La Francia, dalla II Repubblica al II Impero

La situazione francese nei decenni a metà dell’Ottocento è complessa. Come si è visto nella precedente puntata, alla morte di Luigi XVIII di Borbone gli succede il figlio Carlo X, che tenta di restaurare l’ordine prerivoluzionario, ma invano. La sua legge, che vuole restituire all’aristocrazia terriera i beni immobiliari espropriati durante la Rivoluzione, viene accolta a Parigi con un’insurrezione popolare nota come «la Rivoluzione di luglio», tanto che è necessario fare marcia indietro: il potere economico dei nobili è ormai svanito. Il suo successore Luigi Filippo d’orleans asseconda le richieste della borghesia per evitare nuove rivolte: il suo essere il primo «Re dei Francesi per volontà della Nazione» cambia poco nel concreto, ma fa capire simbolicamente che ora il potere non può più essere del tutto svincolato dalla volontà generale né del tutto separato da chi detiene il controllo dei mezzi di produzione, come invece era prima del 1789. Orléans è soprannominato «il Re che regna ma non governa» per essere poco repressivo e «Luigi égalité» per aver messo (non di diritto ma di fatto) nobili e borghesi quasi sullo stesso piano. Lo slogan Liberté Égalité Fraternité aveva infatti proprio questo significato: rendere uguali davanti alla legge tutti i cittadini (nonostante il divario economico renda fittizia tale uguaglianza) e garantire alla nuova classe di finanzieri, negozianti, banchieri e imprenditori una libertà economica e commerciale più vasta possibile. Tale obiettivo si realizzerà attraverso una lotta graduale e lunga decenni.

Nel 1830 a Parigi viene istituita la Guardia Nazionale, un corpo armato autonomo incaricato di riportare l’ordine contro le rivolte operaie ma anche contro gli abusi del potere. A tale proposito bisogna però ricordare che Parigi ha una connotazione demografica e culturale assai diversa dal resto della Francia: mentre nella capitale, città operaia e di basso rango sociale, le spinte rivoluzionarie sono sempre rimaste forti, il resto del Paese è popolato da contadini di idee piuttosto conservatrici.

Nel 1848scoppia una nuova rivolta. Orléans è troppo moderato: su questo concordano operai e imprenditori, garzoni e braccianti, uomini e donne, liberali e democratici, socialisti e persino alcuni nobili. I liberali chiedono maggiore autonomia economica, i democratici il suffragio elettorale universale o comunque molto esteso, i socialisti il riconoscimento dei diritti dei poveri.

FOTO 1. Parigi, barricate del giugno 1848. (Musée Carnavalet)

Quando alla Guardia Nazionale viene ordinato di reprimere la rivolta con le armi, questa si rifiuta e appoggia gli insorti. Per giorni Parigi è occupata da barricate e il Re, temendo di fare la stessa fine di Luigi XVI, abbandona la città. Si forma un governo provvisorio cui prendono parte anche i socialisti: viene proclamata la II Repubblica Francese. La Repubblica s’impegna a eliminare ogni restrizione al diritto di stampa e di riunione, abolisce la pena di morte per reati politici, apre fabbriche statali con il nome di ateliers nationaux per dare lavoro ai disoccupati e stabilisce per la prima volta un massimo legale di 11 ore per ogni giornata lavorativa. Ma decide anche di rispettare il principio di equilibrio e rinunciare a “esportare la Rivoluzione” come invece aveva fatto la I Repubblica sotto Napoleone.

Tali riforme sociali infastidiscono l’ala moderata (quella più liberista e meno democratica e socialista) e non interessano alla parte rurale della Francia, rimasta su posizioni conservatrici. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente, svolte a suffragio universale maschile, vincono i moderati. Certamente dare il voto ai contadini ha contribuito a questo esito. Il nuovo governo sancisce così il fallimento della rivolta.

Alle elezioni presidenziali i conservatori vincono di nuovo: è scelto come Presidente della Repubblica Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone. Abolite le riforme sociali del governo provvisorio, il nuovo Presidente conservatore toglie il diritto di voto ai nullatenenti, ma il Parlamento gli impedisce di ripetere il mandato alla sua scadenza. Così nel 1851, con l’appoggio dell’esercito, Bonaparte attua un colpo di Stato e vara una nuova Costituzione secondo la quale il mandato presidenziale dura dieci anni anziché quattro e la Camera non ha più potere legislativo: ormai la Repubblica è solo una formalità e il potere è tutto nelle mani di un solo uomo. Per allargare il consenso, il suffragio elettorale ritorna a essere universale maschile: un plebiscitopopolare a maggioranza schiacciante conferma la nuova Costituzione. L’anno seguente con un nuovo plebiscito viene restaurato l’Impero. Ora Bonaparte è imperatore con il nome di Napoleone III:la II Repubblica francese muore nello stesso modo in cui era tramontata la Rivoluzione mezzo secolo prima.

