ITALIA – Letterate nelle vie di Milano

Di Nadia Boaretto

 Ci sono donne con le quali sarebbe bello prendere un caffè e chiacchierare in modo informale di interessi comuni. Magari sedute ad un tavolino della Galleria Vittorio Emanuele II, con affaccio sul Duomo. Scatterebbero ricordi, nostalgie, propositi per il futuro. Di queste donne rimane traccia nella loro opera e nelle targhe che ne riportano i nomi.

1.Germana de Stael

Ripercorrendo la storia dal passato si rivivrebbe l’età dell’Illuminismo con Germana de Stael, così italianizzata ma nata Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein (Parigi, 22 aprile 1766 – Parigi, 14 luglio 1817).

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Di lei scrittrice permane l’importanza del trattato De l’Allemagne, un elogio della cultura tedesca che fu sequestrato dal regime di Napoleone e le valse l’interdizione dal soggiorno a Parigi, con il divieto di avvicinarsi a meno di 150 chilometri. A seguito di ciò visse in esilio sul lago di Ginevra e poté tornare nella capitale francese solo dopo la caduta di Bonaparte.

Colei che è passata alla storia come Madame de Staël, figlia di Jacques Necker, ministro delle finanze del re di Francia Luigi XVI, e di Suzanne Curchod, aveva perfezionato la propria formazione accademica grazie al salotto letterario della madre, successivamente riprodotto in un proprio circolo culturale aperto ai maggiori intellettuali dell’epoca.

Innovatrice e degna discepola degli Enciclopedisti, scrisse il saggio Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, uscito a cura di Pietro Giordani nel primo numero della Biblioteca Italiana (gennaio 1816). Ne derivò un lungo dibattito tra classicisti e romantici in cui si metteva a confronto la letteratura tedesca ed inglese con quella italiana, ancora legata alla nostalgica imitazione del Neoclassicismo e dell’Arcadia. Si sottolineava come tale produzione, spesso scritta in latino e rivolta ad un ristretto pubblico di élite, fosse ormai in declino nell’ambito europeo e avesse bisogno di una nuova visione, in un più stretto rapporto fra società e cultura. Di questa querelle Madame de Staël fu il centro.

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Forse si sarebbe intesa bene con Oriana Fallaci o forse no.

Due caratteri forti possono fare fronte comune o farsi la guerra. Chissà…

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Fallaci dice di se stessa: «Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni. Sempre citando da Oriana: «Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».

Lei stessa dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, seguì il padre nella Resistenza. Aveva 14 anni e con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia” fece da staffetta consegnando armi, giornali clandestini, messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati.

Le iniziali collaborazioni giornalistiche la confermarono nella decisione di dedicarsi alla scrittura. Il primo romanzo fu Penelope alla guerra (1962), seguito da Gli antipatici (1963).

Il 1967 e il 1968 furono gli anni più importanti per la sua carriera, in quanto inviata in Vietnam, unica giornalista italiana presente al fronte, in posizione critica sia nei confronti dei soldati americani e sudvietnamiti sia nei confronti dei vietcong. Da tale esperienza scaturì il libro Niente e così sia (1969). Crescente fu da allora il successo come giornalista politica grazie ai reportage sulla rivolta di Detroit dopo l’uccisione di Martin Luther King, sul conflitto arabo-palestinese, sulle guerriglie contro le dittature del Sudamerica. Per non parlare della morte di Bob Kennedy e delle interviste a personaggi politici abitualmente inavvicinabili. La sua tecnica era per l’epoca molto innovativa, quasi un vero e proprio interrogatorio, studiato a tavolino e di taglio soggettivo. «Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in Oriana Fallaci intervista se stessa – LApocalisse. Ventisei di questi pezzi furono raccolti nel 1974 in Intervista con la storia.

