International day of Happiness, ma il mondo guerreggia in 30 conflitti

Siamo caduti nel buco nero di un conflitto di tutti contro tutti di cui non si intravede la fine eppure oggi si festeggia il giorno della felicità. Quale? E dove prenderla? Perchè si dovrebbe essere felici se non si riesce nemmeno a essere contenti? Trovo che questa sia la festa più ipocrita che potessero istituire, visto che non riescono a garantire un sano tenore di vita nemmeno ai cittadini dei paesi più ricchi e sviluppati del mondo. Ormai sopravviviamo e lo dimostrano  le indagini per la misurazione della F.i.l. (Felicità interna lorda. Il termine FIL fu coniato all’inizio degli Settanta dal re del Butan, Jigme Singye Wangchuck), che prendono in esame variabili atte a cogliere il grado di coesione sociale del sistema, come i tassi di criminalità, la presenza di istituzioni democratiche o il rispetto dei diritti civili. Anche questa, tra crisi e guerre, con il Pil ha raggiunto i minimi storici.

Essendo la  socialità  la tendenza innata degli individui a convivere tra di loro, la nostra vita è tanto più felice quanto più ricche sono le nostre relazioni sociali. Perciò il concetto di benessere basato sul reddito o sul reddito pro capite deve essere allargato per includere variabili economiche diverse e considerare un insieme ampio di indicatori, quali  il numero di ore lavorate, il tasso di disoccupazione, la mortalità infantile, l’incidenza di diverse malattie, la speranza di vita, per valutare direttamente il benessere psichico attraverso variabili quali il numero di suicidi, la diffusione dell’utilizzo di psicofarmaci oppure attraverso indagini nella popolazione che stimino il grado di soddisfazione percepito dai cittadini.

La classifica che mette al primo posto il Costa Rica,  definendolo il paese più felice del mondo,  non  include nell’elenco i paesi più infelici e forse bisognerebbe invertirla e domandarsi qual è il paese più infelice.

Mentre le guerre in Siria, Iraq e Ucraina riscuotono l’interesse dei mezzi d’informazione occidentali, sono una trentina gli altri conflitti di cui si parla pochissimo e che, in assenza di interventi, continueranno a colpire milioni di persone.

Le guerre civili nella regione del Darfur e negli stati meridionali del Sudan sono quasi sparite dai mass media anche se riguardano moltissime persone e nel solo Darfur hanno provocato 2,4 milioni di profughi.

La crisi nel vicino Sud Sudan è trascurata invece avrebbe un urgente bisogno di attenzione: è l’opinione di Jean-Marie Guéhenno, presidente dell’International crisis group, con sede a Bruxelles, che sta attualmente monitorandole guerre presenti in tutto il mondo.

Il Sud Sudan, l’Afghanistan e la Siria sono stati considerati nel 2014 i paesi meno pacifici del mondo, secondo la classifica annuale compilata dall’Institute for economics and peace.

“L’orribile violenza alla quale si assiste ancora in Sud Sudan va avanti perché non c’è alcuna forma di pressione da parte dell’opinione pubblica”, sostiene Guéhenno.

Il secondo anno di guerra civile sta portando il paese più giovane del mondo sull’orlo della bancarotta e della carestia, e le violenze hanno costretto alla fuga almeno 1,9 milioni dei suoi 11 milioni di abitanti, uccidendone più di diecimila.

Secondo Guéhenno, se il Sud Sudan ricevesse una maggiore attenzione dai mezzi d’informazione occidentali, potrebbero essere adottate misure come un embargo sulle armi o un’azione seria per tagliare i finanziamenti alla guerra e simili pressioni avrebbero un seguito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

“Eppure questo conflitto resta fuori dei radar, tranne quando si verificano scontri più gravi”, afferma.

La Nigeria è un altro paese che risente della scarsità di notizie sui conflitti interni.
Anche se gli attacchi dei militanti islamisti di Boko haram ottengono qualche copertura, lo stesso non si può dire per le tensioni in corso altrove. Secondo Guéhenno, potrebbero esplodere gravi scontri nella regione del delta del Niger, ricca di petrolio.

