ITALIA – Beacon waves, un ponte che ha unito 4 scuole diverse

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MODENA – Con “Beacon Waves” quattro scuole viaggiano sulla stessa onda.  Sulla stessa frequenza l’Ites Jacopo Barozzi,  il Liceo musicale Carlo Sigonio, il Liceo artistico Adolfo Venturi   e l’Istituto comprensivo statale Jacopo Barozzi di Milano. Di seguito l’intervista  degli studenti della 3AAFM dell’Ites Barozzi a Daniela Lippera,  referente del progetto Barozzisifastoria dell’ Istituto milanese.

D – Come è venuta a conoscenza del progetto “Beacon Waves”?

Sono venuta a conoscenza del progetto “Beacon Waves” grazie ad un’amica di Toponomastica femminile che mi aveva segnalato la collega-giornalista Angela Milella. Sapevo solo che Angela insegnava in una scuola di Modena intitolata a Jacopo Barozzi come la mia e aveva una proposta da farmi. Non sapevo che avrei conosciuto un vulcano di energia e di idee.

D – Perché ha voluto creare il progetto ponte con l’Ites Barozzi di Modena?

Non ho creato il progetto, ma ho aderito, sapendo che per realizzarlo ho bisogno della collaborazione di tutti i colleghi. Al momento quelli con cui ho parlato si sono mostrati molto interessati, quindi spero proprio che riusciremo a partire per questa avventura.

D – Cosa l’è piaciuto di Beacon Waves? Come si potrebbe migliorare? Che ruolo avrà l’IC Barozzi di Milano nel progetto? Quali materiali fornirà?

Il progetto del nostro istituto si intitola Barozzisifastoria e rientra in quella grande fucina di idee e di iniziative dedicate alla storia di Milano che è la rassegna Milanosifastoria, ormai alla terza edizione. L’anno scorso il tema è stato il lavoro e le donne, anche quest’anno il tema è in generale il lavoro, per questo ero, come referente del progetto, alla ricerca di nuove idee per presentare al pubblico i risultati dei lavori degli alunni che non fossero i soliti cartelloni e la proposta di Angela Milella di collaborare con Beacon Waves mi è piaciuta molto.

D – Perché una scuola di Milano porta il nome di Jacopo Barozzi, proprio come la nostra, se Barozzi era di Vignola?

La scuola elementare di via Vignola, terminata nel 1914, è stata dedicata a Jacopo Barozzi, un importante architetto del ‘500. Oggi è la sede di un Istituto comprensivo che raggruppa quattro plessi scolastici. L’Istituto ha il nome della scuola capofila.

D – Cosa pensano i bambini di questo progetto? C’è la possibilità di creare altri ponti con altre città? Quale ruolo avranno i bambini? Quante classi parteciperanno? E quali?

I bambini sono in genere pronti ad accogliere proposte che li coinvolgano in prima persona, sono affascinati dall’idea di fare una radio, soprattutto di poter essere protagonisti e di potersi mettere in gioco. Non sappiamo ancora quante classi parteciperanno, speriamo in un effetto a catena, l’importante è che qualcuno inizi.

D – Qual è la relazione tra la materia che insegna e il progetto? L’infanzia è un passaggio importante e fondamentale per la persona, come si trova e che rapporto ha con i suoi alunni? Cosa l’ha spinta a lavorare con i bambini? Quali emozioni le trasmettono?

Insegno italiano, storia e geografia nella scuola secondaria di primo grado. I miei alunni hanno dagli undici ai tredici anni. Prendo dei bambini e lascio dei ragazzi. E ‘ impressionante vedere quanto cambino nel giro di tre anni. L’emozione principale che provo nei loro confronti è senza dubbio la simpatia.

D – Cosa è importante per i bambini?

Per i bambini è fondamentale essere trattati con rispetto, essere ascoltati e avere la fiducia degli adulti che stanno loro vicini.

D – E’ difficile insegnare ai giovanissimi?

Insegnare ai bambini è un lavoro e come in tutti i lavori devi avere una professionalità. Certo ci sono situazioni o scuole in cui è più difficile insegnare, ma questo dipende dal contesto sociale in cui è inserita la scuola. Allora è necessario che vi sia un buon team di colleghi, con cui lavorare. Non credo nell’insegnante-eroe che si batte da solo contro tutti, credo invece in una scuola come ambiente in cui si collabori, si condividano buone pratiche, si sperimenti, si faccia ricerca e si cresca insieme culturalmente e come cittadini. Credo che lavorare con i bambini significhi aiutarli a individuare nuove strade per il futuro. Insomma è una cosa molto egoista, forse, ma mi domando: come voglio che sia il mio futuro? E allora ecco che cerco e scopro tracce nei giovani.

D – Cosa comporta lavorare a un progetto al quale lavorano ragazzi e bambini?

Il progetto ponte tra i due Istituti può essere una buona occasione per entrambe le scuole. Sicuramente per i più piccoli l’idea di lavorare con i più grandi è molto eccitante. Mi auguro che anche per gli studenti più grandi possa essere un’esperienza positiva, perché sono loro i giovani adulti cui si ispireranno i più piccoli e questa è una grande responsabilità.

D – Sappiamo che Lei è un membro dell’associazione “Milano si fa storia”, ci può parlare di questa associazione in modo più approfondito? Chi ha fondato l’associazione? Com’è nata l’idea di fondarla? Qual è il suo scopo?

Msfs è un progetto, patrocinato dal Comune di Milano, che non ha un unico fondatore. Nasce da un’idea di storia che esca dalle aule universitarie e dal sapere specialistico e coinvolga l’intera cittadinanza; ha come scopo la costruzione di una memoria condivisa, interdisciplinare, intergenerazionale e di ‘genere’. L’Iris , l’istituto che si occupa dell’ insegnamento e della ricerca interdisciplinare di storia, è l’ente capofila di una rete formata da moltissimi soggetti, associazioni, Fondazioni, biblioteche, circoli, sindacati, scuole e cittadini.

D – Realizzerete un programma storico per Beacon Waves? Di quale argomento tratterà? Ci saranno temi della storia di Milano?

Per quanto riguarda il nostro contributo a Beacon Waves abbiamo molte idee, ma non ancora definito un vero e proprio programma. Noi dovremo fare delle ricerche sul tema del lavoro e alcune classi si dedicheranno allo studio delle trasformazioni avvenute nel nostro quartiere negli ultimi ’50 anni dalla fase industriale a quella attuale di terziario avanzato. Altro filone sarà continuare il percorso di ricerca delle grandi assenti dal mondo della storia: le donne. Quindi l’idea dei radioviaggi di Angela Milella. Così i bambini potranno presentare dei luoghi, giardini, scuole, o angoli di Milano che ricordino e parlino delle donne di questa città.

D – Quale metodo utilizza per ottenere e diffondere informazioni storiche?

In genere la prima fase del progetto è preparatoria; mi informo, prendo contatti, leggo, partecipo a delle riunioni, insomma mi preparo, cerco il materiale, parlo con gli alunni, aspetto le loro riflessioni e proposte. Poi pianifico il lavoro e inizia il lavoro in classe con gli alunni. Arrivo quasi sempre ad un punto in cui entro nel panico, perché ogni giorno a scuola nascono problemi imprevedibili. In compenso quando arrivo a quel punto sono i ragazzi ad aiutarmi e il progetto viene portato a termine.

D – E’ facile realizzare progetti di questo tipo? E’ la prima volta che l’IC Barozzi prende parte a un progetto così?

E’ la prima volta che il mio istituto partecipa a un progetto così, anche perché abbiamo poche attrezzature e risorse tecnologiche, quindi dobbiamo davvero arrangiarci.

D – Lei che ruolo svolge? Quanti membri fanno parte del progetto? Che ruolo avranno le persone coinvolte?

Non sono l’unica referente del progetto; io mi occupo dell’indirizzo generale e della scuola media, la mia collega Anna Marin delle elementari e della scuola dell’infanzia. Cerchiamo di portare avanti il progetto e di creare una continuità e un collegamento tra la scuola materna, la primaria e quella secondaria di primo grado.

D – Ha mai suonato o cantato? Che ruolo ha la musica nella sua vita? Ricorda la prima canzone che ha imparato?

La prima canzone che ho imparato? L’elefante con le ghette, se le cava e se le mette che mi cantava mio papà mentre mi insegnava ad allacciarmi le scarpe. Tutte le donne di casa mia cantavano molto bene, io ero considerata la stonata. Mi sono rifatta da grande cantando ‘Nkosi sikelele Africa nel coro dei Vu’ cantà di Martiño Lutero insieme a Miriam Makeba.

D – Ascolta la radio? Pensa sia un mezzo di comunicazione utile? Come è nata la passione per esso?

Adoro la radio. Ho la radio in cucina e l’accendo appena mi sveglio. Non ho molto tempo per ascoltarla, ma è una costante delle mie giornate.

D – Quale collegamento c’è tra Milano si fa storia e Toponomastica femminile?

Tra Msfs e Top Fem il collegamento è molto stretto; l’anno scorso ci siamo occupati di una donna molto importante alla sua epoca e controversa, Regina Terruzzi, direttrice della Regia Scuola Tecnica Femminile T. Confalonieri dal 1896 al 1900, che è la nostra scuola. L’insegnante Patrizia Cortiana con la sua V D ha svolto un bel lavoro sulle strade del nostro quartiere dedicate alle donne, come via Neera, pseudonimo della scrittrice Anna Zuccari Radius. La nostra scuola è dedicata a Teresa Confalonieri e si trova con la gemella J. Barozzi nel Parco Ravizza, Alessandrina Ravizza, che è stata una filantropa e protofemminista dell’800, vissuta qui a Milano. Insomma, girando per le strade di Milano e di tutte le città e i paesi d’Italia si fa storia. Noi siamo il prodotto di questa storia e dobbiamo occuparcene, perché fa parte di noi.

