SIRIA – Raid aereo: gli Usa colpiscono dalla Turchia. Assemblea generale ONU in settembre

Cacciabombardieri Usa hanno compiuto per la prima volta un raid aereo “letale” sul Nord della Siria decollando da una base nel Sud della Turchia. Lo riferisce la Cnn citando due fonti diverse della Difesa statunitense. Poco prima, il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu aveva affermato che Turchia e Stati Uniti “hanno fatto progressi” riguardo all’uso della base militare turca di Incirlik e che “gli aerei americani stanno cominciando ad arrivare. Presto – ha aggiunto – lanceremo una completa lotta contro Daesh”, l’acronimo arabo per Stato islamico.

Come in passato, la Casa Bianca ambisce alle dimissioni del presidente siriano Bashar Assad ed è favorevole al sostegno dei gruppi armati di opposizione. Tuttavia Mosca considera questo approccio disastroso, soprattutto in considerazione della mancanza di progressi nella lotta contro i terroristi di ISIS. La coalizione internazionale creata dagli USA con i suoi alleati nella regione finora non è riuscita a fermare lo slancio del gruppo fondamentalista. Contemporaneamente la Russia e gli altri Paesi che sostengono il regime di Damasco non sono pronti a collaborare con questa coalizione fino a quando la sua missione non godrà del sostegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite attraverso l’approvazione di una risoluzione speciale.
Tale coalizione dovrebbe costituirsi “su una solida base giuridica internazionale”, — si afferma nel comunicato del ministero degli Esteri russo rilasciato dopo la visita di Sergey Lavrov in Qatar.
Per Mosca è essenziale che la coalizione riceva ufficialmente il mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Secondo il “Kommersant”, il presidente russo ha intenzione di dedicare particolare attenzione a questo tema nel suo discorso di apertura della 70esima sessione dell’Assemblea generale dell’ONU a New York alla fine di settembre.
In una conversazione con i giornalisti Sergey Lavrov ha criticato la posizione degli Stati Uniti sulla Siria ed ha esternato le sue idee in merito al segretario di Stato USA John Kerry.
“Quando gli Stati Uniti un anno fa avevano annunciato la creazione di una coalizione per combattere ISIS in Iraq e in Siria, Washington si è assicurata l’accordo del governo iracheno, ma non ha chiesto nulla a Damasco. Abbiamo già sottolineato l’illegittimità e l’inefficacia di tale approccio,” — ha detto.
Secondo il capo della diplomazia russa, le azioni degli Stati Uniti si configurano come “un ostacolo alla formazione di un fronte comune contro ISIS” e la strategia di sostenere l’opposizione siriana con l’aviazione può “complicare ulteriormente la lotta contro il terrorismo.”
“L’addestramento sul territorio degli Stati vicini da parte degli istruttori americani sui combattenti della cosiddetta opposizione moderata è degenerato quando molti degli uomini addestrati sono finiti dalla parte degli estremisti”, — ha dichiarato il ministro russo.
Mosca ritiene che “gli attacchi aerei da soli non bastano”, “ed è necessario formare una coalizione di persone che la pensano allo stesso modo” e sul campo “si oppongono con le armi alla minaccia terroristica.”
“Sono interessati l’esercito siriano e iracheno e i curdi,” — ha detto Lavrov, aggiungendo che in questa iniziativa è stata promossa dal presidente della Federazione Russa.
Allo stesso tempo Lavrov ha ammesso che la posizione di Mosca non ha trovato la comprensione di Washington.
“Non penso di essere stato in grado di far scricchiolare la posizione degli Stati Uniti. Su questo tema le nostre posizioni divergono chiaramente,” — ha detto dopo l’incontro.

ROMA –  “Da diversi giorni il governo turco bombarda villaggi civili e postazioni militari del popolo curdo. In tutti questi mesi, Erdogan ha sostenuto e appoggiato l’ISIS. Dal confine turco sono passate autobombe dirette a Kobane, miliziani dello Stato Islamico sono stati curati negli ospedali turchi, mentre si continua a tenere chiusa la frontiera con la città curda liberata da YPG/YPJ. Anche nel recente attentato che ha causato la morte di decine di giovani socialisti e anarchici a Suruc, le responsabilità del governo dell’AKP stanno emergendo con sempre maggiore chiarezza.

Il dittatore turco Erdogan ha annunciato di voler combattere l’ISIS solo perché si sente estremamente debole, sia all’interno, che all’esterno del Paese. Dopo le ultime elezioni non è in grado di ottenere la maggioranza necessaria a formare un governo, anche grazie alla straordinaria affermazione dell’HDP, partito capace di parlare ai curdi e a tutta la sinistra turca. Inoltre, è stato messo alle strette dall’accordo sul nucleare iraniano e, soprattutto, ha paura che l’esperienza di democrazia radicale del Rojava possa consolidarsi e diventare contagiosa.

Per queste ragioni, dietro la maschera della lotta all’ISIS, Erdogan ha lanciato una campagna contro la resistenza curda e contro le opposizioni interne. Su circa 800 arresti, meno del 10% riguardano presunti membri dello Stato Islamico: tutti gli altri sono militanti curdi o membri delle opposizioni.

Questa operazione è condotta con la complicità degli USA e dei Paesi dell’Unione Europea, mentre i media internazionali, che fino a pochi giorni fa esaltavano le gesta delle eroiche guerrigliere curde capaci di fermare l’avanzata dell’ISIS, adesso descrivono le stesse persone e le stesse organizzazioni come “terroriste”.

Dopo mesi di solidarietà attiva nei confronti della popolazione curda e delle sue unità di autodifesa, oggi vogliamo rompere il muro di silenzio e menzogne creato intorno all’aggressione militare che stanno subendo. Vogliamo denunciare il terrorismo di Erdogan e dello Stato turco. Vogliamo affermare che in Turchia e nel Kurdistan HDP, PYD, PKK, insieme ai movimenti sociali esplosi negli ultimi anni, sono gli unici garanti della democrazia e dei valori umani.
Per la fine dei bombardamenti e la pace in Kurdistan e in tutta l’area medio-orientale.

Per il rilascio immediato di tutti gli oppositori al regime autoritario turco.

Per l’eliminazione del PKK, unico fronte all’avanzata dell’ISIS e unico garante possibile per un processo di pace nell’area, dalle liste del terrorismo internazionale.

Per il riconoscimento del confederalismo democratico del Rojava, per una possibilità di pace e libertà per i popoli del Medio Oriente”.
Roma per il Kurdistan

(Attivisti solidali con il popolo curdo e la sinistra curda e turca si sono incatenati all’ambasciata della Turchia per denunciare la guerra del governo di Erdogan contro il confederalismo democratico del Rojava, il Pkk e i movimenti sociali turchi).

ERDOGAN – “Pur di bloccare le ambizioni dei curdi di creare un proprio territorio autonomo nel Nord della Siria, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ora è determinato addirittura ad allearsi con la filiale siriana di Al Qaida”. Così Mustafa Bali, portavoce delle Unità a Difesa del popolo curdo (Ypg), il quale condanna i piani di Ankara di creare una “zona di sicurezza” nel Nord della Siria. E teme che gli Usa possano appoggiarli.

Continuano, incessanti, i bombardamenti dell’aviazione turca contro le postazioni del Pkk sulle montagne del nord dell’Iraq e del sud –est della Turchia, e il numero delle vittime aumenta di ora in ora. Non si hanno finora notizie precise sul bilancio ma da numerose delle zone bombardate giungono allarmanti dati sul numero delle vittime. L’agenzia di stampa ufficiale turca, Anadolu, evidentemente imbeccata dal regime, parla di circa 260 membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan uccisi e di centinaia di feriti in una settimana di attacchi aerei sulle postazioni della guerriglia. Il bollettino fornito dalla Anadolu afferma che anche Nurettin Demirtas, fratello del leader del Partito Democratico dei Popoli Sehattin, sarebbe rimasto ferito durante i raid, centinaia, che avrebbero colpito e distrutto 65 tra depositi di armi e rifugi della resistenza curda.