Altri due libri sono autobiografici: Lettera a un bambino mai nato (1975), pubblicato mentre in Italia si discuteva di legge sull’aborto, e Un uomo (1979), sul rapporto con Alexandros Panagulis. Nel 1990 uscì Insciallah, ancora una volta sulla guerra e sul fondamentalismo islamico. Oriana Fallaci nell’intervistare Khomeini, polemicamente si tolse il velo dalla testa.

Nel 1992 scoprì di avere il cancro. Nel 2006, gravemente malata, volle tornare a Firenze dove morì il 15 settembre.

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A sua volta giornalista d’attacco fu Anna Politkovskaja, nata nel 1958 a New York da genitori diplomatici.

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Dopo aver lavorato per il giornale Izvestija, nel 1999 comincia a seguire per la Novaja Gazeta il conflitto in Cecenia. Nel 2001 vince il Global award di Amnesty International per il giornalismo in difesa dei diritti umani. Nell’ottobre 2002 accetta il ruolo di negoziatrice durante l’assedio del teatro Dubrovka di Mosca. Nel 2003 vince il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia. Nel settembre 2004 subisce un tentativo di avvelenamento mentre è in volo verso Beslan, durante il sequestro nella scuola. Il 7 ottobre 2006 viene uccisa a Mosca. Questa serie incalzante di eventi ben suggerisce l’idea di una rapida successione culminante nella morte violenta a soli 48 anni.

Anna scrive: “Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me… Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da “rieducare”. Non sto scherzando [Anna si riferisce al piano di “cecenizzazione” di Putin: ingaggiare i ceceni “buoni” e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni “cattivi” ostili a Mosca]. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell’amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev’essere “ripulita” da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me… Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età… Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c’era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c’era più. L’avevano portata via…». In questo clima Anna continua la sua battaglia per un giornalismo obiettivo e non distorto dalle leve del potere. Durante la cerimonia di intitolazione ad Anna dei giardini in zona stazione Garibaldi il 12 giugno 2013, la sorella Elena Kudimova ha espresso la speranza di vedere un giorno a Mosca una via dedicata ad Anna Politkovskaja.

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Le donne di lettere spesso iniziano con il giornalismo, poi passano alla saggistica e alla narrativa. È il caso di Graziella Romano, detta Lalla (Demonte, 11 novembre 1906 – Milano, 26 giugno 2001), celebre come poetessa, scrittrice, giornalista e aforista.

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Piemontese di origini ebraiche, frequenta i corsi di pittura di Felice Casorati, a cui segue un’attività di critica d’arte che la porta a conoscere i fermenti parigini e a dedicarsi all’insegnamento di questa disciplina. Vicina al movimento Giustizia e Libertà, prende parte attiva alla Resistenza e s’impegna nei Gruppi di difesa della donna. Incoraggiata da Eugenio Montale, pubblica alcune poesie: è del 1941 la raccolta Fiore edita da Frassinelli e del 1943 la traduzione dei Tre Racconti di Gustave Flaubert. Da qui in poi si moltiplicano le opere letterarie, tra cui il romanzo Le parole tra noi leggere (premio Strega nel 1969) e L’Ospite (1973), oltre alle collaborazioni giornalistiche con varie testate. Nel 1976 Lalla si avventura nella sfera politica e viene eletta consigliera comunale a Milano come indipendente del partito comunista italiano, ma dopo poco si dimette, delusa e annoiata. È quanto successe a Franca Rame, raro esempio di personalità politica dimissionaria dal senato per indignazione. La Romano, ugualmente anticonformista, aveva un carattere schivo che le valse il soprannome di “cardo selvatico” e che si riverbera nella sua scrittura talvolta spietata nel sottolineare i vizi della società borghese. Fu anche impietosa nel descrivere il figlio come persona disadattata nel romanzo Le parole tra noi leggere, che in lui generò un rancore durato tutta la vita.

9.Neera

Diversissima la figura di Neera, pseudonimo di Anna Zuccari Radius (Milano, 7 maggio 1846 – Milano, 13 luglio 1918).

