Toponomastica, memoria e didattica a Melegnano

Di Sara Marsico

Se abbiamo avuto una scuola media e una scuola superiore pubbliche a Melegnano, lo dobbiamo alle donne. E a Melegnano quasi nessuno lo sapeva.

Lo scorso 8 marzo si è fatta un’operazione di giustizia: si è finalmente portato a conoscenza della cittadinanza melegnanese il ruolo che le donne hanno avuto nella promozione della cultura attraverso la scuola e sono uscite dall’invisibilità due figure femminili di grande spessore umano e intellettuale. Ciò si deve al gruppo melegnanese di Toponomastica femminile, con la collaborazione delle assessore Roberta Salvaderi e Marialuisa Ravarini.

Foto 1. Istituto superiore Vincenzo Benini

Già in passato la collaborazione con l’amministrazione precedente, e di colore diverso dall’attuale, e in particolare con l’assessora Raffaela Caputo, aveva visto e ottenuto un ordine del giorno per il riequilibrio tra le vie dedicate alle donne e quelle dedicate agli uomini a Melegnano. Lo stesso era accaduto a Cerro al Lambro, con in più l’intitolazione della pista ciclabile ad Alfonsina Strada.

Foto 2. Cerro al Lambro.jpg

Durante la giornata internazionale della donna è stata posata, nella sede dei Licei Scientifico e Scienze Umane dell’Istituto Vincenzo Benini di Melegnano, una targa

a ricordo di due pioniere locali, Rachele Ghisalberti Cesaris e Mariuccia Gandini Biglia, che vollero fermamente una scuola media pubblica nella nostra città.

Alla presenza dei parenti e dei primi studenti di questa scuola, ormai ultraottantenni,si è ricordato come fino al 1948 l’unica scuola media presente fosse quella cattolica e confessionale, frequentata dai figli della cosiddetta Melegnano bene, ma che, appena fu istituita la prima classe della scuola laica della Repubblica, molte di quelle stesse famiglie melegnanesi vi iscrissero i loro figli. Lo scopo di queste due donne, però, era quello di offrire a tutti i giovani adolescenti di Melegnano e dintorni l’opportunità di frequentare la scuola media, ancora non obbligatoria per legge.

Foto 3. Le nipoti di Cesaris e Biglia scoprono la targa.

In particolare, Rachele Ghisalberti Cesaris, laureata in Scienze Naturali, una delle prime all’epoca, destinata alla carriera universitaria, si batté per istituire il patronato scolastico, invogliando in tal modo anche le famiglie più povere a iscrivere i figli a scuola. Mariuccia Gandini Biglia, docente di Lettere e poeta locale, divenne poi la preside di quella scuola.

Al Benini sono state rese visibili anche altre due donne molto importanti per la scuola a Melegnano: Sofia Predabissi, nobildonna milanese che visse nell’800, cui si deve la costruzione, con un lascito, dell’edificio in cui si trova la sede dell’Istituto Tecnico Commerciale e che per molto tempo è stato l’ospedale dei poveri di Melegnano e Vizzolo, e Maria Teresa Marchetti Chiozzotto, impavida docente che volle fermamente l’autonomia di un Istituto tecnico di Ragioneria a Melegnano.

La classe IV A del Liceo Scientifico di Melegnano ha approfondito lo studio di queste due figure ricordandole con una targa.

Foto 4. Intitolazione a Luisa Marchetti Chiozzotto

A Melegnano la scuola l’hanno voluta le donne, anche se, per una sorta di sottile misoginia, la scuola secondaria di primo grado è intitolata a Paolo Frisi, che ha anche una via che porta il suo nome e il nostro Istituto d’istruzione superiore è intitolato a un medico melegnanese, Vincenzo Benini, cui, non casualmente, è anche dedicata una via della città.A tale proposito sarà bene ricordare che il Viale che porta alla scuola si chiama solo Viale Predabissi e in tutti questi anni si è dato per scontato che Predabissi fosse il nome di un uomo o di una località, Vizzolo Predabissi, appunto. Una donna come Sofia Predabissi è stata fondamentale per la storia melegnanese, eppure la targa di uno dei viali principali della nostra città ha scelto di ometterne il nome.

Foto 5. Viale Predabissi

L’8 marzo 2018 è continuata l’iniziativa consolidata nell’Istituto di intitolare delle aule a donne che abbiano lasciato un segno nella storia. L’aula della V C RIM è stata quindi intitolata a Felicia Impastato (Foto4 – Aula Felicia Impastato) madre di Peppino Impastato, dal cui assassinio per mano mafiosa ricorrono i quarant’anni. Le classi V A e V B LSU hanno scelto per le loro aule a Maria Anna Mozart e a Saamiya Yusuf Omar.