Cifre che, come scrivevamo già, sono probabilmente gonfiate per dare la sensazione all’opinione pubblica islamista e reazionaria turca che la nuova strategia bellicista intrapresa pochi giorni fa dall’asse Davutoglu-Erdogan stia dando i suoi frutti e che le perdite inflitte ai ‘terroristi’ – per ora solo quelli curdi, perché di attacchi contro lo Stato Islamico non si è sentito più parlare – siano molto ingenti. Il Pkk finora ha dato notizia solo di cinque morti tra i combattenti ma ha ammesso che da giorni ha perso il contatto con alcune delle aree bombardate.
Naturalmente i bollettini ufficiali turchi non fanno alcuna menzione delle numerose vittime civili causate dalle bombe sganciate dagli F-16 e dagli F-4 di Ankara sui villaggi. Notizie di vittime civili e di distruzioni arrivano da numerose zone, ma il bilancio più alto sembra arrivare finora dal villaggio di Zergelê, sui monti di Qandil, nel kurdistan iracheno, dove i caccia turchi avrebbero ucciso almeno 9 civili, compresi donne e bambini. I bombardamenti, raccontano i testimoni, sono iniziati durante la notte, intorno alle 4: quattro missili hanno preso di mira le case nel villaggio distruggendone molte e facendo strage degli abitanti. Oltre ai morti ci sarebbero anche 15 feriti, di cui alcuni in gravissime condizioni, molti dei quali non sono stati condotti in ospedale a causa della continuazione dei raid che rendono insicuri gli spostamenti. “Stavamo dormendo quando i caccia turchi hanno colpito il nostro villaggio”, ha raccontato uno dei civili feriti.
Di fronte alla violazione della propria sovranità e alla strage di oggi documentata dalle immagini scattate da un reporter dell’agenzia Rojnews – che ne annuncia sicuramente altre nei prossimi giorni – la leadership della regione autonoma dell’Iraq del Nord ha incredibilmente chiesto ai guerriglieri del Partito Curdo dei Lavoratori di lasciare le proprie postazioni nella regione “per non esporre ulteriormente i civili ai raid aerei turchi”, di cui però non ha per ora chiesto la cessazione ad Ankara.
“Il Pkk deve tenere il campo di battaglia lontano dalla regione del Kurdistan perché i civili non diventino vittime di questa guerra”, ha affermato il presidente della regione autonoma, Massud Barzani in un comunicato diffuso dal suo ufficio.
“Non crediamo che ci possa essere una soluzione militare – si è limitato a dire il ministro degli Esteri del governo di Erbil, Falah Mustafa Bakir – Speriamo che le parti tornino al negoziato perché stabilità e sicurezza è quello di cui abbiamo bisogno ai nostri confini”.
In un suo comunicato-appello urgente, invece, il Congresso Nazionale Curdo (Knk) – che riunisce partiti e movimenti di liberazione curdi di diversi paesi – parla apertamente di terrorismo di stato turco e di aperta collaborazione di Ankara con lo Stato Islamico che pure afferma di voler combattere.
A vedere le strazianti immagini provenienti da Qandil la sensazione che i jihadisti abbiano finalmente a disposizione una loro aviazione – gli F-16 di Ankara – è davvero forte.

Per Bali, che ha parlato con askanews da Kobane, città curda siriana liberata a gennaio scorso dopo un lungo assedio dei jihadisti dell’Isis, le operazioni militari appena lanciate dall’esercito turco contro le milizie jihadiste dello Stato Islamico (Isis) oltre il confine con la Siria sono “una farsa turca” con altri obbiettivi rispetto a quando dichiarato: in primis “colpire i curdi”. Il vero obiettivo sarebbe bloccare la creazione di un territorio autonomo dei curdi siriani, separando due zone da loro controllate.

La zona indicata per la creazione della cosiddetto “zona cuscinetto” voluta da Ankara è lunga circa 50 chilometri, parte da Kobane a Est e arriva ad Afrin a Ovest; entrambe città curdo siriane. “Si tratta di una zona mista controllata dall’Isis e abitata da curdi, arabi e turcomanni”, afferma Bali, secondo cui parò l’esercito turco ha “bombardato solamente villaggi curdi”.

“Dopo aver capito che l’Isis non è un partner vincente – prosegue il portavoce di Ypg, che accusa senza mezzi termini Ankara di connivenza con l’Isis – Erdogan punta ora sulla carta dei qaedisti, definendoli ‘opposizione moderata’” al regime di Bashar al Assad.

Un quadro che non corrisponde a realtà, secondo l’esponente curdo. “Intanto non esiste un’opposizione moderata, basti pensare che gli Usa dopo tre anni non sono riusciti a reclutare più di 60 combattenti da addestrare contro Damasco”, argomenta Bali, spiegando che “oggi la cosiddetta opposizione moderata è composta da soli gruppi terroristi di stampo islamista come il Fronte al Nusra, Jeish al Fatah, Beit al Islam e Ahrar al Sham”. Insomma gruppi islamisti “che in comune con Erdogan hanno l’avversione per i curdi”.

Quindi “non capiamo la politica di Washington”, che pare tacitamente assecondare il piano di Ankara per la creazione della zona di sicurezza, afferma il portavoce, sottolineando che “sarà difficile che gli americani possano accettare un’alleanza con terroristi islamici camuffati da opposizione siriana”.

Tuttavia, “le forze curde non cambiano strategia: noi combattiamo i terroristi a prescindere dal nome che portano, che sia Isis o al Qaida. In fondo il Fronte al Nusra ha cominciato a sgozzare la genet prima di quelli del Califfato nero”.

Di recente la Turchia è stato colpita, per la prima volta, da attacchi da parte di milizie jihadiste legate all’Isis. Un attentato ha fatto 32 morti nella città di confine di Suruc la scorsa settimana. Per Ankara, i militanti del PKK sono terroristi, così come lo sono gli uomini del Califfo .

Con una conferenza stampa congiunta del YPG (Peoples’ Protection Units) e della sua componente femminile, il YPJ, le forze curde che combattono contro lo Stato Islamico hanno annunciato la liberazione della città di Hasaka dopo una battaglia che durava da oltre un mese.

Secondo quanto si è appreso durante l’operazione sono stati uccisi almeno 386 terroristi appartenenti al Daesh tra i quali molti comandanti di alto grado. E’ l’ennesima vittoria delle forze combattenti curde nel difficile teatro della guerra in Siria, una vittoria che arriva nonostante gli attacchi dell’aviazione turca contro i combattenti curdi.

Durante la conferenza stampa ha parlato Azima Deniz, una comandante delle forze femminili curde (YPJ) la quale nel ricordare il fondamentale apporto delle combattenti donne curde ha sottolineato come nella battaglia siano stati uccisi il “sovrano” di Hasaka nominato dai vertici dello Stato Islamico, il sindaco della città e diversi suoi assistenti.

I combattenti curdi hanno sequestrato anche una grande quantità di armi e munizioni che andranno a rinforzare le milizie curde dato che le potenze occidentali non le riforniscono adeguatamente di armi a causa della opposizione delle Turchia. La conquista della città di Hasaka porta le forze curde ancora più vicino a Raqqa, capitale del Daesh.

Intanto  la Turchia ha ammesso che durante i raid dell’aviazione turca contro obbiettivi curdi hanno perso la vita diversi civili. Il Ministero degli Esteri turco ha emesso un comunicato dove si dice “rattristato” per l’uccisione di civili e che “la Turchia farà di tutto per evitare l’uccisione di civili” confermando tuttavia che i raid contro le forze curde, in particolare contro il PKK (ma non solo), continueranno fino a quando la Turchia lo riterrà opportuno.




INDIA – Arbitraggio internazionale per la testa dei marò. Rinnovato il permesso a Latorre

Dopo oltre 40 mesi di stallo, la contesa tra Italia e India sul caso dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ha ufficialmente imboccato la strada dell’arbitrato internazionale. Riconoscendo gli obblighi derivanti dalla Convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos), New Delhi ha infatti accettato che la Corte permanente di arbitraggio (Cpa) dell’Aja risolva la controversia sulla giurisdizione per l’incidente che ha coinvolto il team antipirateria della petroliera Enrica Lexie il 15 febbraio 2012 e in cui sono morti due pescatori indiani.

Nel frattempo ha appoggiato la decisione dei giudici di estendere di altri sei mesi (è stato il quarto rinnovo) del permesso a Latorre, che scadeva il 15 luglio, per proseguire la sua convalescenza dopo l’ictus che l’ha colpito a fine agosto 2014 e l’operazione al cuore dello scorso gennaio.