FOTO 2. Napoleone III, imperatore dei francesi

Un importante elemento di innovazione urbanistica introdotto da Napoleone III nella cartina di Parigi è dato dai grands boulevards di cui il più noto è il boulevard Haussmann (in copertina), dal nome del barone che lo ha ideato: si tratta di maestosi viali lunghi e larghi costruiti al posto di vicoli medievali proprio con l’intento di impedire la costruzione delle barricate che nel 1830, nel 1832 e nel 1848 avevano facilitato le rivolte operaie. Il Bonapartismo sarà caratterizzato da una forte repressione del dissenso ma al tempo stesso da un largo consenso popolare dovuto a politiche demagogiche: potremmo dire che il Bonapartismo ottocentesco è di fatto l’antenato di quello che oggi chiamiamo populismo. Quest’esperienza di governo avrà fine solo nel 1870 con la Guerra franco-prussiana.

Schema di date




ITALIA – Le Madri della Repubblica

Nel 1946, per la prima volta in Italia, si consentì alle donne l’esercizio del voto attivo e passivo, prima nelle elezioni amministrative di marzo e successivamente con il Referendum istituzionale monarchia-repubblica del 2 giugno. Il diritto di votare e di essere votate costituiva una reale svolta nell’Italia ferita e lacerata da anni di regime e di guerra: le donne potevano scrivere pagine nuove e significative della loro storia e della storia della nazione.
Le 21 neo-deputate elette, meno del 4% dell’intero Parlamento, hanno contribuito a fissare nella Carta Costituzionale principi fondamentali, nuove solide basi con cui ripartire e creare una nuova società, quella in cui viviamo.
Di certo l’apporto delle Madri della nostra Repubblica al riconoscimento del valore e della dignità del pensiero femminile e alla sua libera espressione è stato decisivo. Si devono al loro pensiero e alla loro determinazione l’art. 3 che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 37 che tutela il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.
Se alle idee dei Padri della Costituzione si è sempre dato il giusto riconoscimento, minor considerazione è stata rivolta alle Madri Costituenti: pochissimo spazio – se non silenzio assoluto – sui loro nomi nei libri di storia, negli articoli dei giornali, nelle trasmissioni televisive.

La stessa disattenzione emerge nelle intitolazioni stradali che indicano le figure degne di essere ricordate e celebrate e che concorrono a definire il volto di un popolo.

Nonostante il valore di quelle pagine di storia nazionale, le Costituenti non sono celebrate in tutti i comuni d’Italia e le vie loro dedicate costituiscono un interessante osservatorio della misoginia che ancora pervade il modo di pensare e di ricordare la storia.

Nilde Iotti, una delle cinque deputate che entrarono a far parte della Commissione dei 75 incaricata di formulare la proposta di Costituzione da dibattere e approvare in aula, è la più commemorata.
Vie, piazze e aree verdi la ricordano a Bellaria, Bologna, Calderara di Reno, Canicattì, Carbonia, Carpi, Colbordolo, Genazzano, Modica, Moncalieri, Monterotondo, Olbia, Ozzano dell’Emilia, Pescara, Pianezza, Piombino, Pomigliano d’Arco, Pontedera, Ravenna, Reggio Emilia, Ragusa, Rivalta, Roma, San Quirico d’Orcia…
É la sola Costituente ad aver ricevuto tante intitolazioni sul territorio nazionale.
In molti casi però, e questo vale per esempio per Roma, la sua figura si lega al ruolo successivo di prima donna a presiedere la Camera dei Deputati e a diventare la terza carica dello Stato. Nel 2007 venne inaugurato, dall’allora amministrazione capitolina, un viale all’interno del parco pubblico di Villa Celimontana. Nelle motivazioni presenti nella delibera della Giunta Comunale non si fa alcun accenno al suo impegno nella Commissione dei 75 e al ruolo svolto in quel primo fondamentale momento della vita nazionale. La scelta del luogo, suggestiva ma certamente un po’ appartata per una protagonista della Repubblica, appare legata più alla sfera privata che politica di Nilde Iotti che, nel verde del parco romano, amava passeggiare con Togliatti.