D – Quali strumenti sono utilizzati dai bambini?

Nella mia scuola una sezione ha l’indirizzo musicale. Gli alunni rientrano il pomeriggio per studiare pianoforte, chitarra, flauto o violino, oppure suonano insieme e preparano concerti. Le varie attività pubbliche della scuola sono sempre accompagnate dalla musica e in tutte le classi si suona o si canta in coro. In italiano o in inglese. Nelle classi dove abbiamo l’inserimento dei bambini sordi c’è il coro delle mani bianche e gli alunni cantano non solo usando la voce, ma anche le mani per segnare le parole in Lis ,la lingua italiana dei segni.

D – L’esalta l’idea di creare una radio nazionale? Secondo Lei in che modo questo progetto può influire sui ragazzi?

La radio è un potente mezzo di comunicazione. Una radio può diffondere la ricchezza straordinaria che c’è nelle scuole. In genere il mondo dell’infanzia viene rappresentato in modo edulcorato, secondo l ’idea dell’infanzia che hanno gli adulti, mentre il punto di vista dovrebbe essere capovolto: com’è il mondo e la realtà visti dai ragazzi? Che cosa hanno da dirci e da proporre? Quali sono i loro problemi, difficoltà, aspettative e desideri?

Mi piace l’idea di una radio dei ragazzi; credo che debba essere uno spazio loro; io posso solo creare

l’occasione per fare sentire, o ascoltare, le loro voci; il messaggio è il loro o sono loro stessi il messaggio.

D – La preside e i genitori cosa ne pensano?

La preside è molto interessata a questo progetto, ci crede molto e quando occorre ci aiuta. So che qualche genitore del Consiglio d’ Istituto è interessato a collaborare con gli insegnanti; pure l’anno scorso ci hanno sostenuto, anche economicamente. Questo è il modo per creare una comunità ed è il senso profondo di un progetto d’istituto. Certo a Milano non è del tutto facile, perché siamo sempre di corsa e non è un modo di dire. Venite a trovarci per vedere.




ITALIA – Lirica e teatro nelle targhe stradali femminili a Milano

Di Nadia Boaretto

Se c’è una tipologia di artiste ben celebrate a Milano con targhe commemorative è quella delle cantanti, a cominciare dalle esponenti della lirica. Non sarà un caso: La Scala rappresenta l’incontestato tempio operistico nel mondo, senza timore di competizioni. Non esistono strutture al suo livello per fama e tradizione. Soprani, contralti, tenori, baritoni trovano qui la conferma del loro talento. E talvolta ne divengono l’icona.

In epoca moderna a perpetuare fasti mai cessati spicca il nome di Maria Callas, e per la voce e per il personaggio.

1.Callas

Nata Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulou (New York, 2 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977), studiò ad Atene dal 1939 al 1945 e intraprese la carriera internazionale a partire dai tardi anni quaranta.
 Dotata di un timbro unico per volume, estensione e coloratura, riportò in auge il repertorio italiano del primo Ottocento, da lei interpretato con passionalità drammatica vocale e teatrale. Bell’esempio di canto di bravura, rientra a pieno titolo nella definizione di soprano drammatico d’agilità in senso lato.
Il suo straordinario talento di soprano e interprete, il successo artistico e mediatico, il mito costruito attorno a lei, le valsero l’appellativo di Divina. Come Maria Malibran e Giuditta Pasta riuscì a estendere la gamma ai suoni più acuti a completamento della pienezza delle note gravi.
Attiva in Grecia nel periodo 1937-1945, calcò le scene statunitensi dal 1945-1947 e nel 1947 giunse In Italia dove incontrò l’imprenditore Meneghini, suo futuro marito. I nomi lirici più noti al tempo erano Tebaldi, Simionato, Del Monaco, Di Stefano. La consacrazione di Callas avvenne nel 1948-1950, quando fu osannata a Venezia, Roma, Firenze, Torino. E alla Scala, che negli anni d’oro (1951-1957) aveva come sovrintendente

2.Callas.

Ghiringhelli, mai in buone relazione con lei.
 Un notevole cambiamento avvenne tra il 1952 e il 1954, quando un drastico calo di 38 chili ridusse il peso da 92 a 54 che, distribuiti su un’altezza di 172 cm, le conferirono una silhouette degna delle modelle di Biki, sua stilista preferita. Era pronta per assurgere a stella della mondanità, come dimostrerà il legame con Onassis, incontrato nel 1959. Nel 1966 Callas rinunciò alla doppia nazionalità statunitense e italiana per ottenere quella greca, forse per indurlo al matrimonio, ma lui le preferì Jackie, vedova di John Kennedy.
Il declino della voce appare già evidente nel 1958, data d’inizio di un periodo tormentato, interrotto nel 1966 dall’interpretazione nel film Medea di Pasolini. Alla stagione 1973-1974 risale l’ultima tournée, con Giuseppe Di Stefano. Maria Callas morì nella casa di Parigi, in angosciosa solitudine, stando al film di Zeffirelli.

Al mondo della lirica appartiene anche Giuseppina Maria Camilla Grassini, o Josephina (Varese, 18 aprile 1773 – Milano, 3 gennaio 1850), contralto debuttante nel mondo dell’opera a Parma nel 1789.

3.Grassini

L’anno seguente fu alla Scala di Milano in tre opere buffe che non ebbero grande successo, il che la indusse a dedicarsi ai ruoli drammatici.
 A partire dal 1792 Giuseppina tornò pienamente attiva nei teatri di Vicenza, Venezia, e di nuovo a Milano, Napoli e Ferrara. Il suo anno di gloria fu il 1796 grazie alla creazione di due ruoli a tutt’oggi famosi: la protagonista dell’opera Giulietta e Romeo e Orazia in Gli Oriazi e i Curiazi.
 Non aliena alle avventure amorose, la Grassini incantò Napoleone Bonaparte e lo seguì come amante a Parigi. Qui si esibì in alcuni concerti, per poi recarsi in tournée nei Paesi Bassi e in Germania (1801), e rientrare in Italia. Nel 1804-5 fu a Londra e nel 1806 tornò a Parigi, dove venne nominata Prima cantante di Sua Maestà l’Imperatore. Nuovamente chiamata al King’s Theatre di Londra, intrecciò una relazione con il nemico giurato di Napoleone, il duca di Wellington. Seguì un breve soggiorno a Roma, poi a Parigi durante i Cento giorni dell’epilogo napoleonico e anche dopo la Restaurazione (il Duca di Wellington era stato nominato ambasciatore britannico a Parigi). Ma dovette lasciare la Francia per volere di Luigi XVIII, poco propenso ad accettare la popolarità di un’ex-amante del Bonaparte.
Rientrata quindi definitivamente in Italia, calcò le scene a Brescia, Padova, Trieste, Firenze e nel 1817 nuovamente alla Scala, ma con minore successo.

RIDOTTA_4.Giuseppina_Grassini

La sua carriera si concluse nel 1823 a Milano, dove morì dopo anni di insegnamento, avendo tra le sue allieve Giuditta Pasta. 
Giuseppina Grassini, una delle più grandi cantanti liriche a cavallo tra Settecento e Ottocento, aveva una voce di contralto, del genere che oggi rientrerebbe nella categoria mezzosoprano. Malgrado la limitata estensione vocale, brillava per sonorità e volume, oltre che per la notevole flessibilità e le doti interpretative, ben esaltate dalla bellezza. Avversa alla tendenza che preferiva i superacuti fini a se stessi, simboleggiò la passione e il vigore della stagione aurea bisecolare del canto lirico.

Allieva della Grassini e attiva in un periodo subito successivo fu Giuditta Angiola Maria Costanza Pasta, nata Negri (Saronno, 26 ottobre 1797 – Como, 1o aprile 1865), mezzosoprano e soprano tra le maggiori celebrità operistiche del XIX secolo, alla pari con Maria Malibran.

RIDOTTA_5.GiudittaPasta

Interessatasi precocemente alla musica, studiò solfeggio e canto privatamente. Nel 1813, raggiunta l’età minima necessaria, si iscrisse al Conservatorio di Milano, dove rivelò subito un eccezionale talento. Il debutto come professionista avvenne nel 1815 al Teatro Filodrammatici di Milano. Fu un’infelice esibizione, tuttavia seguita l’anno dopo da uno straordinario successo a Parigi.
 Nel 1817 era a Londra, dove ancora una volta ebbe un debutto scoraggiante, il che non le impedì di rispettare coscienziosamente gli impegni presi. Soltanto la gravidanza poté costringerla a ritirarsi temporaneamente dalle scene. A marzo nacque la figlia Clelia e a settembre ricominciò l’attività al Teatro San Benedetto di Venezia.
Nel biennio 1818-20 Giuditta si esibì a Padova, Roma, Brescia, Trieste, Torino, Venezia, collaborando con la grande Giuseppina Grassini. Nel 1819 cantò al Théâtre-Italien di Parigi e l’anno successivo al Teatro La Fenice di Venezia, per tornare tra il 1821 e il 1823 a Parigi con un vasto repertorio, contesa non solo dai teatri Odéon e Opéra, ma anche dall’aristocrazia.
Seguirono tournée al Teatro Regio di Torino e nel biennio 1824-25 a Londra e Parigi. Nel 1826, oltre agli impegni con Parigi e Londra, vi fu lo strepitoso successo al Teatro San Carlo di Napoli. E poi la Pasta sarà ancora a Londra e al Teatro Comunale di Bologna nel 1829, anno in cui, dopo circa tre lustri come contralto, passò al registro di soprano, esordendo a Vienna. Nel frattempo si esibiva con frequenza a Milano, dove soggiornava nell’attuale via Montenapoleone. Sempre nel 1829 ricevette il titolo di Illustrissima cantatrice di S.M.I.R.A. (Sua Maestà Imperial Regia Apostolica).