Per il governo di Roma è la conferma che la strategia dell’internazionalizzazione sta finalmente dando frutti dopo l’insuccesso dei contatti diplomatici. “E quindi le decisioni di oggi – ha sostenuto la Farnesina – confermano il consolidamento del percorso arbitrale intrapreso dall’Italia il 26 giugno”. “Non possiamo sottrarci agli obblighi di una convenzione di cui siamo firmatari”, ha detto al giudice il rappresentante del governo indiano, P.S. Narasimha, ma ha detto che l’India parteciperà “per dire agli arbitri che la giurisdizione è nostra e non dell’Italia”.

Nel frattempo però la Corte Suprema dovrà pronunciarsi su un’altra istanza presentata dalla Difesa italiana in cui si chiede che siano sospesi tutti i procedimenti penali in attesa dell’inizio del processo in Olanda. A questo proposito, il presidente della sezione ha chiesto al governo indiano che formalizzi la sua posizione con un “affidavit” per il 26 agosto, quando è stata fissata la prossima seduta. Nel comunicato degli Esteri si sottolinea poi che «non c’è stata opposizione» dell’India, anche se era stato richiesto per Latorre un periodo più lungo sulla base di certificati medici.

La Farnesina ha aggiunto che “l’Italia si accinge ora ad attivare tutte le misure necessarie per consentire il rientro» anche di Girone. È quello che auspica anche lo stesso Latorre. «Sono soddisfatto ma il mio pensiero è sempre rivolto a Salvatore e al desiderio di poterlo riabbracciare al più presto in Italia”.

Le notizie provenienti da New Delhi sono state accolte da un coro di commenti del mondo politico dopo le infuocate polemiche sul “post” su Facebook “Non è ora che impicchino i due marò?” del segretario di Rifondazione comunista di Rimini, Paolo Pantaleoni, che ha deciso di rimettere il suo mandato. Tra le reazioni politiche va segnalata quella del presidente della Commissione Difesa della Camera, Elio Vito (Fi), secondo il quale l’Italia si deve attivare ora «per ottenere il rientro di Girone», mentre Fabrizio Cicchitto (Ncd) ha parlato di «passi significativi frutto di un lavoro difficile sia del governo Letta sia di questo governo».

Da parte sua Nicola Latorre (Pd), presidente della Commissione Difesa del Senato, ha sottolineato come “il dialogo con l’India stia dando i suoi frutti”, per cui “ora si rende necessaria l’unità del Paese”. E se Pier Ferdinando Casini ritiene che “l’arbitrato può essere una via d’uscita da una situazione che pregiudica i rapporti” fra Italia e India, Maurizio Gasparri dice “basta a prepotenze e sotterfugi”.




FRANCIA – Ban Ki-moom: “Il mondo è a un bivio critico”. Duemila scienziati per fermare il global warming mentre in Italia il caldo uccide

Clima tropicale in Italia. Caldo e afa al Centro Sud, tromba d’aria e violenti temporali al Nord. Anomale le temperature torride degli ultimi giorni. L’anticiclone africano che ha portato la colonnina di mercurio a toccare i 40 gradi in molte città italiane, ha causato  una vittima in Sardegna e una in Liguria. Il maltempo  ha  fatto una vittima e molti danni in Veneto.

Una tromba d’aria F2/F3 con forte grandinata si è abbattuta in Veneto sulla cittadina di Dolo e nei comuni limitrofi alla velocità di 250 Km orari, causando molti danni ai tetti e l’abbattimento di alberi. La situazione più preoccupante è quella in atto nell’area di Pianiga (Venezia), dove un’auto, con una persona alla guida, è stata sollevata dall’asfalto ed è poi precipitata a terra. La persona al volante è morta sul colpo. Altre 15 persone sono rimaste ferite (2 delle quali in codice rosso, ma la situazione è in evoluzione). Un elicottero ha sorvolato le zone colpite per verificare dall’alto la situazione. Una villa veneta, villa Fini, è stata completamente distrutta. Il governatore del Veneto, Luca Zaia, segue costantemente la situazione.

In Sardegna un pensionato di 77 anni, Antonio Serra, di Elmas, è morto questa mattina in spiaggia a Flumini di Quartu, a seguito di un malore legato  al caldo afoso di questi giorni. L’episodio è avvenuto intorno alle 11. L’anziano si trovava nel litorale davanti a via Mar Tirreno quando si è accasciato sulla sabbia. Subito è scattato l’allarme. Sul posto è arrivata un’ambulanza del 118 che si trovava già a Flumini. I medici hanno tentato in tutti i modi di rianimare l’uomo, ma non c’è stato nulla da fare. Negli ultimi giorni, fa sapere il 118, sono aumentati gli interventi per malori, molti dei quali vedono protagonisti gli anziani. Alcuni di questi sono collegati proprio alle alte temperature che stanno asfissiando la Sardegna e il resto della Penisola. Il ritrovamento in casa, a tre giorni dal decesso, di un 79enne di Lanusei stroncato, secondo quanto si è appreso, dall’afa. Ad Alassio (Savona) una donna di 72 anni é morta stroncata da infarto mentre si trovava sulla spiaggia. La morte potrebbe essere dovuta al malore per il gran caldo di questi giorni. Immediato è scattato l’allarme da parte dei bagnanti e del bagnino corso in aiuto dell’anziana, una turista alassina residente a Pavia in vacanza con una amica.

La perturbazione che ha attraversato il Centro Nord Europa coinvolgerà marginalmente il Nord Italia portando temporali, anche forti, su Lombardia orientale e Nord Est. Resta, invece, il caldo sul resto d’Italia con punte di 36/38°C sui versanti adriatici. Un po’ di fresco  verso le regioni centro meridionali, con qualche temporale sulla dorsale adriatica, mentre non mancherà qualche acquazzone al Nord tra pianure e Prealpi. A contribuire ad abbassare la temperatura e l’umidità ci penseranno i venti da Nord.

Ma sarà una breve pausa, nel fine settimana tornerà l’alta pressione con sole e caldo in nuovo aumento, ma senza i picchi di calore degli ultimi giorni. Qualche temporale potrà invece interessare l’estremo Nord Est per il passaggio della coda di una perturbazione. Quella di questa estate, spiegano gli esperti, è una situazione opposta a quella dello scorso anno quando l’Italia fu attraversata da perturbazioni piovose. Ora, invece, ci troviamo con una rimonta dell’alta pressione africana.

Allerta in Emilia Romagna. La protezione civile in Emilia-Romagna ha emanato un’allerta meteo per temporali, vento e stato del mare. I temporali potranno essere di forte intensità. Previsto vento da nord est sulla costa fino a 25 nodi (46 chilometri orari) e raffiche fino a 35 nodi (65 chilometri orari), che provocheranno un incremento anche consistente del moto ondoso. Il mare sarà agitato al largo, con altezza dell’onda tra 2,5 e 4 metri. La situazione dovrebbe migliorare.

Con 56.883 megawatt l’Italia tocca il nuovo record assoluto dei consumi di elettricità. Lo comunica Terna, che ha rilevato il dato. Il fattore che ha innescato l’impennata dei consumi, spiega Terna, è l’ondata di caldo torrido che sta attraversando la penisola in questi giorni, spingendo all’utilizzo massiccio dei condizionatori d’aria e delle apparecchiature refrigeranti. Per avere un’idea dell’impatto delle temperature sui consumi, ad ogni grado in più sopra i 25 gradi, i tecnici stimano un aumento della domanda elettrica tra gli 800 e i 1.000 megawatt. Il primato di ieri conferma il trend in atto ormai da vari anni, cioè il graduale avvicinamento, prima, e il sorpasso poi, avvenuto nel 2006, della punta estiva di fabbisogno rispetto a quella invernale.

A spingere i consumi è il caldo torrido, è stato detto, ma si dovrebbe affermare il contrario: sono le emissioni di gas serra a provocare il caldo torrido e la maggior parte dell’energia elettrica che consumiamo è prodotta attraverso la combustione. Bisogna diminuire i consumi, spegnere climatizzatori e ventilatori, camminare a piedi, utilizzare la bicicletta o i mezzi di trasporto pubblici, spegnere computer, videogiochi, telefonini perennemente in carica, lampadine, spie luminose. E’ chiedere troppo?

Il valore, registrato in una giornata con temperature massime più alte di oltre 5 gradi rispetto allo stesso periodo 2014, supera di 61 MW il precedente record 2007. Il precedente picco era stato toccato il 17 dicembre 2007 (56.822 MW), mentre il nuovo record supera anche di 5.333 megawatt la punta di domanda del 2014 (51.550 MW, 12 giugno), un dato pari a oltre 2,5 volte il consumo di una grande città come Roma.