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Fecero parte della Commissione dei 75 anche Teresa Noce, Angelina Merlin, Angela Gotelli, Maria Agamben Federici (di cui si è parlato in un precedente articolo). Pur se in misura minore, anche loro sono ricordate in alcuni comuni italiani. Teresa Noce, militante insieme a Nilde Iotti nel PCI, è entrata nella memoria odonomastica con intitolazioni a Carpi, Lecce, Milano, Mosciano Sant’Angelo (TE), Pessano con Bornago, Pisa e Ravenna; Lina Merlin ha una piazza intitolata ad Adria, vie a Chioggia, Crotone, Ravenna, Rovigo, un giardino a Padova; Maria Agamben Federici strade a L’Aquila, suo luogo d’origine, a Monteleone Sabino e Perugia; una piazza è stata dedicata a Angela Gotelli a Varese Ligure, in provincia di La Spezia, e una via si trova nel paese di Albareto dove nacque nel 1905.

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Altre deputate sono ricordate qua e là in giro per l’Italia con intitolazioni spesso, ma non sempre, nei rispettivi luoghi natali: Adele Bei a Cantiano, Bianca Bianchi a Vicchio, Laura Bianchini a Castenedolo e a Brescia, Maria De Unterrichter Jervolino a Salerno, Angela Guidi Cingolani a Ravenna, Ottavia Penna a Caltagirone, Elettra Pollastrini a Rieti, Maria Maddalena Rossi a Codevilla…

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Tutti riconoscimenti giusti, anche se centellinati, che le relegano in ambiti locali senza alcuna prospettiva ampia e nazionale, loro che invece hanno difeso e immaginato un futuro nuovo per un’intera nazione.
Per altre non c’è spazio né memoria in alcuna città, grande o piccola, d’Italia.
È il caso di Maria Nicotera Fiorini, nata a Catania nel 1913 ed eletta nel gruppo parlamentare della DC, o di Nadia Gallico Spano, classe 1916 e deputata del PCI. Anche ad Angela Minella Molinari non hanno intitolato strade ma a Noli, in provincia di Savona dove si rifugiò nel ’42 con la madre e la sorella dopo i bombardamenti di Torino, le è stata dedicata una biblioteca.

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Fino a poco tempo fa anche Rita Montagnana non aveva ricevuto riconoscimenti odonomastici. Ma qui comincia una nuova storia.

Nell’estate dello scorso anno la Giunta del Comune di Roma ha deliberato l’intitolazione di 7 nuovi percorsi ciclopedonali ad altrettante Madri costituenti, fra queste proprio Rita Montagnana che nella capitale ha a lungo vissuto come parlamentare del PCI e fondatrice dell’UDI. Insieme a lei sono state ricordate Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Angelina Merlin, Teresa Noce, Maria Maddalena Rossi e Elettra Pollastrini.

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La delibera è stato l’atto conclusivo del concorso Sulle vie della parità @ Roma, organizzato da Toponomastica femminile in collaborazione con Legambiente e il Comune di Roma, che ha dato vita a un interessante laboratorio di collaborazione fra istituzioni scolastiche e istituzioni politico-amministrative. La proposta di commemorare nell’odonomastica cittadina le sette deputate è partita dalle alunne e dagli alunni di una scuola romana ed è stata accolta dal Comune di Roma, che ha avviato le procedute tecniche per le intitolazioni di sette tratti consecutivi della pista ciclabile di Monte Mario. Le targhe stradali sono state affiancate da pannelli esplicativi sui quali sono trascritte le biografie redatte dalle/dagli studenti: un’interessante opportunità di rileggere la storia nazionale attraverso uno sguardo di genere.




ITALIA – Ma Luca era b? Il flop dei Family pride di Forza Nuova e Christus Rex

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Cinque giorni per ‘guarire’ dalla ‘malattia’ dell’omosessualità, al prezzo di 185 euro Iva inclusa. Questo il pacchetto di ‘pronta guarigione’ offerto dalla casa spirituale di Sant’Obizio, Angolo Terme Valcamonica, di proprietà della Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth. Il seminario in oggetto è intitolato ‘Guarigione e liberazione interiore’.