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A lei dobbiamo: Un romanzo (1876), Addio (1877), La Regaldina (1884), Il marito dellamica (1885), Teresa (1886), Lydia (1887), La vecchia casa (1900), Una passione (1903), Duello danime, (1911); novelle, pubblicate su riviste come Il Pungolo, Il Fanfulla della Domenica, L’Illustrazione italiana, Il Marzocco, Il Corriere della Sera; saggi, come Lamor platonico (1897), Lindomani (1890), Fotografie matrimoniali (1898), Battaglie per una idea (1898), Le idee di una donna (1903) e, in collaborazione col Mantegazza, un Dizionario digiene per le famiglie (1881).

Notevoli anche gli epistolari, comprendenti le lettere scambiate con i personaggi contemporanei più illustri (Verga, Mantegazza, Marinetti…), e l’autobiografia Una giovinezza del secolo XIX, iniziata nel 1917 quando era a letto inferma e interrotta solo qualche giorno prima della morte, in forma incompiuta.

Le sue protagoniste riflettono lo spirito del tempo e sono state tacciate di sudditanza alle figure maschili, tant’è che in epoca moderna appaiono desuete e trascurate dai lettori. Tuttavia si intravvedono alcuni accenni assai moderni al desiderio sessuale, malgrado Neera fosse una sostenitrice dell’amore platonico. Vicina alla corrente del verismo, grazie all’amicizia con Verga, seppe creare un equilibrio stilistico tra passione e ragione. Non ricorda in ciò Senno e Sensibilità di Jane Austen? Con le debite differenze, of course, perché quando scintilla lo humour britannico si è più portati al sorriso che alla partecipazione melodrammatica.

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È di una generazione precedente e di origine francese George Sand, pseudonimo di Amantine (o Amandine) Aurore Lucile Dupin (Parigi, 1º luglio 1804 – Nohant-Vic, 8 giugno 1876), scrittrice e drammaturga, considerata tra le più prolifiche della storia della letteratura.

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Scrisse un buon numero di romanzi, novelle e drammi teatrali, tra cui Indiana, Lélia, Consuelo, La palude del diavolo, La piccola Fadette, e l’autobiografia Un inverno a Majorca, resoconto di un soggiorno funestato da piogge continue all’abbazia di Valldemossa in compagnia dei due figli e di Chopin. Di spirito libero e pratico, amava indossare abiti maschili, ritenuti più comodi delle lunghe sottane, sporchevoli in passeggiata e ingombranti a cavallo.

In parallelo ai numerosi legami amorosi (Alfred de Musset e Fryderyk Chopin, più molti altri), si svilupparono adesioni politiche sempre più repubblicane e posizioni liberali, evidenti in Lettres à Marcie, sui temi dell’emancipazione femminile e delle idee socialiste.

Femminista moderata, George Sand fu attiva nel dibattito politico e partecipò, senza assumere un ruolo di primo piano, al governo provvisorio del 1848. L’opposizione alla politica del papato nel dicembre 1863 le costò la messa all’Indice di tutti i suoi scritti.

La vasta e variegata produzione letteraria comprende 143 tra romanzi e racconti, 49 scritti vari, 31 opere teatrali, le cui rappresentazioni si svolgevano nel teatrino privato della tenuta di Nohant. Molte vennero poi allestite sui prestigiosi palcoscenici parigini. Le commedie di costume, tendenzialmente serie e didattiche, riscossero notevole successo ma recensioni critiche poco calorose. Da ricordare inoltre numerose critiche letterarie e testi politici vicini alle idee socialiste.

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Un salto nel tempo ci avvicina a Veronica Gàmbara (Pralboino, 30 novembre 1485 – Correggio, 13 giugno 1550) la poetessa alla quale Milano dedica un piazzale.

