Emanuela Loi, una vita per la giustizia

Siamo state a Palermo in viaggio d’istruzione, con la guida dell’associazione Libera, che ci ha fatto conoscere i luoghi simbolo della città nella lotta alla mafia e i siti dove, dai beni confiscati, sono sorte imprese pulite che danno lavoro sano e onesto alla gente: dalla cantina Centopassi agli agriturismi del corleonese.

In via D’Amelio, dove si è consumata una delle stragi più terribili della mafia, ci siamo fermate ad ascoltare il racconto dell’esplosione che ha ucciso, davanti all’abitazione della madre, il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Gabriele, il mediatore culturale di Palma Nana (cooperativa aderente all’associazione Libera) che ci accompagna, è commosso nel ricordarci che Borsellino sapeva benissimo di essere in grave pericolo, dopo l’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone, il 23 maggio del 1992, ma che nonostante questo non aveva smesso di continuare quell’impossibile lavoro, con la tremenda consapevolezza di veder incombere la minaccia non solo su di lui, ma anche sulle persone a lui più vicine.

L’Albero di Borsellino, in via D’Amelio (in foto) testimonia la volontà di non dimenticare e lottare finché la mafia non sarà distrutta e il lavoro dei giudici trucidati portato comunque a compimento.

FOTO. L’albero di Borsellino

Fra i tanti ricordi e omaggi, lasciati dalla gente comune, spicca l’immagine di Emanuela Loi (in copertina), la poliziotta agente della scorta, uccisa insieme al giudice e ad altri quattro agenti. Sentendo la sua storia, l’abbiamo riconosciuta come una Giusta, come una donna che ha agito in nome della giustizia e per questo ha sacrificato la sua vita. Certo, si può dire che stesse semplicemente facendo il suo dovere (lo ripeteva sempre ai genitori preoccupati: “è il mio lavoro!”), ma quel giorno, il 19 luglio 1992, avrebbe potuto non essere lì, essere in ferie, lontana da quello che sapeva essere un grande pericolo, lei giovane ragazza di ventiquattro anni, solo da un mese nel servizio scorte: invece decise di voler rimanere a proteggere quel giudice di cui aveva grande stima e che stava combattendo, isolato e malvisto, contro la criminalità. Ciò che ha particolarmente colpito Roberta, della classe 3 E del Liceo Maffeo Vegio di Lodi, ricercando su Emanuela Loi, è stata una frase spiritosa del giudice Borsellino che, vedendo la giovane agente nella sua scorta sbottò: “E lei dovrebbe difendere me? Dovrei essere io a difendere lei”. Il suo coraggio nel non fuggire davanti al pericolo, ma nel rimanergli accanto, dimostrerà che ne era all’altezza!

Emanuela Loi, diplomata maestra e abilitata all’insegnamento, nell’attesa di ottenere la cattedra, decise di tentare anche il concorso in polizia per far compagnia alla sorella Claudia, di due anni più grande: fu lei e non la sorella a superare il concorso e diventare poliziotta, combattendo contro tanti pregiudizi che non la facevano ritenere adatta a quel lavoro, ritenuto troppo pesante fisicamente e psicologicamente per una donna. Non si fece demotivare dalle voci e si preparò con responsabilità ed entusiasmo, partendo dalla sua Sardegna per andare prima a Trieste e poi via via in altri posti fino a Palermo, assegnata al pool antimafia.

La sorella Claudia è testimone indefessa del suo coraggio e della sua determinazione nel contribuire alla sconfitta della mafia, e parla soprattutto nelle scuole e ai giovani perché ne seguano l’esempio sulla via della legalità e della giustizia, perché diventino, come lei, antidoto alla criminalità, nella convinzione che ognuno deve impegnarsi, perché solo quando gli ideali di onestà e giustizia diventeranno patrimonio universale non sarà più necessario morire per difenderli.

A Emanuela, prima donna in polizia a morire in servizio, sono stati dedicati libri, film e moltissime vie in tante parti d’Italia.

FOTO

Intitolazione a Bolsena, foto di Livia Capasso

Intitolazione a Olbia, foto di Enrico Grixoni

 

 

 




Nell’Italia dei mostri la vita non ha peso

Il padre di Chiara chiede che non vengano fatti sconti nel processo di secondo grado. Non per vendetta, perché anche quei 20 anni comminati in primo grado a Falcioni non gli restituiranno mai quel fiore che si sta lentamente ma inesorabilmente seccando tra le sue mani, giorno dopo giorno. Ma per sete di Giustizia, la stessa che ha spinto Giorgio Sandri e la sua famiglia a portare avanti quella battaglia contro i cavilli della legge, quelle pieghe della Giustizia in cui gli avvocati della difesa cercano di infilarsi per ottenere sconti di pena. La difesa di Falcioni punta ora sul ravvedimento, sul pentimento del loro cliente. E quell’intervista uscita una settimana fa, in cui Falcioni dice di “non vivere più per il rimorso”, è come un’esca buttata in mare, con la speranza che qualche pesce abbocchi.