Una storia strana, stranissima, raccontata sulle pagine di Repubblica da Matteo Pucciarelli, che nel centro spirituale è riuscito a intrufolarsi con un nome falso, Matteo Sacchetti. Accolto con una promessa: cinque giorni di messe, canti e preghiere ma pure corsi e slide per guarire dal ‘problema’, dalla ‘malattia’. La malattia dell’essere gay.

Sono tre i ‘professori’, si fanno chiamare ‘leader’. Don Enrico, frate francescano; don Massimo, padre passionista. Ma soprattutto Luca Di Tolve, il “Luca era gay ma adesso sta con lei” della canzone di Povia, autore tra l’altro del libro ‘Ero gay ma a Medjugorje ho trovato me stesso”.

Una full immersion che per Pucciarelli altro non è che “un impasto di psicologia spicciola e fondamentalismo religioso”. Immancabili i continui i riferimenti a Satana e alle sue perverse tentazioni. Anche i titoli dei corsi non sono niente male: su tutti spiccano ‘Ripristinare la mascolinità’, oppure ‘I meccanismi della confusione sessuale’.

Tra i tanti ‘iscritti’ c’è chi è stato mandato, chi è convinto di doversi ‘redimere’. Qualcuno racconta pure una storia curiosa: “So di gente che si è innamorata, qui dentro. Di un altro uomo, ovviamente”. Perché l’amore vince sempre.

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«Invitiamo tutte le persone di buona volontà, che credono ancora in una visione cristiana e cattolica della vita e della società, a partecipare al “Verona Family Pride”, per testimoniare l’attaccamento ai nostri più importanti e irrinunciabili valori morali, civili e religiosi». È con queste parole che, il 6 giugno, una delle tante associazioni aderenti all’integralismo cattolico chiamava a raccolta i suoi in vita dell’evento organizzato da Forza Nuova e dal circolo integralista di estrema destra Christus Rex.
All’appuntamento si è presentata qualche decina di persone ma non c’è voluto molto prima che si inisziasse ad ostentare come a muoverli non ci fossero argomentazioni ma solo tanto odio ed ignoranza. Al grido di «Noi Romeo e Giulietta, voi Sodoma e Gomorra» gli omofobi si sono divertiti a scandire slogan contro gli omosessuali, definendoli invertiti e deviati.
Fra queste persone  anche il presidente del consiglio comunale Luca Zanotto (Lega Nord), l’eurodeputato della Lega Lorenzo Fontana e i consigliere regionali Stefano Valdegamberi e Daniele Polato, di Forza Italia ed esponente di Battiti. Politici che sono scesi in piazza per insultare parte della cittadinanza in un clima d’odio che pare poco compatibile con una funzione pubblica.

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«L’unico diritto per gay e lesbiche -ha dichiarato il leader di Forza Nuova all’Arena– sarebbe quello di poter usufruire per legge di uno psichiatra che li aiuti nei loro problemi mentali. Rivendicano la centralità della famiglia tradizionale, seriamente minacciata, a detta loro, da gay e lesbiche. Certe devianze ci sono sempre state e va bene così. Uno deve manifestare nel proprio letto. Se un uomo vuole andare con un altro uomo o con un animale, lo può fare, però non deve parlare di famiglia, di adozione dei figli. Finché ci saremo noi di Forza Nuova questo non potrà mai succedere».

Secondo i militanti di estrema destra, il fatto che i gay abbiano osato calpestare il suolo della loro città sarebbe un fatto inaccettabile: «Sono a Verona perché fa più notizia -dicono- perché questa è una città centrata sull’orgoglio delle famiglie normali». Ed è per questo che Matteo Castagna, portavoce di Christus Rex, è tornato ancora a sostenere la necessità di pregare la Madonna per chiederle scusa se alcuni suoi figli non sono dei neonazisti: «Di fronte allo scandalo pubblico della profanazione della città da parte dei sodomiti conclamati -ha dichiarato- è evidente che i cattolici fedeli alla tradizione faranno un rosario riparatore, per chiedere perdono a Dio per questa ostentazione pubblica del peccato contro natura».

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ITALIA – A Roma soltanto il 3,7% delle strade ha nomi di donne, quasi tutte sante…

 

di Barbara Belotti

Agli inizi degli anni Duemila le strade di Roma erano poco più di 14.000 e quelle con nomi femminili 336 (2.35%).