Fa notare Ban Ki-moom, segretario generale delle Nazioni Unite che ai negoziati sul clima dell’Onu del 2010, i governi si erano impegnati ad un aumento massimo della temperatura di 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Tuttavia, l’IPCC ci dice che ci stiamo dirigendo verso un riscaldamento globale medio di 5-6 gradi.

“Il mondo è a un bivio critico. I paesi sono stati invitati a presentare i loro Intended Nationally Determined Contributions (INDC) in vista del nuovo accordo sul clima da concludere nel mese di dicembre, a Parigi. Più di 40 paesi sviluppati e in via di sviluppo che rappresentano con obiettivi poco più della metà delle emissioni globali lo hanno già presentato. Alcuni paesi si sono impegnati fino al 50 per cento della riduzione delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030. Tutti i paesi devono essere parte della soluzione.”

Oltre 2000 scienziati si sono riuniti a Parigi in questi giorni per discutere sulle potenziali vie per contrastare il global warming. La conferenza dal titolo “Our Common Future Under Climate Change (CFCC15)” è stata inaugurata il 7 luglio a Parigi e si concluderà oggi. Sul tavolo le più recenti teorie sulle soluzioni per limitare i cambiamenti climatici.

Si tratta di una grande conferenza scientifica internazionale, il più grande forum per la comunità scientifica in vista della Conferenza di Parigi prevista a dicembre. Durante la Cop21, i governi dovranno formalizzare un nuovo e inclusivo accordo globale per ridurre le emissioni di gas serra dopo il 2020.

La conferenza CFCC15 arriva a nove mesi dalla pubblicazione della più grande rapporto scientifico del Gruppo intergovernativo di esperti (IPCC), secondo cui i governi possono tenere i cambiamenti climatici sotto controllo e a costi gestibili, ma dovranno azzerare le emissioni di gas serra per limitare i rischi di danni irreversibili.

In questi giorni a Parigi sono state rese note le ultime conoscenze sui cambiamenti climatici e sui loro effetti, ma anche le diverse opzioni per contrastarli.

“Una vasta gamma di soluzioni basate sull’evidenza sono economicamente interessanti e scalabili, sia per limitare i cambiamenti climatici sia per prepararci ad affrontare nel modo più efficace possibile quelli che non possono essere evitati. Gli scienziati non devono dire ai governi cosa fare a dicembre, ma ne devono illuminare le scelte, ciascuna con diversi livelli di costo e di rischio”, ha dichiarato Chris Field, presidente del Comitato scientifico CFCC15 e capo del Dipartimento di ecologia globale della Carnegie Institution statunitense.

Per il Presidente del Comitato Organizzatore Hervé Le Treut, professore di Climatologia a Parigi all’Université Pierre et Marie Curie (UPMC) la scienza del clima è in evoluzione

“È complessa, ma la straordinaria gamma di competenze alla conferenza dimostra che gli scienziati si stanno impegnando a collaborare più che mai, nel contribuire ad avanzare soluzioni eque, e a portata di mano. Soprattutto per i paesi meno sviluppati”.




Yemen – Arabia Saudita e Israele condividono lo stesso ruolo di massacratori

Il segretario generale dell’ONU, Bn Ki Moon , ha richiamato i governi dell’Arabia Saudita e dello Yemen, coinvolti nel conflitto in corso, invitando a rispettare una tregua umanitaria per la sacra ricorrenza del Ramadan.
Ban Ki-moon ha fatto questo richiamo nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Ginevra prima dell’inizio del dialogo tra i raprresentanti dell’ ex presidente profugo yemenita, Abdu Rabu Mansur Hadi, e quelli del movimento popolare yemenita di Ansarolah.

Nel corso della conferenza, il segretario generale dell’ONU ha dichiarato che l’invasione dello Yemen da parte dell’Arabia Saudita (ancora in corso) ha lasciato sul terreno più di 2.600 vittime, la metà dei quali civili con donne e bambini incolpevoli. Inoltre Ban Ki Moon ha invitato tutti i partiti politici a ricercare una soluzione pacifica in modo che lo Yemen non si trasformi in un’altra Siria o Iraq.

L’analista internazionale, Manuel Pineda,  ha rilevato che si nutre un notevole pessimismo sulla possibilità che si stabilisca un dialogo e che si trovi una soluzione al conflitto e che la Monarchia Saudita rinunci ai suoi piani di espansione a spese dello Yemen, un paese confinante dove vive  una gran parte di popolazione  sciita, opposta alla confessione wahabita della Casa dei Saud.

La Monarchia Saudita dovrebbe essere obbligata a cessare il massacro che sta attuando della popolazione civile nel paese yemenita, ci sono però poche possibilità che l’Arabia Saudita possa rispettare una eventuale tregua stabilita dall’ONU.

L’Arabia Saudita è, come noto, il patrocinatore dello Stato Islamico ed insieme al regime sionista (Israele) sono forse i maggiori massacratori delle popolazioni arabe e mussulmane da Gaza allo Yemen. Non hanno alcuna sensibilità rispetto alla ricorrenza del Ramadam, come abbiamo visto anche in passato  Israele  ha attuato sulla popolazione di Gaza una strage di palestinesi durante la ricorrenza del Ramadam.

“Non si può credere che il regime saudita faccia alcuna differenza rispetto al comportamento tenuto anche da Israele,il suo classico alleato.
Bisogna considerare che L’Arabia Saudita e Israele condividono lo stesso ruolo di massacratori di popolazioni inermi in tutti i conflitti del Medio Oriente e non arresteranno la loro opera a meno che non siano obbligati dalla comunità internazionale“. Questa l’opinione di Pineda.

Il richiamo di Ban Ki Moon può avere importanza ma molto relativa poichè l’Arabia Saudita ha molto peso nella comunità internazionale e dispone della protezione del suo padrino, gli Stati Uniti, con la cui complicità sta attuando una serie di conflitti contro le popolazioni della Siria e dell’Iraq, dove operano gruppi organizzati di terroristi takfiri, ispirati e finanziati dall’Arabia Saudita che commettono le peggiori efferatezze contro i civili.

La comunità internazionale non ha una reale volontà di fermare i massacri in Medio Oriente e tanto meno nello Yemen, visto che gli USA e le maggiori potenze occidentali sono legate da rapporti di alleanza e di affari con la Monarchia Saudita che è il paese aggressore. Per l’Occidente i rapporti di affari vengono prima di qualsiasi altra questione.




SIRIA – L’Isis rapisce ancora: 86 eritrei e una bambina assira

In Libia si regista un altro rapimento di cristiani da parte dell’Isis, lo annuncia Meron Estefanos, la direttrice della ong svedese Eritrean Initiative on Refugee: 86 migranti eritrei, tra i quali 12 donne e bambini, di religione cristiana sarebbero stati sequestrati mentre erano in viaggio verso Tripoli. I jihadisti avrebbero separato i cristiani dai migranti musulmani dopo averli interrogati sul Corano, e hanno lasciato questi ultimi liberi.

Sono stati 3480 i migranti salvati  in 15  barconi alla deriva al largo della Libia in un’operazione congiunta alle quale hanno partecipato navi italiane e straniere. Le richieste di soccorso erano giunte in mattinata alla centrale operativa della Guardia Costiera tramite telefono satellitare. Le imbarcazioni, 9 barconi e 6 gommoni, si trovavano in un tratto di mare a circa 45 miglia dalle coste libiche. In particolare, SkyNews ha riferito che la nave inglese Hms Bulwark, con a bordo il ministro della Difesa, Michael Fallon, ha fatto rotta «a tutta velocità» verso la Libia per prendere parte a un’operazione di salvataggio di «migliaia» di migranti alla deriva nel Mediterraneo su 14 barconi, ciascuno con a bordo decine o centinaia di persone.

Si è trattato di un’operazione senza precedenti, con tutte le navi europee dell’area che hanno ricevuto l’ordine di lanciarsi al soccorso, sostiene Skynews. Fallon aveva comunque chiesto che anche «altre marine europee vengano nel Mediterraneo ad aiutare». La maggioranza dei migranti sarà sbarcata in Italia, in Grecia, a Malta o in altri paesi rivieraschi: proprio la Gran Bretagna, infatti, si è già chiamata fuori da ogni ipotesi di ripartizione di quote di migranti.
Anche Moas e Medici senza Frontiere al lavoro: 2000 già in salvo
Alle operazioni di soccorso hanno partecipato tre motovedette e un aereo ATR42 della Guardia Costiera, unità della Guardia di Finanza e della Marina Militare Italiana, il rimorchiatore Phoenix, le navi della Marina militare tedesca Hessen e Berlin e la nave Le Eithne appartenente alla Marina militare irlandese, ma anche le unità di Moas (Migrant Offshore Aid Station, l’Ong maltese fondata da Christopher e Regina Catrambone) e Medici Senza Frontiere, e proprio il Moas segnala che il coordinamento dei soccorsi tra navi italiane, tedesche e irlandesi ha salvato 2000 persone da 5 scafi. Di queste, 372 provenienti dall’Eritrea sono ora imbarcate sulla Phoenix e già dirette verso la Sicilia.