 RIDOTTA_6.PastaNel 1830 Donizetti scrisse per lei l’opera Anna Bolena, soggiornando a Blevio, ospite della stessa Pasta, che contribuì alla composizione con preziosi suggerimenti. 
L’incontro tra la Pasta e il Bellini fu fondamentale per entrambi: la cantante trovò nel giovane musicista l’unico capace di metterne in risalto le doti, mentre Bellini trovò l’interprete ideale, l’unica che grazie ai ricchi mezzi vocali soddisfacesse pienamente la sua verve creativa e sperimentale. Dopo una serie di esibizioni, tra cui alcune infelici alla Scala nella Norma, a causa di scemate prestazioni vocali che con uno sforzo quasi sovrumano era sempre riuscita a dominare, si ritirò dalle scene. Ma nel 1837, dopo due anni di riposo, riprese l’attività in Gran Bretagna e a Parigi. Cantò per l’ultima volta opere complete in una tournée in Russia nel 1841, dove a San Pietroburgo e Mosca interpretò Norma, Semiramide e Anna Bolena.

Nel 1848 appoggiò da Blevio i patrioti italiani durante i moti rivoluzionari delle Cinque giornate di Milano e, avuta notizia della vittoria degli insorti, il 22 marzo piantò la bandiera tricolore sul colle di Brunate e intonò l’inno dell’Italia libera.
La sua ultima esibizione risale al 1851, quando cantò in un concerto alla Royal Opera House con Teresa Parodi, sua allieva.

La sua era stata una storia di studio accanito che le aveva permesso di valorizzare la voce, inizialmente limitata, debole e disomogenea, fino a raggiungere una eccezionale sonorità, coloratura, duttilità ed estensione. Il suo stile ampio e aulico fu definito da Bellini «sublime tragico». I motivi del precoce declino vocale sono da ricercare nella transizione dal registro di contralto a quello di soprano, che la sottoposero a duro sforzo. Come attrice possedeva una notevole presenza scenica, ottime doti recitative, straordinaria musicalità e forte temperamento drammatico.

A scavalcare il XIX secolo sconfinando in epoca moderna ci guida Adelina Patti (Madrid, 19 febbraio 1843 – Craig-y-Nos, 27 settembre 1919).

7.AdelinaPatti

Nata in Spagna e cresciuta negli Stati Uniti da famiglia italiana, è inscritta nella storia operistica come uno dei più grandi soprani di coloratura del Novecento. Ultimogenita di un padre tenore e di una madre soprano, Adelina non fu l’unica dei loro figli a seguire la carriera artistica: le sorelle maggiori Carlotta (1835-1889) e Amalia (1831-1915, sposata al pianista Maurice Strakosch) divennero stimate cantanti, mentre il fratello Carlo (1842-1873) fu violinista e direttore d’orchestra. La formazione canora di Adelina si deve al fratellastro Ettore e al cognato Maurice Strakosch. La sua prima apparizione pubblica del 1852 fu

seguita da numerose tournée negli Stati Uniti e a Cuba, ma il vero e proprio debutto operistico, lodato dalla critica, avvenne il 24 novembre 1859 all’Academy of Music Opera House di New York. Si recò poi con il padre a Londra, dove il 14 maggio 1861 debuttò al Covent Garden, riscuotendo notevole successo. Cantò ad ogni stagione del Covent Garden fino al 1884 e passò quindi in Germania, nei Paesi Bassi, in Belgio. Nel novembre 1861 era al Théâtre Italien di Parigi. In Italia partecipò alla stagione 1865-66.
Nel 1862 si era esibita alla Casa Bianca commuovendo Abramo Lincoln e la moglie (in lutto per la recente perdita del figlio Willie) con il brano Home! Sweet Home! che divenne uno dei suoi bis più frequenti, insieme alla canzone popolare Comin’ Thro’ the Rye.
Nel 1868 cantò ai funerali solenni di Rossini nella Chiesa della Trinité a Parigi. La sua carriera proseguì di successo in successo, negli Stati Uniti, in Europa, in Russia e in Sud America, suscitando ovunque l’entusiasmo del pubblico e della critica, grazie anche all’aspetto fanciullesco che le conferiva un’ottima presenza scenica. Sua celeberrima antagonista fu l’ungherese Etelka Gerster.
La Patti non amava sperimentare e nel programma dei suoi concerti includeva invariabilmente le stesse arie. Tuttavia fu un’attrice convincente in ruoli patetici e quando la sua voce maturò, si cimentò in ruoli di maggior peso. Nel 1885 giunse a interpretare Carmen al Covent Garden, raccogliendo uno dei rari insuccessi della sua carriera.
Si sposò tre volte: nel 1868 con il marchese di Caux, da cui divorziò nel 1885; nel 1886 a Londra con il tenore Ernest Nicolini, che fu suo compagno anche sulla scena e che morì nel 1898; nel 1899 con il barone svedese Rolf Caderström, di 27 anni più giovane.
 A lei è dedicato un cratere di 47 km di diametro sul pianeta Venere.

8.Patti

Dotata di una voce non potente ma limpida e di splendido timbro nonché di straordinaria estensione e agilità, fu una delle più autentiche dive teatrali del suo tempo e come tale si concesse ogni genere di libertà nell’adattare gli spartiti ai suoi mezzi vocali. Pare che un giorno, esercitandosi nell’aria del “Barbiere di Siviglia” Una voce poco fa accompagnata al pianoforte dall’anziano Rossini, la modificasse con una tale quantità di abbellimenti che il musicista le chiese con ironia chi ne fosse l’autore.
Ritiratasi in un grandioso castello di sua proprietà presso Craig-y-Nos, in Galles, la Patti continuò ad esibirsi privatamente nel piccolo teatro del palazzo. Tra il 1903 e il 1906, ormai sessantenne, decise di incidere con la Gramophone Company. Ne nacque una ventina di pezzi, che spaziavano dalle arie d’opera alle canzoni popolari inglesi di fine Ottocento e mostravano come, nonostante l’età, la sua voce rimanesse duttile e armoniosa.

Sempre in campo musicale, ma di tutt’altro registro, raggiunse la fama Milly (nata Carla Mignone: Alessandria, 26 febbraio 1905 – Nepi, 22 settembre 1980), segnalatasi non solo come cantante, ma anche come attrice. Oggi è considerata l’emblema della milanesità.

RIDOTTA_9.Milly

Allevata dalla madre, dopo l’abbandono del padre nel 1910, inizia a lavorare adolescente nel Teatro Fiandra della sua città, dove debutta come cantante nel 1925. Forma poi un trio con la sorella Miti e il fratello Totò, esibendosi nell’avanspettacolo e nella rivista. In quel periodo frequenta il principe Umberto II di Savoia.
Lavora come soubrette e recita in operette al Teatro Lirico di Milano nel 1931 ed al Teatro Reinach di Parma nel 1932. Il trio familiare si scioglie quando la sorella Miti sposa il regista Mario Mattoli, che nel 1934 arruola Milly per il film Tempo massimo. Il cinema non è per lei un’esperienza nuova, perché il debutto era avvenuto due anni prima, in 5 a 0 di Mario Bonnard. Mattoli la chiamerà poi a fianco di Vittorio De Sica in Amo te sola.
In contemporanea Milly incide i primi 78 giri e ottiene un buon successo soprattutto nel 1929 con Stramilano.
Dopo un periodo trascorso in America, nel dopoguerra s’impone nel teatro impegnato e drammatico con L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, allestita dal Piccolo di Milano per la regia di Giorgio Strehler.

10.Milly

Nel 1962 è protagonista, insieme a Enzo Jannacci e Tino Carraro, dello spettacolo Milanìn Milanon.
 Nel 1964 incide la canzone Autunno a Milano, quindi inserisce nel repertorio brani dei cantautori emergenti (Jannacci, De André, Svampa, ecc.). 
Spesso ospite in televisione come interprete di motivi degli anni Venti, Trenta e Quaranta, affianca spesso Mina (sua futura discografica per la PDU) ed è ospite fissa a “Studio Uno” (1965) di Antonello Falqui, con una rubrica di canzoni famose tra le due guerre mondiali, talvolta in duetto con Lelio Luttazzi e nelle medley di chiusura di ogni puntata. Il suo leit motif “come nei mille, mille, mille, ritornelli di Milly” rievocava i testi d’amore del passato che lei stessa presentava in una breve introduzione. Continuavano intanto gli spettacoli e il cinema. È del 1970 Il conformista, per la regia di Bernardo Bertolucci. L’ultimo recital di Milly avviene a Palermo il 3 agosto 1980, poco prima della morte.

Teatro, radio e cinema furono anche i campi d’azione di Maria Melato (Reggio nell’Emilia, 16 ottobre 1885 – Lucca, 24 agosto 1950), attrice, portata alla recitazione sin dall’infanzia, figlia del maestro di scherma Silvio Melato e della nobildonna Elisa Friggieri.

RIDOTTA_11.Melato

Cominciò la sua variegata carriera artistica nella compagnia Berti-Masi (1903), poi come amorosa nella compagnia di Teresa Mariani e Vittorio Zampieri. Successivamente fu prima attrice giovane nella compagnia di Irma Gramatica e Flavio Andò. Ma la vera maturazione avvenne sotto la guida di Virgilio Talli, il più importante capocomico di allora. Rimase con lui dal 1909 al 1921, componendo con Annibale Betrone e Alberto Giovannini una famosa triade: fino al 1918 con un repertorio classico, in seguito sperimentando testi più attuali e di moderna problematica come quelli di Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, Massimo Bontempelli, Gabriele D’Annunzio.