Pena ridotta in appello anche per Davide Morrone, 18 anni, il giovane che nel maggio del 2013, quando era ancora minorenne, uccise a Corigliano Calabro (Cosenza) la fidanzata sedicenne, Fabiana Luzzi, bruciandone il corpo quando era ancora viva.

I giudici della sezione minorenni della Corte d’assise d’appello di Catanzaro, accogliendo la richiesta dei difensori, Giovanni Zagarese ed Antonio Pucci, hanno riconosciuto la seminfermità mentale dell’imputato, adottando una decisione diametralmente opposta rispetto a quella dei loro colleghi di primo grado, che avevano invece rigettato l’istanza dei due legali. È stata esclusa, inoltre, l’aggravante della premeditazione.

I genitori di Fabiana, Mario e Rosa Luzzi, hanno espresso contrarietà e amarezza per la riduzione di pena decisa dai giudici. Nei loro cuori resta l’amarezza e il dolore per la sorte subita dalla figlia, colpevole soltanto di avere riservato un’eccessiva fiducia nei confronti di un ragazzo rivelatosi un assassino. Quella fiducia che il giorno dopo l’omicidio la indusse ad accettare la proposta di Davide, che andò a prenderla all’uscita della scuola frequentata dalla ragazza e a salire in sella allo scooter del giovane per andare a «chiarire» in un posto isolato alcune questioni per le quali negli ultimi tempi avevano avuto vivaci discussioni. Questioni banali, come quelle che possono esserci tra ragazzi appena affacciatisi alla vita ed alle sue mille implicazioni, ma che nella mente di Davide Morrone, evidentemente, era diventate patologicamente importanti al punto da indurlo ad accoltellare la fidanzata ed a bruciarne il corpo. Tale era l’odio che aveva accumulato nei confronti della ragazza.

Quel che all’epoca fece scalpore fu non soltanto la confessione di Davide Morrone, ma soprattutto la sua rivelazione di avere bruciato il corpo della ragazza quando era ancora viva e tentava disperatamente di difendersi. Una crudeltà ed una determinazione assolutamente inspiegabili.




KABUL – Centri antiviolenza italiani in cooperazione con l’Oms

Kabul negli anni Settanta trasudava colori e multietnicità, le donne erano libere di indossare minigonne e tacchi senza dover relegare la loro femminilità all’interno dei confini asfissianti di un burqa. Erano libere di studiare e di sognare un futuro degno delle loro aspettative, prima che i talebani togliessero loro tutto,persino la dignità. Le foto degli anni Settanta, documentano con eloquenza i diritti violati di un popolo che basito, non riesce a risollevarsi.
In questo panorama grigio e algido, il progetto della Cooperazione Italiana, in collaborazione con l’OMS risulta essere una boccata d’ossigeno, sopratutto nei confronti delle donne, infatti è stato concepito con l’obiettivo di creare dei luoghi in cui le donne vittime di violenze potranno rivolgersi senza il timore di rischiare d’essere punite con la lapidazione. Le utenti saranno seguite da personale qualificato,ogni singolo intervento sarà analizzato e seguito fino alla risoluzione dei casi, affrontandoli anche con un approccio diretto alla giustizia. Il programma avrà la durata di cinque anni e coprirà un raggio d’azione di sette province: Kabul, Badakshan, Balkh, Bamyan, Nangharar. Herat e Parwan. Questa ed altre iniziative, come quella di alcune ragazze afghane che ogni giorno attraversano il paese in sella alle loro bici, pedalando contro un sistema autoritario, pronte a rischiare la loro vita lottando contro i pregiudizi, creano uno spiraglio di luce contro i diritti violati. La storia di queste donne diverrà il tema principe di un documentario chiamato Afghan cycles e diretto dalla regista Sarah Menzies.




