La Gallura che non ti aspetti. Percorsi alternativi fra mare e monti Itinerario costiero. Da Porto Liscia a Vignola

La Gallura (Gaddura in gallurese, Caddura in sardo) è la parte all’estremo nord della Sardegna e costituisce una regione storica e geografica comprendente 23 comuni in provincia di Sassari, dopo che la LR 2/ 2016 ha abolito le province nate nel 2001. Il nome ha una origine incerta; secondo alcune teorie deriverebbe da una popolazione seminomade preromana, per altre dal gallo sullo stemma pisano dei giudici Visconti, oppure sembra significhi “rocciosa, sassosa” e in effetti – sia nella parte propriamente costiera sia nell’interno ricco di rilievi montuosi –  le conformazioni bizzarre delle rocce rendono questa area straordinariamente pittoresca. Una terra aspra, spesso battuta dal maestrale, come la vicinissima Corsica con cui ha molte somiglianze (anche linguisti-che), ma piena di colori e profumi, specie durante la primavera. 

La storia ha lasciato profonde tracce che precedono la civiltà nuragica: questa terra fu abitata dall’uomo fin dal neolitico e la sua posizione certamente favorì gli scambi con il continente, passando attraverso l’arcipelago toscano: doveva essere infatti il corridoio dell’ossidiana e della ceramica, l’oro nero e l’oro bianco dell’antichità. Qui si trovano nuraghi importanti, tombe, siti in parte ancora da studiare; i Romani – mai del tutto tranquilli in Sardegna e circondati dal pericolo costante di rivolte – trovarono il modo di sfruttarne l’abbondanza di granito. I Pisani lasciarono evidenti impronte nell’architettura religiosa e gli Aragonesi nelle imponenti strutture difensive. I Piemontesi – con i loro ingegneri militari – hanno tracciato l’urbanistica di alcune cittadine, come Santa Teresa, costruite a scacchiera con le strade perfettamente rettilinee che si incrociano, mentre le case talvolta mantengono la tipica struttura gallurese a un solo piano, come a San Pantaleo. Oggi è una delle aree con il più alto reddito pro-capite della Sardegna grazie a una florida economia in parte ancora agro-pastorale e all’importante risorsa del turismo.

Proprio di questo vogliamo parlare, e in modo alternativo, visto che spesso – quando inizia la stagione delle vacanze – la Sardegna del nord viene identificata solo con le località alla moda, visitate dai personaggi che affollano le pagine dei rotocalchi. Saltiamo dunque tutta la fascia costiera da Olbia fino a Isola dei Gabbiani, nonostante ambienti magnifici e panorami mozzafiato non manchino certo, per approdare su una spiaggia lunghissima e poco frequentata, anche in pieno agosto. Si tratta di Porto Liscia a cui si arriva con una strada asfaltata, circondata da arbusti e vegetazione mediterranea; il parcheggio è grande e gratuito.

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Foto 1. Porto Liscia

Lo sguardo si posa su una sorta di immenso lago visto che di fronte abbiamo le isolette dell’arcipelago Spargi e Spargiotto e ai lati due promontori. Passeggiare è una bellezza, fra mare piatto e bassi cespugli. 

Proseguendo in direzione di Santa Teresa – lungo la strada 133 bis – si trovano le deviazioni verso altre spiagge; curioso a Conca Verde il richiamo nell’odonomastica  ai personaggi dell’Odissea. Porto Pozzo, qui vicino, sarebbe infatti il mitico paese dei Lestrigoni, giganti antropofagi che distrussero la flotta di Ulisse e uccisero tutti gli uomini, eccetto quelli della sua nave, rimasta fuori dal porto. Ancora più bella e ampia è la valle dell’Erica, una sorta di baia ben protetta circondata da scogli. Affacciato sulle Bocche di Bonifacio, il capoluogo Santa Teresa di Gallura – che proprio in pieno centro ha la rinomata Rena Bianca (sempre affollata) – merita una sosta  per ammirare la bella torre spagnola di Longonsardo, i resti dell’antico mulino, la chiesetta di Santa Lucia, i giardini ben curati, le piazze accoglienti, il porticciolo turistico. Da qui non si può non raggiungere Capo Testa che offre molteplici motivi di interesse: percorsi naturalistici, il sito archeologico Lu Brandali, calette nascoste e un imponente faro; in questo luogo le stupefacenti conformazioni di granito modellate dal vento fecero esclamare al celebre scultore Henry Moore: «Ho trovato chi sa scolpire meglio di me!» Lungo l’istmo, sulla spiaggia delle Colonne (o di zia Colomba), sono ancora ben visibili gli abbozzi di quelle abbandonate dall’epoca romana, là dove ora giocano i bambini in acque calme e limpide come meravigliose piscine naturali.