La Melato si cimentò anche in pellicole cinematografiche, purtroppo oggi perdute. Nel 1921 divenne capocomica con Bentrone e iniziò un periodo di fervore artistico a tutto tondo, occupandosi di regia, adattamento dei testi, formazione degli attori, ideazione dei costumi. Dal 1922 in poi fondò diverse compagnie teatrali; nel 1923 e 1925 portò i suoi spettacoli in America Latina con grande successo; nel 1927 trionfò al Vittoriale nell’interpretazione di La figlia di Jorio di D’Annunzio. Negli anni Trenta dovette tornare a temi e autori più tradizionali, formando una compagnia propria ancora con Bentrone e con la regia di Luigi Carini.

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Accostata dai suoi ammiratori alla Duse per la tensione emotiva e per la sensibilità esasperata, possedeva un registro vocale che la induceva a compiacimenti fonici, quasi con modulazioni da cantante. In seguito alle vicissitudini della guerra, l’attrice, ormai sessantenne, cominciò a perdere terreno; non le rimasero che alcune recite di secondo piano e il lavoro radiofonico. Si congedò dalle scene nel 1948 per poi ritirarsi in Versilia. Morì il 24 agosto 1950 a seguito di una brutta caduta dal treno mentre si accingeva ad andare a Torino per una trasmissione radiofonica.




ITALIA – Milano combattente

Di Nadia Boaretto

Milano è medaglia d’oro fra le città decorate al valor militare per la guerra di liberazione. E ne va fiera. Tale orgoglio si riflette nelle intitolazioni stradali, che anche quando celebrano figure risorgimentali, risalenti quindi a più di un secolo addietro, alludono a un perdurante spirito libertario e alla lotta contro l’oppressore straniero. I personaggi femminili non sono numerosi, ma la disparità fra nominativi maschili e femminili sta a poco a poco migliorando.

 

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Cristina Trivulzio di Belgioioso è relegata un po’ lontano dal centralissimo palazzo Belgioioso, ma molti angoli di Milano portano le sue tracce. L’atto di battesimo venne registrato nella parrocchia della chiesa di Sant’Alessandro. Il suo matrimonio con il giovane ed avvenente principe Emilio Barbiano di Belgiojoso avvenne nella chiesa di S. Fedele il 24 settembre 1824. La più ricca ereditiera d’Italia vantava una dote di 400.000 lire austriache. Aveva allora solo 16 anni. Fu un’unione infelice, che aggiunse pene ai problemi di epilessia e di salute cagionevole. Divenuta fervente patriota, Cristina viaggiò in Italia, in Svizzera, in Francia, ebbe i beni confiscati dagli Austriaci, tanto che la sua firma sui bozzetti dei parlamentari francesi, che le erano stati commissionati, divenne La Princesse ruinée (La principessa rovinata). Avversa ai progetti mazziniani, che riteneva fallimentari, non sempre godette di simpatie tra i fuoriusciti italiani a Parigi. La sua vita avventurosa anche dopo la nascita della figlia Maria la condusse da Locate a Napoli, in Turchia, sempre in ristrettezze. Il che non le impedì di aiutare le donne più umili e i loro figli, e di pagare il viaggio a 200 patrioti che volevano partecipare alle 5 giornate di Milano.

Morì nel 1871, a 63 anni. Aveva sofferto di varie malattie, vissuto molte peripezie, tra le quali anche un tentativo di omicidio, cosa che le lasciò diverse ferite. Fu sepolta a Locate di Triulzi, dove la sua tomba si trova tuttora. Al suo funerale non partecipò nessuno dei politici dell’Italia, che lei così generosamente aveva contribuito ad unire.

 

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Al suo periodo si lega Costanza Arconati Trotti Bentivoglio (Vienna 1800-1871), attiva durante i moti carbonari del 1821. Successivamente costretta dall’esilio del marito a soggiornare tra il Belgio e Berlino, può tornare in Italia grazie all’amnistia del 1838. Dopo una breve permanenza a Milano si stabilisce a Pisa, mantenendo i contatti con intellettuali liberali. Costanza non riesce a capire perché i governanti piemontesi non si pongano all’altezza del compito che il destino ha loro riservato: guidare un esercito alla liberazione dell’Italia. Tesse così una fitta rete di corrispondenza con i patrioti in prigione, in particolare con Federico Confalonieri e con Giorgio Pallavicino e dietro il ruolo di “cronista culturale”, come viene definito il suo impegno, cela un’intensa attività patriottica di messaggera; ella porta infatti a destinazione i dispacci dei carbonari, in Francia, in Belgio, in Germania, ovunque. Al momento delle 5 Giornate (1848) arriva a Milano, dove si pone a fianco del marito che si batte per l’immediata unione del Lombardo-Veneto al Piemonte, sotto il comando di Carlo Alberto. Dopo il 1849, al ritorno degli austriaci, si trasferisce a Torino e di qui a Firenze e Vienna, seguendo sempre le vicende italiane e applaudendo Roma capitale d’Italia. Il 21 Maggio 1871 Costanza non regge al dispiacere della notizia dell’imminente morte del suo secondogenito, Gianmartino, per una malattia incurabile contratta in un viaggio e muore in un edificio adiacente alla reggia di Francesco Giuseppe, che tanto si era opposto all’unità d’Italia. È sepolta ad Arconate, feudo della famiglia del marito.

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Giuditta Bellerio Sidoli fu a sua volta fervente patriota, legata a Mazzini, con cui nel 1832 fondò il giornale politico La Giovine Italia, assumendone il ruolo di responsabile e contabile.

A causa delle sue idee rivoluzionarie fu allontanata dai figli per volere del suocero e trascorse anni in un continuo peregrinare per gli Stati d’Italia e d’Europa, alla ricerca dei figli e nelle partecipazioni ai vari moti rivoluzionari e cospirazioni a Livorno, Firenze, Roma, Milano e Bologna. Nel dicembre 1849 fu arrestata e incarcerata a Modena e trasferita a Milano nel febbraio 1850 su ordine del generale Radetzky. Scampata al carcere e trasferitasi definitivamente a Torino sul finire del 1852, diede vita ad un salotto politico frequentato dalle maggiori personalità risorgimentali dell’epoca, contribuendo a preparare il terreno culturale per la seconda guerra di indipendenza.

Nel 1868 Giuditta Bellerio si ammalò gravemente di tubercolosi e il 28 marzo 1871 si spense a Torino, stroncata da una polmonite, dopo aver rifiutato i sacramenti religiosi, coerentemente con la sua dichiarazione di «credere liberamente nel Dio degli esuli e dei vinti, non in quello imposto dalla Chiesa».

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Matilde Viscontini, altra patriota, dopo il matrimonio con il militare polacco Jan Dembowski visse in un appartamento di famiglia in via San Maurilio e anni dopo la separazione dal marito, la cui brutalità entro le mura domestiche era cosa risaputa, andò ad abitare in piazza Belgioioso. Quando si dice il destino! Qui creò un salotto frequentato da intellettuali. Di lei s’innamorò Stendhal, ma forse Matilde aveva una relazione con il conte Giuseppe Pecchio; entrambi erano affiliati alla Società dei Federati, un circolo cospirativo legato ai liberali piemontesi, che si proponeva di suscitare un’insurrezione a Milano contando sull’appoggio del principe di Carignano. Le donne affiliate erano chiamate «maestre giardiniere». Arrestata, la Viscontini diede prova di grande coraggio e intelligenza, negando ogni coinvolgimento e preoccupandosi soprattutto di non denunciare gli amici. Morì di tabe nel 1825, a soli 35 anni.

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Il filo rosso della storia tesse una bella trama di intelligenza e coraggio nelle figure di Rosa Luxemburg e Anna Kuliscioff, ben presenti in due targhe stradali.

Rosa Luxemburg (Zamość, 5 marzo 1871 – Berlino, 15 gennaio 1919), è una politica, filosofa e rivoluzionaria polacca naturalizzata tedesca, teorica del socialismo rivoluzionario marxista. Di famiglia ebrea, ricevette una buona istruzione, fino alla laurea in giurisprudenza.

Rosa Luxemburg convinta che un programma rivoluzionario non potesse accogliere temi nazionalistici quali l’autonomia della Polonia, credeva comunque nel diritto all’auto-determinazione dei popoli, restando «la liquidazione del capitalismo internazionale» il fine dei partiti socialisti.

Fece parte del fronte pacifista all’inizio della prima guerra mondiale e assieme a Karl Liebknecht nel 1915 creò il Gruppo Internazionale.

Il 28 giugno 1916 Rosa, assieme a Karl, venne arrestata in seguito al fallimento di uno sciopero internazionale e condannata a due anni di reclusione, dopo essere già stata in carcere per un intero anno a partire dal febbraio 1915.

Partecipò alla Rivoluzione Tedesca del novembre 1918 e contribuì a fondare il Partito Comunista di Germania, tra il dicembre 1918 e il gennaio 1919. Nel corso della rivolta iniziata il 6 gennaio 1919, venne rapita ed in seguito assassinata, insieme con Liebknecht, dai soldati dei cosiddetti Freikorps, i gruppi paramilitari agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert e del ministro degli Interni Noske.

