EGITTO – L’Italia grida giustizia per Regeni, ma non inserisce il reato di tortura nel Codice penale

Shaimaa è morta due volte, la prima per mano di un poliziotto che un anno fa le conficcò un proiettile di gomma nel cuore, sparato a distanza di 8 metri, la seconda, più infima e sottile, è stata determinata dalla sentenza della corte di cassazione egiziana che ha assolto quell’uomo in divisa. Stando alle motivazioni del verdetto, l’agente Yassin Mohamed Hatem Salah Eddine ha agito, sparato dei colpi di pistola in aria, al fine di disperdere la gente che affollava piazza Tahrir.

12596288_10153493012425888_897553267_n

La storia di Shaimaa è stata spesso in questi giorni associata alla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano, torturato e ucciso dalla polizia egiziana. L’attivista egiziana si spense mentre stava partecipando alla manifestazione in onore delle vittime della rivolta avvenuta al Cairo in piazza Tahrir 4 anni prima che causò la caduta del presidente Hosni Mubarak.

12746310_10153493012545888_17633300_n

Giulio Regeni, al contrario sparì misteriosamente il 28 gennaio 2016, mentre, a distanza di un anno, si stava tenendo la stessa protesta commemorativa. Lo stato italiano ha più volte lamentato la riluttanza dei magistrati egiziani nel collaborare alla ricostruzione dell’assassinio del giovane ricercatore, probabilmente perché dovrebbero spiegare all’intero pianeta il terribile destino che accomuna Regeni a migliaia di egiziani, prelevati dalle forze dell’ordine dalle loro abitazioni a cui non hanno più fatto ritorno. Dall’inizio dell’anno sono sparite sessantasei persone tra sindacalisti, attivisti e persone ritenute semplicemente scomode al sistema, solo alcuni hanno sono riusciti a sopravvivere ed a tornare dai loro cari con evidenti segni di tortura, c’è chi tra di loro ha raccontato di esser stato esposto al freddo per diverse ore con le mani legate, alla mercé delle guardie che si divertivano nel lanciargli addosso delle secchiate d’acqua gelida.
Regeni è stato per diversi giorni in mano ai suoi aguzzini che l’hanno sottomesso a sevizie inenarrabili, scosse elettriche ai genitali, tagli su varie parti del corpo e sette costole rotte. Alcuni giorni fa centinaia di medici egiziani sono scesi in piazza a protestare contro le atrocità commesse dalla polizia nei confronti dei civili.
La giustizia Italiana esprime dissenso e sdegno nei confronti dello stato Egiziano, ma dimentica che anch’essa ha mostrato grandi lacune in passato, basti pensare a due casi eclatanti, ovvero quello di Carlo Giuliani, colpito da un proiettile sparato in aria da un carabiniere e rimbalzato non si sa dove prima di colpire il partecipante al corteo contro il G8 nel 2001 a Genova e quello di Stefano Cucchi, che si sarebbe picchiato da solo fino a esalare l’ultimo respiro, magari chiedendosi il perché degli uomini in divisa votati a difendere i più deboli, abbiano rivolto i loro manganelli verso un uomo indifeso.
Shaimaa, Stefano Cucchi, Giulio Regeni, Carlo Giuliani, sono vittime della cattiva gestione e dell’abuso di potere di cui vengono investite le forze dell’ordine durante circostanze di crisi o nel corso di semplici interrogatori tenuti da uomini piccoli quanto dei punti neri, ma vergognosi quanto lo sdegno di chi in questi giorni parla con ribrezzo degli egiziani, ignorando quanto sia difficile per loro essere accumunati a quei poliziotti che hanno portato via anche i loro amici e parenti.




ITALIA – G8, anche la Corte Europea dà torto a Carlo Giuliani

Dopo il proscioglimento del carabiniere Mario Placanica per legittima difesa e uso legittimo delle armi, nel 2003, e le sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo che hanno assolto lo stesso Placanica nel 2009 e l’Italia nel 2011, riconoscendo che non ci sono state colpe per la morte di Carlo Giuliani avvenuta il 21 luglio del 2001 durante gli scontri del G8 di Genova, alla famiglia Giuliani restava una sola possibilità: la causa civile contro i responsabili. Ed è proprio ciò che aveva annunciato il padre di Carlo, Giuliano Giuliani, in seguito al pronunciamento della Corte di Strasburgo.