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Appartenente a una famiglia di tradizione umanistica, per volere del padre Gianfrancesco, uomo di lettere, acquisì un’ottima educazione classica che comprendeva lo studio della filosofia, della teologia, del greco, del latino. Le sue ave godettero della stima di Francesco Sansovino e di Baldassarre Castiglione in quanto incarnazioni dello spirito del Rinascimento. Brescia era allora una città molto ricca, con fermenti culturali in pieno rigoglio. Per le famiglie nobili era d’obbligo cimentarsi con la poesia e la conversazione letteraria. In questo contesto Veronica cominciò a scrivere versi fin dall’adolescenza, obbedendo al modello petrarchesco imperante, ma rivelando al contempo un notevole talento e un accento personale che si distaccava dall’imitazione pedissequa di molti autori coevi. Con Pietro Bembo, conosciuto dal padre nella sua attività diplomatica, avvia una corrispondenza di lettere e sonetti già nel 1502, continuandola fino alla morte del suo interlocutore. Il primo testo della Gàmbara pervenutoci è una lettera a Isabella d’Este del 1º febbraio 1503, nell’ambito di uno scambio epistolare che ebbe modo di avvicinarla ulteriormente ai valori umanistici.

Veronica mise a frutto la libertà d’intelletto e il talento poetico scrivendo versi raffinati ed eleganti che ricevettero giusto riconoscimento dai contemporanei e che brillano tra i migliori della letteratura italiana. In particolare nelle stanze «l’accento moralistico, che le era naturale, addolciva la sua severità, i pensieri si snodavano con la grazia di un pacato ragionare, cui la lingua nobile ma non artefatta riusciva a conferire un accento aristocratico». Illustri estimatori furono Giacomo Leopardi, Antonio Allegri e Rinaldo Corso. Oltre alle Rime, sono conservate le Lettere, che rivelano una donna vivace, attenta, partecipe della vita culturale e politica del suo tempo.

Dal 1518, dopo la morte del marito, si occupò dello Stato di Correggio, che resse con notevole abilità e determinazione fino alla morte, sopravvenuta nel 1550.

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Di discendenza patrizia è Clelia Grillo Borromeo (Genova, 1684 – Milano, 1777), imparentata con illustri casate europee, figlia di Marcantonio Grillo duca di Mondragone e marchese di Clarafuente, e della marchesa Maria Antonia Imperiali.

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Andata in sposa all’aristocratico Giovanni Benedetto Borromeo, fu cardine della nobiltà milanese e per vari decenni nel palazzo di via Rugabella animò uno dei salotti cittadini più importanti, dove si coltivavano le arti liberali, con un vero e proprio culto per la scienza, tanto che vi si eseguivano esperimenti cui era solito partecipare il più illustre frequentatore della casa, il naturalista Antonio Vallisneri.

La contessa era adepta delle scienze naturali e della matematica, unite a un’ottima padronanza del latino, del greco e dell’arabo. Il suo salotto divenne man mano un centro politico avverso all’Austria, dove si riunivano aristocratici desiderosi di rovesciare il governo di Maria Teresa per tornare sotto la Spagna. Un ruolo principale ebbe il conte Giulio Antonio Biancani, che Clelia nascose e che aiutò poi a fuggire durante la repressione. Il conte fu però scoperto, arrestato e decapitato. Clelia pagò a caro prezzo l’impegno filospagnolo con l’esilio e la confisca dei beni. Malgrado tali traversie morì novantatreenne.

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Di origine nobile era anche Anna Maria Mozzoni (Milano, 5 maggio 1837 – Roma, 14 giugno 1920), nota come giornalista, attivista dei diritti civili e pioniera del femminismo. Educata alla luce delle idee illuministe, maturò una coscienza libera da pregiudizi che oggi definiremmo laica.