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Anna Kuliscioff (Sinferopoli, 9 gennaio 1855 – Milano, 29 dicembre 1925), anarchica, rivoluzionaria italo-russa, è una fondamentale esponente e fondatrice del Partito Socialista Italiano. Di ricca estrazione ebrea, si laureò in medicina e si specializzò in ginecologia, prima a Torino, poi a Padova. Con la sua tesi scoprì l’origine batterica della febbre puerperale, aprendo la strada alla scoperta che avrebbe salvato milioni di donne dalla morte dopo il parto. Si trasferì poi a Milano, dove cominciò a esercitare l’attività medica, meritandosi il titolo di “dottora dei poveri”. Come già avvenuto in passato a Firenze, nel 1898 andò in carcere con l’accusa di reati di opinione e di sovversione. Dopo qualche mese venne scarcerata per indulto. Elaborò poi una legge a tutela del lavoro minorile e femminile che, presentata al Parlamento dal Partito Socialista Italiano, venne approvata nel 1902 come legge Carcano, nº 242.

Anna Kuliscioff, assieme alla sindacalista Maria Goia, ebbe parte attiva nella campagna per l’estensione del voto alle donne tanto che con il suo sostegno nel 1911 nacque il Comitato Socialista per il suffragio femminile. Ma nel 1912 una legge di Giolitti istituiva il suffragio “universale” solo maschile, estendendo il voto anche agli analfabeti che avessero compiuto i trent’anni. Si continuava così a escludere le donne da un diritto basilare. Per Anna iniziò un periodo di scoramento, durante il quale anche il rapporto con Filippo Turati si incrinò.

Morì a Milano nel 1925 e il funerale venne funestato da alcuni fascisti. Sepolta nel Cimitero Monumentale, ha una via dedicata in zona Bisceglie e una targa che accomuna il suo nome a quello di Turati in piazza Duomo, sotto i portici di accesso alla Galleria Vittorio Emanuele.

Queste donne impavide hanno lasciato il segno. Nel corso dell’occupazione tedesca altre hanno raccolto il testimone.

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Tra queste Gina Galeotti Bianchi, una delle protagoniste della lotta nel nord Italia. Già all’età di 16 anni entrò nel movimento antifascista, prese poi parte agli scioperi di Milano, con il nome di battaglia di Lia e venne catturata e interrogata per ben 33 volte. Denunciata al Tribunale speciale il 25 luglio 1943 venne liberata, tornò a Milano, dove prese parte al Comitato provinciale dei Gruppi di difesa della donna, e continuò la propria attività, dedicandosi all’assistenza delle famiglie delle vittime della lotta di Liberazione. Il 25 aprile 1945 nella giornata di insurrezione nazionale mentre si recava a Niguarda per prendere contatto con alcune infermiere dell’ospedale incaricato di curare i partigiani feriti fu colpita da una raffica di colpi che uccise lei e il bimbo di otto mesi che portava in grembo. A soli 33 anni morì dopo un’intensa vita di lotta antifascista. Le fu poi assegnata la medaglia d’oro alla memoria dal Comando Generale delle Brigate Garibaldi. Il 19 novembre 2005, nella zona di Niguarda, nei giardini tra via Val di Ledro e via Hermada, il Comune di Milano le ha intitolato l’area.

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Teresa Noce, «sola, affamata e ribelle» per sua stessa definizione, s’impegnò nel Partito socialista italiano (PSI), fondando nel 1919 con altri compagni il circolo giovanile socialista torinese. In Italia militò contro il fascismo e in Francia fondò la rivista Noi Donne con Xenia Sereni ed entrò in clandestinità. Fu rinchiusa in campo di concentramento a Ravensbrück e infine liberata da forze polacche. Il suo nome va annoverato fra quelli delle madri costituenti e come parlamentare per l’impegno esercitato a favore della parità salariale e per la promozione della legge 26 agosto 1950, n. 860 a tutela delle lavoratrici madri. Dopo un periodo doloroso di rottura con il marito Luigi Longo e con il partito comunista morì a Bologna il 22 gennaio 1980.

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A tutte le Donne Partigiane il consiglio di zona 6 ha dedicato una piazza di Milano.




FRANCIA – Tensione al confine di Ventimiglia per i 40mila. Grande attesa per il vertice del 25 giugno

“Quello che sta accadendo a Ventimiglia è un pugno in faccia all’Europa”, ha denunciato Alfano. Anche il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ha criticato la chiusura della frontiera decisa da Parigi e le resistenze di alcuni paesi dell’Unione ad aderire al piano che prevede che ogni stato accolga una quota di profughi.

La Francia chiarisce la sua posizione, senza concedere nulla. Secondo il responsabile dell’interno francese Cazeneuve, prima di chiedere aiuto ai paesi vicini, il governo italiano deve aprire dei centri per identificare e registare i migranti, in modo da separare chi può chiedere asilo e ha quindi diritto di essere accolto e circolare in Europa, da chi è arrivato per motivi economici e, senza permesso di soggiorno, deve essere respinto, secondo i trattati comunitari.

Senza questa selezione a monte, ha detto Cazeneuve, non può funzionare il principio di distribuzione dei profughi tra tutti i paesi europei proposto dalla Commissione europea e sostenuto dall’Italia.

Mentre cresce l’attesa per il 25 giugno, quando i leader Ue si incontreranno per discutere dell’emergenza immigrati e approvare il piano licenziato dalla commissione Ue per distribuire fra i membri dell’Unione i 40mila arrivati in Italia e Grecia, sale la tensione al confine di Ventimiglia tra Italia e Francia. Lì infatti la polizia transalpina impedisce ai migranti di varcare la frontiera e, secondo quanto risulterebbe allo stesso sindaco di Ventimiglia, alcuni di quelli che erano riusciti nelle ultime ore ad entrare in Francia sarebbero stati riportati nel nostro Paese. Intanto fonti governative preannunciano che Matteo Renzi affronterà l’emergenza immigrazione a livello europeo nei colloqui con i capi di governo francese François Hollande e inglese David Cameron nel corso dei colloqui già previsti in occasione delle loro rispettive visite all’expo di Milano nei prossimi giorni. Per quello che riguarda una soluzione comunitaria all’emergenza, al momento il fronte contrario alle quote obbligatorie è piuttosto vasto e annovera Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Paesi dell’est e baltici, Spagna e Francia. Quest’ultima, insieme alla Polonia, starebbe però cambiando idea. Prima del cruciale appuntamento, è atteso il via libera da parte dei ministri degli Esteri – il prossimo 22 giugno – alla missione per colpire i barconi in acque internazionali e libiche. In Italia intanto l’emergenza, culminata con le situazioni estreme delle stazioni Tiburtina a Roma e Centrale a Milano, ha esacerbato ulteriormente la polemica politica tra il governo e le forze che, come Lega e M5s, contestano la politica di Palazzo Chigi in materia. Nel dibattito si è inserita anche la Chiesa italiana, attraverso il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, il quale ha sottolineato che “sicurezza e legalità sono un dovere preciso di uno Stato democratico e civile, ma questo dovere non può essere chiusura e non accoglienza verso chi è disperato”.

Beppe Grillo intanto parla di un’Italia diventata “un bivacco permanente di sfollati nelle stazioni e ai confini con gli altri Stati” e chiede di modificare in fretta il regolamento Ue di Dublino che impone di ospitare il profugo nel Paese in cui viene identificato. Parlando da Milano, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha attaccato indirettamente la Lega di Matteo Salvini: “Ci sono tanti che abbaiano alla luna – ha detto – vivono sulle paure e pensano che l’unica dimensione sia chiudersi a chiave in casa. Non è così. Serve un ideale comune, non limitarsi a vivacchiare e alimentare paure. Vorrei che provassimo – ha aggiunto – a dare assieme il nome al futuro che non sia rabbia e paura, ma coraggio e speranza”. Picchia duro, dal canto suo, il Carroccio che, con il governatore del Veneto Luca Zaia, ribadisce la linea di chiusura netta sulle assegnazioni a regioni e municipi del Nord di migranti da alloggiare. In una lettera inviata ai prefetti, Zaia intima di sgomberare le strutture occupate dai migranti nelle località turistiche della regione, mentre il segretario Salvini, intervenendo in tv, ha dichiarato di voler “prendere il treno tranquillamente senza prendere la scabbia e senza quelli con il machete”.

Presso la sede della prefettura veneziana, si è tenuto il tavolo di coordinamento della gestione dell’emergenza profughi in Veneto. Oltre a Luca Zaia, erano presenti sindaci, assessori e prefetti provenienti da tutto il Veneto. A illustrare le modalità per gestire l’accoglienza dei profughi, Mario Morcone, capo del dipartimento Immigrazione del ministero dell’Interno. Per Verona erano presenti il sindaco Flavio Tosi, l’assessora ai servizi sociali Anna Leso, il comandante della polizia municipale Luigi Altamura e il prefetto vicario Iginio Olita.

Morcone ha annunciato che entro qualche settimana il Veneto dovrà dotarsi di un hub per immigrati, cioè un centro di smistamento per valutare che chi ha diritto alla protezione internazionale e chi no. Come riportato dal quotidiano L’Arena, il dirigente ministeriale ha posto il problema di dover far sorgere questo centro: “Abbiamo già una lista di 38 caserme, ma vogliamo che la soluzione sia condivisa con chi ha il governo del territorio”.

Tuttavia, il Veneto non ci sta e anche il sindaco di Verona ha manifestato il proprio dissenso: “Siamo contrari al progetto del governo di realizzare in Veneto un hub inteso come centro di smistamento con libertà di andare e venire, perché aumenterebbe il degrado e l’insicurezza. Ma cambieremmo opinione se il modello di riferimento fosse il Cie, il Centro di identificazione ed espulsione”. Il prefetto Morcone, però, ha risposto di non essere interessato alla creazione di un luogo detentivo“.




La Scuola che muore uccide

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“Ho affidato il mio unico figlio, sano e in buona salute all’Istituzione scolastica. L’ho affidato per un’uscita con pernottamento. Mi verrà riconsegnato cadavere”.  A parlare è Antonia Comin, madre di Domenico Maurantonio, il ragazzo padovano, 19enne, morto in gita scolastica a Milano.  Doveva essere uno scherzo, ma è andato ben oltre.