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Foto 2. Spiaggia delle Colonne

Lungo la strada costiera, in direzione Castelsardo, si incontra una breve deviazione per raggiungere una spiaggetta suggestiva e poco frequentata, anche perché spesso ricoperta di alghe (ma va ricordato che la posidonia non è un rifiuto: è infatti  una protezione naturale dall’erosione costiera): Lu Pultiddholu. Grazie a sentieri non difficili, si possono fare, da entrambi i lati della baia, passeggiate in cui si ammirano scoglietti, minuscole insenature, mille sfumature di azzurro.

Ma da ora in poi inizia la vera meraviglia: il sito di importanza comunitaria “Monte Russu” di 1.989 ettari di cui circa 300 ancora nel comune di Santa Teresa e 1.000 nel comune di Aglientu, mentre  il resto è  lo spazio marino antistante. 

Foto 3. Monte Russu

Quel tratto di costa incontaminata, fra baie, scogliere e lunghe spiagge orlate da dune – dove non esistono costruzioni nella fascia fra strada e mare – ha fatto affermare al giornalista Beppe Severgnini, abituale frequentatore: «ancora oggi penso che i venti chilometri tra Santa Teresa e Vignola siano il tratto di mare più spettacolare, affascinante –  e rispettato –  del Mediterraneo». Ecco allora il susseguirsi della Liccia, di Rena Majore, della spiaggia di Matteu, e poi: cala Pischina, Monte Russu, Naracu Nieddu, Riu Li Saldi. Tutto il percorso si può fare a piedi, interamente o a tratti, grazie ad un sentiero che si snoda fra ginepri e corbezzoli, fra cespugli di mirto e di lentisco, fra fiori profumati e dai colori più vari: il bianco del giglio marino, il giallo del papavero delle spiagge, il rosa acceso del cisto, il fucsia del  fico degli ottentotti, il verde intenso della palma nana.

Foto 4. Rena di Matteu

La baia sabbiosa di Vignola si annuncia di lontano con la chiesetta di San Silverio e la torre, in posizione dominante, preceduta dalla spiaggia detta Saragosa (o Chisgjnaggju) e seguita dalla spiaggetta sul versante opposto, meno frequentata, vicina al nuraghe Tuttusoni; anche qui sono possibili vari percorsi pedonali, senza difficoltà e affascinanti. Salire verso la possente torre di avvistamento – in copertina – realizzata in blocchi di granito, costituisce un’ulteriore esperienza: il silenzio è totale, anche se i bagnanti sono a pochi passi; si cammina fra farfalle e lucertole, nel ronzio degli insetti e il frinire delle cicale, e intorno ancora vegetazione spontanea, mentre il gabbiano corso e i cormorani  volano alla ricerca di cibo, pronti a tuffarsi. Il nostro percorso costiero si conclude in bellezza e armonia, anche se continua sulla carta geografica fino ai confini della Gallura e oltre. 




Un mare di plastica

“Eh, magari facessero tutti come voi …!”

È la frase che io e i miei familiari ci sentiamo spessissimo dire dai negozianti quando affermiamo di avere la busta (o la shopper!) per mettervi quanto acquistato. Ormai ne abbiamo tantissime, anche ricavate da vecchi jeans: quella per il supermercato, quella per la frutta e la verdura, quella per i piccoli acquisti.

Devo ammettere che inizialmente, e parlo di almeno dieci anni fa, provavo un certo imbarazzo… poi, però, leggi notizie come quella di sabato 2 giugno e ti convinci che è davvero il minimo che si possa fare: al largo della costa meridionale della Thailandia, infatti, è stata trovata morta  una balena pilota con ben ottanta buste di plastica nello stomaco per l’equivalente peso di otto chilogrammi!

