ITALIA – “Bellezza divina” nel Palazzo Strozzi di Firenze

Di  Domenico Simi de Burgis

La mostra “Bellezza divina” curata da Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi presso Palazzo Strozzi a Firenze prende in esame le rappresentazioni a soggetto sacro dalla metà dell’800 fino alla metà del ‘900 circa: si apre infatti temporalmente con Bouguerau e si chiude con Vedova.

La mostra è divisa in varie sezioni e non sottostà quindi a un criterio temporale. Le sezioni sono: “Dal Salon all’altare” che illustra il passaggio da un’arte prettamente accademica al ritorno a un’arte sacra presente nelle chiese così come era nel Rinascimento attraverso una grande flagellazione di Bouguerau da una parte e una pala d’altare di Ciseri dall’altra. “Rosa mystica”, invece, espone raffigurazioni di Madonna con bambino partendo dalle due Vergini di Munch fino ad arrivare alle sculture di Adolfo Wildt e Libero Andreotti. La sezione “Vita di Cristo” ripercorre tutte le tappe caratterizzanti l’esistenza del Messia e occupa numerose sale. Nella prima compaiono varie interpretazioni dell’episodio dell’Annunciazione tra cui notabili sono il carboncino di Segantini con l’arcangelo in volo che sussurra alla Vergine la buona novella, o il rovesciamento di prospettiva dettato dalla figura angelica di Philpot che porge direttamente al fruitore un giglio senza che Maria sia rappresentata, o ancora la tela accennata dal divisionista Previati. Nelle sale successive l’attenzione viene divisa tra vari episodi trattati quasi unicamente da un solo quadro o scultura. Solo la natività ha più interpretazioni, tra cui il presepe in ceramica dipinta di Arturo Martini concepito in un pezzo unico circolare. Per il resto è da notarsi una scultura di riunione tra il figliol prodigo e suo padre sempre di Arturo Martini o una fuga in Egitto dai colori magici di Odilon Redon. Una sala intera invece è segnata dal tema della passione fino al culmine della crocifissione: dalle più famose di Chagall o Guttuso si passa a quelle meno note ma altrettanto particolari e suggestive quali quella di Primo Conti o quella di un Picasso quindicenne con il Cristo che sembra contraddistinto da un muso allungato di cane o cavallo al posto del volto.

Altra sezione, invece, è quella intitolata alle decorazioni murali di Gino Severini su alcune chiese contemporanee: compaiono, infatti, vari disegni di progetti dell’interno della chiesa di Saint-Pierre a Friburgo.

Il penultimo blocco di mostra è stato chiamato in maniera generica “La Chiesa” a causa delle rappresentazioni tutte atte a un’esaltazione di tale istituzione: da notarsi un potente e imponente busto in marmo ritraente Pio XI di Adolfo Wildt.

Compare infine una sezione concentrata sul raccoglimento privato e che coglie il momento della preghiera attraverso la delicatezza di un gesso di Vincenzo Vela o di una tela di Felice Casorati.

Per quanto riguarda le opere ritengo che la mostra valga la pena di essere vista essendo tutte di alto interesse circa la mescolanza di autori più rinomati ad altri meno. Se da un lato però permane questo giudizio positivo, dall’altro si fa strada uno scetticismo di fondo causato dalla disposizione degli stessi lavori d’artista. Procedendo per sezioni espositive infatti, si perde il senso del tempo e prevale una sensazione di spaesamento che lascia, alla fine del percorso, un retrogusto amaro dato dal non saper ripercorrere la mostra con precisione privati del sussidio di una guida sicura. Questo stesso retrogusto è anche alimentato dalle schede espositive caratterizzanti i vari scompartimenti che risultano assolutamente inutili nel non riuscire a motivare ed esaltare i tratti salienti della mostra che in questo modo risulta incompleta oltre che, per certi versi, priva di senso.

L’ordine dato dai curatori, inoltre, sottopone le opere a una vera e propria forzatura. In questo modo l’opera non diventa più figlia del proprio tempo o letta in relazione a esso ma viene classificata in maniera sterile e imprigionata all’interno del soggetto che rappresenta.

Una mostra quindi da prendere con le dovute precauzioni ma comunque da vedere per le curiosità alle quali ci fa assistere.




Duemila donne contro “L’Italia che stupra impunita”

Erano arrabbiatissime le donne che  hanno protestato a Firenze contro la sentenza con cui la Corte di Appello di Firenze ha assolto sei uomini dall’accusata di aver stuprato, nel luglio del 2008, una giovane donna nell’area del parcheggio della Fortezza da Basso.