E non c’è da stupirsi, nella scuola italiana accade spesso.

Il 30 marzo 2014, ma potrei riportare molti altri casi, uno studente del liceo “Ettore Majorana” di San Giovanni la Punta (Catania), Gabriele Russo di 15 anni, è morto dopo essere caduto in mare dal ponte della nave sulla quale era a bordo assieme ai suoi compagni di classe. Il giovane era in gita e stava partecipando allo stage letterario “Amare Leggere”.

“Al ritorno da una escursione i ragazzi erano sul ponte e a un tratto questo ragazzino, sicuramente non era lucido, si è voltato di scatto verso il bordo della nave, ha cominciato a correre e si è buttato in mare”. A dichiararlo all’Ansa  è il rappresentante dell’istituto, al quale il fratello di 14 anni, che era sulla nave ha raccontato l’episodio.

Questa volta, a Padova, si indaga sulla base di tre ipotesi di reato: lesioni colpose (per il guttalax somministrato a Domenico), morte come conseguenza di altro reato, omissione di soccorso.

Il gruppo di giovani che era con Domenico Maurantonio in quella maledetta serata aveva bevuto qualche bicchiere in più del solito e non solo birra.

“Domenico era il mio eroe, vogliamo la verità. Abbiamo tutti un dovere di verità e coscienza nei confronti di Domenico”. A lanciare l’appello il padre Bruno.

Dobbiamo ringraziare Domenico, perchè dà a tutti noi la possibilità di riflettere e discutere, di migliorare. La tragica vicenda che lo ha coinvolto conferma ulteriormente che la Scuola italiana non funziona.

Certo, siamo tutti coinvolti. Non solo chi nella Scuola lavora, ma soprattutto chi per la Scuola non fa niente, chi nella Scuola non crede e non investe.

Dove sono le famiglie? Dov’è la società civile che alla Scuola demanda ogni cosa? Come può il ministro dell’Istruzione, Giannini, affermare ancora una volta che la Scuola è delle famiglie se le famiglie sono assenti? Come possono genitori irresponsabili e studenti ineducati valutare e fare la Scuola?

Alcuni compagni del 19enne hanno confermato che quella notte è stato versato del “lassativo nella birra di Domenico”.  “Anche Domenico ha bevuto con noi. Per questo ci siamo addormentati profondamente, senza sentire rumori o accorgerci di niente”, ha detto uno dei ragazzi della 5E ascoltato con altri 13 studenti del liceo scientifico “Nievo” negli uffici della questura di Padova.

“La verità rende liberi, dice il Vangelo. E senza verità non c’è salvezza”, ha ricordato il parroco nell’omelia durante i funerali, rivolgendo parole severe ai ragazzi.

Tre allievi (compresi due compagni di stanza) si sono sottoposti volontariamente al test del Dna e delle impronte. Oggi potrebbero arrivare i primi parziali risultati dei test tossicologici. L’ufficialità non c’è ancora e il riserbo resta altissimo, ma gli inquirenti avrebbero iscritto il fascicolo con l’ipotesi di omicidio colposo a carico di ignoti. Al vaglio anche la posizione dei professori. Domenico era vivo fino alle 5 di domenica, come testimoniano i messaggi scambiati via Whatsapp con altri compagni di scuola.




ITALIA – Il 5 Maggio, docenti in piazza contro la “Buona scuola” di Renzi

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In sciopero almeno mezzo milione di docenti e Ata. Dopo 10 anni la protesta proclamata per la giornata del 5 maggio ha diviso il personale della scuola, che da una parte organizza flash-mob e la manifestazione contro il ddl scuola, dall’altra spera di ottenere dal Governo le richieste dei docenti precari senza scioperare.

Lo sciopero generale nazionale della Scuola. È stato indetto unitariamente dai sindacati maggiormente rappresentativi del comparto FLC CGIL, CISL scuola, UIL scuola, SNALS e GILDA.

In sette grandi piazze si terranno altrettante manifestazioni: Aosta, Bari, Cagliari, Catania, Milano, Palermo, Roma vedranno sfilare lavoratori e anche studenti, che in un appello hanno chiesto ai loro docenti di aderire allo sciopero proclamato dai sindacati.

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Di seguito i percorsi e le mappe dei cortei:

AOSTA: ore 9.30 ritrovo in Piazza Chanoux.

BARI (Basilicata, Calabria e Puglia): ore 9.00 concentramento delle delegazioni in Piazza Castello (piazza Federico II di Svevia) con successiva partenza del corteo che proseguirà lungo il seguente percorso Via S. Francesco d’Assisi, Via Latilla, Via Quintino Sella, Via A. Gimma, Corso Cavour, Corso Vittorio Emanuele e raggiungerà Piazza Prefettura dove si svolgerà il comizio conclusivo.

CATANIA (Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Ragusa e Siracusa): ore 9.00 concentramento delle delegazioni in Piazza Europa con successiva partenza del corteo che sfilerà per Corso Italia, Piazza Verga per arrivare a Piazza Roma dove si svolgeranno i comizi.

CAGLIARI (Sardegna): ore 9.30 concentramento delle delegazioni in Piazza Giovanni XXIII, Via Dante, Via Paoli, Via Sonnino, Via XX settembre, Via Roma, Via Sassari, arrivo del corteo in Piazza del Carmina e inizio interventi dal palco.

MILANO (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino, Veneto): ore 9.30 concentramento delle delegazioni in Piazza Repubblica (di fronte alla stazione centrale; fermata metropolitana M3 (gialla). Ore 10.00/10.15 partenza corteo con il seguente percorso V.le M.te Santo, Via G. Galilei, Via M.te Santo, P.ta Nuova, XXV Aprile, F. Crispi, P.ta Volta, Piazza Lega Lombarda, V.le Elvezia, Via G. Bayron, Via A. Bertani, Corso Sempione con arrivo del corteo all’Arco della Pace e inizio interventi dal palco.

PALERMO (Agrigento, Palermo e Trapani): ore 9.00 concentramento delle delegazioni in Piazza Marina con successiva partenza del corteo che sfilerà per Corso Vittorio, Via Roma, Via Cavour per arrivare a Piazza Verdi (Teatro Massimo) dove si svolgeranno i comizi. MAPPA

ROMA (Abruzzo, Campania, Lazio, Marche, Molise, Toscana, Umbria): ore 9.30 concentramento delle delegazioni in Piazza della Repubblica con successiva partenza del corteo con il seguente percorso Via V.E. orlando, L.go S. Susanna, Via Barberini, Piazza Barberini, Via Sistina, Piazza Trinità dei Monti, Viale Trinità dei Monti, Via G. D’Annunzio con arrivo del corteo a Piazza del Popolo e inizio interventi dal palco.

Gli articoli del Ddl contestati riguardano:

Il Piano assunzioni

E’ pronto un piano da 100mila assunzioni che si pone come obiettivo la chiusura delle graduatorie provinciali dei supplenti e il definitivo superamento della stagione del precariato scolastico in Italia. Tra i 100.701 insegnanti che a settembre potrebbero coronare il sogno del posto stabile rientrano tutti gli inclusi nelle liste dei precari della scuola primaria, media e superiore e i vincitori dell’ultimo concorso a cattedre. Rinviata per il momento l’assunzione degli insegnanti della scuola dell’infanzia, interessata dalla riforma 0-6 che dovrebbe coordinare i servizi per l’infanzia da zero a sei anni: nidi e scuole materne. In questi ultimi giorni, diversi esponenti del governo non hanno nascosto le proprie perplessità per una protesta che si contrappone anche al mega piano di assunzioni con 100mila posti in palio.
Ma, secondo quanto rilevato da tutti i sindacati, la proposta dal governo è una soluzione solo a metà: dal piano restano fuori gli idonei all’ultimo concorso, in un primo momento assunti anche questi, e migliaia – forse più di 50mila – precari d’istituto, che hanno prestato servizio per anni, cui verrebbe dato il benservito. E, al momento, il governo non dà nessuna risposta alla sentenza che a novembre ha condannato l’Italia per abuso di precariato nella scuola. Anzi, stabilisce che dopo tre anni di supplenze si viene “licenziati”.

Il preside-sindaco

L’idea che ha in mente Renzi è quella di rilanciare la scuola assegnando più potere ai dirigenti scolastici. Tra le competenze del capo d’istituto è prevista la compilazione del Piano triennale dell’offerta formativa della scuola – il documento politico-organizzativo dell’azione educativa – che svuota gli organi collegiali di importanti poteri deliberanti. Passa nelle mani del capo d’istituto la valutazione dei docenti neo immessi in ruolo e toccherà sempre al dirigente scolastico premiare, con un corrispettivo in denaro, gli insegnanti più bravi. Il preside dell’era Renzi potrà inoltre scegliere i docenti dagli albi territoriali in cui verranno piazzati i 100mila nuovi assunti e potrà “strappare” alle altre scuole i docenti migliori.

L’autonomia scolastica

Il piano di assunzioni e il preside “a trazione integrale” serviranno a realizzare, dopo quasi vent’anni, l’autonomia scolastica con risorse di personale ed economiche adeguate. Per queste ultime, oltre ai finanziamenti statali, sono previsti altri due canali: l’eventuale destinazione alla scuola del 5 per mille dalla dichiarazione dei redditi annuale da parte dei genitori e lo “school bonus”, eventuali donazioni in denaro da parte di privati. E gli istituti superiori potranno anche organizzare il curriculum dello studente, con materie aggiuntive da scegliere negli ultimi anni del percorso della secondaria di secondo grado. E’ anche previsto il potenziamento della musica e dell’educazione motoria all’elementare e dell’economia e della storia dell’arte al superiore. E un piano per sviluppare le competenze digitali degli studenti.
Ma sulle nuove modalità di finanziamento sul governo sono piovute critiche feroci. La paura è che, nonostante la quota perequativa del 10 per cento prevista dal disegno di legge, si accentuino i divari tra scuole frequentate dalle élite e gli istituti ubicati in contesti disagiati.