Nella sola Thailandia ogni anno almeno 300 animali marini, tra cui balene pilota, delfini e tartarughe, muoiono per aver ingerito plastica abbandonata in natura, ha spiegato un biologo marino.

Da noi, oltre al comportamento virtuoso di singole persone e famiglie, qualcosa si sta muovendo: dal primo maggio, per esempio, sulle isole Tremiti la plastica è vietata per legge grazie al sindaco Antonio Fentini che sta pure pensando di abolire i contenitori di polistirolo, compresi quelli utilizzati dai pescatori. Invita, altresì, colleghe e colleghi di isole e comuni sul mare a fare altrettanto, precisando che la sua cittadinanza è molto felice per la decisione presa.

La decisione segue, infatti, la ricerca diffusa nei mesi scorsi dall’Istituto di scienze marine del CNR di Genova, dall’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, che hanno campionato le acque durante il tour “Meno plastica più Mediterraneo” della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior. Dalla ricerca è emerso che nel Mediterraneo ci sono livelli di microplastiche paragonabili a quelli dei vortici che si formano nel Pacifico, le cosiddette ‘zuppe di plastica’, e “nelle acque marine superficiali italiane si riscontra un’enorme e diffusa presenza di microplastiche, comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti rilevati nelle acque di Portici (NA), ma anche in aree marine protette come le Isole Tremiti (FG)”.

Nell’attesa che arrivi anche la direttiva dell’UE, già approvata a fine maggio dalla Commissione, affinché si arrivi nel 2025 a non usare più la plastica e in particolare cotton fioc, posate, piatti, cannucce e aste per palloncini (prodotti che dovranno essere fabbricati con materiali sostenibili), gli Stati membri, attraverso campagne di sensibilizzazione, dovranno anche ridurre il consumo di contenitori per alimenti e tazze, fissando obiettivi nazionali, mettendo a disposizione delle alternative, o impedendo la fornitura gratuita di prodotti in plastica.

E noi nel nostro piccolo? Possiamo iniziare sin da ora a cambiare stile di vita e abitudini: ingegniamoci e facciamo in modo che il mare viva la sua stagione più bella tutto l’anno!




USA – E’ polemica sulle trivelle in mare

Mentre il governo italiano toglie la data di scadenza alle concessioni entro le 12 miglia, gli USA riducono il campo d’azione delle trivelle in mare.

Anche negli Stati Uniti infuria la polemica politica sulle trivelle e le estrazioni di idrocarburi in mare. Mentre l’Italia non cancella il regalo del governo Renzi alle concessioni petrolifere entro le 12 miglia, l’amministrazione Obama ha varato  le nuove regole per le perforazioni al largo delle coste USA. La motivazione è semplice: evitare un nuovo disastro ambientale come quello causato dall’esplosione, nel 2010, della piattaforma Deepwater Horizon della BP.
Le nuove norme, secondo l’industria petrolifera, avranno impatti per 31,8 miliardi di dollari sul settore, mettendo in pericolo 50 mila posti di lavoro. Il Dipartimento degli Interni, che ha deciso di rendere obbligatori gli standard, stima i costi di adeguamento degli impianti in meno di 1 miliardo e ha insistito sul fatto che la produzione di petrolio nel Golfo del Messico «è una componente fondamentale del portafoglio energetico della nostra nazione». In realtà, rappresenta il 16% della produzione totale di petrolio degli Stati Uniti e il 5% della loro produzione di gas naturale domestico.

I regolamenti varati dall’amministrazione USA, sostanzialmente, aumentano il monitoraggio dei pozzi e il controllo e manutenzione delle piattaforme. In particolare, i nuovi e più stringenti standard vengono applicati al blowout preventer, dispositivo utilizzato durante la perforazione di un pozzo che ha il compito di metterlo in sicurezza nel caso i fluidi dovessero accidentalmente migrare all’esterno.
L’industria ha avvertito che quasi i due terzi dei pozzi perforati nel Golfo del Messico dal 2010 non soddisfano i nuovi standard. Ma dovranno adeguarsi: nessuno ha voglia di vedere un altro cataclisma nelle acque dell’Atlantico. Secondo una nuova analisi dell’impatto di quel disastro, prodotta dalla ONG Oceana, fino a 800 mila uccelli marini e un gran numero di delfini e balene sarebbero morti a causa della fuoriuscita del petrolio. Molti altri hanno sofferto di problemi riproduttivi per anni, e una superficie corallina delle dimensioni di Manhattan è stata danneggiata.
Oceana dichiara che «l’apertura di nuove aree di perforazione in mare aperto comporta rischi inaccettabili. Non dovremmo espandere la perforazione nelle acque statunitensi o utilizzare tecnologie devastanti come l’airgun, che può compromettere la vita marina».