“Nel caso di episodi di violenza dopo le elezioni, la notizia finirebbe su tutte le prime pagine perché la Nigeria è un paese molto importante in Africa. Ma sarebbe meglio se questioni del genere fossero affrontate già da adesso”, ha aggiunto.

Nell’ultimo decennio il numero di conflitti nel mondo è rimasto piuttosto stabile, oscillando fra i 31 e i 37, ma alla metà del 2014 il numero di profughi in fuga dalle guerre ha toccato il suo apice dal 1996.

Tuttavia, molte guerre compaiono raramente sui giornali o le tv occidentali.

Nel 2014 gli scontri nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo hanno costretto circa 770mila persone alla fuga, portando il numero totale di profughi a 2,7 milioni in un paese di 68 milioni di abitanti. Più di venti gruppi armati sono attivi solo nella provincia del Kivu Nord.

Altri conflitti sono in corso in Somalia, Yemen, Libia, Repubblica Centrafricana e Pakistan. Dopo il ritiro di gran parte delle truppe straniere, anche l’Afghanistan riceve meno attenzione.

Secondo i ricercatori, non è necessariamente la portata del conflitto ad attirare le attenzioni dei giornalisti.

Virgil Hawkins, professore associato alla Osaka school of international public policy dell’Osaka university in Giappone, ha osservato come il conflitto israelo-palestinese abbia una copertura mediatica significativa nonostante il numero di vittime sia inferiore rispetto a quelle della Repubblica Democratica del Congo.

Hawkins ha paragonato l’interesse riservato dai mezzi d’informazione all’inizio di gennaio all’attentato islamista contro il settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi con il relativo silenzio su una serie di massacri compiuti quasi contemporaneamente da Boko haram in Nigeria.

“Le differenze non sono dovute al tipo di atrocità commesse, ma al luogo dove queste atrocità sono commesse e alle loro vittime”, ha scritto in un blog.

“Ci sono molti conflitti relativamente piccoli che covano sotto la cenere in paesi come l’India, la Thailandia, la Russia, la Turchia, la Birmania e l’Etiopia che non dovrebbero essere ignorati”, aggiunge.

I conflitti di portata ridotta spesso diventano più grandi nel momento in cui si collegano a una tematica più ampia, afferma Guéhenno. Per anni nessuno ha fatto molto caso ai microconflitti in corso nel Mali settentrionale, finché non sono diventati per il movimento jihadista un’opportunità per creare delle basi in quel territorio. “All’improvviso sono diventati strategici”, osserva Guéhenno.

“È molto difficile per i leader politici sollecitare un’azione politica su questioni che non riscuotono un grande interesse nei paesi occidentali”, conclude. “Quando le persone cominciano a essere uccise, allora c’è la mobilitazione”

Solo in Siria si contanto 220mila morti in quattro anni.

Era il 15 marzo del 2011 quando a Daraa, nel sud del Paese, si tenne la prima manifestazione contro il regime, dopo che il mese prima un gruppo di studenti erano stati arrestati con l’accusa di avere tracciato con lo spray slogan anti-regime. Un fatto senza precedenti nei 40 anni al potere della famiglia Assad. La reazione delle autorità di Damasco fu durissima. Nel sangue vennero represse anche successive manifestazioni in altre città, fino a quando l’opposizione cominciò a fare ricorso alle armi e i primi militari disertori fondarono l’Esercito libero siriano (Els). Da allora è stato un vortice di violenza che sembra non dover avere fine.

Il regime di Assad è ancora in sella nonostante l’ingiunzione lanciata fin dall’estate di quell’anno ad Assad dal presidente americano Barack Obama e dalla Ue perché lasciasse il potere. Il regime è riuscito a imporsi grazie alla fedeltà della maggior parte delle forze armate e all’appoggio dei suoi due grandi alleati, la Russia e l’Iran, anche se attualmente controlla con sicurezza solo una parte del territorio: da Damasco, attraverso la regione centrale di Homs, fino alla costa mediterranea, dove sono le roccaforti degli Assad. Nel nord Aleppo, quella che era una splendida città capitale economica e commerciale della Siria, è devastata dai combattimenti che da due anni e mezzo oppongono forze lealiste e ribelli. Più a est lo Stato islamico impone la sua versione oscurantista della Sharia nelle province di Al Hasakah e di Raqqa. A sud, presso il confine con la parte del Golan occupato da Israele, proseguono gli scontri con gruppi islamisti e il Fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaida, mentre consiglieri iraniani e milizie sciite libanesi di Hezbollah appoggiano le forze lealiste.

