realtà veneziana del ‘700 nelle sue multiformi manifestazioni, portando così in scena caratteri che si destreggiano nell’arte di vivere mescolando gioie, dolori, imbarazzi, fraintendimenti e ironia.

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Foto 6 – Corte Marina

Marina, Lunardo e Lucietta sono tre soggetti de I Rusteghi: Lucietta è figlia di Lunardo che ha deciso di farle sposare un giovane senza prima farli incontrare, mentre Marina è la zia del futuro sposo che lo aiuta, attraverso lo stratagemma di farlo travestire da donna, a incontrare la promessa sposa.

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Foto 8 – Corte Lucietta

Goldoni ha dato voce e intelligenza all’agire femminile nel secolo dei lumi: Corallina è La serva amorosa e nella prefazione all’opera l’autore scrive «Non ostante che la mia Serva Amorosa abbia avuto sì bell’incontro a Bologna, a Milano, e a Venezia, non manca a lei la sua critica. Dicesi che Corallina parla più che da Serva, ed opera con troppo ingegno e con troppo fina condotta. Ciò è vero, se tutte le Serve hanno ad essere quelle sciocche, che tali Critici avranno praticato sol tanto; ma io ne ho conosciute delle bene educate, delle pronte di spirito, capaci de’ più difficili, de’ più delicati maneggi. Io non imbarazzo questa mia Serva in cose superiori al femminile talento: ella è una femmina più accorta di molte altre, siccome lo è effettivamente l’Attrice medesima, che ha tal carattere rappresentato.»

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Foto 9 – Corte Corallina

La vivace Smeraldina è la servetta di Clarice nell’opera Il servitore di due padroni che si fa portavoce delle donne, ribadendone l’importanza e denunciando i soprusi degli uomini.

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Foto 10 – Corte Smeraldina

Orsetta la troviamo ne Le baruffe chiozzotte che raccontano del “popolino” di Chioggia: donne sedute per strada a ricamare e cucire che litigano aspettando il ritorno dal mare dei fidanzati pescatori con i quali la gelosia li fa litigare in un crescendo che si conclude poi in lieto fine.

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Foto 11 – Corte Orsetta

Zanetta, oltre ad essere presente in un’opera, è il nome dell’attrice Giovanna Maria Farussi (Venezia 27.8.1707 – Dresda 29.11.1776) detta appunto Zanetta. Questa attrice talentuosa fu anche abile amministratrice dei propri interessi, che gestiva direttamente. Si esibì in Italia e all’estero. A Verona conobbe Goldoni che nel 1734 scrisse per lei La pupilla. Recitò a San Pietroburgo e venne chiamata a Dresda, dove si stabilì definitivamente. Sposò a 16 anni Gaetano: il loro primo figlio fu Giacomo Casanova.

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Foto 12 – Corte Zanetta

Accanto alle figure delle opere goldoniane nel 2012 sono state intitolate due strade delle Corti femminili a importanti letterate del ‘700 veneziano, contemporanee di Goldoni. Anche loro ebbero a che fare con il teatro e le opere teatrali.

Elisabetta Caminer (Venezia 29.7.1751 – Orgiano 7.6.1796) fu editrice, giornalista, letterata, traduttrice e poeta. Grazie all’attività svolta con l’Europa letteraria – foglio di tendenza impegnato a diffondere la letteratura moderna francese e a riunire l’intelligenza italiana contemporanea – e alla traduzione delle commedie francesi – che attraverso la loro rappresentazione in teatro educavano il popolo alla libertà – è stata una delle protagoniste dell’illuminismo veneto e veneziano. Il suo salotto divenne centro di raccolta intellettuale e culturale.

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Foto 13 – Via Elisabetta Caminer

La colta Luisa Bergalli (Venezia 10.04.1703 – 18.7.1779), dalla vita sociale molto intensa, fu poeta, drammaturga, traduttrice e critica letteraria. Spaziò in diversi generi teatrali quali il melodramma, la tragedia, la commedia, frequentando la bottega della pittrice Rosalba Carriera.

A ventidue anni una sua opera venne messa in scena al teatro San Moisè e ne aveva 23 quando debuttò nella critica letteraria con un’antologia dal titolo I componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo, considerata la prima antologia della poesia femminile realizzata da una donna che suggerisce, di fatto, un nuovo canone di lettura.

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Foto 14 – Via Luisa Bergalli

Il personaggio Cristofolo è lo zio di Anzoletto, novello sposo nell’opera La casa nova alle prese con una serie di disavventure.

