ITALIA – Le risorgimentali sulle strade del Veneto

di Nadia Cario

Il lavoro di ricerca iniziato dalle storiche alcuni anni fa, fa emergere L’altra metà del Risorgimento[1], figure femminili estremamente attive nelle lotte per l’Unità d’Italia, in contrasto con le descrizioni contenute nei libri degli storici del Risorgimento. Nel periodo dal 1848 al 1866, anno in cui il Veneto venne unito all’Italia, c’è stata una grande mobilitazione femminile accanto ai compagni combattenti e/o clandestini. Si è sviluppata inoltre una forte solidarietà femminile oltre i confini degli Stati. Donne portatrici di pensieri politici e sociali, con il desiderio di conquistare i diritti di cittadinanza e di parità a tutti gli effetti. Come forme di protesta nascono i primi “flash-mob”: contemporaneamente, senza nessun avviso pubblico, a Venezia in San Marco e a Padova al Santo, le nobildonne Maddalena Montalban Comello e Leonilde Lonigo Calvi organizzano una messa solenne in suffragio del defunto Cavour e vanno tutte vestite a lutto coinvolgendo la cittadinanza e riempiendo entrambe le Basiliche. Oppure organizzano all’improvviso delle passeggiate collettive in Prato della Valle vestite in abiti tricolori sotto al naso della stupita polizia austriaca. Nobildonne che affrontano il carcere a testa alta a cui non viene scontato nulla. Donne che hanno dato fondo ai propri beni e messo a disposizione le proprie reti familiari per far espatriare gli esuli, sono poi ritornate nell’ombra nonostante i riconoscimenti pubblici e i doni del re Vittorio Emanuele che al posto di medaglie conferì loro anelli d’oro con gemme tricolori o bracciali con brillanti. Alcune di loro sono ricordate nelle strade del Veneto.

Foto 1. Via_Antonia Masanello_Padova

Foto 1 Antonia Masanello. Padova

Antonia Masanello (Cervarese Santa Croce 28 luglio 1833 – Firenze 20 o 21 maggio 1862)

Nata in provincia di Padova è l’unica garibaldina dei Mille che, facendosi passare per un uomo perché alle donne non era permesso partecipare alla spedizione, combatté con «disinvoltura e coraggio», ottenendo il brevetto di caporale e il congedo con onore dopo la capitolazione della fortezza di Gaeta (13 novembre 1861). Le sue gesta venivano raccontate nei filò che si facevano nelle nostre campagne diventando una leggenda tramandata attraverso il racconto orale. Fuggita con il marito nel 1860 partirono da Genova con destinazione Marsala e raggiunse i Mille a Salemi. Soltanto un paio di ufficiali erano a conoscenza della sua reale identità ed ebbero a dichiarare che Tonina “avrebbe potuto comandare un battaglione se la sua condizione di donna non glielo avesse impedito”. Finita la missione con i mille si stabilì a Firenze, dove terminò i suoi giorni nella primavera del 1862.

Foto 2. Strada Laura Solera Mantegazza_Padova

Foto 2 Laura Solera Mantegazza. Padova

Laura Solera Mantegazza (Milano, 15 gennaio 1813 – Cannero Riviera, 15 settembre 1873)

Laura Solera è stata, con Teresa Gonfalonieri e Adelaide Cairoli, una delle donne più attive per il progresso civile dell’Italia in epoca risorgimentale. Nata a Milano, dopo la morte della madre e la fuga del padre in Svizzera per motivi politici, viene affidata ad un medico milanese amico di famiglia che la considera come una figlia. Si sposa diciassettenne e si dedica alla loro educazione. Nel 1848 durante le Cinque Giornate di Milano organizza l’assistenza dei feriti. Negli stessi giorni viene pubblicato il suo scritto “Madre Lombard”, un incitamento all’impegno sociale e politico delle donne. In questo periodo fonda il Ricovero dei bambini lattanti, la Scuola per adulte analfabete e la Scuola Professionale femminile. Da ultima crea l’Associazione generale delle opere milanesi, un’associazione comprensiva di tutte le altre precedenti da lei istituite.