Tra gennaio e maggio l’Italia ha registrato circa 46.500 arrivi, registrando un incremento del 12% rispetto allo stesso periodo del 2014. Lo ribadisce lo stesso Unhcr. Le proiezioni per il 2015 riguardano circa 200.000 persone, contro il 170.000 dello scorso anno. E domenica, nel primo pomeriggio, arriveranno altri 650 migranti al porto di Palermo: sono stati soccorsi nei giorni scorsi nel Canale di Sicilia e saranno ospitati nei centri di accoglienza di Palermo e provincia. Altri 105, prevalentemente nigeriani, somali o del Burkina Faso, sono giunti a Pozzallo già sabato pomeriggio con una nave militare, mentre altri 106 sono sbarcati a Lampedusa dopo essere stati soccorsi dalla Guardia di finanza. Non fanno parte del conteggio dei circa 3.000 in difficoltà.

SIRIA – «I miliziani avevano intimato a tutti i cristiani di lasciare il villaggio, altrimenti sarebbero stati uccisi. Nonostante questo, noi avevamo deciso di rimanere nella nostra casa. Il 22 agosto ci hanno fatti salire con la forza su un autobus dicendo che ci portavano nella clinica di Qaraqosh. Dopo, hanno aperto le nostre borse in cerca di soldi e di gioielli. Un uomo dell’Isis si è accorto che tenevo Cristina tra le braccia e l’ha presa con la forza. Supplicavo di riavere mia figlia ma l’unica risposta è stata: “Sali sull’autobus o ti ammazzo”. Non ho potuto fare niente». Aida Ebada appartiene alla comunità dei cristiani assiri della piana di Ninive, in Iraq, culla storica del cristianesimo mesopotamico. Il Califfato li ha derubati e umiliati, cacciati dalle case e dalle chiese, e in alcuni casi portato via anche i loro bambini, come Cristina di tre anni.
L’appello
A Erbil, in un campo profughi dove alla fine Aida è scappata con il marito e gli altri quattro figli, una delegazione di frati della Basilica di San Francesco d’Assisi ha ascoltato la sua testimonianza. Il dolore di questa madre li ha spinti a lanciare un appello con l’hashtag #savecristina: Salvate Cristina. Le missioni e le mense francescane d’Italia intanto hanno attivato il numero solidale 45505 dal 7 al 26 giugno per aiutare i profughi in Iraq.

Con la foto incorniciata della bambina in mano e il volto quarantatreenne sfigurato da rughe centenarie e occhiaie profonde, la madre ripete da dieci mesi il racconto del rapimento. L’ha denunciato alla tv irachena, ne ha parlato a numerosi siti cristiani, lo ha spiegato agli attivisti di Amnesty International. Non ha intenzione di smettere. La vicenda di Cristina è una delle numerose violenze contro i minorenni avvenute in questi mesi nel califfato.

Lo scorso febbraio, diciotto esperti del Comitato Onu sui diritti dell’Infanzia hanno denunciato che «i bambini delle minoranze etniche e religiose vengono uccisi sistematicamente dall’Isis: ci sono stati ripetuti casi di esecuzioni di massa, come pure notizie di decapitazioni, crocifissioni e di minorenni sepolti vivi». Le vittime appartengono soprattutto a minoranze, come gli yazidi e i cristiani, ma sono anche sciiti e sunniti. Il rapporto denunciava la vendita dei bambini come schiavi e le violenze sessuali sistematiche. Secondo alcune testimonianze, i piccoli schiavi al mercato di Mosul vengono «esposti con i cartellini con il prezzo» e quello più alto è riservato a maschi e femmine di età compresa tra uno e nove anni (proprio come Cristina). La madre chiede al mondo di non restare indifferente. «Queste cose che stanno succedendo in Iraq, come rapire una bambina innocente, e questi crimini come rubare il denaro, togliere tutto alla gente… che cos’è tutto questo? Questo non è umano. Che cosa abbiamo fatto di male? Restituitemi mia figlia».




ITALIA – Il marò, Salvatore Latorre, a Taranto per motivi di salute

Il presidente della Repubblica ha  parlato della questione dei Marò: «Nel momento in cui celebriamo la Festa della Liberazione, il mio pensiero va anche ai due fanti di Marina, Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, che da oltre tre anni attendono giustizia. A loro è rivolto il mio incoraggiamento con l’associazione che l’impegno dell’Italia nei loro confronti non si è attenuato».

Massimiliano Latorre in questi giorni ha fatto visita ai commilitoni della fregata Aliseo nel porto di Taranto. Il fuciliere di marina al centro dell’annosa querelle giudiziaria che oppone Italia e India da diversi anni insieme al collega Salvatore Girone, s’è presentato in mattinata alla base navale tarantina dove ha incontrato amici e un suo congiunto imbarcati sulla nave che ha appena terminato un’importante operazione militare del Gruppo Navale Onu congiunta a mezzi statunitensi, canadesi, turchi, spagnoli e tedeschi.

Si è trattato di un incontro strettamente privato.

Latorre si trova in Italia per poter continuare il percorso di convalescenza dopo l’ictus che lo ha colpito qualche mese fa. Solo nei giorni scorsi la magistratura indiana, in una riunione lampo, aveva “allungato” il permesso per motivi di salute accordato al marò accusato di omicidio, insieme a Girone, per i fatti accaduti nel golfo del Kerala.

Massimiliano Latorre è stato autorizzato a rimanere in Italia fino al 15 luglio. I giudici hanno concesso altri 3 mesi di convalescenza al Marò operato al cuore il 5 gennaio scorso dopo l’ictus che lo ha colpito in India. La decisione è stata presa al termine di un dibattito di una ventina di minuti che ha riesaminato brevemente l’iter giudiziario in cui sono coinvolti Latorre e Salvatore Girone, che si trova ancora in India. «Sicuramente questa proroga consente a Massimiliano di proseguire le cure in un ambiente più salubre quale può essere quello domestico. Questo almeno dal punto di vista fisico. Da quello psicologico sicuramente è un sollievo temporaneo», ha detto all’Ansa la compagna del fuciliere tarantino, Paola Moschetti. Latorre è stato ricoverato in ospedale negli ultimi giorni per un «forte mal di testa». L’ingiustizia – ha spiegato la donna- «c’è a prescindere. A maggior ragione vista la loro innocenza. Non era Massimiliano che deve tornare a New Delhi ma Salvatore che deve rientrare in Italia. Speriamo accada presto».




ITALIA – Nella scuola Diaz fu commesso il reato di tortura. Approvata la legge per punirlo

Arnaldo Cestaro, classe 1939, era il più anziano ospite della scuola Diaz il 21 luglio 2001, ma quei poliziotti incappucciati e senza nome non lo risparmiarono, infierendo su di lui, malgrado spaventato aveva sollevato le mani in segno di resa e si era appoggiato contro il muro. Lo colpirono alla testa, alle gambe anche se lui gridava loro: “Fermatevi, sono un uomo vecchio e pacifico”, ma solo il perentorio ordine del vicequestore Michelangelo Fournier placò gli animi di quei uomini neri. Arnaldo porta con sé i segni di quel pestaggio, ma da bravo rivoluzionario, non si è mai arreso, sebbene i responsabili di quella mattanza non siano mai stati puniti da un tribunale italiano ,anzi nonostante le loro cravatte siano sporche del sangue di quei ragazzi, continuano a ricoprire incarichi di grande rilevo; li ha trascinati dinnanzi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo che dando ragione a Cestaro ha giudicato che nella scuola Diaz fu commesso il reato di tortura.
In Italia il decreto legge che punisce i reati inerenti il suddetto ambito, latitava da oltre 25 anni, ossia da quando in Italia fu ratificata la convenzione dell’Onu contro la tortura adottata dall’ Assemblea delle nazioni unite il 10 dicembre 1984. Ieri, dopo un quarto di secolo, la Camera dei deputati ha ”prontamente” approvato il decreto legge, con 224 voti favorevoli, 14 contrari e 50 astenuti, seguito da non poche polemiche della Lega.