ITALIA – Gli antichi mestieri femminili: le donne e il mare. (Dalla mostra “Toponomastica femminile. Donne e lavoro”)

Le società dei paesi di mare, nonostante le apparenze, hanno avuto connotati matriarcali. Vista l’assenza continua degli uomini, il ruolo delle donne era centrale nell’organizzazione familiare: alla lontananza dei maschi per lunghi periodi corrispondeva lo sviluppo di saldi rapporti orizzontali, che attraversavano più nuclei, sempre gravitanti intorno a figure femminili; si solidificavano vincoli di parentela, di vicinato o di gruppo e si potenziavano i sentimenti di solidarietà che garantivano un guscio protettivo contro le avversità.
Le donne erano forti, vigorose e temprate dalle fatiche casalinghe, che si sommavano ai carichi di lavoro in appoggio alle attività di pesca maschili e a forme di imprenditoria elementare molto spesso fondamentale.
Neanche le vedovanze ricorrenti, causate dalle sciagure del mare, spegnevano la loro forza reattiva, alimentata dalla necessità di continuare a essere il fulcro della famiglia.
Le donne si svegliavano all’alba e rubavano ore al riposo notturno per svolgere mille mansioni. Erano loro a curarsi della casa, degli anziani e dell’educazione dei figli, per i quali rappresentavano un ancoraggio saldo rispetto al fluttuare della figura paterna.
A loro si richiedevano molte attività collaterali alla pesca, quali ad esempio la produzione di reti, la confezione e il rammendo di vele, la messa a bagno dei cordami nella miscela resinosa che serviva a limitarne l’usura, la ricerca e la preparazione delle esche. Instancabili lavoratrici, raccoglievano la legna lungo la battigia, praticavano la sciabica assieme agli uomini o giravano l’argano per trarre in secco le barche.

Dopo lunghe attese sulla spiaggia, scaricavano il pesce, vendevano la parte di spettanza o la appaltavano ai pescivendoli, trasportavano sulla testa il pescato e le reti.

1.Donne sulla spiaggia di San Benedetto

FOTO 1. DONNE SULLA SPIAGGIA. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

2.Donne in attesa delle barche. San Benedetto

FOTO 2. DONNE IN ATTESA DELLE BARCHE. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

All’importante ruolo svolto dalle donne nell’economia marinara, un lavoro fondamentale e continuo rimasto sempre nell’anonimato, il Comune di San Benedetto del Tronto ha dedicato una sezione del “Museo del mare” e ha collocato nelle sue strade il monumento bronzeo dedicato al lavoro delle retare, opera dello scultore Aldo Sergiacomi, inaugurato nel 1991.

3.Monumento alla retara.San Benedetto del tronto

FOTO 3. MONUMENTO ALLA RETARA. Foto del Comune di San Benedetto del Tronto
L’attività delle retare è stata a lungo la più diffusa e numericamente significativa.

Tutta la comunità, cioè l’elemento femminile, era coinvolta in questo lavoro, dalle bambine alle donne più anziane, secondo un sistema tramandato nel tempo e che si acquisiva solo con la pratica.

In estate si lavorava all’esterno delle case, vicino alla porta d’ingresso o in un angolo fresco del vicolo. Pur lavorando sodo non mancavano momenti di allegria e di divertimento, canti, chiacchiere e discussioni accompagnavano il lavoro delle retare, attente anche a seguire i giochi dei bambini e delle bambine non ancora in età da lavoro.

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FOTO 4. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 5. Vecchia retara. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

In inverno il più delle volte l’attività si svolgeva all’interno, di giorno vicino alla finestra e la sera vicino al fuoco continuando a lavorare fino a notte fonda.