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Foto 15 – Corte Cristofolo

Lindoro è l’innamorato ricambiato di Zelinda ne Gli amori di Zelinda e di Lindoro. Il loro amore viene contrastato da rivalità e gelosie.

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Foto 16 – Corte Lindoro

 Todero è il nome del vecchio fastidioso della commedia Sior Todero Brontolon che oltre ad essere brontolone è avaro e superbo. Nipote di Todero è la giovane Zanetta (presente nelle Corti femminili) e Giovanna Maria Farussi. La morale della Commedia consiste nel mostrare l’odiosità del protagonista, affinché quelli che si trovano, per loro disgrazia, da questa malattia attaccati, se ne correggano.

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Foto 17 – Corte Todero

Ridolfo è il caffettiere-padrone ne La bottega del caffè: dal centro della piazza vede e partecipa a ciò che succede intorno, prendendosi a cuore la sorte di un giovane mercante che si sta rovinando la vita perdendo tutto al gioco.

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Foto 18 – Corte Ridolfo

Vite che si intrecciano tra realtà, storia e fantasia, riscritte ed esposte sul territorio veneziano.

 

 




ITALIA – Ritrattiste e architette unite dal ponte della creatività nelle vie di Milano

Di Nadia Boaretto

L’incanto dei ritratti di Rosalba Carriera (Venezia, 12 gennaio 1673 – 15 aprile 1757), pittrice squisita, appaga gli occhi e pacifica l’anima. Chi abita nella via a lei dedicata dalla città di Milano dovrebbe avere sempre un libro aperto sul tavolo con le immagini delle sue opere (“La ragazza con pappagallo”, “Caterina Sagredo Barbarigo”, “Allegorie degli Elementi Aria, Acqua, Terra, Fuoco”, le stagioni), per animare il salotto con la presenza di dame seducenti.

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FOTO 1 – Rosalba Carriera (via privata) di Monica Bianchi

Rosalba cominciò la carriera artistica dipingendo sulle tabacchiere figurine graziose che poi traspose nelle miniature su avorio usando una tecnica nuova per il genere, basata sul tratto veloce caratteristico della pittura veneziana. Da giovane ebbe la fortuna di studiare musica e pittura oltre al ricamo, appreso dalla madre merlettaia. Protagonista di un atelier tutto femminile nel quale operavano le sorelle, Angela e soprattutto Giovanna, che si occupava di eseguire le repliche e talvolta le rifiniture, Rosalba contribuì alla formazione di altre celebri pastelliste, Felicita Sartori, l’allieva prediletta, e Marianna Carlevaris, spesso sue collaboratrici nell’intensa produzione. Attorno a loro si riuniva una sorta di cenacolo frequentato da personaggi illustri dell’ambiente artistico e letterario. Si moltiplicavano intanto le committenze: dal duca di Mecklemburgo, da Federico IV di Danimarca, dal principe Augusto di Sassonia, dai duchi di Modena, dalla corte di Vienna, dal re di Francia Luigi XV.
Bene accolta nell’Accademia nazionale di San Luca a Roma, Rosalba entrò inoltre a far parte dell’accademia reale parigina e godette della stima di Antoine Watteau. Il segreto dei suoi ritratti giace nello studio attento dei visi, colti con profondo realismo come nel caso di una anziana signora sui cui lineamenti dolci spicca un porro, umano difetto della pelle.

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FOTO 2 – Rosalba Carriera, autoritratto con la sorella Giovanna

Assai rivelatrice è la serie degli autoritratti, conservati a Venezia al museo del settecento a Ca’ Rezzonico, oppure in collezioni varie, come l’autoritratto della collezione reale di Windsor (1740); altri sono esposti alla Pinacoteca di Dresda Alte Meister.
In essi si legge la sua storia, dalla giovinezza (1709) alla vecchiaia (1746), dopo l’operazione alla cornea che le aggravò i problemi della vista fino alla cecità totale.
Espertissima nella pittura al pastello, Rosalba Carriera stende rapidi tocchi di bianco sopra gli altri colori per ottenere straordinari effetti di luminosità che ben mettono in risalto le pose eleganti, i drappeggi degli abiti adorni di trine e perle, o anche il bell’incarnato di una popolana scelta a rappresentare l’Allegoria dell’Aria, palpitante di grazia e di sensualità. Il ritratto di Caterina Sagredo Barbarigo la mostra a capo lievemente inclinato, con un sorriso un po’ complice, il tricorno sulle ventitré e il manto blu annodato da un nastro rosso.
Il pastello richiede grande abilità e sicurezza nell’esecuzione perché non lascia margine ai ritocchi, essendo impossibile ripassare più volte il colore sulla base già stesa. Il risultato di morbidezza vellutata e vaporosa fu particolarmente apprezzato nel Rococò. Rosalba Carriera scrisse un affascinante trattatello intitolato Maniere diverse per formare i colori nella Pittura che ripercorre i passaggi per ottenere la sua preziosa tavolozza e per applicarla.