EUROPA – 470 migranti morti in mare. Nawal Soufi: “La Guardia Costiera non ha interpreti”

Dall’inizio dell’anno, circa 470 persone hanno perso la vita o sono scomparse nel Mediterraneo durante i viaggi della speranza verso l’Europa, lo rende noto l’Alto commissariato Onu per i rifugiati Unhcr, sottolineando anche che nello stesso periodo dello scorso anno le vittime furono 15.

Oltre a denunciare la strage, l’organizzazione delle Nazioni Unite ha inviato all’Unione europea una serie di proposte per affrontare il problema delle migliaia di migranti e rifugiati che cercano di raggiungere il Vecchio continente. Tra le iniziative da assumere secondo l’Unhcr, l’istituzione di “un’importante operazione di ricerca e soccorso europea nel Mediterraneo simile all’operazione Mare Nostrum”, la realizzazione di “un sistema europeo per compensare le perdite economiche subite dalle compagnie di navigazione coinvolte nel salvataggio in mare”, un meccanismo di equa distribuzione dei rifugiati siriani. L’Unhcr sollecita inoltre l’Unione Europea affinché esplori soluzioni per affrontare le difficoltà in cui incorrono i rifugiati una volta arrivati in Europa, assicurando loro un sostegno adeguato ed evitando che alcuni Paesi debbano assumersi la responsabilità in modo preponderante.

“Stiamo proponendo all’Unione Europea e ai Paesi che ne fanno parte una serie di soluzioni coraggiose e innovative per affrontare le sfide connesse alla gestione dei flussi migratori misti nel Mediterraneo e ridurre il numero di persone che perdono la vita in mare – ha dichiarato Vincent Cochetel, Direttore del Bureau Unhcr per l’Europa – Il mantenimento dello status quo non è un’opzione praticabile. Non agire di fronte a queste sfide comporta solamente la morte di altre persone.”

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Nelle photo, Nawal Soufi, “Lady Sos”, come l’hanno soprannominata i siriani. Perché quando si trovano alla deriva, su un mercantile lasciato senza equipaggio, quando non rimane che disperazione e paura sanno che c’è un numero “d’emergenza” sempre attivo, il suo. Nawal avverte la Guardia Costiera fornendo ai militari le coordinate della posizione dell’imbarcazione. Poi corre al porto ad accoglierli, fornisce loro cibo, acqua, vestiti, pannolini per bambini, contatti utili. Lo fa da quasi due anni, gratis, spinta da una passione incondizionata, che si riassume in questa risposta: “È il cuore che mi paga”.

È stata lei a segnalare l’arrivo di tutti i 13 cargo lanciati contro le coste italiane dagli scafisti, dal 28 settembre a oggi. “In quattro casi mi avevano detto di essere stati abbandonati. Con il Blue Sky M (intercettato il 30 dicembre con quasi 800 migranti a bordo), mi arrivò questo sms: “Abbiamo problemi a guidare il mercantile, non abbiamo controllo”. “Tutti hanno il mio numero, ne ho salvati a migliaia”.

Durante l’incontro pubblico organizzato dall’associazione “Donne musulmane d’Italia” nel Palazzo della Gran Guardia  di Verona, in occasione della Giornata internazionale della Donna, per condannare tutte le forme di estremismo, di terrorismo ed esprimere la propria preoccupazione di fronte all’ondata di gravi episodi di islamofobia che sta attraversando l’Europa in questi ultimi mesi, soprattutto dopo l’attentato presso la sede della rivista francese Charlie Hebdo, Newal Soufi ha denunciato la mancanza di mezzi di soccorso adeguati ad accogliere le imbarcazioni. “In Sicilia – ha detto – la Guardia Costiera non ha interpreti per dialogare con i profughi. Per passione mi sono messa a studiare tutti i dialetti del mondo arabo, per questo capita anche che la Guardia costiera mi faccia partecipare a telefonate di gruppo con i migranti. Mi tocca anche salvarli dallo sfruttamento di chi li trasporta a caro prezzo nel Nord Europa senza dire loro che esistono  treni e biglietti a basso costo”.

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Pena di morte per i marò, il Nostro No

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E’ assurdo che proprio due cittadini italiani muoiano perchè condannati dalla Giustizia di un paese in cui è praticata la pena di morte. Mi riferisco alla vicenda dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in India. L’Italia è sempre stata in prima linea nella campagna contro la pena di morte e  impegnata nella battaglia per una moratoria universale delle esecuzioni.

“La difesa dei diritti umani è per l’Italia un principio inderogabile – ha dichiarato il ministro degli Esteri, Federica Mogherini – intendiamo continuare a batterci per una moratoria delle esecuzioni e in prospettiva per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Nel 2007 abbiamo dato impulso alle iniziative che portarono all’adozione della prima risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla moratoria della pena capitale. L’anno seguente e nel 2010 con un gruppo di altri Paesi abbiamo promosso, sempre come Italia, altre due risoluzioni approvate all’Onu”.

Il 1 luglio scorso è stata istituita una «task force», di cui fanno parte Amnesty International, la Comunità di Sant’Egidio e Nessuno Tocchi Caino, destinata al coordinamento dell’azione italiana in vista della votazione in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Ma per svolgere un ruolo incisivo nel consolidamento e nell’ampliamento del risultato già ottenuto, per sensibilizzare quanti più Paesi e raggiungere questo obiettivo, saranno importanti il protagonismo della società civile, del governo e del Parlamento italiani.

La pena di morte è oggi giorno praticata in 95 Stati: è presente in quasi tutti i paesi asiatici, in buona parte di quelli africani, in alcune zone della America, come Stati Uniti, Cuba e Cile, mentre in Europa è esercitata esclusivamente nei territori della ex-Jugoslavia e della Bulgaria. Di tutte queste nazioni, escludendo gli Stati Uniti, le più significative sono la Cina e il Giappone.

Nel 2013 ci sono state esecuzioni in almeno 22 Paesi e in tutto “sono state messe a morte 778 persone, con un incremento del 15% rispetto al 2012”. “Così come gli anni precedenti – prosegue Amnesty International – questo dato non include le migliaia di persone che si ritiene siano messe a morte in Cina dove la pena di morte è considerata segreto di Stato”. Negli Stati Uniti, “unico paese del continente americano a eseguire condanne a morte”, il numero di esecuzioni continua a diminuire e il Maryland è diventato il diciottesimo Stato abolizionista.

In Cina, come del resto in tutti gli altri paesi asiatici, la pena di morte è massicciamente praticata; in tal senso, basti pensare che nel 1993 il 63% delle esecuzioni mondiali sono avvenute proprio in territorio cinese. I reati capitali sono 68, tra cui omicidio, stupro, rapina, furto, traffico di droga, prostituzione, evasione delle tasse e, addirittura, stampa o esposizione di materiale pornografico. Particolarmente raccapricciante è il fatto che spesso le esecuzioni vengono fatte in luoghi pubblici e i condannati sono costretti a tenere al collo un cartello con il loro nome e il reato per il quale vengono giustiziati. Amnesty International, inoltre, denuncia il fatto che spesso ai condannati, una volta giustiziati, vengono espiantati gli organi senza il loro permesso; proprio per questo motivo, si ritiene che alcune condanne vengano eseguite in quanto sono richiesti organi per i trapianti.

In Giappone, la legge prevede la pena di morte per 17 reati, quali l’omicidio e il provocare morte durante un dirottamento aereo. L’aspetto sicuramente più sconvolgente per i detenuti giapponesi è, oltre naturalmente all’esecuzione, il trattamento a loro riservato nel braccio della morte: possono, infatti, ricevere visite solo dai parenti più stretti, nella maggior parte dei casi non è permesso loro ricevere posta, vivono in celle dove la luce viene sempre tenuta accesa, sorvegliati da telecamere, che controllano che non tentino il suicidio. Devono, inoltre, sempre sedere al centro della cella e non è concesso loro di appoggiarsi al muro nè di dormire nelle ore diurne. I detenuti che non rispettano le regole subiscono severe punizioni, come l’isolamento o la sospensione delle visite. Da sottolineare, vi è il fatto che tra il novembre del 1989 ed il marzo del 1993 le esecuzioni vennero sospese perchè i ministri di giustizia dell’epoca erano contrari alla pena di morte: durante la moratoria, il tasso di criminalità non aumentò, ma anzi diminuì.