Il legame più stretto tra scuola e aziende

Si tratta della ricetta messa in campo dal governo per combattere l’enorme dispersione scolastica di cui soffre il nostro sistema educativo. Ma si tratta anche di un modo per avvicinare l’offerta formativa delle scuole e la domanda di professionalità delle imprese che spesso non riescono a reperire sul mercato alcune figure. Sarà l’alternanza scuola-lavoro – con almeno 400 ore in azienda nei tecnici e nei professionali nell’ultimo triennio e 200 ore nei licei – lo strumento per realizzare questi obiettivi.
Coloro che criticano l’intero impianto della riforma temono che la scuola venga piegata eccessivamente sul lavoro perdendo, almeno in parte, la dimensione educativa che ha avuto finora. Proprio quando la ministra Stefania Giannini ha iniziato a parlare di questo aspetto della riforma, alla festa dell’Unità di Bologna, è scoppiato il putiferio.

L’edilizia scolastica

E’ uno dei punti centrali, come ha detto nel suo discorso di insediamento il premier, dell’azione di governo. Sono quattro i miliardi di euro che si spenderanno nei prossimi anni per curare il sistema edilizio scolastico del Paese, con 36mila edifici non in regola. Tra gli obiettivi del governo, c’è quello di costruire “scuole innovative” e di prevedere “misure per la valorizzazione e la sicurezza degli edifici scolastici”. Ma, nonostante gli sforzi prodotti in un anno di governo, soffitti e infissi continuano a cadere. E gli scettici si convincono che non è cambiato nulla.

Le scuole paritarie e i benefit per i docenti

Tra le polemiche di coloro che non vorrebbero che lo stato finanziasse neppure con un euro gli istituti privati, arriva la detraibilità delle spese sostenute per la frequenza delle scuole paritarie – dell’infanzia e del primo ciclo – con un tetto massimo di 400 euro ad alunno per anno. Uno scherzetto che costerà alla collettività 100 milioni di euro all’anno
e si aggiungerà ai 472 milioni erogati ogni anno al sistema scolastico non statale. In compenso, ogni insegnante della scuola statale avrà a disposizione una Carta con 500 euro annui per spese culturali: acquisto di libri, software, abbonamenti teatrali ed altro.

le obiezioni dei docenti sono tante e in considerazione delle adesioni allo sciopero e alla nuova protesta che si prepara per lo slittamento delle prove Invalsi nella scuola primaria, il Ministero della Pubblica Istruzione avrà un risparmio di migliaia di euro, e già ci si chiede dove andranno a finire. Sono in molti a sperare che le trattenute dello stipendio siano utilizzate per portare avanti i progetti di miglioramento nelle strutture scolastiche, mentre la maggior parte degli scioperanti attende la copertura economica per avviare le assunzioni per l’a.s.2015/2016.

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La giornata di sciopero del 5 maggio costerà al personale della scuola, docenti e ata, una media di 62 euro circa, importo differente per ordine e grado di scuola, e sono in tanti a non scioperare per non subire la decurtazione dello stipendio. Eppure non sarebbe una cattiva idea se il Ministero della Pubblica Istruzione utilizzasse le somme detratte dalle buste paga dei docenti e ata scioperanti per avviare nell’immediato – considerata la liquidità delle somme – i progetti di ristrutturazione edilizia, le assunzioni per i docenti precari, il pensionamento per il personale della scuola ancora costretto in servizio a causa della Legge Fornero. Se volessimo pensare in numeri, un insegnante della scuola dell’infanzia e primaria avrà una decurtazione dello stipendio di circa 64,50 euro, per salire alle 65 euro degli insegnanti tecno-pratici, alle 70 euro per i docenti della scuola di II grado e fino a 68 euro per i docenti della scuola secondaria di I grado. Il personale ata avrà una decurtazione dello stipendio media di 54 euro. Una trattenuta giornaliera elevata se la si moltiplica per tutto il personale della scuola che aderirà allo sciopero del 5 maggio e che già ha aderito agli scioperi organizzati dall’inizio dell’anno scolastico. A questi importi deve essere sommata anche la trattenuta di alcuni dirigenti scolastici, che come il personale della scuola aderisce alla protesta.

Al momento dunque non è possibile fare una stima precisa delle risorse economiche che il Miur risparmierà, ma si ha la speranza che ‘il sacrificio’ del personale della scuola sia  utile.




Tra le celebrità invitate all’Expo manca il Lavoro. La protesta europea e italiana

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E’ stato un grande concerto  in piazza Duomo a Milano a dare il via ad Expo 2015, che si apre ufficialmente oggi, Primo maggio, giorno della Festa del lavoro. Un’accoglienza in grande stile, è stata quella che la città ha riservato all’Esposizione Universale e a tutti i partecipanti. Protagonista della serata, assieme all’orchestra della Scala, è stato Andrea Bocelli, che ha cantato per oltre tre ore per gli oltre 20mila milanesi e turisti che hanno assistito al grande show. Il concerto, presentato da Paolo Bonolis e Antonella Clerici, AmbassadorExpo Milano 2015, è stato trasmesso in diretta su Rai1 e in mondovisione, oltre che sulle frequenze di Rai Radio2 e in streaming sul sito di Expo.

Agnese Landini, moglie del premier Matteo Renzi, ha partecipato alla serata insieme alla figlia Ester. Ad accoglierle, al loro arrivo in piazza Duomo, c’erano il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina e Debora Serracchiani, vice segretario del Pd e governatore del Friuli. Renzi, invece, dopo aver partecipato all’inaugurazione del Silos Armani, museo che lo stilista ha aperto per i milanesi in occasione dei suoi 40 anni di carriera, ha preferito rientrare in albergo. Tra i 3700 ospiti seduti in platea c’erano anche il presidente del Coni Giovanni Malagò, l’ex ct della nazionale Marcello Lippi, che ora allena in Cina ed è stato un importante sostegno per Expo. Sono arrivati anche il calciatore dell’Inter Hernanes, Antonio Cabrini, gli chef Davide Oldani, Gianfranco Vissani, e poi Giorgio Squinzi, l’ad di Telecom Marco Patuano e di Rcs Pietro Scott Jovane. In piazza sono arrivati anche l’ex sindaco Letizia Moratti e l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni.

Ad aprire la serata è stato un brano molto conosciuto come il brindisi della Traviata, intonato da Andrea Bocelli, accompagnato dal soprano Diana Damrau e dall’orchestra della Scala. Tante le arie celebri cantate nel corso della serata, tra cui l’aria finale del primo atto di Violetta. Tra i brani interpretati anche il finale dell’Andrea Chenier, l’ouverture di Attila e l’immancabile Va’ pensiero del Nabucco, e a chiudere la serata il ‘Nessun dorma’ della Turandot, che cantato da Luciano Pavarotti ha accompagnato tanti momenti importanti della storia italiana.

Oltre a Bocelli, Ambassador Extraordinary di Expo Milano 2015, si sono alternati sul palco il pianista cinese Lang Lang, anche lui Ambassador della manifestazione, le soprano Diana Damrau e Maria Luigia Borsi, il tenore Francesco Meli, il baritono Simone Piazzola. Ad accompagnarli il coro e l’orchestra della Scala, diretti dai maestri Bruno Casoni e Marco Armiliato. A fare gli onori di casa il commissario unico di Expo Giuseppe Sala, che ha salutato il pubblico e ha mostrato in anteprima l’accensione dell’Albero della Vita, simbolo di Expo 2015 ideato da Marco Balich. Per il bis, infine, è stato scelto ‘O sole mio’. L’impegno di Bocelli continuerà con la partecipazione a Expo attraverso la sua fondazione, che ha l’obiettivo di aiutare persone affette da malattie rare, in condizioni di povertà ed emarginazione sociale.

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Chiusi in assemblee riservate per stabilire il programma della “May Day”, la manifestazione dei No Expo sfilerà a Milano, i movimenti antagonisti prevedono azioni diffuse per tutta la città. “Non ci preoccupiamo di ciò che possono fare dei gruppi singoli, ma della strumentalizzazione di polizia e media” spiega Elio di “Off Topic”, uno dei movimenti della rete No Expo. I No Expo stranieri, provenienti da Austria, Germania, Francia preferiscono invece non farsi intervistare.

Precari, studenti, contadini, lavoratori, sindacati di base, collettivi, centri sociali, produttori e movimenti ecologisti hanno individuato nella cinque giornate di Milano un momento centrale per una lotta comune nella costruzione di territori, città e di un mondo diverso. Dal 29 aprile al 3 maggio, prima, durante e dopo l’inaugurazione di Expo, Milano sarà laboratorio sociale di resistenze e alternative.

Storie diverse provenienti da luoghi differenti si uniranno in una sola opposizione, gioiosa, potente ed arrabbiata, ad un’idea di saccheggio e devastazione, secondo quanto affermato, ben rappresentata dal progetto Expo, dal sistema che promuove e di cui si fa portatore oltre i 6 mesi dell’evento: debito per tutti e tutte, colate di cementificazione e precarietà quotidiana perricattare il presente ed ipotecare il futuro.

La forza e il miscuglio di “intelligenze offensive”, che in quei cinque giorni invaderanno Milano, obbligheranno gli organi d’informazione, “oggi impegnati nella demonizzazione del percorso No Expo”,a parlare della potenza dei contenuti della protesta e della moltitudine che scenderà per le strade.