L’aveva preceduta nell’arte del ritratto una antesignana non meno celebre, Sofonisba Anguissola (Cremona 1532 ca. – Palermo 1625), appartenente alla nobile famiglia piacentina degli Anguissola e ricordata come una delle prime esponenti femminili della pittura europea, contesa da regnanti e aristocratici.

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FOTO 3 – via Sofonisba Anguissola – Foto di Paola Bortolani

Era la prima dei sette figli di Amilcare Anguissola e di Bianca Ponzoni, entrambi di origine patrizia. Anche quattro sue sorelle, Elena, Lucia, Europa e Anna Maria, divennero pittrici, mentre l’unico fratello, Asdrubale, si dedicò alla musica.
Sappiamo che aspetto aveva Sofonisba grazie agli autoritratti: quello del 1554, conservato al Kunsthistoriches Museum di Vienna; “Autoritratto in miniatura”, Boston, Museum of Fine Arts; “Autoritratto al cavalletto”, 1556, Lancut, Muzeum Zamek e “Autoritratto alla spinetta”, oggi alle Gallerie di Capodimonte, Napoli.
 Si era formata alla scuola del pittore lombardo Bernardino Campi, che ne influenzò lo stile, da lei rivolto all’ambito prediletto della ritrattistica. Altri echi saranno quelli del bresciano Moretto e del bergamasco Moroni. Per Sofonisba il ritratto non fu mai solo l’immagine della persona, ma anche del suo ambiente, degli oggetti allusivi della personalità. Notevole soprattutto l’espressività di occhi e volti, sui quali si esercitò molto, come appare dai numerosi disegni che mettono in pratica la teoria leonardesca dei moti dell’animo, del riso e del pianto come canoni fino ad allora trascurati nella ritrattistica. Sofonisba, ben versata nelle lettere e nella musica, ebbe un ruolo di spicco nella vita artistica delle corti italiane e scambiò una fitta corrispondenza con i più famosi artisti coevi. Fu citata lusinghieramente nelle Vite di Giorgio Vasari grazie a Michelangelo Buonarroti, che ne aveva segnalato il talento dopo aver visto i disegni inviatigli dal padre della giovanissima artista. Fra questi c’era anche un “Fanciullo morso da un granchio”, nel quale la poco più che ventenne Sofonisba aveva colto l’espressione del dolore infantile con un tocco che piacque molto al genio fiorentino. Quella smorfia di dolore riapparirà nel “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio. Nel 1559 Sofonisba giunse alla corte di Filippo II di Spagna come dama di corte della regina Isabella e lì ricoprì il ruolo di ritrattista reale fino alla morte della sua protettrice (1568).

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FOTO 4 – Sofonisba Anguissola, autoritratto alla spinetta

Nel 1573 sposò il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferì in Sicilia nel palazzo Moncada di Paternò. Nel 1578 il marito perì in mare al largo di Capri e Sofonisba decise di trasferirsi in Liguria. Durante il viaggio conobbe il nobile genovese Orazio Lomellini che sposò nel 1579. Per oltre trent’anni la pittrice visse con il marito a Genova proseguendo nell’opera di ritrattista per le famiglie aristocratiche della città e registrando l’influsso del genovese Luca Cambiaso. Tornata a Palermo con il marito nel 1615, continuò a dipingere malgrado un forte calo della vista, che tuttavia nel tempo divenne un impedimento impossibile da superare. La fama della sua arte era comunque già ben consolidata, tanto che il celebre Antoon van Dyck, succedutole come ritrattista ufficiale alla corte spagnola, si dichiarò suo ammiratore e volle incontrarla personalmente, nel 1624, a Palermo, presso la corte del viceré di Sicilia. In tale occasione egli ritrasse Sofonisba, che sarebbe morta l’anno successivo e sepolta a Palermo nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi. Nonostante la lunga carriera artistica, Sofonisba non fu mai pagata in contanti, a differenza dei colleghi maschi, ma solo con doni o rendite, mentre sono documentate le ricompense che per lei ricevettero prima il padre Amilcare e poi il fratello Asdrubale. Destino di donna? L’emancipazione è indubbiamente servita a rendere giustizia “professionale” a coloro che operano nei settori artistici.