Foto 3. Via Adelaide Ristori_Padova

Foto 3 Adelaide Ristori. Padova

Adelaide Ristori (Cividale del Friuli 30 gennaio 1822 – Roma 9 ottobre 1906)

Attrice ammirata e apprezzata, recita nei teatri di tutto il mondo facendo conoscere l’arte drammatica italiana. Recita anche in inglese e in francese. Oltre al successo, guadagna molti soldi, cosa eccezionale per l’epoca. Si sposa con Giuliano Capranica del Grillo che la segue nella sua attività. Nel 1855 fa la sua prima tournée all’estero, a Parigi, dove debutta con Francesca da Rimini di Silvio Pellico e trionfa con Mirra di Vittorio Alfieri. Qui viene in contatto con numerosi fuoriusciti italiani come Daniele Manin. Lei stessa non perde occasione per rivendicare il problema dell’unità nazionale italiana nei teatri in cui si esibisce in terra italiana ma ancora sotto il dominio asburgico o borbonico. Regolarmente i suoi spettacoli vengono interrotti dalla polizia: dal palcoscenico lancia slogan a favore dell’Italia e di Vittorio Emanuele II. Per il suo patriottismo riceve gli elogi da Cavour che le affida nel 1860, in occasione della sua prima tournée a San Pietroburgo, una delicata missione presso la corte dello Zar. In Inghilterra, viene accolta con entusiasmo, soprattutto dagli immigrati italiani che si presentano alle sue recite sventolando nastri con il tricolore. Si ritira dalle scene nel 1855 occupandosi di assistenza ai bisognosi, emancipazione e diritti delle lavoratrici.

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Foto 4 Gualberta Alaide Beccari. Padova

Gualberta Alaide Beccari (Padova 19.06.1842 – Villa S. Michele in Bosco 09.1906)

Nasce in una famiglia di idee repubblicane nella quale i sentimenti patriottici sono intrecciati con la passione per il teatro e un forte senso di impegno civile. I genitori sospettati di attività rivoluzionaria dalla polizia austriaca, nel 1859 si trasferiscono con la famiglia a Modena tra degli esuli veneti.

Gualberta fin da giovane manifesta il desiderio di diventare giornalista per battersi in favore dei diritti delle donne; diventa così protagonista di un’intensa stagione di dibattiti sull’emancipazione che le istanze risorgimentali incoraggiavano, nei quali rivendica la necessità di un rinnovamento morale della figura femminile quale base per il consolidamento della neonata nazione italiana. Il suo pensiero si basa sull’ideologia politica di Mazzini, che riconosce alle donne la cittadinanza sociale, professionale e politica, affermando che non solo devono essere ammesse al voto, ma possono anche essere votate ed elette come rappresentanti del popolo. Tornata in Veneto dopo l’annessione, strumento di questa battaglia è la rivista La Donna da lei fondata nel 1868 a Padova, riunendo attorno a sé un gruppo di poete, letterate, insegnanti, intellettuali, tra cui Anna Maria Mozzoni, Elena Ballio, Luisa Tosco, Giorgina Saffi. La rivista s’impone fin dal suo esordio come il più importante organo di discussione e informazione del primo movimento emancipazionista italiano, facendosi conoscere e apprezzare in tutta Italia.

Foto 6. Via Erminia Fuà Fusinato_Rovigo

Foto 5 Erminia Fuà Fusinato. Rovigo

Erminia Fuà Fusinato (Rovigo 23.10.1834 – Roma 30.09.1876)

Manifesta fin da ragazza un forte senso patriottico e comportamento deciso, amante delle lettere con la passione per la poesia. Partecipa agli avvenimenti risorgimentali attraverso l’attività cospiratrice del padre. Nel 1856, contro la volontà del padre, sposa Arnaldo Fusinato, poeta e patriota e intraprende l’attività insurrezionale con lui e il cognato Clemente diventando ben presto una loro importante collaboratrice nei collegamenti con il Comitato centrale di Alberto Cavalletto a Torino. E’ attiva tra Padova e Castelfranco. Insieme al marito e all’amica Enrichetta Usuelli Ruzza lavora nella rete cospirativa dei moderati e scrive poesie patriottiche. Nel 1861 si reca in Piemonte con un comitato di patrioti veneti e rivolge al re il famoso appello: “Sire, i Veneti soffrono e vi aspettano”. Nell’ottobre 1864, con i figli raggiunge il marito in esilio a Firenze.Dopo l’annessione del Veneto ricopre diversi ruoli pubblici e ufficiali come Ispettrice delle scuole femminili e come Direttrice della Scuola Superiore femminile della Palombella di Roma.

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Foto 6 Teresa Casati Mestre-Venezia

Teresa Casati (Milano 17 settembre 1787 – 26 settembre 1830)

