Nord della Striscia di Gaza, 30 marzo 2018

Una marcia pacifica si avvicina alla recinzione di Jabaliya. Non si vedono bandiere di partiti né di fazioni, Al Fatah e Hamas finalmente lavorano insieme. Sono trentamila persone disarmate, di entrambi i sessi e di tutte le età. Non lanciano razzi né impugnano fionde e non hanno il volto coperto dalla tradizionale kefyah. Tra i partecipanti ci sono molti adolescenti, cresciuti in una striscia di terra di circa dieci chilometri per cento chiusa dal filo spinato, dove l’acqua scarseggia e la corrente elettrica viene concessa solo per quattro ore al giorno, dove anche la pesca è sottoposta a restrizioni e il 70% della popolazione è composto da rifugiati le cui famiglie furono allontanate dalle terre su cui nacque lo Stato di Israele. La manifestazione, nota come Marcia del ritorno, chiede che il popolo palestinese possa tornare a quelle terre, a poche settimane dal settantesimo anniversario della fondazione di Israele, ricordata nel mondo arabo come Al Nakba, la catastrofe. La data scelta, indicata come Giornata della terra, ricorda un episodio del 1976, in cui le forze armate uccisero sei persone e ne ferirono altre cento per impedire uno sciopero di arabi con la cittadinanza israeliana che si erano visti requisire le proprie terre.

Un proiettile sibila nell’aria. Cade un ragazzo. Poi un altro. Poi un altro ancora. Immobili, i cecchini israeliani eseguono da lontano gli ordini che arrivano via radio. Alla fine della giornata, il bilancio è di diciassette morti e quattrocento feriti.

I vertici dell’esercito israeliano sostengono che i ragazzi uccisi fossero dei «rivoltosi» e che una manifestazione pacifica a ridosso della Pasqua ebraica costituisca una minaccia per la sicurezza e per l’esistenza stessa del Paese, parlano di «tentativi di attacchi terroristici fatti passare per manifestazioni»; il ministro della difesa Lieberman parla di «provocazione» e sostiene che i partecipanti alla marcia fossero stati istigati e manipolati da Hamas, braccio armato della resistenza e partito maggioritario nella striscia di Gaza.

Le fotografie indicano piuttosto una dimostrazione nonviolenta, non certo un’Intifada, e alcuni dei morti sono stati colpiti alla schiena mentre scappavano dai gas lacrimogeni.

Molti israeliani e sionisti ritengono che le colonie, per quanto illegali, siano indispensabili per la sicurezza di Israele e ne attribuiscono la responsabilità ai tentativi palestinesi di lotta armata. Ma la Marcia del ritorno del 30 marzo dimostra che una lotta pacifica non viene accolta dall’occupante in maniera meno cruenta. I rapporti di forza tra occupante e occupato sono del tutto asimmetrici. Non si tiene conto della violenza costante che i palestinesi hanno sempre subito. ll quotidiano arabo Al Jazeera replica che «pretendere che [i palestinesi] adottino un’ideologia nonviolenta significa dimenticare la storia delle lotte di liberazione, dall’Algeria al Viet Nam».

Mentre il Papa tace, le ONG e l’ONU sono impotenti e Trump strizza l’occhio a Netanyahu, pronto a mettere il veto quando il Consiglio di Sicurezza discuterà un’eventuale commissione di inchiesta, l’unica voce di un capo di Stato che si è paradossalmente levata contro l’ulteriore «atto disumano» commesso viene da un uomo non certo attento ai diritti umani né alla legalità internazionale: il dittatore turco. Negli ultimi giorni Erdogan e Netanyahu hanno inscenato dei grotteschi comizi televisivi dandosi dei terroristi a vicenda.

Secondo varie testate del mondo arabo (in particolare il quotidiano panarabo Al Quds al Arabi e quello di Ramallah Al Avyam), l’ONU dovrà aprire un’indagine e probabilmente interverrà la Corte penale internazionale per crimini di guerra. Difficilmente però questi organi potranno imporre all’occupante il rispetto dei diritti umani: da oltre cinquant’anni Israele disobbedisce alle ingiunzioni delle Nazioni Unite che vorrebbero il ritiro da tutti i territori occupati e in particolare la città di Gerusalemme, la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Già nel 2009, in seguito all’operazione Piombo Fuso, costata la vita a migliaia di civili della striscia, le cui notizie giungevano in Italia grazie ai resoconti di Vittorio Arrigoni, il Tribunale penale internazionale aveva aperto un processo a carico dei vertici politici e militari di Israele, presieduto allora dallo stesso Benjamin Netanyahu che siede oggi al governo, con i capi d’accusa di «crimini contro l’umanità» e «genocidio».




EGITTO – I terroristi dell’Isis colpiscono una nave con un razzo

I terroristi dell’Isis hanno colpito una nave egiziana davanti a Gaza, sulla costa mediterranea del Sinai. Un’azione condotta con il lancio di un razzo, forse un «sistema» anti tank. A causa dell’esplosione a bordo dell’unità è scoppiato un incendio che è durato diverse ore. Le autorità non hanno precisato l’entità dei danni mentre non si hanno dati certi sulle eventuali vittime.