Può confermarlo la storia di Gae Aulenti (Palazzolo dello Stella, 4 dicembre 1927 – Milano, 31 ottobre 2012), architetta e designer, nata in provincia di Udine dal pugliese Aldo Aulenti e da Virginia Gioia, napoletana di origini calabresi.

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FOTO 5 – Gae Aulenti

Si forma nella Milano degli anni cinquanta del Novecento, in un clima di ricerca storico-culturale mirata al recupero dei valori architettonici del passato e dell’esistente, che confluirà nel movimento Neoliberty, in reazione al razionalismo.
 Dal 1955 al 1965 Gae collabora alla redazione di Casabella-Continuità sotto la direzione di Ernesto Nathan Rogers. In ambito universitario dal 1960 al 1962 è assistente di Giuseppe Samonà presso la cattedra di Composizione Architettonica all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, e dal 1964 al 1969 di Ernesto Nathan Rogers presso la cattedra di Composizione Architettonica al Politecnico di Milano, avendo così modo di conoscere il giovane Renzo Piano.

Nel 1965 crea la celebre lampada da tavolo “Pipistrello” per Olivetti, che le commissiona poi la showroom di Buenos Aires. Si apre la strada verso la notorietà. Poco dopo Gianni Agnelli le affida la ristrutturazione del suo appartamento milanese in zona Brera ed è l’inizio di un’amicizia che durerà tutta la vita e sfocerà in numerosi progetti.
Nel 1972 Gae partecipa all’esposizione “Italian: the new Domestic Landscape” organizzata da Emilio Ambasz al MoMa insieme ad altri designer e architetti emergenti, tra cui Marco Zanuso e Richard Sapper, Joe Colombo, Ettore Sottsass, Gaetano Pesce, Archizoom, Superstudio, Gruppo Strum e 9999. Da qui in avanti l’ascesa è scontata e comprende collaborazioni teatrali con Luca Ronconi, la direzione artistica della Fontana Arte, legami professionali con i maggiori nomi del design di oggetti d’arredo. Nel privato, termina la lunga relazione con Carlo Ripa di Meana per prendere le distanze dal “craxismo deleterio”.
Tra le sue realizzazioni architettoniche più rilevanti si segnalano, a Parigi, la riqualificazione della Gare d’Orsay adibita a museo e l’allestimento del Museo Nazionale d’Arte moderna al Centre Pompidou. A Tokyo Aulenti realizza l’Istituto Italiano di Cultura, cui seguiranno nel 1985/2004 il Museo nazionale d’arte catalana a Barcellona, nel 1985/86 la ristrutturazione di Palazzo Grassi a Venezia.
Siviglia, Firenze, San Francisco, Gerusalemme e innumerevoli città italiane si avvalgono del suo operato e Milano le affida il riassetto urbano di Piazzale Cadorna.

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FOTO 6 – piazza Gae Aulenti – Foto di Linda Zennaro

Onorificenze e riconoscimenti hanno costellato la carriera di Gae Aulenti, alla quale il 7 dicembre 2012 Milano ha intitolato la nuova grande piazza circolare situata al centro del complesso della Unicredit Tower che domina la stazione Garibaldi.

Le documentazioni relative alle figure di spicco della nostra epoca sono talmente ricche da consentire una conoscenza fin troppo dettagliata della loro vita, aperta passo a passo all’indagine contemporanea. Come un pozzo di San Patrizio non si colmano mai. E più si avvicinano al presente più aumentano di volume. Delle personalità attuali si sa che cosa mangiano e bevono, chi frequentano, com’è la loro casa, tutti aspetti che il passare degli anni, e ancor più dei secoli, metterà poi nella prospettiva della lontananza. Penserà la storia a vagliare il materiale, trattenendo soltanto i dati più rilevanti.