Condanne capitali colpiscono persone affette da disabilità mentale e intellettiva. In generale, il rapporto di Amnesty International sulle esecuzioni mostra che si è registrata qualche inversione di marcia. “Quattro Paesi, Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam, hanno ripreso le esecuzioni – si legge nel testo – e c’è stato un aumento significativo delle persone messe a morte in Iran e Iraq”.

Non può essere ammissibile che uno Stato arroghi a sé il diritto di vita o di morte su un essere umano: “lo Stato condanna chi uccide e poi uccide a sua volta, riparando una colpa con un’altra colpa”. (C. Beccaria)

Oggi, a distanza di millenni da quando l’uomo ha riconosciuto come inammissibile uccidere un suo simile (Non uccidere è un comandamento scritto  sulle Tavole  di Mosè) e a poco più di 250 anni dagli scritti di Cesare Beccaria,  solo il 50% dei Paesi del globo ha rinunciato alla pena capitale.

Sarebbe meglio per  qualsiasi società  punire  chiunque commetta reati non solo con la pena detentiva, ma  anche con lavori socialmente utili, finora assegnati, in Italia, soltanto a criminali appartenenti a determinate caste (politici ecc.) per evitare che scontino pene più pesanti.




LIBIA – A Parigi, riunione dei ministri degli Esteri del gruppo Med. Scaroni:”Sostegno ai Paesi vicini, soprattutto all’Egitto”

Il caos Libia e le nuove minacce Isis, oggi a Parigi riunione dei ministri degli Esteri del gruppo Med, con Gentiloni, mentre dagli Stati Uniti l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, assicura che sta arrivando arrivato un sostegno forte alla mediazione che sta conducendo l’inviato speciale del segretario generale dell’Onu, Bernardino Leon, per un governo di unità nazionale” in Libia. Sul territorio la situazione resta grave: tre autobomba sono esplose ad Al Qubah una cittadina nell’est della Libia causando danni e anche “perdite” di vite umane. Una delle esplosioni ha colpito un edificio dei servizi di di sicurezza, precisano le fonti. Al Qubah si trova ad una quarantina di chilometri ad ovest di Derna, la città trasformata in Califfato da jihadisti affiliatisi all’Isis. Intanto migliaia di egiziani sono bloccati, in territorio libico, al valico tunisino di Ras Jedir e non riescono a passare la frontiera per cercare di rientrare nel Paese d’origine. Alcune centinaia di cittadini egiziani (che in precedenza lavoravano in Libia, da dove ora cercano di scappare) sono diretti verso l’aeroporto di Djerba Zarsis, da dove dovrebbe partire un ponte aereo per rimpatriarli.

Renzi, Italia solida contro minacce – “L’Italia è un grande Paese in condizione di affrontare qualsiasi tipo di minacce”. Matteo Renzi utilizza la platea della trasmissione di Rai 2, Virus, per mandare pochi e miratissimi messaggi sul ruolo e la strategia di Roma in merito alla situazione in Libia e ai rischi di attacchi terroristici da parte dell’Isis. “L’Italia è forte ed in condizione di reggere ma non intende avviare avventure belliche”. Il problema va affrontato con “grande decisione” ma senza cedere all’isteria collettiva. “Preoccupazione sì , sottovalutazione della situazione no ma non siamo assediati, non abbiamo quelli con i coltelli dietro le porte”, tranquillizza il premier rimarcando che il problema, per certi versi, non viene dall’esterno ma dall’interno: non a caso – spiega- gli attentatori in Francia e a Copenaghen, sono nativi di quei luoghi. Così come l’Isis non e’ strutturalmente in Libia ma un fenomeno accresciuto anche grazie alle moderne tecnologie di comunicazione, come Internet, per esempio. Da qui la massima esigenza di lavorare diplomaticamente per ottenere il consenso internazionale, quindi anche da parte di paesi come la Cina e la Russia, per giungere ad una soluzione che porti la pace nel paese nordafricano. “In Libia c’è il rischio di un “franchising del terrore con gruppi locali che decidono che la bandiera dell’Isis ha più visibilità” e quindi si uniscono ai jihadisti. Lo ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a Porta a Porta, sottolineando che l’Isis ha un “marchio lugubre dall’alto valore simbolico”.

Paolo Scaroni, vice presidente di Rothschild group e per nove anni numero uno dell’Eni, da profondo conoscitore del Paese nordafricano non ritiene ancora drammatica la situazione, che può essere risolta anche senza un’azione militare dell’Italia e dei Paesi alleati. «Più che immaginare un intervento, mi immagino un forte sostegno ai Paesi vicini, soprattutto l’Egitto». Scaroni ritiene che la missione militare avesse senso tre anni fa. «Sarebbe servito a disarmare tutte le milizie in Libia. Ma al punto in cui siamo, concordo con il premier Renzi, per un intervento servono 100mila uomini».

Obama: “Guerra a terrore non all’ Islam”.

Isis : “Arriviamo a Roma” – “#We Are Coming to Rome”, stiamo arrivando a Roma. La nuova minaccia dell’Isis all’Italia arriva con un hashtag su Twitter, e alimenta le preoccupazioni per la situazione in Libia, sempre più caotica. Una “situazione esplosiva”, come l’ha definita Federica Mogherini, ministro degli Esteri della Ue. Così mentre a New York, nella sede dell’Onu, si lavora incessantemente per trovare una soluzione alla crisi che infiamma la sponda sud del Mediterraneo, a Washington – dove i rappresentanti di 60 Paesi si sono confrontati sulle strategie anti-Isis – il segretario di Stato americano John Kerry si è incontrato per parlare di Libia proprio con la Mogherini e il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri, alla presenza del numero uno dell’Onu Ban ki-Moon. Proprio l’Egitto, intanto, ha presentato una bozza di risoluzione alle Nazioni Unite che prevede anche l’uso della forza militare in Libia se necessario. Un’opzione che però al momento non sembra essere presa in considerazione, almeno stando alla discussione avvenuta in seno al Consiglio di sicurezza. Discussione che ha rafforzato il fronte dei sostenitori della via diplomatica. La priorità numero uno è quella di mettere insieme le varie fazioni che si confrontano in Libia in un contesto di unità nazionale contro le forze del terrore. Come emerso anche da una riunione a New York dell’Intenational Crisis Group sulla Libia composto da rappresentanti di Usa, Francia, Regno Unito, Italia, Germania, Spagna, Ue e Onu.

Alfano ha parlato della minaccia di infiltrazioni con i barconi di immigrati. “Non c’e’ traccia reale di un nesso tra immigrazione e terrorismo. Ma non si puo’ escludere nulla”. A confermare le sue parole arriva da Londra la notizia che una donna di 25 anni di Birmingham è stata arrestata all’aeroporto londinese di Heathrow appena scesa da un volo in arrivo dalla Turchia ed è stata accusata di terrorismo. Al Qaida, ha detto Obama, “e’ una sfida per il mondo intero, non solo per l’America”. La forza militare non e’ pero’ sufficiente, ha affermato il presidente americano. E’ necessario sconfiggere anche la propaganda, contrastare i terroristi che online “fanno il lavaggio del cervello” ai giovani musulmani. E il mondo islamico si deve mobilitare: “Schieratevi nella lotta contro gli estremisti”, ha detto il presidente rivolgendosi ai leader musulmani. Il Cairo però preme per una risposta muscolare.

L’Egitto non rinuncia però ad esercitare pressioni. C’è il rischio che “barconi pieni di terroristi” arrivino sulle coste italiane, ha avvertito l’ambasciatore egiziano a Londra, Nasser Kamel, mentre il premier libico Abdallah al Thani ha a sua volta affermato che membri dell’Isis e di Boko Haram hanno raggiunto o stanno raggiungendo i gruppi terroristici in Libia, che a loro volta si starebbero avvicinando al confine con la Tunisia. Una figura di spicco dell’Isis in Libia, Abu Arhim al-Libim, afferma invece che l’Isis vuole infiltrarsi sui barconi di immigrati nel Mediterraneo e attaccare le “compagnie marittime e le navi dei Crociati”, almeno stando a dei presunti ‘piani segreti’ contenuti in un documento di cui il think tank anti terrorismo Quilliam di Londra è entrato in possesso. Difficile capire se si tratti di propaganda o strategia. Di certo, ha affermato Obama, è necessario “aiutare il mondo musulmano a sviluppare dei social media che contrastino la propaganda degli estremisti su Internet”, dove “gruppi come al Qaida e l’Isis propagandano una visione della religione respinta dalla stragrande maggioranza dei musulmani”.