Di nobile famiglia milanese, sposa il conte Federico Confalonieri, carbonaro e massone. Lei è una “giardiniera”, la carboneria femminile, che invece di incontrarsi nelle “vendite” si incontra nei giardini o nei salotti. I due hanno una forte intesa intellettuale testimoniata dalle lettere che si scrivono quando sono lontani. Nel suo salotto Teresa mantiene i contatti con i più autorevoli liberali lombardi, e più frequentemente anche nel foyer della Scala. Dopo la sconfitta di Napoleone, a Milano arrivano gli austriaci che cominciano ad arrestare da subito alcuni cospiratori. La coppia intraprende un viaggio-fuga verso sud pedinati dalla polizia che registra tutti gli spostamenti e gli incontri. In questo viaggio Teresa matura l’idea che la soggezione in cui si trova il popolo, specie nello Stato della Chiesa, è il frutto di una educazione scolastica che fin dai primi anni sottomette il ragazzo impedendogli di pensare. Bisognava perciò sottrarre i giovani al dominio pedagogico esercitato dagli istituti religiosi e promuovere nuove forme di insegnamento. Comincia così a raccogliere fondi per creare nuove scuole che si ispirassero a nuovi modelli pedagogici favorendo idee libertarie, modelli come quelli del maestro Giacinto Mompiani che va a conoscere. Istituisce alcune scuole di insegnamento mutuo con l’aiuto del marito e mobilita le amiche giardiniere per finanziarle. Arrivate a 500 iscritti, le autorità, considerandole pericolose, fanno chiudere le scuole di insegnamento mutuo. Arrestato il marito per alto tradimento, Teresa si spenderà in viaggi a Vienna presso l’imperatore per salvarlo.

Jessie White Mario (Gosport 9.5.1832 – Firenze 5.3.1906)

 Giornalista inglese in Italia per raccontare il nostro risorgimento ne divenne la patriota più ardente. Definita “Miss Uragano”, seguace di Mazzini, infermiera in quattro campagne con Garibaldi, venne incarcerata dove conobbe un altro patriota di Lendinara (RO) Alberto Mario che sposò. Visse anche a Lendinara dove esiste tuttora la casa e la tomba nel cimitero locale. Amica di Carducci, di Anna Kulischioff, di Anna Maria Mozzoni, di Gualberta Beccari. Da rapporti della polizia risulta attiva a Padova nella raccolta di fondi a seguito delle Cinque Giornate di Milano. Dal 1870 si occupa in tre progetti di ricerca riguardanti:

  • il problema della pellagra nelle campagne, dovuta alla cattiva alimentazione dei braccianti.
  • la ricerca sulle condizioni dei poveri di Napoli, vista erroneamente dal governo come una città molto prosperosa. Da questa sua ricerca fu pubblicato un libro – La miseria di Napoli – nel 1877.
  • la salute dei minatori nelle solfatare siciliane. Una denuncia del largo uso di lavoro minorile e delle cattive condizioni di lavoro e di salute dei minatori siciliani che arrivavano ad essere inidonei al servizio militare.

Foto 11. Anita Garibaldi_Rovigo

Foto 7 Anita Garibaldi Rovigo

Anna Maria de Jesus Ribeiro da Silva (Morinhos Brasile 30 agosto 1821 – Mandriole Ravenna 4 agosto 1849)

Rivoluzionaria brasiliana naturalizzata italiana incarna l’ideale di amazzone che lotta per i diritti dei popoli. Nel 1840, in Brasile, combatte nella battaglia di Curitibanos e viene presa prigioniera dalle truppe imperiali brasiliane. Con uno stratagemma riesce a fuggire a cavallo e raggiunge il compagno Garibaldi nel Rio Grande do Sul. Grazie alla sua abilità a cavallo, sfugge ad una nuova cattura. Con il figlio appena nato lasciano il Brasile per andare a vivere in Uruguay dove si fermano sette anni e consolidano il loro rapporto con altre nascite e il matrimonio. Quando giungono dall’Europa notizie delle prime rivoluzioni europee decidono di partire per l’Italia e Anita con i figli si imbarca per raggiungere Nizza dove trova ospitalità dalla madre di Garibaldi. Gli eventi della Repubblica Romana vedono Garibaldi a Roma e Anita lo raggiunge per combattere. Nella fuga verso la Repubblica di Venezia Anita contrae la malaria, che la fermerà a Mandriole di Ravenna. E’ conosciuta come l’Eroina dei Due Mondi.

Foto 12. Via_Maddalena Montalban Comello_Conegliano_TV

Foto 8 Maddalena Montalban Comello. Conegliano (TV)

Maddalena Montalban Comello (Conegliano 16 settembre 1820 – Venezia 31 maggio 1869).

Contessa di idee mazziniane partecipa attivamente alla vita della Repubblica di San Marco (1848-1849) aderisce con Elisabetta Michiel Giustinian, Teresa Manin, Teresa Mosconi Papadopoli e altre, alla Pia associazione pel soccorso ai militari raccogliendo fondi sia per la cura che per l’equipaggiamento dei battaglioni. Mette a disposizione le sale del proprio palazzo per la cura dei feriti. E’ tra le fondatrici del “Circolo delle Donne italiane” uno dei pochi giornali italiani femminili del ’48. Coordina il comitato rivoluzionario di Venezia e promuove iniziative, tra cui quella di far forgiare una spada da donare a Garibaldi a nome delle venete, per far liberare il Veneto che le costerà il carcere. Collabora sia con le organizzazioni democratiche e rivoluzionarie che con le organizzazioni moderate ponendo come ideale il raggiungimento dell’unità d’Italia. Sostiene l’azione di Garibaldi nell’impresa di Mentana spedendo alcune centinaia di camicie rosse fatte confezionare apposta dalle donne del comitato. In una lettera a Garibaldi, afferma: «La natura mi fece il torto di farmi donna perché il nostro sesso è pieno di schiavitù».