Dopo oltre dieci anni le nuove aree di circolazione sono più di 16.000, le strade dedicate alle donne sono salite a 608, riducendo il divario ma confermando la percentuale bassa (3.7%).

Gli uomini, invece, sono rappresentati con oltre 7.500 intitolazioni: vie, viali, piazze, corsi ecc. ricostruiscono un universo maschile composto da personaggi noti (alcuni stranoti) ma anche da tantissimi sconosciuti.

La città continua ad espandersi e nelle cinture periferiche sono sorti nuovi quartieri e nuovi insediamenti. La realizzazione delle necessarie opere viarie avrebbe potuto essere l’occasione per restringere il divario fra intitolazioni maschili e femminili, recuperando molti nomi di donne che hanno contribuito alla definizione del mondo in cui viviamo. Forse nelle aree periferiche della città qualcosa è cambiato e in alcuni quartieri si è avuta una maggiore attenzione verso la memoria femminile … eppure proprio in un paio di municipi esterni (l’XI e il XV) si registrano i più bassi indici di femminilizzazione: ogni cento intitolazioni maschili, circa due sono destinate a donne.

Nel centro cittadino, dove invece il rapporto M/F è di 5 a 1, sono le figure religiose a dare un forte contributo alla sfera femminile.

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Nel complesso, un terzo delle strade e delle piazze di Roma continua a essere legato al ricordo della Madonna, ai nomi delle sante, delle beate o martiri cristiane e, in un curioso sincretismo, ai personaggi della mitologia greco – romana.

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Il numero di strade dedicate alle protagoniste storiche, a Roma, ha una certa rilevanza: sono 111 (quasi il 18% del totale femminile) ma molte sono eroine dell’antichità, del Medioevo e del Rinascimento alle quali solo da poco tempo si stanno affiancando figure più moderne, che possono diventare concreti modelli di riferimento per le nuove generazioni. Come non guardare con tristezza ai pochi nomi di donne che celebrano le vicende del Risorgimento e della Repubblica Romana del 1849, Colomba Antonietti, Cristina di Belgioioso, Margareth Fuller Ossoli per esempio?

Ancora più desolante appare la scarsa attenzione rivolta alle “Madri dell’Italia”, le donne che hanno animato la Consulta Nazionale e l’Assemblea Costituente, il cui contributo di pensiero e di azione ha dato vita al volto democratico del Paese. A Roma nessun luogo pubblico, nessuna piazza o via commemora quei nomi, eccezion fatta per Nilde Iotti, ricordata in un viale interno a Villa Celimontana; ma anche in questo caso il suo nome non ha una valenza storica e politica, piuttosto recupera la sfera intima di Nilde, i momenti di riposo e di tranquillità vissuti con Togliatti passeggiando proprio in questo parco cittadino.

Ancora più stretti i percorsi della memoria collettiva che restituiscono visibilità alle figure impegnate nella cultura, nell’arte, nella scienza, nel lavoro. Accanto alle 78 donne del mondo letterario – umanistico e alle 72 donne dello spettacolo ricordate nelle targhe stradali, poche sono le figure di artiste (solo 18), ancor meno le donne del mondo scientifico (12) e del mondo dell’imprenditoria (4), testimonianza evidente della preclusione di genere in questi ambiti.

L’odonomastica cittadina riflette quindi un vuoto, che riguarda il mancato riconoscimento, la scarsa memoria e l’evidente disattenzione nei confronti dei ruoli sostenuti in ogni tempo dalle donne.

Nel XII Municipio della capitale c’è un luogo che apparentemente sembra ribaltare ogni discorso sul sessismo nell’odonomastica. È il parco pubblico di Villa Pamphili, nel XII Municipio, dove la natura suggestiva e solenne fa da sfondo a un universo quasi completamente femminile.

Trenta aree, fra radure e viali della villa, sono state intitolate a donne, attraverso un arco temporale che va dal XVII secolo (con il ponte dedicato ad Artemisia Gentileschi) fino ai giorni nostri (con le targhe ad Anna Politkovskaja e Oriana Fallaci, collocate pochi mesi dopo la loro morte). Trenta personaggi che costituiscono il 50% di tutte le intitolazioni femminili del Municipio.