“La città vetrina che vogliono mostrare è una città buona per pochissimi, è una città che cancella diritti, possibilità e futuri. La città secondo Expo è la città che vorrebbero replicare ovunque, riproducendo dominio e sfruttamento in ogni luogo e su ogni essere. Alla vetrina preferiamo gli angoli nascosti e reali, le periferie e le esperienze di lotta, le diversità e le vite che si nascondono dietro le immagini patinate con cui si cerca di imbellettare la realtà di crisi e di fatica che tutte e tutti viviamo ogni giorno.

Apriamo allora questa città, per cinque giorni che altro non sono che i primi cinque giorni di contrasto ad Expo iniziato. Cinque giorni che vogliamo attraversati dal maggior numero possibile di persone, che costruiscano un corteo partecipato e di massa,che renda visibili le ragioni della nostra opposizione al modello Expo e che sappia parlare con gli strati popolari di questa città.

Cinque giorni che seguono anni di lotta e denuncia sociale.
Cinque giorni che precedono l’alterexpo, ovvero i nostri sei mesi di opposizione al grande evento.

Se i sei mesi di Expo significheranno per istituzioni e media confermare vane promesse, per noi saranno il periodo per sedimentare le anomale reti ricompositive che stiamo sperimentando per fortificare i percorsi contro il Jobs Act, per il diritto all’abitare, per i diritti ed il riconoscimento delle libertà sessuali e dei generi, per la difesa dei territori da eventi e opere grandi, piccole, medie che altro non sono che atti predatori di spazi, ricchezze, beni comuni, diritti, agibilità e risorse per tutti. Non solo in Italia.

Il nostro No Expo è un percorso di senso che non si esaurirà con le giornate dal 29 aprile al 3 maggio,e che certamente non finirà il 1 novembre. È, e sarà sempre, complice e solidale con le lotte No Tav che dalla Val di Susa a Brescia, passando per l’alessandrino e il territorio ligure, mostrano la dignità delle popolazioni locali contro un’opera inutile, così come è vicina a tutti i piccoli e grandi movimenti di resistenza alle grandi opere inutili ed imposte. È, e sarà sempre, dalla parte degli antifascisti che difendono la memoria ed il territorio dall’ignobile ideologia fascista, che in tempi di crisi lucra sulle difficoltà quotidiane per farsi spazio.

Per questo l’assemblea nazionale di sabato chiede l’immediata liberazione dei compagni colpiti da
arresti per avere difeso l’antifascismo a Cremona”.

Il programma della cinque giorni di Milano, “contro e oltre” il modello Expo 2015:

29 APRILE MILANO SI OPPONE ALLA MARCIA FASCISTA-coordinamento Fascisti e Razzisti No Grazie
30 APRILE: CORTEO STUDENTESCO NAZIONALE- INIZIO CAMPEGGIO INTERNAZIONALE NOEXPO che durerà fino al 3 maggio con dibattiti e workshop
1 MAGGIO: #NOEXPOMAYDAY ore 14 piazza XXIV MAGGIO
2 MAGGIO: MOBILITAZIONI DIFFUSE CONTRO EXPO
3 MAGGIO: ASSEMBLEA PLENARIA GENERALE di lancio della mobilitazione per i 6 mesi di Expo
DAL 3 MAGGIO IN AVANTI: 6 MESI DI #ALTEREXPO! conflitto, incontro e alternativa contro il modello Expo e oltre i grandi eventi.




ITALIA – La Liberazione taciuta

Negli anni del secondo conflitto mondiale le italiane hanno messo in gioco le loro vite e capovolto un sistema di valori: chiamate a far fronte alle assenze maschili nelle attività quotidiane private e pubbliche, sono uscite di casa spalancando le porte al futuro.

Occupate nei campi e nelle fabbriche, impegnate nel reperimento di generi alimentari, operose nelle azioni di soccorso e cura, non hanno esitato a impugnare le armi.

Protagoniste della Resistenza, e non solo comparse, non portavano divise, né enfatizzavano le loro azioni, ma sostenevano combattenti, feriti, prigionieri, in una sorta di “maternage di massa”. Nelle loro mani era il mercato nero e buona parte della gestione economica e materiale della vita partigiana: procuravano il denaro e distribuivano armi, vestiti, cibo o medicine.

Cresceva nel contempo la loro politicizzazione personale e collettiva, espressa attraverso agitazioni in fabbrica, adesione a gruppi organizzati e partiti, diffusione clandestina e infine produzione autonoma di stampa (nel luglio del’44, Napoli liberata pubblica il primo numero legale di Noi donne).

Le partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna: 4.653 furono arrestate e torturate, 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento.

Nel dopoguerra, l’impostazione maschilista della società, sostanzialmente immutata rispetto al modello precedente, non ha dato loro il giusto riconoscimento.

Nel tentativo di richiudere le porte aperte e soffocare il cambiamento, gli uomini hanno voluto intendere la partecipazione femminile alla Resistenza come manifestazione di senso materno e di pacifismo innato: nell’immaginario collettivo, anche la staffetta andava ricondotta al ruolo di infermiera. Escluse dalle sfilate della vittoria, invitate a rimuovere e a tacere, molte piccole e grandi protagoniste della storia smisero di raccontare.

Alla loro memoria dedichiamo il fotoreportage del 25 aprile.

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Milano

PIAZZALE DONNE PARTIGIANE

Foto di Nadia Boaretto

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Roma

VIA IRIS VERSARI (1922–1944)

Foto di Sara Caponera

Staffetta della formazione partigiana di Tredozio, fece parte della banda di Silvio Corbari al quale era legata sentimentalmente. Diverse e clamorose furono le azioni condotte assieme ai compagni. Ferita durante uno scontro coi tedeschi, decise di uccidersi piuttosto che cadere in mani nemiche. E’ stata insignita della Medaglia d’Oro al V.M.

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Garlasco

VIA GISELLA FLOREANINI (1906-1993)

Foto di Roberta Martinotti

Legata già dagli anni ’30 ai gruppi di Giustizia e Libertà e al PCI divenne, grazie alle sue doti organizzative, un punto di riferimento per la Val d’Ossola. Nel febbraio 1945 fu nominata Presidente del CLN provinciale e trattò la resa dei nazifascisti nei giorni dell’insurrezione. Dopo la guerra fu parlamentare, dirigente dell’UDI e dell’Anpi e membro della Federazione Internazionale della Donna.

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Aosta

VIALE AURORA VUILLERMINAZ (1922-1944)

Foto di Marinella Govenale

Aurora Vuillerminaz dal luglio 1944 si dedicò interamente alla lotta partigiana entrando nella banda A. Verraz, operante nella valle di Cogne. Assunse l’incarico di staffetta creando collegamenti tra la Val d’Aosta e la vicina Svizzera. Al ritorno da una missione fu arrestata e, non avendo rivelato alcuna informazione, affrontò con coraggio la fucilazione.

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Trento

VIA CLORINDA MENGUZZATO “VEGLIA” (1927 – 1945)

foto di Livia Stefan

Infermiera e staffetta partigiana militò, con il nome di battaglia Garibaldina prima e Veglia poi, nel battaglione Gherlenda operante nel Trentino; fu catturata dai nazisti, violentata, fatta azzannare da cani feroci e fucilata. E’ stata insignita della Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria.

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Olbia

VIA JOYCE LUSSU (1912-1988)

Foto di Enrico Grixoni

La famiglia fuggì all’estero nel 1924 a causa delle violenze squadriste subite. Nel 1932 il fratello fu arrestato: Joyce iniziò a diffondere stampa antifascista e accettò diverse missioni clandestine. Una di queste la portò a conoscere il marito Emilio. Nel dopoguerra si legò alla militanza di base in Sardegna, promosse l’UDI, militò nel PSI e tradusse poesie terzomondiste.

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Ragusa

ROTONDA MARIA OCCHIPINTI (1921-1996)

Foto di Rosa Perupato

A Ragusa, nel gennaio del 1945, Maria, 23 anni e incinta di cinque mesi, si stende davanti un camion militare carico di giovani rastrellati da un quartiere popolare, con l’intento di agevolarne la fuga e la diserzione. Viene condannata al confino e al carcere. Finita la guerra viaggerà all’estero stabilendosi infine a Roma, avvicinandosi prima al PCI e poi agli anarchici.

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Genova

VIA TEA BENEDETTI (1930-2000)

Foto di Rossella Sommariva

Proveniente da una famiglia operaia di Rivarolo, divenne staffetta partigiana molto giovane. Dopo la guerra fu sindacalista, assessora in Comune, presidente della Croce Verde di Sestri, inoltre fece parte del Consiglio Comunale di Genova per 21 anni (dal 1976 al 1997), distinguendosi per il suo spirito di servizio.

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Trieste

VIA RITA ROSANI (1920- 1944)

Foto di Lucio Perini

“Vuiatri gavi voia schersàr!”. Con queste parole, dopo averle vanamente proposto di tentare la fuga coperta da una loro sortita diversiva, i combattenti della formazione “Aquila”, sorpresi da un rastrellamento nel loro rifugio in Val Policella, videro uscire a combattere la loro compagna Rita Rosani, ventiquattrenne ebrea triestina. Fu subito catturata e uccisa da un sottotenente repubblichino.

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Napoli

VIA VERA LOMBARDI (1904-1995)

Foto di Rita Ambrosino

Nata nel 1904 in una famiglia di tradizioni socialiste, Vera partecipò agli incontri clandestini di antifascisti, durante i quali scambiava libri e materiali clandestini. Dopo la guerra rimase protagonista della vita culturale e politica napoletana: è stata per anni presidente dell’Istituto campano per la Resistenza che, dopo la sua morte, le è stato intitolato.