Nel 1861 viene arrestata una prima volta con altre cospiratrici unitarie, nel 1863 con Leonilde Lonigo Calvi con l’accusa di perturbazione di pubblica tranquillità e di alto tradimento, facendosi in tutto 28 mesi di reclusione. Definita cospiratrice di tutto rispetto viene inserita, unica donna, tra gli allontanati da Venezia con il bando del 1866. Dopo l’annessione viene ricevuta, assieme a poche altre patriote dal Re Vittorio Emanuele II che le fa omaggio di anello con pietre tricolori. Nel 1867 Garibaldi le rende visita, un anno prima della morte, causata da una malattia contratta in carcere.

[1] Nadia Maria Filippini, Liviana Gazzetta, a cura di, L’altra metà del Risorgimento. Volti e voci di patriote venete, Cierre, 2011




ITALIA – Lezioni di letteratura sulle strade di Padova

Di Nadia Cario

Nelle vie di Padova viene ricordata l’intellettuale del Quattrocento Isotta Nogarola vissuta nel periodo di maggiore espansione della Repubblica di Venezia. Verso la metà del Cinquecento, quando la città aveva poco più di 34.000 abitanti ed era sede di una ricca vita intellettuale, il suo Studio aveva i più famosi matematici e dottori in diritto civile e canonico, la facoltà di medicina vantava nomi altisonanti e l’Accademia degli Infiammati era frequentata tra gli altri da Pietro Aretino e Tiziano Vecellio. Di questo periodo troviamo poete come Gaspara Stampa e Veronica Franco. Tra le letterate successive troviamo nomi eccellenti quali Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima laureata al mondo proprio qui nel 1678. Riuscì a laurearsi dopo divieti e ostacoli da parte del Vescovo, tra i quali quello di non poter prendere la laurea in teologia come avrebbe voluto, ma in filosofia. Accolta poi nel Collegio dei medici e dei filosofi non poté esercitare l’insegnamento in quanto donna.

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Sulpicia (… – I secolo a.c.)

La poeta Sulpicia è l’unica donna di età classica di cui ci sono pervenute le opere. È la sola che ci parla di sé scrivendo della propria vita e di come vive i sentimenti in prima persona senza mediazioni maschili.

Vissuta a Roma all’età di Augusto in un periodo in cui i mutamenti della condizione femminile avevano comportato libertà di parola sino al punto che in alcuni casi donne giunsero a comporre orazioni e pronunziarle nei tribunali. Appartenere alla classe alta le aveva dato la possibilità di frequentare i migliori ambienti, e in particolare gli intellettuali che si raccoglievano intorno a suo zio Messalla (Ovidio, Ligdamo, Tibullo). Sulpicia scrive e parla di amore tra fidanzati nei suoi poemi che ci sono pervenuti raccolti nel Corpus Tibullianum. E’ innamorata di Cerinto dal quale lo zio tutore vuole allontanarla portandola in campagna e lei si ribella con carattere:

Orribile compleanno, nella campagna odiosa

Senza Cerinto, triste a passare.

Nulla è più bello della città. … Suvvia Messalla, non preoccuparti

per me. Non sempre, parente mio, son tempestivi i viaggi.

Anche se non posso decidere quello che voglio

E mi conduci via, io lascio qui anima e sensi.

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Giulia Bigolina (Padova tra il 1516 e il 1519 – prima del 1569).