Una conferenza di pace organizzata all’inizio del 2014 a Ginevra è fallita dopo due sessioni e l’estate successiva il mediatore dell’Onu e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, ha gettato la spugna, come aveva fatto prima di lui l’ex segretario generale Kofi Annan. Il nuovo inviato speciale, il diplomatico italo-svedese di lungo corso, Staffan de Mistura, sta cercando di favorire un dialogo che parta da obiettivi modesti, come tregue locali temporanee, a cominciare da Aleppo. Ma anche questa iniziativa sembra trovare notevoli difficoltà.

L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha detto di essere riuscito a documentare i casi di quasi 13.000 detenuti morti nelle carceri del regime per le torture subite. Ma quando le atrocità non sono riprese in video è impossibile che scuotano le coscienze come fanno le immagini degli ostaggi occidentali decapitati dai fanatici dell’Isis.

L’ultimo attentato ha ucciso oltre venti persone (tra cui quattro italiani, spagnoli e francesi) al museo Bardo di Tunisi, a pochi passi dal Parlamento, che proprio in quelle ore stava discutendo le leggi antiterrorismo. Ha colpito contemporaneamente la nascente democrazia araba e la sua fragile economia fondata sul turismo.

«La gente ancora non ha capito cosa è successo ma si tratta del più grande attentato mai avvenuto nella capitale tunisina».

«Il Bardo è il simbolo della Tunisia», continua il blogger Youssef Cherif: «Nel colpirlo i terroristi dello Stato Islamico hanno voluto colpire l’unico Paese in cui la rivoluzione araba ha avuto successo».  Il Bardo, uno dei più bei musei del Mediterraneo, raccoglie molti dei più preziosi mosaici di epoca romana.

La Tunisia è il Paese da cui era partita la serie di rivoluzioni che nel 2011 hanno sconvolto il Mediterraneo mettendo fine al regime decennale dei dittatori del Nord Africa. Ed è anche l’unico Paese che è riuscito ad eleggere liberamente il suo Parlamento e a formare un governo di unità nazionale in cui i laici di Nidaa Tounes e gli islamisti Ennahada sono riusciti a confrontarsi. In Egitto infatti il dittatore Hosni Mubarak è stato sostituito con un colpo di stato nel 2013 dal collega Abdel Fattah al-Sisi che ha eliminato fisicamente o imprigionato tutti i principali islamismi del Paese senza distinzione tra terroriste conservatori. La Libia invece è discesa nel caos e nell’anarchia con due principali fazioni politiche che si contendono il controllo e, nel farlo, lasciando territorio libero ai barbuti dell’Is.

«La democrazia non piace agli uomini dell’Is che sono allergici a qualsiasi cosa non sia esclusivamente religiosa», continua Cherif: «Da mesi sul web minacciavano il nostro Paese, il più secolare del mondo arabo. Avremmo dovuto aspettarci un evento simile».

Il problema è che da mesi la sicurezza è un enorme problema per la Tunisia. La criminalità è in aumento e il numero di tunisini partiti per raggiungere i ranghi dell’Is in Siria e in Libia è altissimo: almeno tremila persone, ma c’è chi ne stima settemila. Le risorse economiche e le forze di polizia non sono sufficienti. Perfino un obiettivo sensibile come il museo (di mosaici romani) più importante del Paese che si trova per lo più nello stesso piazzale del parlamento, è stato lasciato scoperto, facile preda di uomini armati.