Scrisse La donna e i suoi rapporti sociali, pubblicato nel 1864 come auspicio di un risorgimento femminile e, fervente repubblicana, rimproverò a Mazzini l’idea retriva che il posto della donna sia soltanto in seno alla famiglia. Non meno dura fu l’accusa a Proudhon che, giudicando le donne esseri inferiori mentalmente e moralmente, quindi non meritevoli di una partecipazione attiva nella società, stabiliva un arretramento rispetto alle idee avanzate e riformiste del Settecento. Tuttavia anche la Mozzoni era convinta che la generalità delle donne, «a causa della fitta tenebra di sessanta secoli» d’oppressione, non fosse ancora matura per godere del diritto di voto, mentre era imperativo l’accesso all’istruzione e alle professioni. Fondamentale poi la riforma del diritto di famiglia, uno dei 18 punti esposti nel libro.

Analoghi sono i temi di La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano, un breve scritto pubblicato a Milano nel 1865.

A fronte delle nascenti scuole professionali riservate alle ragazze, nel 1866 Mozzoni diede alle stampe Un passo avanti nella cultura femminile. Tesi e progetto, a favore dell’introduzione delle lingue straniere, delle scienze e della storia della condizione femminile nel mondo, come presupposti necessari a formare «cittadine di uno stato moderno».

Nel 1870, dopo aver tradotto The Subjection of Women di John Stuart Mill, insegnò filosofia morale nel Liceo femminile «Maria Gaetana Agnesi» di Milano, e con la collega Maria Antonietta Torriani nel marzo 1871 tenne un giro di conferenze a Genova e a Firenze.

Si batté tutta la vita per la concessione del voto alle donne, presentando mozioni in Parlamento nel 1877 e nel 1906. Nel 1878 rappresentò l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. L’anno seguente fondò a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili.

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Libertà, libertà, libertà! Sulla Francia sarò breve

Libertà è una grande parola, nel suo astrattismo metafisico è diventata religione, ma sotto la bandiera della libertà  si sono fatte le guerre piú sanguinose, si sono compiuti i più grossi ladrocini, si sono violati sistematicamente i diritti universali.

L’impiego che oggi si fa dell’espressione ” libertà di opinione, di critica ” implica lo stesso falso sostanziale:  tutti gridano alla libertà di stampa anche i censori.

La guerra in Afghanistan cominciò il 7 ottobre del 2001 (ed è ancora in corso) e la guerra in Iraq il 20 marzo 2003. Il 90% dei morti sono stati civili, la maggioranza bambini e donne . “La guerra in Afghanistan costa ancora oggi 250 milioni di euro al giorno, cioè la stessa cifra che servirebbe per costruire finanziare e far funzionare dieci centri ospedalieri di prima eccellenza per tre anni” (Gino Strada). Senza considerare le cifre della guerra in Iraq, il mantenimento di Guantanamo. Se la coalizione internazionale avesse riposato una settimana o invece del 7 ottobre fosse partita, ad esempio, il 15 ottobre (cioè otto giorni dopo), avremmo avuto i soldi per costruire 80 ospedali di prima eccellenza e farli funzionare per tre anni. E, rimandando la partenza di un’altra settimana ancora, avremmo potuto costruire 800 asili. Immaginate cosa avremmo potuto fare evitando del tutto le guerre, seguendo il movimento per la pace. Invece quel giorno del 2001 vinse le linea politica di Oriana Fallaci, di George Bush,  di Massimo D’Alema e Berlusconi.

«Abbiamo iniziato con l’operazione in Francia, per la quale ci assumiamo la responsabilità. Domani saranno la Gran Bretagna, l’America e altri», ha affermato l’imam Abu Saad al-Ansari, un religioso vicino allo Stato islamico (Is), in un sermone a Mosul, in Iraq, annunciando che l’organizzazione guidata da Abu Bakr al-Baghdad è responsabile dell’attacco alla sede di Cahrlie Hebdo a Parigi. Questo è il messaggio che è stato rivolto a tutti i paesi che partecipano alla coalizione internazionale guidata dagli Usa, che ha ucciso i militanti dello Stato islamico.