L’incertezza dei dati biografici è dovuta al fatto che fino a quando non furono stati istituiti dei registri per elencare tutte le nuove nascite, le donne non apparivano con regolarità in alberi genealogici e spesso non venivano iscritte nei libri di famiglia. Figlia di Alvisa Soncin di nobile famiglia di legislatori ben collegata con l’università e di Gerolamo, benestante con la passione della scrittura, Bigolina, è autrice di un inedito romanzo in prosa, Urania nella quale si contiene l’amore d’una giovine di tal nome, scritto intorno al 1556 – 1558. Si tratta di un romanzo che parla di amori contrastati i cui personaggi ricorrono al travestimento dove Urania, la personaggia principale, esamina i rapporti conflittuali tra uomo e donna in società concentrandosi sui motivi dell’onore e della ricerca di identità. Secondo Urania molti problemi sociali derivano dalla scarsa moralità maschile. Il suo caso è storicamente importante perché Giulia ha composto non solo l’unico romanzo in prosa mai rinvenuto scritto da una donna nel Rinascimento, ma anche l’unica novella del periodo, Giulia Camposampiero e Tesibaldo Vitaliani. Stimata ed apprezzata dagli autori suoi contemporanei quali l’Aretino e Tiziano, lo storico Andrea Cittadella, che scrive su Padova nel 1605, a parecchi anni dalla sua morte, la definisce ”scrittora faconda, nova Saffo”. Giulia frequenta la vita intellettuale padovana e l’Accademia degli Infiammati, partecipa alla discussione di A ragionar d’amore, trattato sull’amore in tre dialoghi “nei quali sotto persone onoratissime d’amore si ragiona”. Viene scelta per la sua attitudine al dibattito anche se, quando il testo era scritto da uomini come in questo caso, lei avrebbe dovuto limitarsi all’ambito dell’ascolto ponendo quelle domande che avrebbero permesso a uomini savi di brillare. Bigolina, invece, porrà in crisi l’assunto che le donne non siano capaci di ragionare come gli uomini, intervenendo vivacemente nel dialogo avvenuto nella sua casa. Si può pensare pertanto di far risalire l’invenzione del trattato femminista sul merito delle donne ad opera delle donne a Urania nella quale si contiene l’amore d’una giovine di tal nome per la sua previsione “di una precisa agenda intellettuale e filosofica in un periodo in cui proliferavano testi sul “prender moglie” e sul “governo della casa”” come scrive Valeria Finucci curatrice del libro Urania (2002), opera di questa scrittrice non convenzionale e molto apprezzata per i tempi in cui ha vissuto.

 Gaspara Stampa

Gaspara Stampa (Padova 1523 – Venezia 1554)

Intorno al 1523 nacque a Padova da una colta e modesta famiglia di commercianti gioiellieri di origine milanese. Alla morte del padre la madre nel 1531 si trasferì con la prole a Venezia. Gaspara, con la sorella Cassandra ed il fratello Baldassarre, ebbero una buona educazione letteraria e artistica tanto che sia lei che la sorella divennero cantanti e suonatrici di liuto molto ammirate. Gaspara inoltre componeva sonetti, poesie ed era molto vivace intellettualmente. Casa Stampa a Venezia divenne un salotto letterario molto frequentato dai maggiori musicisti, pittori e letterati della Venezia di quel tempo. Visse un’esistenza libera ed elegante, stringendo relazioni con letterati e gentiluomini. All’epoca esistevano molte Accademie e pare che Gaspara fosse anche socia dell’Accademia dei Dubbiosi col nome arcadico di Anassilla, nome che aveva tradotto dal termine latino del Piave (Anaxum). Dedicò gran parte dei componimenti e struggimenti all’uomo da lei amato, mentre lui ricambiò solo a tratti, preferendo combattere lontano da Venezia sotto le insegne del Re di Francia.

La poeta rappresenta la voce autentica e spontanea della poesia passionale ed erotica nella Venezia del Cinquecento. Nei suoi componimenti “rivendica la propria autonomia di scrittrice, il diritto ad avere una propria libertà d’espressione e di sofferenza per amore, sfida insieme alla società e al destino. Essempio infelice del suo sesso si riconosce la Stampa, ma, insieme, non può impedirsi di vivere in foco, di vivere ardendo e non sentire il male, sconsigliando, però, nel contempo le altre donne dal comportarsi come lei: Prendano esempio l’altre che verranno.” come scrive Francesca Santucci. Il suo diario intimo in cui si alternano gioie e angosce, viene definito una delle testimonianze letterarie femminili più delicate dell’epoca. I suoi scritti e la morte prematura la fecero una delle figure più caratteristiche del suo tempo. Viene ricordata anche con un busto in pietra che la rappresenta, unica figura femminile, nel doppio anello di statue in Parto della Valle.

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Enrichetta Usuelli Ruzza (Monza 1836 – Padova 1908)

Scrittrice, poeta, insegnate. Fu educata e istruita dalla madre nei primi anni, per diventare poi allieva di valenti professori. Arrivò nel Veneto nel 1856 per sposarsi con il farmacista di Castelfranco Veneto, Giovanni Ruzza. Durante il suo soggiorno a Castelfranco Veneto, Enrichetta si legò di sincera amicizia con Arnaldo ed Erminia Fusinato, con i quali, oltre all’amore per la poesia, condivideva anche un vivo sentimento patriottico. Fu autrice di poesie, di cui alcune furono lodate da Giosuè Carducci, che la incoraggiò, in diverse lettere, all’attività poetica.