Quali sono le donne ricordate? 14 sono figure storiche, dalle protagoniste del Risorgimento e della difesa della Repubblica Romana a quelle che difesero Roma e il mondo dalla violenza nazifascista; 13 sono donne “di scrittura”, letterate come le sorelle Bronte o giornaliste come Camilla Cederna e la già ricordata Anna Politkovskaja. In misura minore sono presenti personaggi della musica (Clara Schumann, Maria Callas e Maria Carta) dell’arte (Artemisia Gentileschi Lomi) e della scienza (Florence Nightigale).
A partire dalla fine degli anni Settanta, ma con una maggior frequenza nei decenni successivi fino al 2008, le amministrazioni capitoline hanno seguito la politica di intitolare quasi esclusivamente alle donne i sentieri e i viali interni a Villa Pamphili. Le figure commemorate del parco costituiscono un’inversione di tendenza rispetto alle scelte odonomastiche del passato, che privilegiavano nomi di sante, figure religiose o legate all’impegno sociale di tipo assistenziale e caritatevole. Le donne ricordate nel parco hanno tutte avuto ruoli attivi e paritari nella società, dimostrando capacità di pensiero e di azione, indipendenza intellettuale e morale.
Il caleidoscopico panorama di genere che si presenta dimostra che si è voluto rimediare alle evidenti e continue “distrazioni” delle amministrazioni creando una sorta di “Pantheon all’aperto” dell’universo femminile, un risarcimento tardivo alla memoria delle donne e alla loro storia. Le intitolazioni dei viali ad alcune figure storiche del femminismo come Anna Maria Mozzoni, Carlotta Clerici, Simone de Beauvoir e la targa dedicata alla data dell’8 marzo confermano la riflessione intrapresa in passato dal Comune di Roma sul ruolo e sulla condizione femminile nella società moderna.

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La scelta dell’amministrazione comunale di dedicare alla memoria delle donne una grande area verde come Villa Pamphili pone alcuni interrogativi.

Chiuse all’interno del parco, le strade femminili sono isolate dall’ambiente urbano, una sorta di ghetto che le sottrae in parte allo spazio fisico della città e alla sua sfera simbolica; i nomi si susseguono senza che sia possibile rintracciare altri caratteri comuni se non quello di essere donne. Le loro presenze sembrano formare un gruppo toponomastico omogeneo, così come esistono i gruppi che derivano dalla flora, dal mondo animale, o che vogliono ricordare i fiumi, i monti, i comuni di una regione.

Al tempo stesso passeggiare nel parco offre un’interessante prospettiva di genere e un’utile occasione per ricordare o scoprire figure di donne importanti. Lo sviluppo della consapevolezza di quanto è stato creato, inventato, realizzato dalle donne, consente un significativo rispecchiamento nella vita di tanti personaggi femminili importanti e, soprattutto nelle nuove generazioni, educa al rispetto delle differenze e al superamento degli stereotipi culturali.

Barbara Belotti

Ha collaborato  a Percorsi di genere femminile, (voll.1-2) di Maria Pia Ercolini (Iacobelli, 2011 e 2013). È vicepresidente dell’Associazione Toponomastica femminile.




ITALIA – La toponomastica per misurare il sessismo delle città

di Marina Convertino

La toponomastica come scienza che studia i toponimi e i nomi di luoghi, così come l’abbiamo studiata e come siamo abituati a pensarla, nel 2012 vede un allargamento della prospettiva e una riconsiderazione radicale dei suoi confini, grazie all’idea di Maria Pia Ercolini docente e autrice di guide di genere, che semplicemente associando l’aggettivo ‘femminile’ al termine, rivela una verità presente da sempre, eppure da sempre ignorata: l’invisibilità delle donne in quello che è il catalogo delle memorie presente nelle strade.

A gennaio del 2012 viene fondato il gruppo Toponomastica femminile utilizzando il social network facebook: il gruppo cresce connettendo energie e competenze, allaccia relazioni strategiche e si sviluppa in maniera virale arrivando a superare oggi 8.000 adesioni di persone impegnate in uno studio di ricerca che investe sia il territorio nazionale che quello estero, catturando da subito la simpatia dell’opinione pubblica e l’interesse della stampa (da quella nazionale a testate straniere come la BBC e The Times).

Il lavoro collettivo, si muove  dal censimento di strade, piazze, giardini per evidenziare la disparità di genere esistente, articolandosi in breve tempo in numerosissime iniziative come  raccolte firme e campagne di sensibilizzazione per l’intitolazione di strade a protagoniste della scienza e della società civile.