Il direttore di Charlie Hebdo, Stéphane Charbonnier detto Charb, morto nell’attentato di Parigi, aveva scritto nella sua ultima vignetta: “Oggi nessun attentato in Francia. Attendete. Avete ancora tutto gennaio per farvi gli auguri”.

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Viva la pace! Viva Charlie Hebdo! In alto le matite!




ITALIA – A Roma soltanto il 3,7% delle strade ha nomi di donne, quasi tutte sante…

 

di Barbara Belotti

Agli inizi degli anni Duemila le strade di Roma erano poco più di 14.000 e quelle con nomi femminili 336 (2.35%).

Dopo oltre dieci anni le nuove aree di circolazione sono più di 16.000, le strade dedicate alle donne sono salite a 608, riducendo il divario ma confermando la percentuale bassa (3.7%).

Gli uomini, invece, sono rappresentati con oltre 7.500 intitolazioni: vie, viali, piazze, corsi ecc. ricostruiscono un universo maschile composto da personaggi noti (alcuni stranoti) ma anche da tantissimi sconosciuti.

La città continua ad espandersi e nelle cinture periferiche sono sorti nuovi quartieri e nuovi insediamenti. La realizzazione delle necessarie opere viarie avrebbe potuto essere l’occasione per restringere il divario fra intitolazioni maschili e femminili, recuperando molti nomi di donne che hanno contribuito alla definizione del mondo in cui viviamo. Forse nelle aree periferiche della città qualcosa è cambiato e in alcuni quartieri si è avuta una maggiore attenzione verso la memoria femminile … eppure proprio in un paio di municipi esterni (l’XI e il XV) si registrano i più bassi indici di femminilizzazione: ogni cento intitolazioni maschili, circa due sono destinate a donne.

Nel centro cittadino, dove invece il rapporto M/F è di 5 a 1, sono le figure religiose a dare un forte contributo alla sfera femminile.

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Nel complesso, un terzo delle strade e delle piazze di Roma continua a essere legato al ricordo della Madonna, ai nomi delle sante, delle beate o martiri cristiane e, in un curioso sincretismo, ai personaggi della mitologia greco – romana.

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Il numero di strade dedicate alle protagoniste storiche, a Roma, ha una certa rilevanza: sono 111 (quasi il 18% del totale femminile) ma molte sono eroine dell’antichità, del Medioevo e del Rinascimento alle quali solo da poco tempo si stanno affiancando figure più moderne, che possono diventare concreti modelli di riferimento per le nuove generazioni. Come non guardare con tristezza ai pochi nomi di donne che celebrano le vicende del Risorgimento e della Repubblica Romana del 1849, Colomba Antonietti, Cristina di Belgioioso, Margareth Fuller Ossoli per esempio?

Ancora più desolante appare la scarsa attenzione rivolta alle “Madri dell’Italia”, le donne che hanno animato la Consulta Nazionale e l’Assemblea Costituente, il cui contributo di pensiero e di azione ha dato vita al volto democratico del Paese. A Roma nessun luogo pubblico, nessuna piazza o via commemora quei nomi, eccezion fatta per Nilde Iotti, ricordata in un viale interno a Villa Celimontana; ma anche in questo caso il suo nome non ha una valenza storica e politica, piuttosto recupera la sfera intima di Nilde, i momenti di riposo e di tranquillità vissuti con Togliatti passeggiando proprio in questo parco cittadino.

Ancora più stretti i percorsi della memoria collettiva che restituiscono visibilità alle figure impegnate nella cultura, nell’arte, nella scienza, nel lavoro. Accanto alle 78 donne del mondo letterario – umanistico e alle 72 donne dello spettacolo ricordate nelle targhe stradali, poche sono le figure di artiste (solo 18), ancor meno le donne del mondo scientifico (12) e del mondo dell’imprenditoria (4), testimonianza evidente della preclusione di genere in questi ambiti.

L’odonomastica cittadina riflette quindi un vuoto, che riguarda il mancato riconoscimento, la scarsa memoria e l’evidente disattenzione nei confronti dei ruoli sostenuti in ogni tempo dalle donne.