Riepilogo

È di «155 combattenti dell’Isis uccisi e 55 catturati» il bilancio del blitz via terra delle forze egiziane a Derna. Lo riferiscono numerosi media egiziani citando le informazioni diffuse da Moustafa Bakry, un influente editorialista. Per il momento l’Esercito egiziano non conferma. Il blitz «è stato condotto da truppe elitrasportate».

Escalation nella guerra egiziana all’Isis in Libia. Forze speciali del Cairo hanno compiuto un’incursione terrestre a Derna, la città dichiaratasi Califfato dell’Isis nell’est del Paese. Lo riferiscono fonti libiche ed egiziane. Le stesse fonti precisano, senza fornire altre dettagli, che nel blitz i militari hanno «catturato 55 elementi del Daesh». Già ieri i media avevano riferito che, dopo i raid aerei l’Egitto stava, prendendo in considerazione attacchi di terra. In particolare era stata evocata la «task force 999», un’unità speciale per operazioni internazionali, da inviare in coordinamento con le forze di sicurezza libiche. E oggi si è registrato il primo attacco via terra.

Almeno cinque civili sono morti sotto i bombardamenti aerei dell’esercito egiziano contro le postazioni dello Stato Islamico, in Libia. Lo riferisce una fonte della sicurezza della citta’ di Bengasi.
Secondo la fonte, tre delle vittime erano bambini e due donne, tutte abitanti della citta’ di Derna, situata a 1.300 chilometri a est di Tripoli. I bombardamenti sono scattati questa mattina all’alba contro obiettivi dell’Isis in Libia, in risposta alla barbara uccisione dei 21 cristiani copti egiziani a Tripoli.
Hollande e Sisi: “Urge riunione consiglio sicurezza Onu”.
Sale dunque la tensione nel paese nordafricano, mentre la notte scorsa sono sbarcati in Sicilia i primi italiani rimpatriati dalla capitale libica, dove la situazione e’ molto critica. Nel video diffuso ieri sulla decapitazione dei copti, i jihadisti dello Stato Islamico hanno minacciato direttamente l’Italia: “Prima ci avete visiti in Siria, ora siamo qui, a sud di Roma”. I bombardamenti dell’Egitto sono stati confermati dalla tv di Stato, dopo che il presidente Abdel Fattah al-Sisi poche ore prima aveva annunciato che l’Egitto si riservava “il diritto di rispondere”. I caccia egiziani hanno colpito campi di addestramento e magazzini di armi.
Alfano da’ l’allarme: “Subito intervento in Libia”.
Intanto il presidente al Sisi ha incaricato il ministro degli Esteri, Sameh Shukri, di andare “immediatamente” a New York per le riunioni necessarie all’Onu e nel Consiglio di Sicurezza e chiedere una reazione internazionale. Secondo Sisi, Shukri porra’ la comunita’ internazionale di fronte alle “sue responsabilita'” perche’ prendano le “misure adeguate” per far rispettare la carta delle Nazioni Unite, tenendo conto che tutto quello che sta succedendo in libia “e’ una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”.
Papa, “Copti assassinati solo perche’ cristiani”.
L’emittente ha citato il comunicato con cui l’esercito del Cairo ha dato l’annuncio: “Le nostre forze armate lunedi’ hanno effettuato attacchi aerei mirati in Libia contro i campi Daesh (l’acronimo in arabo con cui viene indicato l’Isis, ndr.), i luoghi in cui si riuniscono e i campi di addestramento e i depositi di armi”. La tv di Stato ha anche mostrato le immagini degli aerei da combattimenti egiziani che decollavano per andare a compiere i raid. Il comando dell’aviazione del Cairo ha fatto sapere che i caccia egiziani sono partiti all’alba e sono tutti rientrati regolarmente alla base, colpendo campi di addestramento e magazzini di armi del gruppo jihadista. L’aviazione egiziana sostiene di aver colpito tutti gli obiettivi rispettando i piani. Anche i caccia dell’aviazione militare libica, fedele al generale Khalifa Haftar, hanno partecipato ai raid aerei. Lo riferisce l’emittente televisiva al Arabiya.
Intanto saranno trasferiti stamattina a Roma gli italiani rimpatriati dalla Libia e approdati la notte scorsa nel porto di Augusta (Siracusa), accompagnati dall’ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi. Il catamarano noleggiato dal governo italiano ha attraccato a mezzanotte e mezzo e lo sbarco dei nostri connazionali e’ avvenuto in un’area circondate dalle forze dell’ordine, che hanno tenuto a distanza i giornalisti. Solo un siciliano, un tecnico di Siracusa, e’ uscito dal porto ed e’ stato possibile avvicinarlo. Ai cronisti ha detto che “la situazione a Tripoli e’ critica”, e alla domanda se nella citta’ ci fosse gia’ l’Isis ha risposto: “Questo lo dice pure la televisione”. Dopo la notte in Sicilia, per i rimpatriati stamattina il trasferimento a Roma con un volo dell’Aeronautica militare dalla base di Sigonella, nei pressi di Catania.

Una Libia politicamente spaccata in due e attraversata da milizie armate e jihadisti che con l’Is sono avanzati nelle ultime settimane da est a ovest. Questa  la mappa delle forze in campo.

JIHADISTI IS – È stata Derna, ex provincia dell’Italia coloniale sulla costa orientale del Paese, la prima città libica a giurare fedeltà allo Stato islamico e al califfo Abu Bakr al Baghdadi, lo scorso autunno. Inizialmente circoscritta a Derna, con poche centinaia di uomini tra cui iracheni e yemeniti e campi di addestramento sulle Montagne verdi della Cirenaica, la presenza dei jihadisti si è spostata nelle scorse settimane a Tripoli, dove il 27 gennaio ha compiuto un sanguinoso attacco all’hotel Corinthia. Di pochi giorni fa, la notizia dell’ingresso di uomini di Baghdadi a Sirte e in altre località dell’ovest del Paese.

ANSAR AL SHARIA (alleati Is) – Nati sulle ceneri della rivolta del 2011 di ispirazione qaedista, i Partigiani della Sharia oggi alleati dell’Is controllano le città di Bengasi e di Sirte. Sono ritenuti responsabili dell’attacco al consolato Usa a Bengasi dell’11 settembre 2012 in cui morì l’ambasciatore americano Chris Stevens e altri tre statunitensi. Il gruppo è inserito nella lista nera di Usa e Onu delle organizzazioni terroristiche.

FORZE REGOLARI E GOVERNO LEGITTIMO a Tobruk – In Cirenaica, a Tobruk e Baida, si è autoesiliato in agosto per motivi di sicurezza il governo transitorio di Abdullah al Thani, espressione della Camera dei rappresentanti, il parlamento eletto il 25 giugno scorso, entrambi riconosciuti come legittimi dalla comunità internazionale. Il governo Al Thani è sostenuto dalle forze regolari libiche, nelle cui file è stato riassorbito l’ex generale Khalifa Haftar, che da mesi guida l’operazione militare Dignità contro Ansar al Sharia a Bengasi e Is a Derna, e quella contro le milizie filo-islamiche della coalizione Fajr Libya (Alba della Libia) a Tripoli. A fianco delle istituzioni di Tobruk si sono schierati l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, entrambi indicati come responsabili di raid aerei sulle milizie di Tripoli sin dall’estate del 2014.

FAJR LIBYA E GOVERNO PARALLELO (islamista) a Tripoli – Dopo la battaglia di agosto contro i rivali di Zintan (oggi fedeli a Tobruk) per il controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli, Fajr Libya (principalmente composta dagli ex ribelli di Misurata) ha imposto nella capitale un governo parallelo, denominato “di salvezza nazionale” e guidato da Omar al Hassi, esponente dei Fratelli musulmani, appoggiato dalla Turchia. Le milizie hanno riportato in vita anche il Congresso nazionale libico, l’ex parlamento il cui mandato è scaduto da tempo. Il 6 novembre scorso una contestata sentenza della Corte Suprema ha definito “illegittimo” il parlamento di Tobruk e il suo governo. Il Qatar è stato accusato di fornire armi e approvvigionamenti alle milizie filo-islamiche e di condurre una “guerra per procura” contro gli Emirati.