Alla manifestazione, convocata da un nutrito gruppo di associazioni, sono intervenute in più di duemila da diverse città del centro e nord Italia per esprimere solidarietà alla donna e alzare la voce contro una sentenza che risulta essere più un giudizio sulle scelte di vita della vittima piuttosto che nei confronti di chi quella vita ha violato.

Le stesse motivazioni della sentenza racchiudono in sé giudizi morali nei confronti della donna che non ha avuto diritto di giustizia perché secondo i giudici la sua vita “non è lineare”, quattro pagine in cui sostengono che “il comportamento della ragazza ha dato modo ai ragazzi di pensare che la stessa fosse consenziente”. In un passaggio i giudici definiscono la ragazza “un soggetto fragile, ma al tempo stesso creativo, disinibito, in grado di gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali di cui nel contempo non era convinta”.

Erano tante le donne, ma c’erano anche uomini da alcune accettati da altre tollerati, che hanno prima sfilato intorno alla Fortezza da Basso, percorso autorizzato, ma poi hanno valutato che la gravità del caso pretendeva qualcosa di più che un girotondo e hanno deciso di osare di più.

Hanno prima occupato via Strozzi, davanti la questura, per proseguire verso il centro della città, via Cavour, la stazione ferroviaria, piazza del Duomo per tornare alla Fortezza.

Moltissimi i cartelli con l’hastag #nessuna scusa, ad indicare che non esistono giustificazioni per uno stupro, tanti slogan contro il patriarcato, alcuni anche duri sul tono “L’Italia stupra impunita, se non c’è giustizia ci sarà vendetta”. E non sono mancati riferimenti internazionalisti al coraggio e alle lotte delle “sorelle curde, yazide, nigeriane, indiane…”

La manifestazione, anche se in buona parte non autorizzata, si è conclusa intorno a mezzanotte e comunque senza incidenti, tra la curiosità dei molti turisti e la solidarietà delle e dei fiorentini che per qualche minuto hanno abbandonato la tv e si sono affacciati da balconi e finestre per salutare l’insolito corteo.

Anche a Roma, nel quartiere del Pigneto, in contemporanea con la manifestazione di Firenze, si è tenuta una protesta in solidarietà con la donna che ha subito violenza e contro la sentenza che ha assolto i suoi stupratori.

Per i giudici la giovane, all’epoca 23enne, avrebbe denunciato il rapporto sessuale per “rimuovere” un suo “discutibile momento di debolezza e fragilità”. E, comunque, i ragazzi possono aver “mal interpretato” la disponibilità della ragazza.

A questi giudici la ragazza ha voluto rispondere. Lo ha fatto con una lettera pubblicata sul blog Abbatto i muri: “Come potete immaginare che io mi senta adesso? Non riesco a descriverlo nemmeno io. La cosa più amara e dolorosa di questa vicenda é vedere come ogni volta che cerco con le mani e i denti di recuperare la mia vita, di reagire, di andare avanti, c’é sempre qualcosa che ritorna a ricordarmi che sì, sono stata stuprata e non sarò mai piú la stessa”. Lo ha fatto per ribadire alla Corte d’Appello che lei, nonostante la violenza sessuale, esiste ancora. “Esisto – scrive la ragazza – nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruir a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi é stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui é stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale”. Per l’avvocata Lisa Parrini che ha difeso la vittima si tratta di una sentenza impregnata di moralismo dal momento che è stata portata avanti indagando sulle abitudini sessuali della donna violentata per stabilire se davvero si è trattato di stupro. “Ogni maledetta volta dopo aver lavorato su me stessa, cercato di elaborare il trauma, espulso da me i sensi di colpa introiettati, il fatto di sentirmi sbagliata, sporca, colpevole – scrive la ragazza – dopo aver cercato di trasformare il dolore, la paura, il pianto in forza, in arte, ecco un altro articolo che parla di me. E io mi ritrovo catapultata di nuovo in quella strada, nel centro antiviolenza, nell‘aula di tribunale”.

“Abbiamo perso tutti – condanna la ragazza – non hanno vinto loro, gli stupratori, la loro arroganza, il loro fumo negli occhi, le loro vite vincenti”. E, dopo che i giudici di appello hanno clamorosamente ribaltato la sentenza del primo processo che condannava i sei ragazzi del branco, arriva addirittura a pensare che, forse, tornando indietro non denuncerebbe le violenze subite. “Che se anche la giustizia con me non funziona prima o poi funzionerà – è l’auspicio – cambierà, dio santo, certo che cambierà”. “Ebbene sì – conclude – se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta”.