Nè piú del vento i fremiti odorosi,

nelle tiepide sere,

soavi compiran furti amorosi

su le tremole antere;

I suoi componimenti a tema patriottico non poterono tuttavia avere libera circolazione almeno fino al 1866, ma è indubbio che contribuirono a considerare la poesia patriottica uno dei fenomeni più rilevanti della mobilitazione femminile durante il Risorgimento. Nel 1870, per sopravvenute difficoltà economiche, aveva dovuto cercarsi un lavoro trovandolo come insegnate di italiano e dirigente dell’Istituto femminile Pietro Scarcerle a Padova dove si trasferì, grazie alla cultura e alla preparazione dimostrate con alcune pubblicazioni letterarie. Ricoprirà questo incarico fino al 1906. La sua opera di educatrice mirava all’elevazione culturale e morale delle donne, mantenendo tuttavia lo spirito della tradizione, impegnato sulla famiglia. Morì a Padova nel 1908.

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Anna Maria Mozzoni, (Milano 1837 – Roma 1920)

Fu una delle principali protagoniste dell’emancipazionismo italiano e tra le più importanti figure della vita politica italiana e internazionale fra Otto e Novecento. Il suo impegno teorico, civile, politico denota grandissima vitalità e instancabile lavoro.

«Che fa la penna in mano a una donna se non serve alla sua causa, come a quella di tutti gli oppressi?»

«Voi però della cui intelligenza non posso dubitare vedendovi qui, pensate che le idee sono possenti e fatali, espansive e contagiose – non temete le opposizioni; senza attrito non v’è scintilla, ridete dell’umorismo, non ve ne impressionate; non ne vale la pena – e pensate ad aggiungervi lena, che se noi libiamo la vita in un calice sovente amaro, le nostre figlie e le nostre nipoti, che respireranno in pieno petto l’aura inebbriante della divina libertà, benediranno ai generosi conati di chi la preparò per loro.» (Dei diritti delle donne)

Nasce in una famiglia colta, di origini aristocratiche e di modesta ricchezza. La madre, Delfina Piantanida, appartiene all’alta borghesia milanese, mentre il padre Giuseppe è un ingegnere architetto. All’età di cinque anni entra in collegio per studiare.

Anna Maria mal sopporta l’educazione bigotta e conservatrice impartita dalle suore e nel 1851 ritorna a casa dove continuerà i suoi studi da autodidatta attingendo alla ricca biblioteca paterna. Tra le figure di riferimento vi sono Adelaide Cairoli, che Anna Maria frequenta, figura di spicco del risorgimento italiano. Tra le sue letture gli illuministi francesi e lombardi, Mazzini, Georges Sand e Fourier.

Il suo impegno fu rivolto soprattutto alla estensione del diritto di voto alle donne e a promuovere l’istruzione femminile. Fin dai suoi primi scritti La donna e i suoi rapporti sociali (1864) si trova la denuncia dello sfruttamento in cui sono costrette a vivere le lavoratrici, in particolar modo le operaie. Vicina alle posizioni repubblicane e mazziniane, nel 1871 venne chiamata a Roma da Mazzini per collaborare a La Roma del Popolo. Dal 1870 al 1890 scrisse per il giornale La Donna fondato a Padova nel 1868 da Gualberta Alaide Beccari, attento ai temi dell’emancipazione femminile e sensibile alla questione sociale. Nel 1878 rappresenta l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. Nel 1881 fondò la Lega promotrice degli interessi femminili, che si batteva per il diritto di voto alle donne. Nell’opuscolo Alle fanciulle, del 1884, spiegava perché le ragazze, qualunque fosse la loro condizione sociale, dovessero impegnarsi nella battaglia emancipazionista. Morirà al Policlinico di Roma all’età di 83 anni il 14 giugno del 1920.

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Gualberta Alaide Beccari (Padova 1842 – Bologna 1906)

Unica sopravissuta su quattordici nascite, Gualberta è figlia di Antonietta Gloria attrice di teatro, donna colta e politicamente attiva e di Girolamo Giacinto, traduttore, adattatore e autore di commedie teatrali oltre che direttore della compagnia patavina dei “Solerti”. L’ambiente familiare di idee repubblicane le fece maturare un forte impegno civile e l’amore per l’arte drammatica. Nel ’59 la famiglia emigra a Modena nella cerchia degli esuli veneti poiché il padre è sospettato dalla polizia austriaca di attività rivoluzionaria. Vi faranno ritorno nel 1866, dopo l’annessione. La scelta dell’emigrazione fu una delle cause del dissesto economico della famiglia, dal momento che la condanna in contumacia per emigrazione senza autorizzazione comportava il sequestro dei beni.

Gualberta presto aveva manifestato il desiderio di diventare giornalista per battersi in favore dei diritti delle donne e per contribuire al miglioramento della situazione sociale e morale italiana; divenne così ben presto protagonista di un’intensa stagione di dibattiti sull’emancipazione della donna, nei quali rivendicava la necessità di un rinnovamento morale della figura femminile quale base per il consolidamento della neonata nazione italiana. Il suo pensiero si basava sull’ideologia politica di Mazzini, che riconosceva alle donne la cittadinanza sociale, professionale e politica, affermando che non solo dovevano essere ammesse al voto, ma potevano anche essere votate ed elette come rappresentanti del popolo.