Sedute sulle seggiole le retare cominciavano a svolgere le matasse di spago; servendosi di un’altra sedia sulla quale appoggiavano la rete via via prodotta, lavoravano la corda di canapa con una specie di lungo ago di legno piatto chiamato linguetta e attorcigliavano lo spago su cannucce di vario diametro dette morello, a seconda della grandezza che le maglie dovevano avere. Iniziavano a comporre le maglie con gesti rapidi e vigorosi in modo da realizzare nodi molto robusti che non si strappassero durante la pesca.

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FOTO 6. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

La rete era grossa o più sottile, secondo lo spessore dello spago utilizzato; era divisa in parti diverse e ogni donna era esperta di un lavoro particolare. Quando la rete commissionata dal padrone era completata, la si distendeva e la si apriva sulla strada, piegandola numerose volte fino a farla diventare di dimensioni poco ingombranti. Il pacco di rete veniva legato, caricato in testa e riconsegnato.

Un’altra mansione tipicamente femminile era quello delle velare. Le vele erano importanti, i colori sgargianti e i disegni indicavano il suo proprietario e l’equipaggio imbarcato: era un segno distintivo che da riva mogli, madri e figlie cercavano e seguivano scrutando l’orizzonte.

Erano le donne a occuparsi della confezione e della cura delle vele. Molto spesso erano loro anche a tessere in casa le stoffe con cui realizzarle. Le velare si dedicavano alla cucitura sedute sulla spiaggia, unendo teli di cotone o di canapa. Le donne provvedevano anche alla manutenzione, ricucendo gli strappi e rattoppando i cedimenti dei tessuti dovuti all’usura.

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FOTO 7. Velare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Il pesce era l’oro della zona, ma un oro che lasciava cattivo odore, che non andava mai via. Nonostante cercassero di cancellarlo in ogni modo, le donne portavano addosso il loro lavoro in ogni momento della giornata.
Sulla riva del mare scrutavano l’orizzonte aspettando le barche di ritorno dalla pesca.

8.Donne al rientro delle barche.San benedetto

FOTO 8. Donne al rientro delle barche. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Una piccola parte del pescato spettava alle famiglie dei marinai e le donne attendevano che finisse la distribuzione e la vendita dei grossi quantitativi per allungare i loro cesti e prendere quanto rimaneva. Spesso il pesce consegnato non veniva utilizzato per il fabbisogno familiare, ma rivenduto a poco prezzo oppure barattato con ortaggi, frutta o qualsiasi altro genere alimentare prodotto dal mondo contadino.
Le donne che erano riuscite a dar vita a semplici forme di commercio dividevano il pescato secondo le varie qualità e, dopo averlo sistemato sui carretti, andavano a venderlo nei paesi vicini o al mercato locale. In tutti i posti in cui si svolgeva la vendita del pesce le donne utilizzavano la bilancia in ottone, tenuta in mano per pesare ma anche, agitandola, per richiamare la gente ad acquistare, accompagnando i gesti con voci tese e squillanti.

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FOTO 9. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 10. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto




ITALIA – I NoTriv scrivono il vademecum per il referendum del 17 aprile

Il prossimo 17 aprile si terrà un referendum popolare. Si tratta di un referendum abrogativo, e cioè di uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che la Costituzione italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato. Perché la proposta soggetta a referendum sia approvata occorre che vada a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si esprima con un “Sì”. Hanno diritto di votare al referendum tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto la maggiore età. Votando “Sì” i cittadini avranno la possibilità di cancellare la norma sottoposta a referendum. Dove si voterà? Si voterà in tutta Italia e non solo nelle Regioni che hanno promosso il referendum. Al referendum potranno votare anche gli italiani residenti all’estero. Quando si voterà? Sarà possibile votare per il referendum soltanto nella giornata di domenica 17 aprile. Cosa si chiede esattamente con il referendum del 17 aprile 2016? Con il referendum del 17 aprile si chiede agli elettori di fermare le trivellazioni in mare. In questo modo si riusciranno a tutelare definitivamente le acque territoriali italiane. Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa. Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni. Qual è il testo del quesito? Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per 2 la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?». È possibile che qualora il referendum raggiunga la maggioranza dei “Sì” il risultato venga poi “tradito”? A seguito di un eventuale esito positivo del referendum, il Parlamento o il Governo non potrebbero modificare il risultato ottenuto. La cancellazione della norma che al momento consente di estrarre gas e petrolio senza limiti di tempo sarebbe immediatamente operativa. L’obiettivo del referendum è chiaro e mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato, il Parlamento non può successivamente modificare il risultato che si è avuto con il referendum, altrimenti lederebbe la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria. Qualora però non si raggiungesse il quorum previsto perché il referendum sia valido (50% più uno degli aventi diritto al voto), il Parlamento potrebbe fare ciò che vuole: anche prevedere che si torni a cercare ed estrarre gas e petrolio ovunque. È vero che se vincesse il “Sì” si perderebbero moltissimi posti di lavoro? Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso. Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione. Oggi non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri. Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre. L’Italia dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dall’estero. Non sarebbe opportuno, al contrario, investire nella ricerca degli idrocarburi e incrementare l’estrazione di gas e petrolio? L’aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale. Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano: portarlo via o magari rivendercelo.  Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto. Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty. Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo. Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro. Il rilancio delle attività petrolifere non costituisce un’occasione di crescita per l’Italia? Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, anche qualora le estrazioni petrolifere e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 8 settimane. La ricchezza dell’Italia è, in verità, un’altra: per esempio il turismo, che contribuisce ogni anno circa al 10% del PIL nazionale, dà lavoro a quasi 3 milioni di persone, per un fatturato di circa 160 miliardi di euro; la pesca, che si esercita lungo i 7.456 km di costa entro le 12 miglia marine, produce circa il 2,5% del PIL e dà lavoro a quasi 350.000 persone; il patrimonio culturale, che vale 5,4% del PIL e che dà lavoro a circa 1 milione e 400.000 persone, con un fatturato annuo di circa 40 miliardi di euro; il comparto agroalimentare, che vale l’8,7% del PIL, dà lavoro a 3 milioni e 300.000 persone con un fatturato annuo di 119 miliardi di euro e che nel solo 2014 ha conosciuto l’esportazione di prodotti per un fatturato di circa 34,4 miliardi di euro; e soprattutto la piccola e media impresa, che conta circa 4,2 milioni di piccole e medie “industrie” (e, cioè, il 99,8% del totale delle industrie italiane), e che costituisce il vero motore dell’intero sistema economico nazionale: tali imprese assorbono l’81,7% del totale dei lavoratori del nostro Paese, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e contribuiscono al 70,8% del PIL. Il solo comparto manifatturiero, che conta circa 530.000 aziende, occupa circa 4,8 milioni di addetti, fattura 230 miliardi di euro l’anno, equivalente al 13% del PIL nazionale, e contribuisce al totale delle esportazioni del Made in Italy nella misura del 53,6%. Però gli italiani utilizzano sempre di più la macchina per spostarsi. Non è un controsenso? Ciò che si estrae in Italia non è necessariamente destinato alla produzione del carburante per le autovetture ed ancor meno per quelle in circolazione nel nostro Paese. Ad ogni modo, gli italiani si trovano spesso costretti ad utilizzare l’auto di proprietà. A fronte di un sistema di trasporti pubblici gravemente lacunoso non hanno praticamente scelta. In alcuni Paesi del Nord Europa l’utilizzo dell’auto privata è spesso avvertito come un “peso” e ritenuto economicamente non vantaggioso. Le cose andrebbero diversamente se si perseguisse una seria politica dei trasporti pubblici. Secondo l’Unione europea, rispetto agli altri Stati membri, l’Italia è al riguardo agli ultimi posti.

Cosa ci si attende? Il voto referendario è uno dei pochi strumenti di democrazia a disposizione dei cittadini italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro energetico del nostro Paese. Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 185 Paesi, a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della decarbonizzazione. Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo. È necessario, nel frattempo, affrontare il problema della transizione energetica, puntando anche sul risparmio e sull’efficienza energetica e investendo da subito nel settore delle energie rinnovabili, che potrà generare progressivamente migliaia di nuovi posti di lavoro. Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire ad un modello economico alternativo. Perché questo referendum? Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del Pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseri viventi vegetali e animali – dal fitoplancton alle grandi balene – produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche. La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare: la ricerca del gas e del petrolio attraverso la tecnica dell’airgun incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica può elevare il livello di stress dei mammiferi marini, può modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario. Ricerca e trivellazioni offshore costituiscono un rischio anche per la pesca. Le attività di prospezione sismica e le esplosioni provocate dall’uso dell’airgun possono provocare danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica. Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo. Un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.