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FOTO 7 – Lina Bo Bardi

Così abbiamo una miriade di notizie su Lina Bo Bardi, all’anagrafe Achillina Bo (Roma, 5 dicembre 1914 – San Paolo, 20 marzo 1992), architetta italiana naturalizzata brasiliana nel 1951. La sua “Casa di Vetro”, nel nuovo quartiere di Morumbi a San Paolo del Brasile, ospita, infatti, l’archivio di “Dona Lina” che rivela su di lei una dovizia di particolari.
Laureatasi in Architettura a Roma, iniziò a lavorare per Domus con Gio Ponti a Milano e aprì poi un suo studio, distrutto nei bombardamenti del 1943. A seguito di ciò divenne un’attivista del Partito Comunista e documentò la distruzione bellica in Italia, partecipando al “Congresso Nazionale per la Ricostruzione” e fondando con Bruno Zevi il settimanale La Cultura della Vita. Dopo la guerra sposò Pietro Maria Bardi con il quale nel 1946 si trasferì in Brasile, dove sviluppò appieno l’estro creativo; nel 1951 completò il suo primo edificio come architetta, la “Casa di Vetro”. Allo stesso anno risale il progetto della Bardi’s Bowl Chair.

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FOTO 8 – piazza Lina Bo Bardi – Foto di Rosa Enini

A Salvador de Bahia Lina scopre che non hanno senso opposti dialettici come modernità/ tradizione, oriente/occidente. Qui incontra l’Africa, l’anima nera del continente iberoamericano, e inizia a lavorare sull’idea ibrida di “arte popolare”; fino a dichiarare che “il tempo lineare è un’invenzione dell’Occidente, il tempo non è lineare, è un meraviglioso accavallarsi per cui, in qualsiasi istante, è possibile selezionare punti e inventare soluzioni, senza inizio né fine”.
Dopo il golpe militare del 1964 torna a lavorare a San Paolo impegnandosi in una serie di mostre e iniziative intese come azioni politico-ideologiche sempre al limite della denuncia sociale. Terminata la dittatura nel 1985, Lina porta a compimento la realizzazione forse più straordinaria della sua carriera, il SESC Pompéia (1977-1986), industria dismessa trasformata in luogo di cultura, socialità e sport, perché, come ebbe a dire, “Non dimentico mai il surrealismo dei brasiliani, la loro inventiva, il loro piacere nello stare insieme, ballare, cantare. Per questo ho dedicato il mio lavoro al Pompéia ai giovani, ai bambini e agli anziani: tutti insieme”.
Questa figura poliedrica, attiva come curatrice, stilista e scenografa, non ha mai caratterizzato i suoi allestimenti per magnificenza o per predominanza tecnologica, ma per la forte volontà di abbattere i confini tra arte e vita, artista e pubblico.




ITALIA – Invito a Chioggia. Con le donne chioggiotte tra rive, calli, ponti – parte prima

di Gina Duse e Giulia Penzo

1.CHIOGGIA 

Lucietta, Orsetta, Libera, Checca, Pasqua… Le protagoniste de Baruffe chiozzotte hanno regalato molta popolarità alle donne di Chioggia. La loro vitalità, esaltata dal Goldoni, non è però l’unica caratteristica del mondo femminile locale. La realtà cittadina è sfaccettata anche per quanto riguarda il sentire delle donne, in relazione alla posizione sociale, e quindi al ruolo e alla rappresentazione culturale. Attraverso una breve ma significativa galleria di ritratti vogliamo rendere conto della pluralità di voci “percepibili” mentre si passeggia per il centro storico di Chioggia. È la nostra prima proposta di un itinerario femminile che comprende non solo nomi celebri ma anche identità “minori”, nella speranza che proprio queste possano ricevere l’attenzione che meritano.

2.CANALE_VENA

Alla porta d’ingresso della città, l’abitazione dei Chiereghin, che si specchia sul canale Vena, ci fa ricordare il Quarantotto, quando Chioggia combatté al fianco di Venezia contro gli Austriaci.

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Educazione patriottica ricevette Antonietta Chiereghin dal padre Ermenegildo. Antonietta nacque a Venezia il 19 gennaio 1845, ma si trasferì a Chioggia nel 1861. Sposatasi con Pasquale De Vellis, professore e preside della Scuola Nautica di Chioggia, seguì il marito a Napoli dove morì il 17 gennaio 1924. Ebbe due figli, Vanina e Mario. Fu traduttrice dal francese e dal tedesco, collaborò per molti anni nella parte letteraria del Roma e del Mattino di Napoli, compose testi per romanze. In relazione epistolare con personalità del mondo culturale e politico, amica di Giuseppe Garibaldi a cui dedicò uno stornello, fu ricordata in morte nell’Almanacco Bemporad 1926. A volte si firmò Antonietta Chiereghin De Vellis da Chioggia.