Tornata in Veneto, strumento di questa battaglia fu la rivista La donna da lei fondata nel 1868, riunendo attorno a sé un gruppo di poete, letterate, insegnanti, intellettuali, tra cui Anna Maria Mozzoni, Luisa Tosco, Giorgina Saffi. La donna uscì a Padova dal 12 aprile 1868 fino a ottobre dello stesso anno, poi fu trasferita per alcuni anni a Venezia e quindi a Bologna, dove la pubblicazione fu interrotta nel 1891.

Vennero affrontati diversi temi anche piuttosto controversi per quel periodo, quali la parità salariale, la prostituzione, il divorzio, i diritti politici delle donne. Scopo principale della rivista era quello di informare ed educare le donne nei diversi campi della politica, della letteratura, delle scienze e delle arti; gli articoli non si limitavano infatti alla sola sfera teorica, ma riportavano anche esempi pratici relativi alle scuole e al mondo del lavoro. La rivista s’impose fin dal suo esordio come il più importante organo di discussione e informazione del primo movimento emancipazionista italiano, luogo di circolazione di idee e scambio di informazione anche con analoghe associazioni estere.

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Vittoria Aganoor (Padova 1855 – Roma 1910)

Poeta di origini armene da parte di padre, nacque a Padova il 26 maggio 1855 in una famiglia colta ed abbiente. L’istruzione voluta dalla energica e severa madre fece emergere il talento poetico di Vittoria. Il padre se una sorella soffrivano di una grave malattia mentale, tanto che la famiglia doveva spostarsi tra Napoli, Basalghelle in provincia di Treviso, Venezia, dove avevano proprietà continuando però a frequentare ambienti mondani e culturali.

Dopo la morte della madre, Vittoria sposò Guido Pompilj, buon letterato e uomo politico di un certo rilievo. Con lui si trasferì a Perugia, città nella quale trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. Pubblicò soltanto a quarantacinque anni il suo primo libro, Leggenda eterna (1900), su sollecitazione dei suoi amici.

Morì il 7 maggio 1910, all’età di cinquantacinque anni; poco dopo il marito, disperato, si suicidò. Il gesto del marito ebbe molta risonanza, ponendo le poesie di Vittoria in un’ottica del tutto nuova.

Casa natale

Vecchia casa lontana,

aperta su quel prato

che il fiumicel chiudea come monile

tremulo, rispecchiante
statue brune dal muscoso plinto;

e di là dal recinto,

di pennuti cantor reggia felice,

le folte, antiche piante,

verdi asili romiti,

per me già sognatrice,

di pensieri, di fascini, d’ inviti….

8.Padova_Vivanti_NadiaCario.ridotta

Annie Vivanti (Norwood, 7.4.1866 – Torino, 20.2.1942)

Nata nel sobborgo londinese di Norwood, figlia della scrittrice tedesca Anna Lindau e di Anselmo, garibaldino mantovano di antico ceppo ebraico esule a Londra.

Poeta e scrittrice italiana, con una forte passione per il canto, fu celebre negli ambienti intellettuali in Italia, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti. Famosa anche per le scelte di vita non convenzionali. Ha esordito nel mondo letterario con la raccolta poetica Lirica pubblicata in Italia con la prefazione di Giosuè Carducci. Prefazione che l’editore Emilio Treves considerò necessaria per la sua pubblicazione. Annie è una scrittrice che soltanto in anni recenti si sta cominciando a riscoprire e rivalutare e che nel corso della sua lunga carriera si è cimentata, quasi sempre con successo, nei più svariati ambiti e generi letterari: poeta, drammaturga, romanziera, giornalista, autrice di favole per bambini e di racconti lunghi e brevi. In un percorso artistico unico e degno di interesse, le cui opere quasi sempre inducono in chi le legge al sorriso. Nel 1892 si sposò con il giornalista irlandese John Chartres, stabilendosi a New York. Nel 1893 nacque Vivien alla educazione della quale si dedicò completamente. Ben presto la figlia si affermò come violinista enfant prodige divenendo una acclamata celebrità internazionale. Da questa esperienza Annie trasse motivo per un suo rilancio in letteratura con vari racconti tra cui la sua opera più celebre I divoratori pubblicata in Italia nel 1911 incentrato sul tema della maternità attraverso il racconto di tre generazioni di donne, doppiamente divorate dal loro ruolo di madri e dal genio delle figlie. Le sue opere furono accompagnate sempre da un notevole successo internazionale, tradotte in tutte le lingue europee e recensite da grandi nomi della cultura quali Benedetto Croce e Giuseppe Antonio Borgese. Nell’autunno del 1941 la figlia Vivien morirà e Annie dopo qualche mese a Torino il 20.2.1942.