SVEZIA – Solo 50 donne hanno vinto il Nobel: il 4% dei premi assegnati

Malala Yousafzai è la più giovane vincitrice del premio Nobel per la pace. Nonostante sia appena maggiorenne ha dimostrato carisma e coraggio, lottando a discapito della sua incolumità, affinché tutte le ragazze del suo popolo potessero avere il diritto ad un’istruzione. Nata e vissuta fino al 2012 nella valle dello Swat, in Pakistan, ha dovuto abbandonare la propria terra d’origine dopo aver subito un vile attentato da parte dei talebani, sicuri che le loro pallottole potessero mettere a tacere il suo grido di speranza. Malgrado le sue condizioni apparvero sin da subito disperate, lei è sopravvissuta, non si è lasciata sopraffare dalla paura ed ha continuato a lottare, dimostrando ai suoi aguzzini che le armi più potenti sono una penna e il senso di giustizia. Poche donne prima di lei sono riuscite ad ottenere il premio Nobel, solo 50, ossia il 4% nel totale dei premi assegnati, ad altre invece fu negato. Rosalind Elsie Franklin ad esempio, fu una di queste. Laureata alla facoltà di chimica e fisica, presso l’Università di Cambridge, compì degli importanti studi sul DNA, che valsero il premio Nobel, ai suoi colleghi. Un altro caso eclatante fu quello di Mileva Maric, moglie di Albert Einsten, che aiutò e supportò suo marito nella formulazione della teoria della relatività, inoltre lo scienziato sosteneva che il contributo di sua moglie, soprattutto per ciò che concerneva gli studi matematici, era per lui essenziale, tuttavia non ha mai ottenuto il meritato riconoscimento.




Pena di morte per i marò, il Nostro No

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E’ assurdo che proprio due cittadini italiani muoiano perchè condannati dalla Giustizia di un paese in cui è praticata la pena di morte. Mi riferisco alla vicenda dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in India. L’Italia è sempre stata in prima linea nella campagna contro la pena di morte e  impegnata nella battaglia per una moratoria universale delle esecuzioni.

“La difesa dei diritti umani è per l’Italia un principio inderogabile – ha dichiarato il ministro degli Esteri, Federica Mogherini – intendiamo continuare a batterci per una moratoria delle esecuzioni e in prospettiva per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Nel 2007 abbiamo dato impulso alle iniziative che portarono all’adozione della prima risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla moratoria della pena capitale. L’anno seguente e nel 2010 con un gruppo di altri Paesi abbiamo promosso, sempre come Italia, altre due risoluzioni approvate all’Onu”.

Il 1 luglio scorso è stata istituita una «task force», di cui fanno parte Amnesty International, la Comunità di Sant’Egidio e Nessuno Tocchi Caino, destinata al coordinamento dell’azione italiana in vista della votazione in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Ma per svolgere un ruolo incisivo nel consolidamento e nell’ampliamento del risultato già ottenuto, per sensibilizzare quanti più Paesi e raggiungere questo obiettivo, saranno importanti il protagonismo della società civile, del governo e del Parlamento italiani.

La pena di morte è oggi giorno praticata in 95 Stati: è presente in quasi tutti i paesi asiatici, in buona parte di quelli africani, in alcune zone della America, come Stati Uniti, Cuba e Cile, mentre in Europa è esercitata esclusivamente nei territori della ex-Jugoslavia e della Bulgaria. Di tutte queste nazioni, escludendo gli Stati Uniti, le più significative sono la Cina e il Giappone.

Nel 2013 ci sono state esecuzioni in almeno 22 Paesi e in tutto “sono state messe a morte 778 persone, con un incremento del 15% rispetto al 2012”. “Così come gli anni precedenti – prosegue Amnesty International – questo dato non include le migliaia di persone che si ritiene siano messe a morte in Cina dove la pena di morte è considerata segreto di Stato”. Negli Stati Uniti, “unico paese del continente americano a eseguire condanne a morte”, il numero di esecuzioni continua a diminuire e il Maryland è diventato il diciottesimo Stato abolizionista.

In Cina, come del resto in tutti gli altri paesi asiatici, la pena di morte è massicciamente praticata; in tal senso, basti pensare che nel 1993 il 63% delle esecuzioni mondiali sono avvenute proprio in territorio cinese. I reati capitali sono 68, tra cui omicidio, stupro, rapina, furto, traffico di droga, prostituzione, evasione delle tasse e, addirittura, stampa o esposizione di materiale pornografico. Particolarmente raccapricciante è il fatto che spesso le esecuzioni vengono fatte in luoghi pubblici e i condannati sono costretti a tenere al collo un cartello con il loro nome e il reato per il quale vengono giustiziati. Amnesty International, inoltre, denuncia il fatto che spesso ai condannati, una volta giustiziati, vengono espiantati gli organi senza il loro permesso; proprio per questo motivo, si ritiene che alcune condanne vengano eseguite in quanto sono richiesti organi per i trapianti.