Foto 6. Aula Felicia Impastato

Negli anni precedenti le iniziative di cittadinanza attiva si erano concentrate su consigli comunali aperti in cui chiedere il riequilibrio delle vie intitolate alle donne, nella consulenza al Consiglio comunale per la segnalazione di nomi di donne in un nuovo quartiere dedicato alle donne di San Donato Milanese.

Molte altre iniziative hanno visto percorsi di poesia e letteratura al femminile, lo studio del pensiero di donne economiste, l’intitolazione dell’orto del Benini a Berta Caceres, ambientalista uccisa per il suo impegno politico, il reading a teatro del libro di Ester Rizzo Licata “Camicette bianche”.

Foto 7. Orto Targa Caceres

Altre aule sono state intitolate negli anni passati a Teresa Sarti Strada, a Ilaria Alpi, a Lea Garofalo. Il Progetto, partito in sordina nell’indirizzo Tecnico nel 2012, ha coinvolto nuovi docenti e nuove classi dei due Licei e ha dato origine ad attività promosse dalle e dagli studenti, protagonisti e promotrici di azioni di cittadinanza attiva e di peer education.

I semi sparsi hanno dato frutti insperati: quest’anno una ragazza porterà all’esame di Stato un lavoro su Waangari Maathai, una delle giuste di Alcatraz, un’altra si cimenterà con il tema dell’ecofemminismo, una terza approfondirà il Pink New Deal.

Stiamo scoprendo una miniera e nel contempo riflettendo sugli stereotipi legati al genere presenti nella società, sulla scarsissima visibilità data alle donne nei libri di scuola, nell’intitolazione delle vie, nei posti chiave del potere, sui femminicidi e sulla violenza nei confronti delle donne. Inevitabile la riflessione sul linguaggio e sulla rappresentazione delle donne nei media.

Le idee in cantiere sono molte e gli/le studenti stanno imparando che agire la cittadinanza attiva è possibile, così come è possibile promuovere quei cambiamenti che consentono di attuare la seconda parte dell’articolo 3 della nostra Costituzione, secondo cui “è compito della Repubblica (quindi in primis della scuola) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti… all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Foto 8. Striscione

 

In copertina. Mostra di Toponomastica femminile “Partigiane e Costituenti” al Castello di Melegnano

 




Brescia – Memorie e memoria dal basso (Seconda parte)

La Casa della Memoria è motore di molteplici iniziative e attività, orientate all’apertura verso l’esterno, alla collaborazione con la società civile, allo sviluppo del processo democratico e alla diffusione di una memoria condivisa, favorita dallaconoscenza e dalla rielaborazione.

Già nel 2012,rifacendosi alla legge del 2007 che dichiara quale “Giorno della memoria” il 9 maggio, propone un itinerario urbano, il Percorso della Memoria, che partendo da Piazza Loggia arrivi in Castello, individuato da una sequenza di formelle di granito, su ognuna delle quali incidere il nome di una vittima del terrorismo e della violenza politica. Il progetto viene elaborato da diverse istituzioni (Assessorati alla Cultura, Urbanistica e dei Lavori Pubblici del Comune di Brescia e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Brescia e Mantova) che si coordinano all’interno della Casa della Memoria, e il Consiglio comunale vi aderisce all’unanimità. Il 9 maggio 2012 viene consegnata al Presidente della Repubblica la prima formella come segno di avvio alla realizzazione del progetto e il percorso è inaugurato sotto l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica il 28 maggio, con la posa delle prime formelle dedicate alle vittime bresciane, i cui nomi saranno successivamente seguiti da altri. In totale saranno oltre 400, individuati fra quelli citati dalla pubblicazione del Quirinale Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana e fra i caduti in altri episodi di violenza politica fondamentali della nostra storia (da Piazza Fontana, a Peteano, all’assassinio di Marco Biagi, ecc.) e della storia di altri Paesi (dagli Stati Uniti, alla Spagna, all’Inghilterra, alla Germania).