 9.Padova_Negri_ridotta.NadiaCario

Ada Negri (3.2.1870 – 11.1.1945)

Nasce a Lodi da Vittoria Cornalba e Giuseppe nella casa della nonna materna, la portineria di un palazzo signorile dove la nonna Peppina Panni era la custode. Il padre muore quando lei ha un anno e Vittoria, rimasta vedova, si trasferisce nella casa della madre con il figlio Annibale che verrà adottato dallo zio materno e la piccola Ada. Trova lavoro in una filanda e con grandi sacrifici riesce a mantenere la figlia a scuola fino al diploma, ottenuto nel 1887 con il massimo dei voti. Nel 1888 Ada ottiene un posto di insegnante a Motta Visconti e inizia a scrivere le prime poesie. Nel 1892 l’editore Treves accetta di pubblicare il suo primo libro, Fatalità, che ottiene un certo successo, tanto che viene abilitata con decreto ministeriale come insegnate per chiara fama presso l’Istituto superiore “Gaetana Agnesi” di Milano. Sempre con l’editore Treves, pubblica Tempeste (1895), che viene tradotto in francese e in tedesco. In questo periodo la sua lirica si concentrò soprattutto su temi sociali e fu per questo definita la poetessa del Quarto Stato.

Sfida (dalla raccolta “Fatalità”) estratto:

O grasso mondo di borghesi astuti di calcoli nudrito e di polpette,

mondo di milionari ben pasciuti e di bimbe civette;

o mondo di clorotiche donnine che vanno a messa per guardar

l’amante, o mondo d’adulterii e di rapine e di speranze infrante;

Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto: tu menti e pungi e mordi, io ti

disprezzo: dell’estro arride a me l’aurato incanto, tu affondi nel lezzo.

Si sposa e nel 1898 nasce la figlia Bianca, due anni dopo una seconda bambina che sopravvive soltanto un mese. Ada frequenta gli amici dell’ambiente letterario di Milano e ciò provoca contrasti con marito tanto che nel 1913 i due si separano. Entra in contatto con il Partito socialista italiano, collabora con Margherita Sarfatti e Anna Kuliscioff, la “Dottora dei poveri”, della quale Ada ebbe a dire di sentirsi sorella ideale. Dopo la morte della madre e il matrimonio della figlia, Ada Negri vive in solitudine con una grande prolificità artistica e riconoscimenti diventando una delle personalità più importanti del mondo letterario della prima metà del Novecento. Nel 1940, ottiene, prima donna, il titolo di Accademica d’Italia. Muore la notte fra il 10 e l’11 gennaio del 1945 fra le braccia della figlia dopo una vita intensa e produttiva.

 10.Padova_Deledda_ridotta.NadiaCario

Grazia Cosima Deledda (Nuoro 27.09.1871 – Roma 16.08.1936)

Figlia di Francesca Cambosu e di Giovanni Antonio, nasce in una famiglia benestante. Frequenta le scuole elementari e completa la sua formazione da autodidatta.

…Eppure mi abbandonavo a quello che la mia mamma considerava il più grosso peccato: la continua avida lettura di libri non adatti alla mia età e soprattutto alla mia educazione. Naturalmente leggevo di nascosto, giorno e notte.

Poeta e scrittrice, nelle sue opere non ci sono consapevoli accenni alla questione femminile, ma è certo che la scrittrice provò quell’ostilità intellettuale di cui era oggetto una donna che si dedicava all’attività letteraria e dalla quale lei stessa cercò di ribellarsi, trasferendosi a Roma.

A diciassette anni invia alla rivista “Ultima moda” di Roma il suo scritto Sangue sardo per la pubblicazione che fu accettato. Si sentì in questo modo incoraggiata a continuare a scrivere. La positiva recensione di Luigi Capuana a La via del male, pubblicato nel 1896, segnò l’inizio di un periodo di grande notorietà e nel 1900, dopo essersi sposata con Palmiro Madesani si trasferisce a Roma e collabora con alcuni giornali. Lontana dalla sua terra e dai suoi abitanti Grazia Deledda sentì sempre una grande nostalgia anche se i severi giudizi ricevuti consideravano che una scrittrice non poteva essere una donna onesta.

Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne, ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo, ho mille e mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce, per ascoltare la voce delle foglie, ciò che raccontava l’acqua corrente; ho visto l’alba, il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne; ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

Ai riconoscimenti di diversi critici italiani, si aggiunse nel 1926 il premio Nobel per la letteratura.

La scrittrice morì a Roma il 16 agosto 1936, lasciando incompleto un romanzo autobiografico, Cosima, quasi Grazia, nel quale narra gli anni difficili della sua giovinezza a Nuoro.