In Giappone, la legge prevede la pena di morte per 17 reati, quali l’omicidio e il provocare morte durante un dirottamento aereo. L’aspetto sicuramente più sconvolgente per i detenuti giapponesi è, oltre naturalmente all’esecuzione, il trattamento a loro riservato nel braccio della morte: possono, infatti, ricevere visite solo dai parenti più stretti, nella maggior parte dei casi non è permesso loro ricevere posta, vivono in celle dove la luce viene sempre tenuta accesa, sorvegliati da telecamere, che controllano che non tentino il suicidio. Devono, inoltre, sempre sedere al centro della cella e non è concesso loro di appoggiarsi al muro nè di dormire nelle ore diurne. I detenuti che non rispettano le regole subiscono severe punizioni, come l’isolamento o la sospensione delle visite. Da sottolineare, vi è il fatto che tra il novembre del 1989 ed il marzo del 1993 le esecuzioni vennero sospese perchè i ministri di giustizia dell’epoca erano contrari alla pena di morte: durante la moratoria, il tasso di criminalità non aumentò, ma anzi diminuì.

Condanne capitali colpiscono persone affette da disabilità mentale e intellettiva. In generale, il rapporto di Amnesty International sulle esecuzioni mostra che si è registrata qualche inversione di marcia. “Quattro Paesi, Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam, hanno ripreso le esecuzioni – si legge nel testo – e c’è stato un aumento significativo delle persone messe a morte in Iran e Iraq”.

Non può essere ammissibile che uno Stato arroghi a sé il diritto di vita o di morte su un essere umano: “lo Stato condanna chi uccide e poi uccide a sua volta, riparando una colpa con un’altra colpa”. (C. Beccaria)

Oggi, a distanza di millenni da quando l’uomo ha riconosciuto come inammissibile uccidere un suo simile (Non uccidere è un comandamento scritto  sulle Tavole  di Mosè) e a poco più di 250 anni dagli scritti di Cesare Beccaria,  solo il 50% dei Paesi del globo ha rinunciato alla pena capitale.

Sarebbe meglio per  qualsiasi società  punire  chiunque commetta reati non solo con la pena detentiva, ma  anche con lavori socialmente utili, finora assegnati, in Italia, soltanto a criminali appartenenti a determinate caste (politici ecc.) per evitare che scontino pene più pesanti.




Kerala – I lati oscuri della giustizia indiana. Quale sarà il destino dei Marò?

Una vicenda caratterizzata da molti lati oscuri, una giustizia lenta, un decreto legge tra i più sbagliati, mai redatti da un Ministero e infine la compostezza di due uomini che attendono con austerità di scoprire quale sarà l’epilogo di questa vergognosa vicenda. I fatti risalgono al 16 febbraio 2012, due fucilieri appartenenti al corpo della marina militare del battaglione San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, si trovavano a bordo della petroliera Enrica Lexie, al largo delle coste del Kerala, quando avvistarono un vecchio peschereccio e credendo che si trattasse in realtà di una attacco pirata, aprirono il fuoco uccidendo due pescatori indiani Valentine Jelestine e Ajesh Binki. Fatalità che diede inizio ad una lunga vicenda giudiziaria, caratterizzata da un agire della giustizia indiana deprecabile, che portò la magistratura a riformulare più volte i capi d’accusa nei confronti dei due Marò, tra i quali figurava anche quella scellerata di terrorismo. Ma cosa ci facevano i due marò a bordo di una petroliera? Semplice, il decreto legge del 12 luglio del 2011 recante la firma dell’ex ministro della Giustizia Ignazio La Russa autorizzava i militari italiani ad imbarcarsi su navi civili, ed i due marò erano stati addestrati a far fronte ad attacchi pirata. Da due anni i due fucilieri attendono che la giustizia indiana si esprima attraverso una sentenza, su questa vicenda, il loro contegno ha portato molti italiani a chiamarli eroi o martiri, ma in tutto ciò si dimentica che le vere vittime sono quei due pescatori e le loro famiglie.




ITALIA – Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo (dopo Napolitano)

Non deve essere stato facile andar via, come non lo è stato, tre anni fa, restare.  Se non altro per abitudine. Dopo quasi nove anni, unico presidente della storia repubblicana rieletto alla carica più alta dello Stato,  Giorgio Napolitano, il 15 gennaio, ha lasciato il Quirinale. Alcuni affermano che,considerando i tempi, sia stato il miglior presidente che potessimo avere, altri sostengono che sia, invece, stato il peggiore dei presidenti della Repubblica italiana.

E’ certo che non è stato il presidente della Giustizia e della Legalità: in nove anni ha fatto distruggere le intercettazioni Stato-mafia, ha firmato il Lodo Alfano e il Legittimo impedimento; non è stato nemmeno il presidente del Popolo che lavora e produce: ha firmato  la Riforma Fornero, il Job act e lo Sblocca Italia.

La corsa alla successione è già iniziata: il primo voto è previsto il 29 gennaio,  il 31 potrebbe essere eletto il nuovo Capo dello Stato, a maggioranza semplice. Da ambienti Pd filtra intanto la prima rosa di nomi. Sono in sei: Amato, Fassino, Finocchiaro, Mattarella, Padoan e Veltroni.

Possiamo solo augurarci che vinca il migliore!