Nel XII Municipio della capitale c’è un luogo che apparentemente sembra ribaltare ogni discorso sul sessismo nell’odonomastica. È il parco pubblico di Villa Pamphili, nel XII Municipio, dove la natura suggestiva e solenne fa da sfondo a un universo quasi completamente femminile.

Trenta aree, fra radure e viali della villa, sono state intitolate a donne, attraverso un arco temporale che va dal XVII secolo (con il ponte dedicato ad Artemisia Gentileschi) fino ai giorni nostri (con le targhe ad Anna Politkovskaja e Oriana Fallaci, collocate pochi mesi dopo la loro morte). Trenta personaggi che costituiscono il 50% di tutte le intitolazioni femminili del Municipio.

Quali sono le donne ricordate? 14 sono figure storiche, dalle protagoniste del Risorgimento e della difesa della Repubblica Romana a quelle che difesero Roma e il mondo dalla violenza nazifascista; 13 sono donne “di scrittura”, letterate come le sorelle Bronte o giornaliste come Camilla Cederna e la già ricordata Anna Politkovskaja. In misura minore sono presenti personaggi della musica (Clara Schumann, Maria Callas e Maria Carta) dell’arte (Artemisia Gentileschi Lomi) e della scienza (Florence Nightigale).
A partire dalla fine degli anni Settanta, ma con una maggior frequenza nei decenni successivi fino al 2008, le amministrazioni capitoline hanno seguito la politica di intitolare quasi esclusivamente alle donne i sentieri e i viali interni a Villa Pamphili. Le figure commemorate del parco costituiscono un’inversione di tendenza rispetto alle scelte odonomastiche del passato, che privilegiavano nomi di sante, figure religiose o legate all’impegno sociale di tipo assistenziale e caritatevole. Le donne ricordate nel parco hanno tutte avuto ruoli attivi e paritari nella società, dimostrando capacità di pensiero e di azione, indipendenza intellettuale e morale.
Il caleidoscopico panorama di genere che si presenta dimostra che si è voluto rimediare alle evidenti e continue “distrazioni” delle amministrazioni creando una sorta di “Pantheon all’aperto” dell’universo femminile, un risarcimento tardivo alla memoria delle donne e alla loro storia. Le intitolazioni dei viali ad alcune figure storiche del femminismo come Anna Maria Mozzoni, Carlotta Clerici, Simone de Beauvoir e la targa dedicata alla data dell’8 marzo confermano la riflessione intrapresa in passato dal Comune di Roma sul ruolo e sulla condizione femminile nella società moderna.

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La scelta dell’amministrazione comunale di dedicare alla memoria delle donne una grande area verde come Villa Pamphili pone alcuni interrogativi.

Chiuse all’interno del parco, le strade femminili sono isolate dall’ambiente urbano, una sorta di ghetto che le sottrae in parte allo spazio fisico della città e alla sua sfera simbolica; i nomi si susseguono senza che sia possibile rintracciare altri caratteri comuni se non quello di essere donne. Le loro presenze sembrano formare un gruppo toponomastico omogeneo, così come esistono i gruppi che derivano dalla flora, dal mondo animale, o che vogliono ricordare i fiumi, i monti, i comuni di una regione.

Al tempo stesso passeggiare nel parco offre un’interessante prospettiva di genere e un’utile occasione per ricordare o scoprire figure di donne importanti. Lo sviluppo della consapevolezza di quanto è stato creato, inventato, realizzato dalle donne, consente un significativo rispecchiamento nella vita di tanti personaggi femminili importanti e, soprattutto nelle nuove generazioni, educa al rispetto delle differenze e al superamento degli stereotipi culturali.

Barbara Belotti

Ha collaborato  a Percorsi di genere femminile, (voll.1-2) di Maria Pia Ercolini (Iacobelli, 2011 e 2013). È vicepresidente dell’Associazione Toponomastica femminile.