“Ogni volta che viene commesso un crimine terroristico, ovunque sia, siamo tutti colpiti”. Questo il commento del presidente francese Hollande all’attacco di Tunisi. “Quando si tratta di vite umane spaventosamente schiacciate dalla macchina terrorista, che sia in Francia, in Tunisia o a Copenaghen, siamo tutti colpiti”

Per far ripartire l’economia e offrire una speranza ai milioni di giovani tunisini disoccupati Tunisi aveva lanciato lo scorso autunno una vasta campagna per il rilancio del turismo, puntando tutte le fiche sull’imminente stagione estiva. «Adesso questo attacco non solo finirà per annullare ogni sforzo pubblicitario compiuto negli ultimi mesi ma rischia anche di dare corda ai fautori della contro-rivoluzione, ovvero a coloro che sostengono che la democrazia non sia un sistema politico possibile in un Paese arabo e che si debba ritornare a uno stato di polizia. A una dittatura», sottolinea Cherif.

Intanto in Italia c’è chi comincia a contare i pochi, pochissimi chilometri che ci separano dalle coste tunisine. Da settimane, sul web, si moltiplicano le minacce a Roma, l’antica capitale del Mediterraneo.

Quale sarà il prossimo paese infelice?




ITALIA – A Lecce con la Scuola di Carol Cordella per festeggiare i 110 anni di Dior

di Giulia Basile

La sala consiliare della provincia di Lecce, si riempie di vita. Ragazzi e ragazze vocianti e con gli occhi freschi di meraviglia entrano e cercano di accaparrarsi i primi posti. Al centro della sala 4 manichini prestano umilmente sostegno a 4 splendidi abiti di DIOR, provenienti dalla Scuola‒Museo della Moda del Maestro Sartore Pino Cordella. La preziosità e l’armonia che subito colpisce lo sguardo fa silenzio e si percepisce che l’immaginazione di tutti i presenti sta facendo un volo pindarico, oltre il presente, e ognuno sta riportando alla mente ricordi, sensazioni, promesse, sogni. È in questa atmosfera di attesa creata dalla “Bellezza” che entrano le parole di benvenuto di Carol Cordella, figlia d’arte è il caso di dire.

Si festeggiano i 110 anni dalla nascita di uno stilista, un grande della Moda, un settore che ‒ per chi lo ritenesse il luogo della futilità ‒ trascina il PIL del Paese più dello stesso Turismo.

Ma non è certo questo quello che ha affascinato e zittito i presenti, sia gli alunni delle Scuole di settore del circondario, sia tutti i numerosi ospiti.

La relatrice ci ha preso per mano e ci ha fatto ripercorrere gli anni di vita dello stilista di Dior intrecciando, come si conviene a tutti i comuni mortali, gli episodi di vita personali con quelli della storia nella quale siamo inseriti. Solo che per i più gli eventi personali muoiono con loro, per altri, che si incanalano sulla via del”eternità”, i piccoli episodi di vita diventano straordinari e anzi segnano il tempo nel quale sono inseriti. La storia personale di Dior non ha influenzato solo la gente intorno a lui, ma ha influenzato i fatti sociali e di costume, uscendo dal tempo contestuale per viaggiare oltre. Molto oltre e arrivare fino a noi.

Certo si tratta di un artista eccezionale, il cui nome, come qualcuno disse, ha messo insieme la parola Dio e la parola oro. Il che è un bell’inizio. Carol ci ha raccontato che la famiglia fu la guida ispiratrice di Dior, la madre in primis. Fu lei ad aiutarlo a mettere su una galleria, sapendo che l’arte aiuta a vivere bene. Ma nel ’29 la crisi economica portò grosse perdite nella famiglia benestante del giovane Dior, che senza remore andò a lavorare la terra con suo padre per risollevarsi. E intanto disegnava e mandava in giro senza stancarsi le sue opere alle varie Maison francesi. Venne accolto presso uno stilista di Parigi, dove rimase fino al ’39, quando costretto ad andare in guerra, fino al ’41. Intanto disegna, soprattutto come via di fuga dalle miserie presenti, miseria che, dopo il razionamento dei tessuti, lo costringono di nuovo a tornare a lavorare la terra per riscattare la casa paterna. Finalmente incontra un mecenate, Marcel Boussac, il re del cotone lo chiamavano, che gli dette un credito illimitato. Si attribuisce a lui la frase: “Questo ragazzo farà resuscitare i morti della seconda guerra mondiale”.

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Gli intrecci tra Dior e il femminismo.