Viene scelto un percorso in salita, a simbolo della “necessità dell’impegno per il ricordo individuale e cosciente di chi intraprenda questo cammino e […] l’elevazione civile che la memoria di quelle vittime riconsegna alla coscienza”. Si vuole in questo modo confermare “una sorta di patto civile, inciso nella realtà urbana”, non con un monumento, che potrebbe confinare la memoria delle vittime in un singolo manufatto o luogo della città, bensì con un percorso “che coinvolga la città e la cittadinanza nel suo vivere quotidiano, senza enfasi eroiche” e renda Brescia “memoriale vivente ed universale, accessibile a chiunque, in Italia e nel mondo intero, si riconosca in questa condivisione di valori”.

Le spese per la realizzazione del progetto sono coperte in parte dai contributi dei promotori e da quelli di singoli/e cittadini e cittadine, versati in un apposito conto corrente presso la Casa della Memoria.

Nel 2014, con il progetto Una formella per ogni vittima, parte una sottoscrizione alla quale la cittadinanza può contribuire attraverso l’acquisto di una cartolina dedicata, messa a disposizione dalla Casa della Memoriaalle varie associazioni culturali, artistiche, sportive, alle librerie e ai punti vendita associati all’iniziativa. Il 28 maggio 2014, nella ricorrenza del 40° anniversario della strage di Piazza Loggia, la cartolina viene spedita dalla Casa della Memoria a tutte/i coloro che hanno dato il proprio contributo alla sottoscrizione.

Il Percorso della Memoria è dunque un work in progress che riesce a coinvolgere attivamente non solo le istituzioni, ma anche la cittadinanza e a superare la dimensione municipale, per assume rilevanza nazionale, riscuotendo fra gli altri il plauso di Agnese Moro, figlia dell’importante uomo politico assassinato dalle Brigate Rosse, e internazionale, con la consegna, nel settembre 2017, al Consolato generale d’Italia a New York e al museo del Memoriale dell’11 settembre, di una targa che accomuna le vittime dell’attentato alle Twin Towers con i caduti di Piazza Loggia.

In ambito locale, tuttavia, le critiche, benché minoritarie, non mancano; la Rete Antifascista, vicina agli ambienti della sinistra antagonista, per esempio, in un dossier autoprodotto, critica il desiderio di pacificazione e omologazione delle memorie sotteso all’iniziativa, insieme alla scelta di fare riferimento alla pubblicazione del Quirinale Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana e di assumere come data di inizio il 1962 per l’individuazione dei nominativi da incidere sulle formelle, espungendo di conseguenza dalle vittime “i proletari, gente che lottava per i propri diritti: la strage di Portella delle Ginestre (1947), l’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena (1950), gli undici morti ammazzati durante le manifestazioni antifasciste di Reggio Emilia, Licata, Palermo, Catania (1960) e l’assassinio di Giovanni Ardizzone (1962)”. Il dossier sottolinea inoltre “l’esclusione di Luca Rossi, studente assassinato dai fascisti nel 1986, o quella di Tito Tobegia, mitico capo partigiano bresciano, morto in seguito a un’aggressione fascista nel 1968. E ancora tanti altri, perché di sangue proletario e rivoluzionario ne è corso a fiumi, fino a Carlo Giuliani o a Samb Modou e Diop Mor, i due lavoratori assassinati a Firenze il 13 dicembre 2011 da un cecchino di Casa Pound e il bresciano di nascita Davide “Dax” Cesare nel 2003”.

 

 

 




Brescia – Memorie e memoria dal basso (Parte prima)

Passeggiando per Brescia è importante guardare anche per terra per non perdersi l’orizzontale museo diffuso che dal 2012 ha iniziato a dipanarsi per le vie della città con le formelle per le vittime del terrorismo e le pietre di inciampo, realizzate per iniziativa rispettivamente della Casa della Memoriae della Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura.

La città, fondata nel IX secolo a.C. sul colle Cidneo, è stata soggetta nel corso della storia a numerosi e differenti dominatori, dai Romani alla Repubblica di Venezia, dai Longobardi ai Visconti, dai Francesi agli Austriaci. A partire dalla dominazione romana, iniziata nel I secolo d.C., il centro urbano inizia a svilupparsi anche nella piana ai piedi del Cidneo, mentre il nucleo primitivo sul colle viene in parte a perdere di importanza, fino a quando, nel XIII secolo, vi si inizia la costruzione di una fortezza, di impianto prevalentemente veneziano-visconteo, comunemente conosciuta come il “Castello”.