Anche in sede civile è stato stabilito che non c’è alcun responsabile per la morte di Carlo Giuliani. Se non ci saranno ricorsi in Appello, si chiuderà così il lungo iter giudiziario, stabilendo una verità perlomeno processuale della vicenda.
Il sipario per ora è stato calato dal giudice Daniela Canepa, che ha respinto i ricorsi dei familiari di Carlo Giuliani, i quali chiedevano che venisse stabilita la responsabilità civile dei Ministeri della Difesa e dell’Interno, riconoscendo un risarcimento. Rappresentanti dei ministeri, secondo i ricorrenti, erano il vicequestore Adriano Lauro che il 20 luglio aveva l’incarico di gestire l’ordine pubblico nella zona di piazza Alimonda, dove sono avvenuti gli scontri che hanno causato la morte di Carlo Giuliani. Dalla pistola di Mario Placanica è partito il colpo che ha ucciso il giovane. Placanica si trovava all’interno di una jeep che era stata assaltata dai manifestanti, tra i quali lo stesso Giuliani armato di estintore.
Nella sentenza, il giudice Canepa scrive: “Non c’è dubbio, sulla base della ricostruzione dei fatti minuziosamente effettuata, che Placanica, comandato in servizio di ordine pubblico, fosse pienamente legittimato a fare uso delle armi quando ricorressero i presupposti della necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità. E non vi è parimenti dubbio che la situazione in cui Placanica si è trovato ad agire fosse di estrema violenza volta a destabilizzare l’ordine pubblico ed in atto nei confronti delle stesse forze dell’ordine, la cui incolumità era direttamente messa in pericolo dal soggetto”.

Inoltre: “il gesto di Giuliani non è stato una isolata aggressione, ma solo una delle fasi di una violenta aggressione al “defender” posta in essere dalle numerose persone che lo avevano accerchiato”.

“Mario Placanica aveva a disposizione un solo mezzo per fronteggiare la violenza posta in essere nei suoi confronti e l’aggressione all’integrità fisica, se non addirittura alla vita, propria e dei compagni: l’arma”.
Infine: “Il sasso con cui è stato colpito Giuliani dopo lo sparo, l’asserzione che un appartenente alle Forze dell’Ordine abbia colpito Carlo Giuliani con un sasso, quando questi era a terra è rimasta una pura congettura senza nessun elemento probatorio a suo sostegno”.
Una sentenza che ricalca quanto già stabilito nel processo penale e dalla Corte di Strasburgo. I familiari di Giuliani dovranno decidere se ricorrere in Appello, per cercare  risarcimenti o abbandonare.
Nel contempo, saputa la notizia, alcuni gruppi spontanei, lamentano il fatto che ci siano piazze intitolare a un “delinquente” e ne chiedono la rimozione.




ITALIA – Ritornano i fatti di Genova. “Diaz, non lavate questo sangue”

Se questo è un uomo. Se questo è un individuo che ha scelto di svolgere una professione volta ad aiutare il suo prossimo e a tentare in tutti i modi di salvarlo. Se sempre questo essere umano ha giurato: “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa” come può essere stato complice ed esecutore di sevizie a danno di persone indifese? Non ci è dato sapere le motivazioni che hanno spinto il dottor Giacomo Toccafondi, responsabile sanitario della caserma di Bolzaneto, a essere implicato in una delle vicende più vergognose della storia italiana, ossia quella inerente alle torture nei confronti degli ospiti della scuola Diaz durante il vertice del G8. La sera del 21 luglio 2001 nella scuola Diaz fece irruzione un comando di Polizia che fu colpevole di un pestaggio definito dal vicequestore Michelangelo Fournier da “macelleria messicana” nei confronti di persone che erano a Genova per manifestare contro l’ assemblea dei capi di Stato degli otto paesi più industrializzati, in corso proprio nel capoluogo ligure. Gente che non ha opposto resistenza, pacifisti trattati alla stregua di terroristi. Alcuni di questi giovani furono condotti nella caserma di Bolzaneto dove subirono maltrattamenti senza rispetto alcuno, furono costretti a esporsi nudi a un pubblico di ominicchi pronti a deriderli, furono costretti a stare per ore in piedi e privati di ogni diritto umano. Giacomo Toccafondi avrebbe meritato per questo di essere radiato dall’ordine dei medici, ma i suoi colleghi lo hanno impunemente graziato infliggendogli una pena esigua, vale a dire sei mesi di sospensione dall’attività medica. Se questa si può definire una pena!  “Diaz, non lavate questo sangue”.