Seguirono anni di intenso lavoro, in cui, senza abbandonare mai le consultazioni con una sua amica cartomante Madame Delahaye (anche il genio vuole conforto sul futuro), cerca di disegnare modelli che esprimessero il suo ideale di donna, convinto che una donna veste bene solo quando con l’abito è come se apparisse nuda. Le nuove mode non gli piacevano: donne con capelli corti, braccia scoperte, una donna generata dalla guerra mondiale, una donna forte, mascolinizzata. Sappiamo tutti che le donne avevano sostituito mariti e fratelli nelle fabbriche e nei lavori pesanti, e certo questa era stata una grande conquista per uscire fuori dalla “prigione “domestica, ma Dior cercava una donna diversa, pur valutando una certa indipendenza estetica acquisita dalle nuove donne (per es. abolendo il galateo che richiedeva un abito per le varie circostanze della giornata). Dior cercava u’altra donna ispiratrice. Tornò ancora una volta a casa e si dilettò ad osservare i fiori che sua madre coltivava nel giardino della loro casa di Granville, con tanto amore. Da qui nasce ancora una volta l’aiuto, dalla Natura e da sua madre. Ecco viene fuori la “donna fiore”e la sua prima collezione, il   12 Febbraio 1947: al 30 di Avenue Montaigne a Parigi, Christian Dior presentò la sua prima sfilata. Una grande sfilata ispirata ai fiori e ai loro colori. La stampa francese la boicottò. Fu seguita solo dai giornali americani che la osannarono e parlarono di Dior come di un Alessandro Magno, di un imperatore della moda. La donna si allontanava dalla immagina di donna teutonica della guerra, per sostituirla con l’immagine di una donna “clessidra” (tipo Ingrid Bergman, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Grace Kelly). Di nuovo il bustino che segnava la vita e gli abiti che mettono in luce fianchi e seno. Il tailleur Bar con la giacca e le gonne lunghe di nuovo e plissettate. Tutto questo fu contestato dalle femministe, alle quali sembrò un voler tornare indietro rispetto alle conquiste già fatte e scesero in piazza anche contro di lui.

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Le idee portanti dello stile Dior furono interpretate come un messaggio di chiusura alla modernità : non più donne indipendenti, ma donne che tornano in cucina. Infatti anche la pubblicità ricomincia a insistere su questo e ricorda alle donne che sono prima di tutto mogli. Gli slogan e le immagini di quegli anni del dopoguerra parlano di una donna casalinga e anche spesso stupida.

Dior andò avanti e portò sulla scena mondiale l’importanza della giacca e del tailleur e l’immagine di una ragazza giovane. Le sue modelle erano appunto giovani studentesse con lo stemma d’appartenenza sulla giacca, di alta moralità, e dette così spazio a quella generazione che era stata spazzata via dalla guerra.

Dopo 10 anni di successi la carriera e la vita di Dior si spensero nell’ottobre del 1957 a Montecatini.

Questo il cammino di Dior alla pari dei grandi letterati, scienziati, artisti del nostro tempo.

Le conclusioni dell’incontro le ha espresse, col giusto orgoglio per il lavoro che la Scuola di Formazione Cordella esprime sul territorio ( e non solo) la Consigliera provinciale di Parità Filomena Dantini, ma soprattutto un’ospite d’eccezione: la madre dello stilista Ennio Capasa, con la dolce determinazione delle sue parole e delle sue esperienze. Ha accennato ai sacrifici che si fanno in questo campo della moda, alle scelte coraggiose di Ennio tornato da Parigi a lavorare qui in Italia ‒ dove spesso l’ingegno non trova il giusto spazio ‒ per amor patrio e ha invitato i giovani a rimanere qui. La passione ‒ ha detto ‒ deve essere nutrita di sacrificio e il successo si può ottenere in ogni segmento del lavoro di uno stilista, perché intorno all’ideatore bisogna che ci sia professionalità alta per far sì che l’idea si perfezioni e si concretizzi in un abito. Un abito che può diventare un capolavoro e che può parlare di bellezza. Bellezza che, in qualunque campo, è ragione e scopo di quel Bene che ci salverà.