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Percorriamo il Corso del Popolo, salotto cittadino, fiancheggiato da palazzi. Ai lati si aprono le 73 calli secondo un disegno urbanistico che fa assumere alla pianta della città la caratteristica forma di lisca di pesce. A destra, lo slargo di una calle ci apre la visuale sul ponte delle Zitelle. Il toponimo, uno dei pochi di impronta femminile, ci riporta alle istituzioni caritative sorte nel passato per lenire la povertà della popolazione.

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La casa delle Zitelle, nelle vicinanze, ospitava nubili prive di sostentamento ed esposte ai pericoli della strada. In essa le donne ricevevano anche un’istruzione. Una poesia scritta da zitelle nel 1843, per l’ingresso del vescovo Jacopo Foretti a Chioggia, rivela la dignità di queste donne. Dietro la grazia dei versi si nasconde il sentimento di precarietà che opprime chi è costretto ad affidare ad altri la propria sopravvivenza. La loro non è una richiesta pressante né un lamento che muova alla commiserazione. La nobiltà d’animo, che contraddistingue i benefattori, appartiene anche alle beneficiate, di rango inferiore.

6.Chioggia.CallettaRosalbaCarriera -  copia

Sempre sul lato destro del corso, una lapide ci fa riconoscere il palazzetto che fu casa dominicale di Rosalba Carriera (Venezia 1675-1757).

7.CHIOGGIA AutoritrattoCarriera-Rosalba_Carriera_Self-portrait

Che la miniaturista e pastellista di fama europea sia nata a Chioggia deve ancora trovare conferma. Il legame con la città è invece provato da vari elementi: le origini chioggiotte del padre; la parte di eredità lasciata dalla pittrice alle famiglie di Giulia Pedrotti e Valeria Penzo di Chioggia; soprattutto, l’interesse culturale del canonico chioggiotto Giovanni Vianelli per il carteggio dell’artista, attenzione che lo portò a raccoglierne le lettere e a conservarle, assicurandoci così una preziosa fonte di documentazione, il Diario parigino di Rosalba del 1793.

8-Chioggia.Madonna in Calle Madonna, foto di G. Penzo

Sul lato sinistro, di fronte alla chiesa di S. Giacomo, si apre un’ampia calle. Nonostante sia stata intitolata a Cesare Battisti dopo la prima guerra mondiale, essa continua ad essere indicata come Calle Madonna. Il nome le deriva dall’immagine che si trova all’inizio del sottoportico per andare al Ramo Fornetti.

9. Chioggia (VE) - Strada M. Marina

La figura, un tempo in forma di capitello ora di affresco, rappresenta la Madonna di Marina o della Navicella, apparsa nel 1508 ad un ortolano. Da quel momento, la Madonna di Marina è stata oggetto di devozione popolare.

Altare Maggiore Chiesa di S. Giacomo

Proprio a S. Giacomo, sopra l’altare maggiore, si possono ammirare la sacra icona splendidamente adornata, i resti del tronco su cui la Vergine era seduta, nonché un’importante serie di ex- voto in argento e di tavolette votive. In suo onore, a Sottomarina, troviamo l’intitolazione della strada principale, Strada Madonna Marina.

 10.Carlotta Penzo autoritratto

Qualche metro più avanti, di fronte allo stendardo, in un palazzo dalla facciata in stile veneziano, visse Carlotta Penzo (1882-1913), pittrice. Figlia di Giuseppe Penzo, un possidente che fu sindaco di Chioggia, e moglie di Alberto Callegari, un avvocato che ricoprì lo stesso la carica di sindaco, Carlotta non si adagiò nel lusso che l’estrazione borghese le avrebbe permesso. Anche se coltivò in modo non professionale l’arte, raggiunse buoni risultati, guadagnandosi il titolo di “ottima dilettante”. Nello stile Carlotta si rifà al pittore veneziano Alessandro Milesi, da cui prese lezioni, ma con una nota personale. Privilegiò la ritrattistica: oltre a personaggi del suo stesso ambiente sociale, rappresentò con uguale finezza psicologica anche gente umile. Morì ancora giovane, lasciando due figli. Una manifestazione postuma diede conto del suo percorso: la prima mostra di Belle Arti che si tenne a Chioggia nel 1922.

11.CHIOGGIA.Palazzo Penzo.Giulia Penzo

La nostra passeggiata per le strade di Chioggia proseguirà la prossima settimana.