Con le recenti scomparse di importanti donne di cultura, sono state avviate: “Una strada per Miriam” in onore di Miriam Mafai, “La lunga strada di Rita” per celebrare Rita Levi Montalcini, “Una Margherita sulle nostre strade” a sostegno di Margherita Hack e “Una scena per Franca” in ricordo di Franca Rame.

La campagna “8 marzo 3 donne 3 strade”, lanciata a un mese dalla fondazione del gruppo, è rivolta a tutti i Sindaci e le Sindache d’Italia con la richiesta di intitolare tre strade a tre donne: una figura di rilevanza locale, una di rilievo nazionale e una straniera, per unire le tre anime del Paese.

Per  approfondire la conoscenza delle partigiane che hanno contribuito alla liberazione dell’Italia e celebrare in ottica paritaria il 25 aprile parte il progetto “Partigiane in città” e  in occasione del 2 giugno il progetto “Largo alle Costituenti”, con l’intento di far riemergere dall’oblio  le madri costituenti.

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Attraverso una intensa collaborazione nell’ambiente virtuale della rete, la toponomastica è diventata all’improvviso un terreno fertilissimo di studio per misurare il sessismo che  caratterizza le città. Dai censimenti capillari condotti su tutti i Comuni italiani, si rileva un indice nazionale di femminilizzazione delle strade valutato intorno all’8%, vale a dire dodici strade dedicate a uomini per ogni intitolazione femminile, e si scopre che gli odonimi celebrativi contribuiscono a formare un immaginario collettivo fatto quasi esclusivamente di uomini illustri, che lascia uno spazio al genere femminile marginale e fortemente indirizzato verso figure religiose: sante e beate, madonne nelle diverse declinazioni, benefattrici e martiri cristiane. Poche le donne politiche, di scienza, di storia, d’arte.

Anche in Puglia, che è la regione dove molta attenzione viene dedicata alle politiche di genere e della quale ci occuperemo principalmente in questo spazio, alternando fotoreportage e articoli nazionali ed esteri, la ricerca sta facendo emergere una forte discriminazione nei confronti del genere femminile, scoprendo che  anche gli spazi urbani fatti di targhe stradali e commemorative, monumenti, pietre d’inciampo, riflettono una cultura androcentrica che non tiene conto di tanti nomi femminili meritevoli di essere ricordati.

Toponomastica femminile conduce una battaglia culturale di recupero della memoria femminile, scrivendo biografie femminili pubblicate su diverse testate on line e siti, che siano di supporto e di ispirazione alle Commissioni toponomastiche. Organizza ogni anno convegni nazionali e regionali, allestisce mostre fotografiche ricchissime di immagini provenienti dall’Italia e dall’estero; collabora con Wikipedia nella realizzazione di voci inedite. Con il supporto della FNISM – Federazione Nazionale Insegnanti – e il patrocinio del Senato della Repubblica, ha promosso il concorso “Sulle vie della parità” alla sua seconda edizione, rivolto a tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Il lavoro coinvolgente ed appassionante del gruppo, che già nei primi mesi di vita è riuscito a raggiungere molti dei suoi obiettivi e ha saputo coinvolgere le amministrazioni locali e la pubblica opinione,  ha consentito di raggiungere diversi riconoscimenti: Toponomastica femminile vince il  concorso “Nome dell’anno 2012” indetto dalla Rivista Italiana di Onomastica» (RION), l’VIII edizione del concorso nazionale DONNAèWEB, promosso da Tag Gender Art & Tecnologies e Cna Toscana per valorizzare la creatività femminile in rete e il premio nazionale Immagini Amiche promosso dall’UDI.

Toponomastica femminile oltre a essere presente su facebook, ha un suo sito dove è possibile consultare i dati dei censimenti delle varie province e le tante sezioni dedicate ai percorsi femminili ai progetti, alle biografie, alle proposte di intitolazione: http://www.toponomasticafemminile.com/.

Da dicembre di quest’anno il gruppo si è costituito formalmente in Associazione, alla quale rivolgiamo i nostri auguri perché forte delle sue radici consolidate, cresca ancora di più nell’attività di ricerca e di recupero della memoria storica delle donne, di divulgazione della cultura di genere, contribuendo in misura significativa alla  sensibilizzazione delle istituzioni e all’ apertura degli orizzonti delle giovani generazioni.

Buon 2015 da Toponomastica femminile!

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Marina Convertino

Associazione Toponomastica femminile – Referente Puglia

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