Il movimento jihadista ha diffuso un comunicato con la foto-sequenza dell’agguato. Per gli esperti si tratta di un salto di qualità nelle operazioni degli estremisti che agiscono nella penisola del Sinai. In realtà, già in passato, i militanti hanno preso di mira il traffico marittimo nel canale di Suez ed hanno cercato di colpire anche unità della Marina locale. Ora però sono in possesso di un arsenale più potente, creato con le prede di guerra e i traffici. In questo caso la trappola è stata resa possibile dal fatto che la nave era non troppo lontana dalla costa, infatti incrociava entro il raggio d’azione di razzi Milan o Kornet, armi ormai molto diffuse dalla Siria alla Libia.

L’attacco contro la nave militare giunge dopo la serie di attentati e scontri a fuoco con i terroristi che hanno sconvolto in queste ultime settimane l’Egitto. La scorso primo luglio i guerriglieri dello Stato del Sinai hanno dato il via ad una complessa operazione di assalto contro 20 posti di blocco della polizia e dell’esercito nell’area delle città di Sheik Zuid e al Arish, sempre nel Sinai settentrionale, dove sono rimasti uccisi 21 militari e 240 terroristi. In seguito agli attacchi l’esercito ha intensificato le operazioni nella regione anche con l’ausilio di elicotteri Apache. Lo scorso 11 luglio al Cairo è invece esplosa un’autobomba nei pressi del Consolato italiano, causando la morte di una persone e diversi feriti.

Le polizie occidentali hanno da tempo segnalato il pericolo terrorismo lungo le rotte marittime. Nuclei jihadisti potrebbero prendere di mira mercantili o anche navi da crociera utilizzando pescherecci modificati oppure motoscafi veloci. Tre gli scenari: 1) il dirottamento in stile Achille Lauro. 2) Il barchino-kamikaze. 3) Tiro con mitragliatrici e razzi imbarcati su battelli.




Yemen – Arabia Saudita e Israele condividono lo stesso ruolo di massacratori

Il segretario generale dell’ONU, Bn Ki Moon , ha richiamato i governi dell’Arabia Saudita e dello Yemen, coinvolti nel conflitto in corso, invitando a rispettare una tregua umanitaria per la sacra ricorrenza del Ramadan.
Ban Ki-moon ha fatto questo richiamo nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Ginevra prima dell’inizio del dialogo tra i raprresentanti dell’ ex presidente profugo yemenita, Abdu Rabu Mansur Hadi, e quelli del movimento popolare yemenita di Ansarolah.

Nel corso della conferenza, il segretario generale dell’ONU ha dichiarato che l’invasione dello Yemen da parte dell’Arabia Saudita (ancora in corso) ha lasciato sul terreno più di 2.600 vittime, la metà dei quali civili con donne e bambini incolpevoli. Inoltre Ban Ki Moon ha invitato tutti i partiti politici a ricercare una soluzione pacifica in modo che lo Yemen non si trasformi in un’altra Siria o Iraq.

L’analista internazionale, Manuel Pineda,  ha rilevato che si nutre un notevole pessimismo sulla possibilità che si stabilisca un dialogo e che si trovi una soluzione al conflitto e che la Monarchia Saudita rinunci ai suoi piani di espansione a spese dello Yemen, un paese confinante dove vive  una gran parte di popolazione  sciita, opposta alla confessione wahabita della Casa dei Saud.

La Monarchia Saudita dovrebbe essere obbligata a cessare il massacro che sta attuando della popolazione civile nel paese yemenita, ci sono però poche possibilità che l’Arabia Saudita possa rispettare una eventuale tregua stabilita dall’ONU.

L’Arabia Saudita è, come noto, il patrocinatore dello Stato Islamico ed insieme al regime sionista (Israele) sono forse i maggiori massacratori delle popolazioni arabe e mussulmane da Gaza allo Yemen. Non hanno alcuna sensibilità rispetto alla ricorrenza del Ramadam, come abbiamo visto anche in passato  Israele  ha attuato sulla popolazione di Gaza una strage di palestinesi durante la ricorrenza del Ramadam.

“Non si può credere che il regime saudita faccia alcuna differenza rispetto al comportamento tenuto anche da Israele,il suo classico alleato.
Bisogna considerare che L’Arabia Saudita e Israele condividono lo stesso ruolo di massacratori di popolazioni inermi in tutti i conflitti del Medio Oriente e non arresteranno la loro opera a meno che non siano obbligati dalla comunità internazionale“. Questa l’opinione di Pineda.

Il richiamo di Ban Ki Moon può avere importanza ma molto relativa poichè l’Arabia Saudita ha molto peso nella comunità internazionale e dispone della protezione del suo padrino, gli Stati Uniti, con la cui complicità sta attuando una serie di conflitti contro le popolazioni della Siria e dell’Iraq, dove operano gruppi organizzati di terroristi takfiri, ispirati e finanziati dall’Arabia Saudita che commettono le peggiori efferatezze contro i civili.

La comunità internazionale non ha una reale volontà di fermare i massacri in Medio Oriente e tanto meno nello Yemen, visto che gli USA e le maggiori potenze occidentali sono legate da rapporti di alleanza e di affari con la Monarchia Saudita che è il paese aggressore. Per l’Occidente i rapporti di affari vengono prima di qualsiasi altra questione.