Foto 1. Il castello di Brescia

Questo imponente complesso fortificato, uno dei più vasti in Italia, domina sulla città e perciò è anche noto come il “Falcone d’Italia”. Proprio grazie alla sua posizione e all’evoluzione delle tecniche militari, nel corso dei secoli diventa un sistema difensivo inespugnabile e un perfetto strumento di controllo sulla città da parte dei vari dominatori. Gastone di Foix nel febbraio 1512, dopo avere inutilmente intimato la resa alla città assediata, fedele ai Veneziani, vi fa irrompere dal Castello e da una delle porte cittadine 12.000 soldati francesi, che la mettono a ferro e fuoco per diversi giorni, causando migliaia di vittime in un tragico “carnevale di sangue” ricordato anche come “sacco di Brescia”. Nel 1849, durante l’insurrezione delle Dieci Giornate di Brescia, la guarnigione austriaca del generale Nugent, acquartierata in Castello, spara sulla città, che si arrende solamente il 1° aprile, dopo che il maresciallo Haynau la notte precedente ha raggiunto con le sue truppe la fortezza, attraverso la Strada del Soccorso, un percorso segreto di età viscontea che collega la sommità del Cidneo al centro urbano. La repressione è durissima; gli insorti fatti prigionieri sono rinchiusi in Castello e molti di loro fucilati nei fossati e sugli spalti, fino al 12 agosto, data dell’amnistia voluta da Radetzky. Tra la fine del XIX e l’inizio del secolo, le pendici del colle, fino allora brulle per permettere l’avvistamento di eventuali nemici, cambiano completamente volto; vengono creati viali alberati e collocati monumenti e steli commemorative e il Castello comincia ad assumere una funzione pubblica di carattere ricreativo e culturale-scientifico, a partire dal suo rilancio, che inizia ospitando nel 1904 l’Esposizione Industriale Bresciana e nel 1909 l’Esposizione internazionale di applicazione dell’elettricità. Dal 1943 al 1945 Brescia è parte della Repubblica Sociale Italiana, e nei “600 giorni di Salò” in città hanno sede alcuni ministeri e in Castello le compagnie Lazio, Ausiliaria, Ordine Pubblico, Pronto Intervento, qualche plotone delle SS tedesche, la guardia personale di Graziani, la commissione permanente di disciplina della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana). Sempre in Castello sono fucilati numerosi esponenti della Resistenza nella cosiddetta Fossa dei Martiri (foto 2); l’ultima esecuzione ha luogo il 24 marzo 1945 con la fucilazione alla schiena del partigiano Giacomo Cappellini, della quale recano testimonianza una lapide commemorativa e il muro scheggiato dai proiettili.

Foto 2. La fossa dei martiri

Un filo rosso di sangue, dolore e violenza, che intreccia tempi e memorie diverse, si dipana dal Castello, percorre la città e si coagula in alcuni luoghi precisi. Il Salone Vanvitelliano della Loggia, il palazzo comunale di Brescia situato nell’omonima piazza (in copertina), conserva in una parete interna il foro provocato da una granata austriaca durante le Dieci giornate del 1849, mentre una delle colonne dei portici che si affacciano su Piazza Loggia, esattamente di fronte al palazzo, mostra ancora le ferite dell’esplosione del 28 maggio 1974. Quel giorno Brescia è drammaticamente ferita dal terrorismo neofascista, colluso con apparati dello Stato; un ordigno esplosivo, collocato in un cestino portarifiuti sotto i portici che costeggiano Piazza Loggia, provoca una strage. Si contano 102 feriti e otto morti: un pensionato, ex partigiano, Euplo Natali, 69 anni; due operai, Bartolomeo Talenti, 56 anni, e Vittorio Zambarda, 60 anni; e cinque insegnanti, Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, Livia Bottardi Milani, 32 anni, Alberto Trebeschi, 37 anni, Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni e Luigi Pinto, 25 anni. Dopo depistaggi nelle indagini e un iter processuale lungo 43 anni si arriva al giudizio definitivo in Cassazione nel giugno 2017, che conferma la condanna all’ergastolo nei confronti di Carlo Maria Maggi, medico, ex ispettore veneto dell’organizzazione neofascista Ordine nuovo, e di Maurizio Tramonte, l’ex fonte ‘Tritone’ dei servizi segreti. Alla lettura del verdetto è presente in aula, tra gli altri, Manlio Milani, presidente dell’Associazione dei familiari dei caduti di Piazza Loggia, e fondatore nel 2000, con il Comune e la Provincia di Brescia, della Casa della Memoria, centro di documentazione sulla strage bresciana e la violenza terroristica, in particolare quella neofascista.

Foto 3. La stele e il manifesto a ricordo della strage